Prose brevi

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 1: Asino

fonte: nonpsrecare.it

Bestiario n. 1: Asino

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Mentre pigro osserva lo sciame di mosche attorno al capo, i moscerini anarchici nelle orecchie suonano una serenata antica; con la coda spazza la poetica polvere del cortile.

L’asino è un animale lavoratore, un operaio dalla schiena curva, i pesi e le battute sono le sue lacrime; si crocifigge da solo, novello figlio di dio nel regno animale.

Solo gli occhi, pozzi profondi di ricchezza genuina, sovvertono lo stato delle cose, umidi di sudore e dolore; qualche volta preferisce il bastone alla carota (se l’ortaggio proviene da mani traditrici), è umile e ha dignità da vendere.

Un asino conosce la strada accidentata della vita, è uomo e macchina, santo e anacoreta, le sue lacrime – ancora dico – sono fatte di pesi e battute. I suoi occhi… hanno la luce delle stelle.

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© Giuseppe Ceddia

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Giuseppe Ceddìa (Bari, 1977) è Dottore di Ricerca in Italianistica; si è occupato dell’influenza del gotico sulla letteratura dell’Ottocento italiano. Ha curato l’antologia L’epifania dell’orrore. Novelle gotiche italiane (Stilo editrice, 2015). Suoi contributi sono su Finzioni, Sul Romanzo, Poetarumsilva, incroci, L’Immaginazione.

Jacopo Ramonda: Emma, prose inedite

Parigi, foto gm

Parigi, foto gm

EMMA (#1)

Emma cammina nuda nel laboratorio ormai vuoto. Pochi istanti fa stava per chinarsi sulla borsa con il cambio di vestiti che si è portata da casa, ma ora si sta lentamente allontanando da essa. Guardandosi intorno ed esplorando quello spazio come se non lo conoscesse già nel dettaglio, indugia sull’effetto straniante della condizione in cui si trova, del tutto fuori contesto. Dai capelli bagnati, che ha pettinato all’indietro, le colano delle gocce d’acqua sul collo. Le sente scivolare lungo la schiena. Alcune le restano addosso, attaccate alla pelle come sanguisughe, senza che lei se ne possa accorgere; altre raggiungono il pavimento, lasciando una traccia del suo passaggio: orme trasparenti che evaporano in fretta, di cui resta soltanto un leggero alone sulle piastrelle. Nei servizi c’è una doccia a disposizione dei restauratori, ma viene utilizzata molto raramente. Lei non l’aveva mai usata prima. Di solito, dopo il lavoro, torna direttamente a casa, come i colleghi.

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EMMA (#2)

Ieri ha ricordato a D. che stasera tornerà tardi, dopo aver fatto cena con L., che è da poco rientrata in Italia approfittando della pausa estiva. L. vive negli Stati Uniti, è entusiasta dell’università e del corso di scrittura creativa che sta frequentando. Il prossimo anno porterà a termine il master, dopo la laurea specialistica a Genova e l’anno sabbatico in cui si è dedicata al suo primo romanzo, poi accantonato.

Se non avesse cambiato programma all’ultimo minuto, Emma potrebbe parlarle della crisi che sta attraversando. Aver raggiunto, con relativa facilità, gran parte degli obiettivi che lei e D. si erano prefissi le sta facendo sorgere il dubbio di aver sbagliato mira. Non saprebbe dire da quanto tempo ha iniziato a considerare quella possibilità – probabilmente non da molto – ma, a giudicare da quanto ne sente la mancanza, la sicurezza che l’ha sempre accompagnata nelle sue decisioni le sembra il reperto di un passato ormai remoto. Quando è nata V., le difficoltà sono aumentate; ma non più di quanto si aspettasse, e le inevitabili rinunce le sono risultate meno pesanti rispetto a quanto preventivato da alcuni suoi coetanei, i cui moniti si concludevano spesso con riferimenti alla differenza di età tra lei e D..

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Stefano Domenichini – Il mio amico Pericle

 

Il mio amico Pericle

 

 

Se ti trovi in pizzeria con un amico e l’amico – mentre bisturizza la sommità di un calzone farcito per far uscire il bollore – fa una domanda tipo: “Se Gesù nascesse oggi che di pastori non se ne trovano più, chi andrebbe a fargli visita per primo?”, vuol dire che c’è un pregresso.

Vuol dire anche che c’è un seguito, perché una domanda così non è che la lasci cadere nel nulla. Finisci di sganasciare un lembo di crosta e dici. “I precari? Gli immigrati?” . “Nooo” dice l’amico “Ma dove cazzo vivi. Ci sarebbe tutto un tema di diritti televisivi, può anche darsi che farebbero delle primarie”.

