prose

#PoEstateSilva #35: Franco “Bifo” Berardi, Massimiliano Geraci, da Morte ai vecchi

“Vecchio isterico”, pensò Luca Ferenczi montando sul suo bolide. “Chi si crede di essere questo stronzo? E che mi importa di lui in fondo? Troverò un altro modo per risolvere questo problema.”
Doveva concentrarsi su quell’urgenza maledetta, sull’imprevista piega che aveva preso il suo lavoro, la sua creazione, la sua impresa. Avrebbe voluto creare un congegno di facilitazione universale dell’empatia – che ne sapeva lui di empatia? – ed ecco che si trovava a fare i conti con un impulso assassino che si muoveva come un’onda, come un’epidemia. Cento volte aveva controllato il programma, linea per linea, protocollo dopo protocollo.
Nessun errore di codificazione ma un persistente disturbo nella trasmissione. Come se una traccia della vibrazione luminosa proveniente da Federica fosse rimasta impigliata nell’infosfera. Come se qualcuno avesse aperto uno spiraglio all’imprevisto, al sabotaggio, ma chi?
Pensò alla radiazione cosmica di fondo, il primo assordante vagito dell’universo, che ancora oggi i radiotelescopi continuano a captare dopo miliardi di anni. Mentre la sua Ducati accompagnava le curve che costeggiano il fiume, il fantasma di Federica lo inseguiva confondendogli la vista con tutti quei suoi veli svolazzanti. La testa chiusa in un casco avvolgente, i pensieri serrati in quella prigione nera e gialla con la visiera abbassata, Luca correva nel vento. Il vento doveva essere forte a giudicare dal frustare dei rami, ma nello spazio chiuso del casco nero e giallo il vento non era ammesso. E nemmeno la luce pensava Luca. Sbagliando. (altro…)

#PoEstateSilva #33: Pietro dell’Acqua, Aria fritta

Si sta a pelar patate, in silenzio.
Apre la bocca e le dà fiato:
«Pensa te cosa diranno di noi, noi che ci affidiamo ai nostri mugugni, al linguaggio per intenderci, ci affidiamo alle rime e alle assonanze come se nella lingua fosse indicata, tramite queste, la via da percorrere verso l’autenticità, che parola abusata piena d’aria!, verso la consapevolezza di ciò che siamo o non siamo, verso un senso da dare alla frase. Pensa come rideranno dei nostri tentativi falliti di formulare un pensiero più complesso di Ugo mangia la mela, di comprendere le Leggi tramite esperimenti e apparecchiature complicatissime, che oltretutto non funzionano diranno. E l’energia, si sbellicheranno vedendo le nostre tecniche da piromani squilibrati che consistono solo nel
bruciare qualsiasi cosa ci capiti tra le mani: siamo uomini delle caverne che accendono il fuoco. Poi su tutto la nostra mania di protagonismo, quelle favole sull’universo al cui centro ci siamo noi, tutto è qua per noi, dei e arcangeli e oracoli e stelle cadenti e filanti scomodati solo per blandirci voi siete er mejo, quante istituzioni, tutte frutto, questo ce lo riconosceranno, pur nei nostri enormi limiti, della più fervida immaginazione, quante istituzioni per difenderci dalla nullità della nostra condizione, che altrimenti ci divorerebbe. Di cosa ci nutriamo? Siamo cannibali dei nostri compagni d’avventura, uccisi da noi o morti sul campo. Di quale ignobile violenza siamo capaci, e così subdola, sbranare facendo intendere che i morsi sono baci, si sganasceranno davanti alla nostra incoerenza, ai monumenti di pastafrolla eretti in onore delle opere di bene con fumosi discorsi per la pace e la concordia, all’incessante germogliare di colpi di sfollagente, kalashnikov e bazooka. Chissà quali differenze noteranno tra la copula grammaticale, quella animale e quella umana, magari si metteranno a contare il numero di possibili variazioni sul tema, useranno come parametro di giudizio lo spazio lasciato all’arbitrio o all’improvvisazione, chissà che non vinca qualche scimpanzé dall’aria furba che ci dà dentro da mattina a sera, senza tabù parentali o legati all’età, capace di farlo arrampicato su un albero o appeso a una liana. Il nostro sdolcinato poetare in versi, sempre in cerca di conferma nei suoni, che oltretutto abbiamo concepito noi, che la strada sia giusta – anche i poeti del giorno d’oggi, i rapper che urlano sopra una base martellante (altro…)

