Punta della Dogana

Le cronache della Leda #39 – Tra l’Oriente e il niente

2015-01-09 21.58.30

Punta della Dogana – foto gm

Le cronache della Leda #39 – Tra l’Oriente e il niente

Una che ha foto di Berlinguer in casa come dovrebbe reagire davanti all’elezione di Mattarella? Col silenzio. Ho detto silenzio, non indifferenza, ma al momento non mi viene niente. Nel giorno dell’elezione ho preso la Luisa e l’ho portata a fare un giro. Le ho detto che l’avrei portata in un bel posto. Lei ha fatto un po’ di resistenza, a lei piacciono quelle cose: la diretta in Tv, lo spoglio dei voti, Mentana, eccetera. A me no. Alla fine l’ho convinta, l’ho messa su un treno e l’ho portata a Venezia. Le ho chiesto se avesse voglia di camminare, mi ha detto di sì, l’ho portata a Punta della Dogana, la giornata era limpidissima, faceva freddo ma si stava benissimo. Siamo arrivate alla Punta mentre Mattarella stava per essere eletto. Prima, seconda, terza Repubblica, a me fa tutto molto ridere. Un cattolico. E cosa si aspettavano? Ho detto a Luisa se fosse mai stata in questo punto di Venezia, ha risposto di no. «Si sente l’odore che viene su dall’acqua», mi ha detto. «È l’odore dell’inverno veneziano», le ho risposto. Le ho chiesto che cosa vedesse, che cosa immaginasse. La Luisa ha respirato e ha detto: «Mi sento come se da questo punto partisse l’infinito, come se dopo l’orizzonte finisse il mondo e cominciasse un’altra cosa. Un’altra vita. Mi sento guarita» L’ho abbracciata e poi le ho recitato i versi di una poesia di Umberto Fiori.

Tu mi hai insegnato tutto.
Insegnami a morire, bella vista.
A scomparire,
come sei tu scomparsa.

Fa’ che non sappia più cos’è
chiamarsi:
essere Pera, Gustavo,
nave, mare, muretto.

Insegnami a mancare,
a tornare invisibile, com’era
l’occhio in cui ti ammiravi.

«Che bella, Leda». Ho sorriso. «Sì, è meravigliosa». Siamo rimaste zitte per qualche minuto. Stavamo imparando a mancare, ma i motivi erano diversi. La Luisa imparava dopo essere tornata indietro, io imparavo per non volermene andare. Quale fosse la nostra bella vista, in quel momento, non lo so. So che il cuore era aperto. Si vedeva il Lido, da qualche parte l’Oriente e tutto il resto non contava niente. Siamo andate via col buio, La Luisa era stanca, abbiamo preso il vaporetto.

Leda

 *

Nota: La poesia di Umberto Fiori qui proposta è tratta da La bellavista, Marcos y Marcos 2002; ora in POESIE 1986-2014 (Oscar Mondadori, 2014)

Venezia barometro (quasi una dichiarazione) di Anna Toscano

Venezia barometro.

(quasi una dichiarazione)

di Anna Toscano

Venezia è il mio barometro dell’anima. Quando qualcuno mi chiede da quanto viva qui rispondo “Oh, qualche anno”. Poi rifaccio i conti sui polpastrelli delle dita e di anni ne conto quasi diciannove. Gli anni insieme non pesano, è come un matrimonio ben riuscito. Non so se Venezia abbia scelto me, o io lei. So che, quando arrivai, sentivo un bisogno estremo per la mia esistenza di un barometro dell’anima. “L’anima ha le sue tempeste e i suoi giorni di beltempo” scriveva qualcuno, e qui ogni stato dell’anima mia si trova in rifrazione con tutto ciò che la circonda, le cose che mi stanno attorno hanno una forma o un odore o un colore che rimandano a me stessa. Scorgo sempre un correlativo oggettivo alla mia anima in questa città: è un luogo di oggetti del tempo, oggetti smarriti o oggetti lasciati da moltitudini di popolazioni diverse. Uno dei pochi luoghi, cosmopoliti e al contempo particolari, che tengono la propria storia, perché buttare il passato vuol dire caricarselo sulle spalle e non accorgersi del peso di ciò che non si vuole vedere, mentre tenere il passato vuol dire guardarlo. Io guardo Venezia, la guardo negli occhi da diciannove anni, la guardo e qualsiasi sia lo stato della mia anima lei è lì, ed è come me. O io come lei. Non so se il sole ci sia per via del mio buon umore, o se il mio buon umore ci sia per via del suo sole. Non so se quando sono arrabbiata lei mi faccia il dispetto di riempire di gente tutte le calli che mi portano al lavoro, o viceversa. Non so se quando rientro dopo un viaggio in inverno sia l’odore di alghe ghiacciate che mi riporta a fondamenta degli incurabili, o se sia la memoria di fondamenta degli incurabili a farmi sentire l’odore delle alghe ghiacciate e la nostalgia per l’inverno in corso. Mi piace l’eterno scherzo dei riflessi di acqua e di vetri, l’amplificarsi infinito delle visioni, tutto si riflette su tutto: posso essere in un luogo ma riflessa anche in un altro: sono sempre io quella, ma con quale altra vita? Anche gli specchietti che sporgono dalle finestre per vedere chi stia fuori senza affacciarsi riflettono un dentro continuo tra vetri e luci. Continui mondi paralleli da cui uscire ed entrare, altre esistenze e altre stanze da vivere, guardandosi da dentro mentre si suona fuori. Ma la amo anche quando fa l’eccentrica, fa la vecchia e bizzarra funambola che si esibisce davanti a tutti con le sue piaghe, i suoi canali fetidi, le sue pantegane e le sue scoasse, sul filo della fine della sua storia. Ed è per questo che da intere generazioni ricamano merletti, e ora che in queste isole non li fanno quasi più è dalla Cina che arrivano i preziosi intarsi all’uncinetto: sono tutte reti, reti che la salveranno quando lo scivolone sarà eccessivo, quando il mondo alla tivù la guarderà facendo “ooohhhh” col fiato sospeso mentre le sirene suonano e suonano e suonano. Io sarò ancora qui, con gli stivali di plastica gialli ai piedi a far combaciare il mio umore con quello della sua luce, a cercare nella sua nebbia il mio naso, a sentire scricchiolare le mie ossa come passi sulle sue pietre. Sarò ancora qui a domandarmi ma quando è stato che, alla luce del lampione che non c’è più a Punta della Dogana, le ho chiesto una promessa “non mi mancare mai troppo…”. E resto.

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tratto da Venezia, strana città