prosabato

proSabato: Andrés Neuman, Le cose che non facciamo

proSabato: Andrés Neuman, Le cose che non facciamo

LA MACCHINA PER TRADURRE POESIE

Un poeta dei cosiddetti maggiori riceve una lettera con una poesia. È un mattino un po’ ventoso e la poesia è sua: una rivista gliel’ha tradotta in una lingua vicina. Il suo intuito linguistico gli suggerisce che la traduzione è pessima. Per cui, con la sincera intenzione di capire se si sbaglia, decide di mandare la versione straniera a un amico, professore, traduttore, poeta, miope. L’accompagna con un biglietto gentile in cui lo prega di tradurre quel testo nella loro comune madrelingua. Il poeta sorride, si direbbe malizioso: naturalmente ha omesso di menzionare l’autore della poesia.

Poiché il suo amico appartiene alla vecchia scuola delle poste, dopo neanche una settimana il poeta trova nella cassetta delle lettere una busta vergata con cura, contenente la risposta sollecitata. Dentro, il mittente non può fare a meno di notare con un certo stupore che si tratta di un testo relativamente semplice da capire per una persona sagace come il suo amato poeta, che oltretutto è un profondo conoscitore delle lingue, e tuttavia è molto felice di proporgli, sperando che sia di suo gradimento, una versione autoctona insieme ai sensi del suo più grande affetto. Senza perdere un secondo, il poeta comincia a leggere la traduzione. Il risultato è disastroso: analizzata con attenzione, questa terza poesia non ha più nessuna attinenza né con il ritmo né con il tono né con le immagini evocative dell’originale. Generalmente, lui si considera un lettore comprensivo verso le licenze poetiche altrui. Ma, in questo caso, non è che il suo amico si sia permesso qualche libertà, piuttosto sembra essersele prese tutte insieme. Le sottigliezze sono andate perdute. La dizione sembra poco chiara. Della sonorità, non è rimasta traccia. (altro…)

proSabato: Reiner Kunze, Clown, muratore o poeta

Clown, muratore o poeta

Ammetto di aver detto: piatto da dolce. E, quando mio figlio mi ha chiesto se doveva mettere tutta la torta nel piatto, ammetto anche di aver risposto: tutta. E non contesto che la torta prendeva tre quarti del piano del tavolo da cucina. Ma non è logico aspettarsi da un ragazzo di dieci anni che sappia cosa s’intende, quando si dice piatto da dolce? Avevo badato che si lavasse le mani, poi ero uscito per accogliere gli amici che avevo invitato a mangiare la torta di patate. Una torta di patate del nostro panettiere,  appena sfornata,  è una squisitezza.
Quando tornai in cucina, mio figlio era inginocchiato sul tavolo. Su uno dei piatti da dolce, che sono appena più grandi di un piattino da caffè, aveva innalzato una torre di torta di patate, vicino alla quale la torre pendente di Pisa sarebbe sembrata verticale. Mi feci sentire.
Non vedeva che il piatto era troppo piccolo?
Appoggiò la guancia sul tavolo, per considerare il piatto da questo punto di vista completamente nuovo.
Doveva pur vedere che la torta non c’entrava su quel piatto.
Ma la torta c’entrava, replicò. Una delle forme era appoggiata alla gamba del tavolo, e anche l’altra era vuota.
Cominciai a chiedermi ad alta voce che ne sarebbe stato di un essere che ammucchia un metro quadrato di torta su un piattino, senza dubitare neppure un istante se esso poteva essere grande abbastanza.
Gli amici erano già sulla porta.
«Che ne sarà del ragazzo?» chiese il primo, riprendendo le mie parole. Osservò la disposizione della torre. «Questo ragazzo manifesta un senso sorprendente per l’equilibrio. Finirà in un circo, o diventerà muratore». (altro…)