#PoEstateSilva #1: Eleonora Santamaria, Un manichino elegante

PoEstate Silva #1: Eleonora Santamaria, Un manichino elegante (Perrone, 2017; € 12,00)

*

Clementine. Mignolo destro su occhiali

Queste manine le riconosco.
Ritorno ad essere la protagonista dell’allegra favoletta.
«Dillo a zia Rodi
Dillo a zia Rodi
La la la la la, la la la la la».
Non voglio far resoconti, ma che me ne importa! Solo per
ora, lasciatemi dipingere le mani di blu per imbrattare il
mondo, lasciatemi ridere.
Da grande voglio fare il pirata, la ballerina e l’ostaggio.
Voglio un gatto con le ali e una foca blu.
Una gran pernacchia ai “devo crescere”. Sono inciampata
in tutti gli sbagli, sì; ho bruciato un pezzo di carta per vedere
le fiamme alzarsi, ho colpito chi mi voleva bene, ho giocato
a nascondino chiudendo gli occhi al centro di una stanza, ho
perso tutto, mi sono sbucciata le ginocchia e ho mangiato la
crosticina cinquantasettequattromila volte, ma, solo per stasera,
sono innocente.
Ho deciso di partire, da sola, come sempre.
Con i miei otto anni e il fazzoletto pieno di bambole e soldatini
in spalla, parto per l’avventura, alla ricerca dei giocattoli
perduti. E, ve lo dico, se trovo un megabignè lo mangio
senza tovagliolo.
Voglio vedere se mi fanno fare il capitano di nave, è facile
arrivare al mare se c’hai i soldatini che ti dicono «Eh hop
hop, uno, tre, hop hop!».
Un alberone? Che ci fa qui?
Canticchio perché nessuno può dar la colpa a me oggi.
Sì, ma non si vede nulla.
Ho scordato gli occhiali, uff, torno a casa. Allora facciamo
che vado all’avventura domani.
Che manco si vede la luna.
«LUNAAA!» no, vedete, non ci sta!
«Dillo a zia Rodi
Dillo a zia Rodi
La la la la la, la la la la la».
Mi permetto di fischiettare ed essere una bambina, solo
per un altro po’, fino alla fine della strada.

*

Parco dei drogati

Quella mattina, Jacques venne svegliato dalle spazzole del camion dei rifiuti.
«E spostati!» urlò dal finestrino e da dietro ad una sigaretta il tizio dei rifiuti.
Pareva così determinato a passare che Jacques si inorgoglì di tanto zelo.
Per questo, si mise in piedi, si scrollò di dosso la nottata e si spolverò il giacchetto consumato per incamminarsi verso la nuova mattina.
Si ritrovò più curvo di almeno tre centimetri.
La vita attorno sapeva ancora di sonno e possedeva quella brillantezza di colore propria di chi è appena nato.
Un solo cinguettio accompagnò il viaggio ben definito di Jacques.
Per il passero, il barbone sotto di lui stava girovagando senza meta, allora lo lasciò andare dopo cinque note.
Avrete capito che si trattava di un passero distratto, perché Jacques era un fiume, stava seguendo il suo corso inarrestabile
e maestoso, non vi era argine che lo trattenesse.
Destra. Sinistra. Dritto dopo la fontanella.
E finalmente il cancello del ridente “Parco dei drogati” lo invitava ad accomodarsi con il cigolio che lo contraddistingueva.
Rimase col naso all’insù verso la volta del cancello; si sentì molto basso ed entrò.

Lo accolsero sterpaglie e vecchie siringhe, piante imponenti, lucertole spaesate e giostre abbandonate.
A pelle, Jacques sapeva cosa stava cercando, sempre senza pretese.
Percorse quello che un tempo era un vialetto e si sedette sull’altalena immobilizzata dalla ruggine, al centro del carosello
della decadenza.
Il suo peso minò l’equilibrio dell’intera struttura. Fermò a fatica l’altalena accanto che si attorcigliò su se stessa. E scorse
lui sullo scivolo sudicio.
In realtà, l’uomo rimaneva appeso allo scivolo solo dal ginocchio; il resto del corpo era spalmato sull’erba con i
quattro capelli sulla fontanella semiaperta che gli facevano da vaso. Con impegno, si poteva scorgere anche il segreto che tratteneva la mano sotto l’ascella. La sua perla se ne stava a suo agio con il suo scudo umano, conficcata nella terra verdina.
Facendosi aiutare da tutta la lentezza accumulata nella vita, rivolse la testa verso Jacques che già lo stava osservando.
Lo fissò come un santo che fa l’amore per la prima volta, pentito e appagato, ma Jacques lo perdonò, strizzando gli occhi.
La sua risposta fu un rutto imponente e grato che fece tremare l’altalena.
Rutto su scivolo.
La ruggine dell’altalena inamovibile permise a Jacques di vincere la lotta contro la gravità ed aggiungere l’uomo alle persone eternamente nel piede.
Si fece solleticare dai raggi solari e dal suo nuovo amore che cercava di alzarsi come un sasso che cerca di galleggiare.
Sospirò a lungo.