Il mio amico ha un nome: Pericle. Pericle si chiama così perché suo padre si chiamava Giovanni. Voglio dire, se suo padre si fosse chiamato Pericle, lui l’avrebbero chiamato in un altro modo, ma gli è andata male. Sfiga. Pericle è uno che va alle presentazioni dei libri solo se è previsto il rinfresco. Io gli dico che alla sua età dovrebbe vergognarsi, ma poi alla fine sono quello che mangia di più.

Il pregresso, quindi, è che io e Pericle ci siamo presentati  in una libreria multistore a tre piani con ristorante e negozio di alimentari perché veniva pubblicizzata la presentazione di un libro/evento con buffet. Pericle è voluto subito andare a visitare il reparto alimentari e lì abbiamo assistito a una scena bellissima.  Una tizia in atteggiamenti intellettualistici ma che si era dimenticata di togliersi il divano di dosso si è lanciata verso il banco della carne e ha chiesto se avevano il libro della moglie di Castellitto. Il ragazzotto in grembiule bianco e cappello HACCP, uno che probabile fosse laureato in filosofia e avesse sempre coltivato il sogno di lavorare in mezzo ai libri, l’ha guardata come una fionda e le ha detto: “Sì, ma lo stiamo ancora frollando”.

A quel punto si è sentito l’altoparlante della libreria multistore che annunciava l’inizio della presentazione alla Sala degli Eventi.  L’autore del libro che veniva presentato era un tedesco di cui ricordo solo lo pseudonimo con cui firmava le sue opere: Benedetto Sedicesimo. Persino Pericle ha avuto il coraggio di dire: “Che nome bizzarro!”. A presentare l’autore c’era un giornalista de L’Unità. Siccome il libro si intitolava “L’infanzia di Gesù” e completava una trilogia evangelica, io mi sono sentito improvvisamente vecchio. Perché non riuscivo più a ricordarmi il giorno in cui il Partito di Sinistra aveva deciso di aprirsi al mondo cattolico, il giorno in cui rosybindi, labinetti, mariotabacci erano diventati “di sinistra”. Riuscivo a ricordare che l’idea era venuto a uno che disse: “Così, tutti insieme, stravinciamo sempre le elezioni”. Non riuscivo a ricordarmi il nome dello stratega, né l’ultima volta che il Partito di Sinistra aveva stravinto le elezioni. Però il Partito di Sinistra e il mondo cattolico continuavano a limonare con ardore adolescenziale e siccome i preti hanno un movimento di lingua che incanta, il Partito di Sinistra si stava a poco a poco facendo mettere da parte.Il giornalista de L’Unità, ad esempio, non la finiva più di esaltare il libro del tedesco, mostrando orgogliosamente la sua apertura, la sua capacità di farsi gioiosamente penetrare da chi, un tempo, era stato il suo avversario.

Il libro di Benedetto Sedicesimo era tutto incentrato su uno scoop pazzesco: il bue e l’asinello non sono mai esistiti; ne parla solo Isaia, ma nel Vecchio Testamento e in un contesto profetico. Centosettantasei pagine, tiratura iniziale di un milione di copie (che per 17 euro a copia, fate voi), traduzione successiva in venti lingue e pubblicazione in settantadue paesi, ma perbacco: ne è valsa la pena, finalmente si fa chiarezza sul tema del bue e l’asinello. Il giornalista de L’Unità era entrato in fase apologica, parlava di “scardinamento della consolidata usanza natalizia”, quando dalla platea, oltre a un brusio da altissima tensione, si sono levate due mani.

La prima era della tizia che cercava il libro della moglie di Castellitto e che aveva ripiegato su Benedetto Sedicesimo. La seconda era di Pericle. Il giornalista de L’Unità, visibilmente eccitato, ma pur sempre educato, diede la parola alla signora che domandò: “Ma quindi, possiamo continuare a mettere il bue e l’asinello nella grotta del presepe?”. Benedetto Sedicesimo rispose con un sorriso benevolo, un leggero assenso del capo e le braccia aperte, come a portare pazienza. Fu il turno di Pericle che era da poco rientrato in sala dopo essere riuscito a farsi versare un paio di rossi in anticipo sul rinfresco. In attesa del suo turno borbottava cose tipo: il bue e l’asinello hanno una mera funzione termodinamica, è ovvio che gli evangelisti non ne parlano, gli storici che hanno raccontato il Congresso di Vienna o la Conferenza di Yalta mica si sono messi a contare i termosifoni. Quando il giornalista de L’Unità lo ha additato cedendogli la parola, Pericle ha smesso di borbottare, si è alzato in piedi e rivolto a Benedetto Sedicesimo ha detto: “Lei non ritiene che la sua teoria possa considerarsi superata dalla legge di riforma del condominio approvata in settimana che prevede la possibilità di staccarsi dal riscaldamento centralizzato e utilizzare fonti di calore alternative?”.