proSabato: Anna Seghers, La gita delle ragazze morte

«No, da molto più lontano. Dall’Europa». L’uomo mi guardò sorridendo, come se gli avessi risposto: «Dalla luna». Era il padrone della pulqueria all’uscita del villaggio. Si allontanò dal tavolo e, poggiato immobile alla parete, cominciò a studiarmi con lo sguardo come se cercasse tracce della mia fantastica provenienza. Di colpo anche a me parve una cosa fantastica che dall’Europa fossi andata a finire in Messico. Il villaggio, cinto come da palizzate di cactus a canne d’organo, sembrava una fortezza. Attraverso una breccia potevo spingere lo sguardo sui pendii bruno-grigiastri dei monti che, brulli e selvaggi come una montagna lunare, alla sola vista allontanavano qualunque sospetto di aver avuto mai a che fare con la vita. Due alberi del pepe ardevano sull’orlo di una forra completamente deserta. Anche questi alberi sembravano più in fiamme che in fiore. L’oste si era rannicchiato per terra sotto l’ombra enorme del suo cappello. Aveva smesso di osservarmi, non lo attiravano né il villaggio, né le montagne, fissava immoto l’unica cosa che gli presentava enigmi immensi e insolubili: il nulla assoluto.
Mi appoggiai alla parete nella sottile linea d’ombra. Era troppo precario e incerto il rifugio che avevo trovato in questo paese per essere chiamato salvezza. Avevo alle spalle mesi di malattia che mi aveva raggiunto qui, anche se i diversi pericoli della guerra non avevano potuto niente contro di me. Come succede talvolta, i tentativi di salvataggio degli amici avevano scongiurato i pericoli evidenti e provocato quelli nascosti. Anche se gli occhi mi bruciavano per il caldo e la stanchezza riuscivo a seguire il tratto della strada che dal villaggio portava nella natura selvaggia. La strada era così bianca che non appena chiudevo gli occhi sembrava incisa all’interno delle palpebre. Vedevo anche sull’orlo del precipizio l’angolo del muro bianco, che già mi si era impresso negli occhi dal tetto del mio alloggio nel grande villaggio situato più in alto, da cui ero discesa. Avevo chiesto subito del muro e del rancho o cos’altro mai fosse, con la sua unica luce calata giù dal cielo notturno, ma nessuno aveva saputo darmi ragguagli. Mi ero messa in cammino. Nonostante la debolezza e la stanchezza che mi costrinsero a prendere fiato già qui, dovevo scoprire da me cos’era quella casa. La curiosità oziosa era l’ultimo residuo rimasto della mia antica voglia di viaggiare, la spinta di una smania incessante. Non appena soddisfatta, sarei risalita subito al ricovero che mi era stato assegnato. La panca su cui mi riposavo era finora l’ultimo punto del mio viaggio, addirittura l’estremo punto occidentale in cui fossi mai giunta in terra. La voglia di imprese avventurose e fuori dal comune che una volta mi rendeva inquieta si era da tempo placata fino alla nausea. C’era solo un’unica impresa che ancora potesse spronarmi: tornare a casa.
Il rancho, come pure le montagne, era avvolto da una foschia luccicante, che non sapevo se fosse dovuta a pulviscolo di sole o alla mia stanchezza che annebbiava tutto, cosicché le cose vicine sembravano svanire e quelle lontane si facevano nitide come una fatamorgana. Mi alzai in piedi poiché la stanchezza mi era già diventata insopportabile e allora la caligine si diradò leggermente dinanzi ai miei occhi.
Attraversai il varco della palizzata di canne e poi girai intorno al cane che dormiva sulla strada, completamente immobile come un cadavere, le zampe distese, coperto di polvere. Si avvicinava la stagione delle piogge. Le radici scoperte di alberi brulli e contorti si abbarbicavano al pendio, sul punto di pietrificarsi. Il muro bianco si avvicinava sempre più. […]
Dietro il lungo muro bianco si coglieva un riflesso verde. Forse c’era una fontana o un ruscello che era stato deviato e irrigava più il rancho che non il villaggio. Eppure sembrava disabitato, con la casa bassa, priva di finestre dal lato della strada. Se non si trattava di un abbaglio, l’unica luce di ieri sera era stata probabilmente quella del custode. Il cancello, da tempo inutile e fradicio, era divelto dal portale d’ingresso. Eppure, nell’arco della porta rimanevano ancora visibile i resti di uno stemma dilavato da innumerevoli stagioni della pioggia. Mi sembrò di riconoscere i resti del blasone, così come le due conchiglie in pietra che lo racchiudevano. Varcai il portale vuoto. Con mio stupore adesso avvertivo dall’interno un cigolio leggero e regolare. Avanzai ancora di un passo. Ora potevo sentire l’odore della vegetazione nel giardino che si faceva sempre più fresca e viva man mano che posavo lo sguardo. Il cigolio divenne presto più netto e vidi tra i cespugli diventavano sempre più folti e rigogliosi il regolare andar su e giù di un dondolo o di un’altalena. A questo punto la mia curiosità si era destata e così attraversai di corsa la porta e mi diressi verso l’altalena. Nello stesso momento qualcuno chiamò: «Netty!»
Nessuno mi aveva più chiamato così dal tempo della scuola. Avevo imparato a rispondere a tutti i nomi buoni e cattivi con cui mi chiamavano amici e nemici, i nomi che in molti anni mi erano stati attribuiti per strada, in riunioni, feste, sistemazioni notturne, interrogatori di polizia, titoli di libri, articoli di giornali, verbali e passaporti. Mentre ero malata e priva di coscienza talvolta avevo sperato di sentire l’antico nome dei miei primi anni, ma era perduto il nome che mi ero illusa potesse rendermi di nuovo sana, giovane, felice, pronta a riprendere la vecchia vita, ormai irrimediabilmente svanita, con gli antichi compagni. A sentire il mio nome di allora afferrai sbigottita le trecce con tutte e due le mani, anche se in classe mi avevano sempre preso in giro per questo gesto. Mi meravigliai di potere afferrare le mie due grosse trecce: allora non me le avevano tagliate in ospedale!