(altro…)

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 2: Gatto

di gabriele antonini illustratori.it

Bestiario n. 2: Gatto

*

Si pente raramente.

Quando l’occhio predatore t’osserva, immagina cose sconosciute al genere umano. Felino reso casalingo ma pur sempre attento a limarsi le unghie su luoghi prescelti (che non siano quelli che propone l’uomo).

Il gatto chiede di esser accarezzato con lo sguardo, spesso sfugge al sottile contatto; con la coda addolcisce i luoghi. Penetra mentalmente i muri, gli oggetti, gli stessi sentimenti, con la sensibilità del neonato innocente.

Poi, quando meno te l’aspetti, si trasforma nella più calorosa manifestazione d’amore, quella selvaggia e incontaminata, pura perché sincera, istintiva perché autosufficiente.

Animale notturno, dorme quando gli altri son svegli; gironzola mentre gli altri dormono, nutrendosi di buio, contemplando le tenebre, danzando alla luce lunare.

Forse scrive poesie mentre guarda fuori dalla finestra, oppure ascolta il vento (che mai può essere afferrato) sussurrargli melodie d’amore vecchie di cent’anni.

*

© Giuseppe Ceddia

*

Giuseppe Ceddìa (Bari, 1977) è Dottore di Ricerca in Italianistica; si è occupato dell’influenza del gotico sulla letteratura dell’Ottocento italiano. Ha curato l’antologia L’epifania dell’orrore. Novelle gotiche italiane (Stilo editrice, 2015). Suoi contributi sono su Finzioni, Sul Romanzo, Poetarumsilva, incroci, L’Immaginazione.

Giancarlo Sissa, Persona minore

Giancarlo Sissa, Persona minore, Qudulibri, 2015, € 9,00

*

Porto Corsini
(a Emanuela)

Fai conto che io sia sempre più lontano dal fischio delle navi e dalla
tempesta d’inverno che sbatte nel porto – la nave russa di chiglia
rossa e nera non ci rappresenta – e che quanto si poteva insultare e
scordare stia come veleno nella metà dell’angelo esposta. È questo
che intendevi dire maledicendo sotto di me il sudore nella bocca?
che fiumi si sono aperti nel tuo corpo? Ho visto cani uscire da noi
nel silenzio dell’ombra, non la cicatrice sulla scapola, non il fulgore di
una vera maledizione ma il tè del mattino, i tassì di un altro pianeta,
il cielo abbassarsi fino alla tua impronta sul letto. Nella carne cruda
della tua ferita spossavo le penombre dello sguardo. La bambina che
ci sorride per strada è il riflesso dei passi – la figlia crocifissa – .

*

Luna-park

1

Le stagioni del nulla moltiplicano i pezzi di mondo nel vento, pani
e pesci del circo e il preludio di nebbia e risveglio – così deviammo la
voce a quel limitare dove qualcuno mentiva, cantava, si piegava a un
silenzio di foglie aspettando la cena. Fra sogno e sogno restammo
come appena scesi da una giostra di pioggia – e baciarsi fu l’ultimo
vino.

2

La volpe non verrà, fugge gli sguardi, chi la incontra a perdifiato la
racconta ai bambini.

Ma i circhi che ti tormentano da quale viaggio li fuggi?
è un sogno anche essere bambini, ruzzolare nella neve,
rossi di freddo saltare d’amore.

*
Cerese

Il sentiero che va dall’infanzia ha fossi pieni di rane e viole fra l’erba,
ha sole d’acqua e pescatori senza volto, ha gesti di mani, passi brevi
e saltellanti, ha pietà di chi scorda la pietà, il prurito alle ginocchia, lo
sputo del rospo, la vera sete.