Va detto che il libro in quel momento in presentazione nella sala Eventi della libreria multistore veniva contemporaneamente pubblicato da due case editrici (una italiana e una della Città del Vaticano). In sala erano presenti i rispettivi editor, promoter, dealer, art director, ciascuno con i suoi collaboratori, tutta gente che con il libro del tedesco ci pagava il mutuo. Sono scattati tutti in piedi, hanno afferrato Pericle e l’hanno portato fuori, in strada. E’ così che è saltato il rinfresco. Ho raggiunto Pericle e l’ho portato in pizzeria.

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(c) Stefano Domenichini

Tre prose di Jacopo Ramonda

ACQUA (cut up n. 75)


Non sopporto le cornici dei quadri e gli arrangiamenti orchestrali. Odio recitare una parte per farli passare tutti dalla mia parte. Non sopporto i miei assolutismi, odio dimenticare che non siamo tutti uguali, che novembre è un mese primaverile nell’emisfero australe. Odio il fatto che non esistano antidoti per i denti avvelenati. Non sopporto quando l’angoscia mi schiaccia a terra, come un supplemento della forza di gravità.Non sopporto la strada semidisabitata in cui la casa dei miei è cresciuta rigogliosa, innaffiata dagli sputi di qualche dio minore. Il tipo di attenzione che hai raccolto con il tuo tentativo di suicidio è perfettamente sintetizzata in queste forbici con la punta arrotondata. Le tue camicie di marca, le mie camicie di forza; ci sentiamo tutti senza forze. Modalità predefinite sulle rotte autistiche della mia rabbia. Questa rabbia repressa che mi inquina il sangue, le mie aspre critiche. E ancora rancore. Ehi David, quando finirà la guerra? Questa è l’acqua. Sono stanco di bruciare bandiere bianche, balliamo un lento sulla sirena del coprifuoco. Voglio una corsia preferenziale per i taxi vuoti e per i ragionamenti che non mi portano da nessuna parte, una corsia preferenziale per andare a perdermi.



CUT UP N. 91


Quando mi hai invitato a passare da te per prendere un caffè e parlare di quello che è successo, ho tirato un sospiro di sollievo, ma ora che siamo seduti al tavolo non riesco a raggiungerti, a scavalcare la tua indifferenza. È una barriera trasparente, velata da un sottile strato di condensa e intuizioni a cui non ho accesso. C’è una calamita che attira la tua attenzione. Per tutta la sera i miei alibi rimbalzano su di te come se fossi fatta di gomma e cadono a terra, formando un mucchietto sul pavimento.
Mentre mi accompagni alla porta, alzo lo sguardo: il soffitto è una nuvola nera, carica di pioggia e presagi. Dopo averti salutata con un abbraccio, mi volto e scendo la prima rampa di scale lentamente, sentendo la porta che si richiude alle mie spalle; poi mi siedo su un gradino e ti spio dalla mia immaginazione. Sei tornata in cucina, hai aperto l’anta sotto il lavandino per prendere una paletta. Con la scopa raccogli il mucchietto che si è formato sulle piastrelle e lo versi nella stufa. Poi fai un passo indietro e ti appoggi al tavolo, soffermandoti con lo sguardo su un punto imprecisato davanti a te, prima di spegnere la luce uscendo dalla stanza.



IN CORO (cut up n. 66)


Metto la vita al guinzaglio per portarla fuori a pisciare ed esco di casa con una delle mie mattinate tutte uguali. Ogni giorno innaffio i miei fiori di plastica, mi godo i miei sogni a misura d’uomo, le mie battute scadenti con le risate di sottofondo pre-registrate, come nei telefilm degli anni ’80. Ho solo ventisette anni, ma mi sono già costruito un buon numero di gabbie: in fatto di gabbie sono un imprenditore edile di successo. In ufficio tutti si complimentano con me perché, ancora una volta, ho fatto quello che andava fatto senza fare domande, ho fatto quello che potrebbe fare chiunque, mostrandomi soddisfatto di me. Mi sento così vuoto che potrei essere spazzato via dal prossimo colpo di vento. Dovrei imparare a sfruttare le correnti d’aria per guidare la mia deriva, come fanno le mongolfiere. Quest’anno voglio andare in ferie in una fossa comune. Mentre torno a casa, ripenso alla tua collezione di farfalle rare e alla mia collezione di farfalle molto comuni. Per descrivere le mie giornate tutte uguali si potrebbero usare quelle immagini di repertorio con cui montano i servizi dei telegiornali a Natale e a Ferragosto, quando non c’è niente da dire. Mi guardo allo specchio mentre mi lavo i denti, la mia faccia è una di quelle immagini di repertorio che mi sembra di aver già visto, ma non ricordo dove.



*”Acqua (cut up n. 75) sarà inclusa, insieme ad altre prose brevi dello stesso autore, in un’antologia collettiva di poesia contemporanea, di prossima uscita per Bel-Ami Edizioni.