(altro…)

proSabato: Massimo Zamboni, Andata

Andata

Massimo Zamboni

A coloro che trovano, senza cercare

 

Prima di compiersi, una storia galleggia in un’atmosfera vaporosa che la precede e ne sagoma la potenzialità. A volte – non sempre – incrocia un lampo. Quello è il momento in cui si avvia il racconto. Questa storia galleggia in un tema incantato, il viaggio sulla zattera, traducendolo nella discesa di un canale. Infantile sogno da ragazzini che tutti hanno fantasticato e poi abbandonato. Assieme al costruirsi una casa di legno sull’albero, un nido di assi, corde e chiodi senza regole e convenzioni dove dare respiro alle proprie solitudini. Oppure il giardino segreto, dove solo una porticina nascosta alla vista, nell’intrico di siepi e di rovi, consente l’entrata in un’esplosione di fiori e giacigli. O la residenza in un camper, morbida dimora musicale, con quelle ruote che non raccolgono muschio. Luoghi di fantasia, in letteratura classicamente sempre minacciati dall’ingresso di entità civilizzatrici, femminili in prevalenza.
E si sagoma, questa storia, in un solido mito degli emiliani, gente terrigna che da sempre vede l’est – il mare! – come approdo finale. Resteranno infine a casa loro, quegli emiliani, si guarderanno bene dal trasferirsi – troppo tepore, troppo poco da fare, da toccare con mani operose, in tutta quell’acqua – ma non rinunciano ad accarezzarne l’idea, e ogni tanto si ripetono: perché no? Quelle colline dolci che digradano all’Adriatico, quei frutteti, quella sabbia, quell’odore entrato in loro da quando erano bambini. Inguantati in quel loro sogno, neanche la vedono la mattana progressista che ha preso i romagnoli – come ha preso tutti, ma i romagnoli molto meno, in fondo.
La deriva, l’approdo. E quella pianura tutta attorno.
Il lampo che avvia il racconto arriva quando tra i caselli di Mantova Nord e Mantova Sud sull’autostrada Modena-Brennero scavalco un canale di bonifica, uno come ce ne sono tanti diretti a irrigare la pianura. Passa generalmente inosservato, questo canale, a una media oraria di centoventi chilometri orari occorre un terzo di secondo per superarlo e dimenticarsi di lui. Ma se in quel terzo di secondo l’occhio cade sul cartello indicatore, CANALE TARTARO, impadronendosi del nome e facendo anche appena in tempo a vederlo, il canale – così largo e lungo, lungo e largo –, ecco che nel silenzio si mettono in moto meccanismi assopiti che mescolano quell’antico mito emiliano al sogno di ragazzino, alle evocazioni di una cultura depositata per la quale Tartaro è un nome fortemente risonante. Rincaso con un’agitazione che si espande sottopelle come una pellicola sintetica. Potrei anche zittirla; ma dopo una facile ricerca arrivo a scoprirlo lungo circa centotrenta chilometri, questo Tartaro, e a leggerlo navigabile da Mantova al mare: questo spalanca un’irrequietezza che conosco bene e che scatta ogniqualvolta mi appare un incontro di cui non mi potrò liberare se non quando gli avrò dato una qualche forma. (altro…)