*

Padre

Padre senza memoria, dietro il sentiero rompe la diga il suo orrore
verticale, il buio d’acqua senza cielo, ma più alto è il camminamento
della distanza e assopite le sentinelle. Una festa muta senza suoni
accoglie il ritorno nel ricordo d’un sogno. Padre d’alte illusioni segnate
in un quaderno, gli esercizi di grammatica sono la nostra voce.

*

© Giancarlo Sissa

[inediti] – Federico Strati – poesie e prose (post di natàlia castaldi)

“ispirandomi all’opera di Boris Vian e di Raymond Queneau”

Nuove parole (giugno 2005)

“Autoritratto ?”

Il giovane pachiderma gentile non era uso adirarsi, quando lo cercavano per un aiuto nella foresta, per spostare qualche tronco oppure per rivoltare le foglie dall’erba per renderla appetibile, egli si mostrava sempre disponibile.

Era buono per natura sebbene talvolta fosse un po’ lento nell’esecuzione di qualche incombenza: della sua proboscide si diceva in giro un gran bene. Ma un mattino si svegliò e trovò metà della prateria dove dormiva invasa dalle locuste, brutte belve affamate e loquaci, esse si impadronirono di buona parte della sua radura. Si vide dunque costretto a ritirarsi in una piccola insenatura del fiume che attraversava la foresta e dove viveva una anziana anaconda.

L’anaconda l’accolse con piacere: aveva giusto bisogno di una mano per spostare qualche grosso sasso e masso che, con la prossima piena del fiume, così riteneva, avrebbe sicuramente investito l’imboccatura del suo piccolo stagno. L’anaconda pregò quindi l’elefante di aiutarla nell’impegnativa impresa e di buona lena si misero assieme all’opera: chi per acqua, chi in terra.

Passarono due giorni di lavoro intenso e riuscirono a ricavare non solo un ampio bacino d’acqua, attiguo allo scorrere principale del fiume, ma anche un comodo fazzoletto di terra, fango e morbida coperta di foglie per l’elefante.

Vissero da quel giorno in poi come nella più classica delle fiabe, felici e contenti. Delle loquaci e aggressive locuste non si seppe quasi più nulla: pare che una folata di vento gelido del nord, dicono tramontana, le portò tutte via, le costrinse a migrare.

***

***


“Sei personaggi in cerca di un bar”


Magritte

Tra la folla domenicale, che affollava allegra e chiassosa il parterre della torre Eiffel, oggi vidi dall’alto, essendomi sporto dalle balconate del primo piano, sei persone vestite all’unisono ognuna delle quali si aggirava in modo assai poco caotico nei giardini antistanti la torre. Essi, difatti, disegnavano diverse figure geometriche, tutte a sei lati e vertici. All’inizio mi parve di scorgere una figura a farfalla “isoscele”, ossia composta da due triangoli isosceli identici uniti ad un comune vertice. Lì, nel punto d’unione, due dei sei personaggi si incontrarono e si scambiarono reciprocamente il saluto alzando lievemente la piega della bombetta. Ecco!, dimenticavo giusto giusto di dirvi che tutti e sei erano facilmente riconoscibili a causa del loro completo scuro, del soprabito grigio, della farfalla color argento al colletto e della bombetta stile anni ’30 o ’40 con una striscia verde alla base che portavano fieri e baldanzosi quasi a voler imporre la propria identità in maniera più che manifesta.

La loro danza, quasi impercettibilmente avvertita dalla folla sottostante, era invece palese ed evidente per chi, come me, si trovasse a godere del magnifico panorama di Parigi alle undici del mattino di un bel dì di Maggio dall’alto della torre. Il loro procedere divenne ancor più evidente quando, all’interno della loro litania di gesti, comparvero prima una figura esagonale equilatera e, poi, un ottagono con due coppie di vertici opposte unite. La ricognizione del loro ordinato scivolare tra gli astanti mi prese un po’ alla sprovvista e mi spronò a domandarmi se ve ne fosse un recondito motivo. Un’occhiata veloce a destra e a manca sulla balconata fugarono il mio primo sospetto: che si trattasse di pura televisione (ovvero fiction) o di una trovata pubblicitaria o quant’altro?…

Macché!, dal primo piano della torre non si vedevano da nessuna parte né telecamere né operatori né il normale caos che una troupe cinematografica o televisiva si porta usualmente appresso, gruppuscolo di liberi sfaccendati e stereotipati curiosi annessi.

Ritornai con gli occhi d’abbasso: non potevo quasi crederci!, in un niente i miei sei personaggi erano diventati sette e, come i primi sei, stavano ora costruendo tutta una serie di figure a sette lati: ettagono equilatero, pentagoni perfetti accostati per un lato a triangoli isosceli o scaleni, rombi doppi uniti ad un lato e così via: una innumerevole benché finita congenie di variazioni sul tema si dipanava lì di fronte. Decisi allora di richiamare l’attenzione di qualche altro turista rimasto come me ammaliato dalla vista di Parigi in quel bel mattino terso e primaverile. Ma senza risultato! Riconoscevano taluni, sì!, le sette figure ugualmente vestite, ed altri, forse dotati di più inventiva, si spingevano a fare scommesse nel riconoscere le varie forme disegnate, ma nessuno sostava ad osservare le loro evoluzioni per più di una decina di minuti.

Forse indispettito da tanta indifferenza mi diressi verso gli ascensori determinato a raggiungere il secondo ed ultimo piano della torre: desideravo quanto più possibile carpire dall’alto queste magnifiche, quasi altisonanti, proiezioni di figure, questo fenomeno, ed esser sicuro che non vi fossero telecamere in azione a parte quelle del normale circuito di videosorveglianza della torre stessa.

L’ascensore, colmo di gente come ogni domenica, sussultò sotto il peso di tanti turisti ma, alla fine, ci depose sicuramente al secondo piano. Uscendo, il mio primo impeto fu quello di percorrere velocemente la balconata alla ricerca di camera-men o fotografi professionisti all’opera con il loro abituale allampanato ventaglio di zoom, teleobiettivi e grandangoli.

Ma niente!, nulla di tutto questo.

Rimasi ancor più di sasso a constatare che, da basso, i personaggi erano adesso otto. Congruamente, le loro disposizioni tra la folla dei giardini ora contenevano otto lati ed otto vertici e, qualora due vertici si avvicinassero o si sovrapponessero, al crocevia avveniva un impercettibile scambio di saluto.

Che strana usanza… un rapido gesto, uno sguardo consenziente, un accenno di sorriso e l’immancabile lievissimo sollevarsi ed abbassarsi della piega della bombetta. Dopodiché ripartivano per la prossima figura. Tra l’altro, la folla di gitanti domenicali non era di piccole proporzioni, bensì assai folta, eppure questo gruppetto di persone folkloristicamente vestite attraeva soltanto la mia attenzione. A tal punto che avrei voluto gettar via i miei vestiti, banalmente in stile “casual”, e unirmi a loro, sempre che trovassi il loro fornitore di uniformi.

Eppure, eppure… ancora qualcosa non riusciva a convincermi del tutto. Qualcosa nei loro gesti e nelle loro sembianze mi pareva estremamente artificioso e di palpabile inconsistenza (come se ciò fosse possibile!). Beh!, non sapendo che fare, avendo tuttavia abbastanza tempo a disposizione, mi apprestai all’attesa seduto tranquillo in un cantuccio sulla balconata, mangiando un panino acquistato al bar e continuando ad osservarli.

Si fecero le quattro del pomeriggio, passarono in totale cinque ore ed il gruppo dei “bombettavestiti” crebbe di una unità soltanto. Nove.

Evidentemente al crescere numerico dei partecipanti le combinazioni di figure andavano moltiplicandosi esponenzialmente. Non le vidi proprio tutte, alcuni miei ovvi fabbisogni mi costrinsero a qualche pausa, ma mi parve proprio che essi andavano coscienziosamente esaurendo tutte le figure possibili per un dato numero di vertici.

La torre chiudeva al pubblico alle cinque del pomeriggio, quel giorno pare vi fossero ancora dei lavori di restaurazione da portare a termine nella nottata.

L’inserviente di turno mi obbligò a prendere l’ultimo ascensore per la discesa. Con mio grande stupore e somma sorpresa trovai soltanto un altro visitatore che scendeva con me con quest’ultima corsa dell’ascensore. Era un vecchietto sorridente, espansivo, cordiale e di bassa statura, ma il mio stupore derivava dal fatto che egli fosse vestito in maniera identica alle nove persone da me lungamente osservate durante la giornata. Tutto coincideva tranne che per un’unica pertinente differenza: la sua bombetta portava una striscia azzurra anziché verde. Inoltre, egli portava con sé un treppiede da pittore ed una tela appena dipinta.