proSabato: Luigi Malerba, La scoperta dell’alfabeto

Luigi Malerba, La scoperta dell’alfabeto

Al tramonto Ambanelli smetteva di lavorare e andava a sedersi davanti a casa con il figlio del padrone perché voleva imparare a leggere e scrivere.
“Cominciamo dall’alfabeto”, disse il ragazzo che aveva undici anni.
“Cominciamo dall’alfabeto”.
“Prima di tutto c’è A”.
“A”, disse paziente Ambanelli.
“Poi c’è B”.
“Perché prima e dopo?” domandò Ambanelli.
Questo il figlio del padrone non lo sapeva.
“Le hanno messe in ordine così, ma voi le potete adoperare come volete”.
“Non capisco perché le hanno messe in ordine così”, disse Ambanelli.
“Per comodità”, rispose il ragazzo.
“Mi piacerebbe sapere chi è stato a fare questo lavoro”.
“Sono così nell’alfabeto”.
“Questo non vuol dire”, disse Ambanelli, “se io dico che c’è prima B e poi c’è A forse che cambia qualcosa?”
“No”, disse il ragazzino.
“Allora andiamo avanti”.
“Poi viene C che si può pronunciare in due modi”.
“Queste cose le ha inventate della gente che aveva tempo da perdere”.
Il ragazzo non sapeva più che cosa dire.
“Voglio imparare a mettere la firma”, disse Ambanelli, “quando devo firmare una carta non mi va di mettere una croce”.
Il ragazzino prese la matita e un pezzo di carta e scrisse “Ambanelli Federico”, poi fece vedere il foglio al contadino.
“Questa è la vostra firma”.
“Allora ricominciamo da capo con la mia firma”.
“Prima c’è A”, disse il figlio del padrone, “poi c’è M”.
“Hai visto?” disse Ambanelli, “adesso cominciamo a ragionare”.
“Poi c’è B e poi A un’altra volta”.
“Uguale alla prima?” domandò il contadino.
“Identica”.
Il ragazzo scriveva una lettera alla volta e poi la ricalcava a matita tenendo con la sua mano quella del contadino.
Ambanelli voleva sempre saltare la seconda A che a suo parere non serviva a niente, ma dopo un mese aveva imparato a fare la sua firma e la sera la scriveva sulla cenere del focolare per non dimenticarla.
Quando vennero quelli dell’ammasso del grano e gli diedero da firmare la bolletta, Ambanelli si passò sulla lingua la punta della matita copiativa e scrisse il suo nome. Il foglio era troppo stretto e la firma troppo lunga, ma a quelli del camion bastò “Amban” e forse è per questo che in seguito molti lo chiamarono Amban, anche se poco alla volta imparò a scrivere la sua firma più piccola e a farla stare per intero sulle bollette dell’ammasso.
Il figlio dei padroni diventò amico del vecchio e dopo l’alfabeto scrissero insieme tante parole, corte e lunghe, basse e alte, magre e grasse come se le figurava Ambanelli.
Il vecchio ci mise tanto entusiasmo che se le sognava la notte, parole scritte sui libri, sui muri, sul cielo, grandi e fiammeggianti come l’universo stellato. Certe parole gli piacevano più di altre e cercò di insegnarle anche alla moglie. Poi imparò a legarle insieme e un giorno scrisse “Consorzio Agrario Provinciale di Parma”.
Ambanelli contava le parole che aveva imparato come si contano i sacchi di grano che escono dalla trebbiatrice e quando ne ebbe imparate cento gli sembrò di aver fatto un bel lavoro.
“Adesso mi sembra che basta, per la mia età”.
Su vecchi pezzi di giornale Ambanelli andò a cercare le parole che conosceva e quando ne trovava una era contento come se avesse incontrato un amico.