All’inizio della discesa esclamò d’un botto, sorridendomi: “Guardi un po’ lei che bella Francia che stavo ridisegnando!”, e mi mostrò immediatamente la tela raffigurante tutti e nove i visi da me scorti nei passeggiatori-camminatori-disegnatori visti nei giardini antistanti la torre. Sullo sfondo del dipinto campeggiava in modo trionfante una di quelle tipiche immagini a strisce azzurro-biancorosso della Francia come se fosse un pentagono patriottico.

Non appena fummo scesi entrambi dall’ascensore, al pian terreno, mi accorsi prontamente che i nove volti a me ben noti eran spariti. Non solo, anche l’intera piazza si era fatta deserta con pochissime persone che l’attraversassero. Comunque, il signore dalla bombetta azzurra ripose con cura la tela che mi aveva esibito e, salutandomi assai gentilmente, si allontanò fischiettando giulivo in direzione dei Champs de Mars.

“Che matto!”, pensai, “come se in Italia una cosa del genere fosse possibile!”.

Rimisi i miei occhiali da sole nell’astuccio e mi avviai verso casa, stupidamente riflettendo fra me e me se quel signore avesse voluto in una qualche misura rifarsi a Magritte ed ai suoi quadri.

“… ma no!”, mi dissi, “questo non è umanamente possibile!”, e mi disposi alla ricerca delle chiavi giunto fin sul portone di casa mia.

***

***

Poesie 1988-1990

Tra due pietre si scorge un filo steso,

a terra descrive una curva.

Tre ramoscelli allineati sul terreno argilloso fan da rettilineo,

il traguardo è segnato da una piccola concavità naturale.

Tante formiche seguono questa traccia,

una sola, più furba, le aspetta all’arrivo:

si gode beata la corsa.

Un’altra invece,

forse non ha capito il gioco,

forse fa un dispetto,

procede in senso inverso.

Ed ecco, son arrivate,

le prime sospinte dalle ultime,

tutte in corsa,

capitombolano nella buca.

Al predatore, che paziente aspetta,

vuol poco l’imprigionarle.

Soltanto due si salvano

la più furba e certo la più stupida,

ma non si sa chi per merito chi per difetto.

<Gran premio>

*

Lampi di genio

o parvenze fors’anche estrose

di genuina incompetenza?

La risposta, vera, una, manca:

è quasi assurdo

nel più credibile dei modi.

<Poesia>

*

Il bimbo le dona dei fiori, fiero.

Lei li guarda,

poco convinta,

un po’ indecisa,

poi dice: “portamene altri”

ed è così da tutta una vita.

<Amaro>

*

Il saggio e la vita.

.

La vita disse:

“vivo e mi piace”.

Il saggio ne venne colpito, rispose:

“tu vivi?, e come?

tu vivi?, e dove?

tu vivi?, perché?”.

.

Una pausa.

.

Un soffio e la vita riprese:

“vivo e mi piace

vivo e rido

vivo e corro

vivo e vivo

nel piacere di essere,

nel piacere di dire.”

.

Il saggio, stordito, scosso, quasi sorpreso,

distolse lo sguardo da un fiore, dal mare

e visse come mai aveva vissuto, immortale.

.

Il saggio, amareggiato, turbato nell’aspetto,

indispettito, levò ben lo sguardo e disse,

senza sorriso:

.

“pensare a che serve, pensare fa male, il respiro non regge

oltre questa fantasia, ipocrita, mortalmente reale”.

.

Il saggio, non più saggio, non più uomo,

da una vicina rupe spiccò il salto

per varcare il confine di là dall’orizzonte.

.

Solo, solo, solo, solo,

solo come in un sogno.

<Pazzia>

*

Mi piacerebbe averne

una critica spietata e feroce,

arguta e acuta,

in sostanza…

una critica panciuta.

*

Se per comunicare tra noi

una maschera, una qualsiasi,

sovrapponi al tuo pensiero

e mi dici:

“io son così,

tu sei altro: parliamo…”

non resterò – vedrai – ad ascoltarti

un istante neanche.

<Tra noi>

*

E a questo punto

egli rise:

d’un ghigno rauco, stridulo, garrulo.

Mi fermai,

mi voltai,

stetti a guardarlo,

intenso.

Dopo un po’ la smise

e mostrandomi le spalle

si avviò,

mani in tasca,

verso la città.