(1963)

 

proSabato: Gian Ruggero Manzoni, La voce #1

2017 11 11 Gian Ruggero Manzoni, La voce

1

La voce, dal profondo, sussurrò: “Lo sai chi sono?”
L’ufficiale si guardò attorno. Nella trincea era solo. La neve, caduta durante la notte, aveva riempito quasi tutto lo scavo e, dietro e avanti, ogni affronto del terreno, le asperità, le costruzioni degli uomini, i sacchi pieni di terra nera, gli insulti creati per difendersi o per infierire erano cancellati, donando a quella ferita, che correva lungo tutta la vallata, di nuovo quiete, di nuovo pace.
Anche i reticolati in parte erano stati coperti dal manto bianco. La neve aveva ridato natura alla natura, morbidezza alla morbidezza.
Il militare si guardò ancora attorno. Nessuno.
Sfilatosi il tascapane e appoggiatolo sul bordo della trincea, tolti i guanti di lana, portò le mani alla bocca e alitò caldo, quindi, senza curarsi dei cecchini nemici, finalmente alzò per intero la figura, cavò l’elmetto e si aggiustò il passamontagna. Le sue spalle e la testa svettavano al di sopra dello scavo. Era un bersaglio facile.
“Lo sai chi sono?”, ripeté la voce.
“Penso di aver capito”, sussurrò appena l’ufficiale, “… penso di aver capito.”
“Sei spaventato?”
“Non più di tanto. Ti stavo aspettando. Se così deve esser … così sia.”
Non ti sapevo fatalista.
“È solo stanchezza. Sì, sono stanco di dover stare sempre chinato.”
“Lo sai che quando deciderò dovrai seguirmi?”
“Lo so.”
“Hai rimpianti?”
“Non c’è uomo che non ne abbia.”
“Allora a presto.”
“A presto”, mormorò Riccardo Aldobrandini.
Rimessi i guanti, rimesso a tracolla il tascapane, sollevato il bavero del cappotto, l’ufficiale, senza chinarsi, sempre a figura alta, osservando con infantile meraviglia i ghiaccioli pendere dai rami spogli degli alberi, a passi lenti percorse un lungo tratto della trincea fino al rifugio, all’interno del qual scomparve, come divorato dal suolo.

© Gian Ruggero Manzoni, La voce, Carteggi Letterari, 2016

proSabato: Stefano Benni, Priscilla Mapple e il delitto della II C

IL RACCONTO DELLA VECCHIETTA

PRISCILLA MAPPLE E IL DELITTO DELLA II C

― Intendo dire ― disse Alice ― che uno non
può fare a meno di crescere.
Uno forse non può ― disse Humpty
Dumpty ― ma due possono. Con un aiuto
adeguato, tu avresti potuto fermarti a sette anni.
(LEWIS CARROLL)