Io rimasi,

al solito,

a zappar le zolle:

a seminare il mio odio.

<Improprio>

*

Volava la farfalla,

leggiadra e bella,

ma stronza.

<Contrarietà>

*

*

Un verme color marrone

si aggirava sconsolato

nei pressi d’un burrone,

conscio del suo fato.

“Perch’io mi trovassi

in codesta sgradevole situazione,

senza speranza,

ai limiti di un burrone,

che feci, poi, di male?

A cosa venni meno?

Quando mai violai

legge alcuna di stato?”

Così disse e una farfalla

discesa dall’alto, dai cieli:

“O misero mortale,

che ti lamenti a fare?

Domanda come questa,

è ovvio,

non avrà risposta!

La tua fede,

come ne hai,

è certo mal riposta!

Cadi, dunque, è ben destino!”

E come ebbe parlato

ella si trasse a lato

e levò di tanto imperio il grido

che all’ape frattanto accorsa ingiunse:

“O ape, o guerriera,

ascolta la tua regina

e a questo verme,

che tanto ha osato,

fa’ fare una fine meschina!”

…l’ape,

irata,

scontrosa,

stranamente animosa,

punse il verme

che cadde giusto su una rosa

e poi di lì giù giù per il burrone.

Cadde il verme e spiaccicato e rappreso

si vide il suo corpo in fondo all’antro disteso.

“Superficiale!”

commentò la talpa,

intenta tutto il dì a scavare.

<Superficialità>

*

Finestre

aperte sul cortile

aspettano pazienti,

le persiane sporche,

sbatacchiate qua e là dal vento,

il proprio turno al sole.

Finestre

d’ampi vetri puliti

che danno l’impressione

– soltanto quella –

a noi reclusi in comoda prigione

d’essere a contatto stretto

con una vita che a tratti appare,

si muove,

sul ciglio della strada,

nel nostro cortile.

Illusione

in debito di troppa speranza.

<Finestre>

*

Oggi sedevi, altera ti ergevi

sopra la sedia, fuori.

Col fiato sospeso, ritratto,

guardavi d’intorno i compagni contenta d’esser desiderata.

Primaverile bellezza dei tuoi seni,

rigogliosi in novelle vesti.

E guardavi, compiaciuta e superba d’essi,

con gli occhi socchiusi.

I miseri!

Ma nella visione mi scosse il pensiero:

ti vedevo, io, nel sole, non come oggetto d’amore,

soltanto effimero argomento di sesso.

<Una ragazza>

*********

Banalità

Spero che tu non possa che rider di cuore

se non d’altro che del mio sincero amore.

<rima difficile>

*

Vorrei perpetrare un efferato scempio

d’ogni tuo concetto ed idea, sentimento

razzia a man bassa fare, possederti, averti

e d’ogni tuo lamento gioirne empio.

Perché tutto questo silenzio?

<Passione abrégée>

***

“Abbracciami (o dove si trova il non-sense?)”

E ritrosia mi parve la tua

ad ammettere un amore

senza colpe né dolore.

E insipienza fu forse la mia

a non cogliere i tuoi sospiri

a non credere ai tuoi sentimenti.

Vorrei carezzarti il seno,

abbracciarti con forti braccia,

saperti ancora vicina e sicura,

saperti amica e non solo sarta

intenta a ricucire i brandelli dei miei desiderî.

Vorrei molte cose dirti od insegnarti,

quasi che il tempo nostro proprio                              (???)

viaggiasse a velocità luminifera                                 (???)

tanto grande da dilatare una vita

in un eterno inseguirsi di momenti felici,

di gioia.

Abbracciami, abbracciami per una volta ancora.

***

You Mood?

I Mood.

Everybody bleeds

on the fallen to pieces glass of reminiscence

futuristic alley of our dictionary

of broken words (net yet swords, I hope)

what about a rope, instead,

where to stick our little frail desire messages

of renewed interests and welcome.

Who knows…

.

till now, just kisses of well sleep and a nice night!

.

23.07 GMT+1 2007.04.10 – bleethinking

*

Non aspettarti una telefonata domani,

anzi, non ti aspettare proprio nulla,

torna pure alla tua vita

senza rimorsi né pentimenti

non perdi nulla di interessante

non acquisteresti nulla di conveniente

resta pure con il tuo vuoto interiore

avvinto alla chimera dei tuoi bisogni materiali,

il resto non conta.

“Riflessione”