Vi è mai capitato di sentirvi vecchi mille anni, avendo già visto e vissuto tutto ciò che è possibile su questa terra, e immaginare tutti uguali in fila i giorni che verranno, copie sbiadite di un unico giorno consumato e logoro?
Vi è capitato? Beh, certo non pretendo di essere la sola. Ma io ho dodici anni. Non è un po’ presto?
Così pensava Priscilla Mapple all’ultima ora nel banco penultimo della classe seconda C, mentre il professore cercava invano di riscaldare l’uditorio con il racconto della costruzione delle piramidi egizie.
Tanta fatica, pensò Priscilla, per lasciare un segno. Bastava che mettessero delle grandi pietre alla rinfusa e ci avremmo pensato noi posteri a sostenere che erano le rovine di un tempio colossale, mirabile prodigio di architettura ahimè perduto.
Noi posteri! Priscilla guardò la sua classe sconsolata. Nessuno lì dentro avrebbe sfidato i secoli, a malapena qualcuno avrebbe lasciato traccia di sé in un Rotary.
Era una classe della scuola più esclusiva della città. Sangue nobile e ricchi plebei, aristocratici e solvibili avevano là convogliato la miglior prole. Eppure non aveva visto la luce nessun Blaue Reiter o via Panisperna o Parnasse, nessun movimento era nato se non quello eterno della testa delle gemelle Secchia che annuivano in sincronia dal primo banco. Annuivano sempre: qualsiasi cosa l’insegnante dicesse, anche “che caldo oggi”, “che stronze che siete”, loro erano d’accordo.
Nel banco dietro alle gemelle, stremate da due ore di pettegolezzi e due di tema, si poteva ammirare un’altra coppia di fanciulle, occasionalmente silenziose. A sinistra Lavinia, detta tacchinella per la gradevolezza della sua voce, non geniale in materie umanistiche, ma grande intenditrice di jeans e scarpe. A destra Boba, biondastra e abbronzata, campionessa di tennis, di nome intero Roberta Torroni del Malcello, la quale a dodici anni aveva già al suo attivo diverse plastiche al naso.
Nel banco dietro, florida e solitaria Priscilla Mapple, genio perverso, temutissima dagli insegnanti, otto in tutte le materie ma purtroppo senza fatica alcuna, grande lettrice di gialli e dotata di quell’intelligenza naturale e ironica che fa incazzare i professori specie se uomini.
Dietro di lei Maria Cristina, detta impietosamente Crostina per i brufoli, alta e seria, destinata a un futuro di magistrata. Al suo fianco Rosabella, tredici anni di sex-appeal, minigonne di cuoio e calzine fumé, uno stuolo di pretendenti dai dodici ai venti anni, più due bruti fuori quota.
Nella fila destra, l’onor virile. In prima fila Saverio detto Ciccio, detto Ridimmelo, perché non capiva mai la prima volta, innamorato delle belle forme di Priscilla.
Nel secondo banco Giorgino figarino, elegante in completo di camoscetto, fidanzato di Lavinia, ma si dice la tradisca con una quattordicenne di Firenze ramo boutiques. Al suo fianco Ettorino Assianatis, assai biondo e ricco e cattolico, famoso per le sue cartelle di cuoio da mezzo milione.
Nel banco dietro Leopoldo Lollis, primo della classe, esperto del ramo computer e nemico giurato di Priscilla. Al suo fianco René la Ranocchia, lo scolaro più raccomandato d’Europa, occhialuto e triripetente, figlio di industria conserviera, grande masturbatore anche in ore di lezione.
Dietro a tutti Carletto, detto il Kid. Capitato lì a metà trimestre per chissà quale disguido. Teppista e autostoppista, senza alcuna tradizione né intenzione di studio, bruno col ciuffo, l’unico che a Priscilla piaceva, anche se non tanto da essere un vero rivale delle meringhe.
Tutta qui la seconda C. Assenti e non rimpianti una malata e un vacanziere. Classe noiosa, conformista e consona ai tempi, pensò Priscilla. Tirò fuori da sotto il banco il suo album e si mise a disegnare.
― Cosa fa la signorina? ― disse subito il prof ― non si degna di seguire?
― Disegnavo ― disse Priscilla.
― Ah sì? E cosa?
― Dinosauri.
― Dinosauri?
― Per la precisione uno stegosauro.
― E posso chiederle perché?
― Lei sta parlando di antichità e mi sono venuti in mente loro.
― Tu sai Priscilla ― intonò il prof ― che quando c’erano i dinosauri l’uomo non c’era?
Ecco che comincia. E allora? Vivevano benissimo lo stesso, i dinosauri. Mangiavano spinaci, erbette o quello che c’era e non dovevano alzarsi alle sette la mattina per sentirsi spiegare la preistoria.
La imparavano da soli.
― E chi di voi sa perché si estinsero i dinosauri? ― chiese il prof con sguardo panoramico.
― Erano troppo grossi? ― disse il Ciccio temendo per la sua sorte.
― Anche. Ma non solo. Priscilla, lo sai perché?
― Perché non c’era il WWF?
― Sempre spiritosa… Dimmelo tu Lollis.
Figuriamoci. Si è acceso il juke-box. Dunque professore come lei saprà ci sono diverse teorie, la più recente sostiene che un grosso corpo celeste, entrando in contatto con la nostra atmosfera…
Priscilla lasciò andare il capino sul banco. All’ultima ora i minuti sembrano ere geologiche. Mancano quattro giurassici e un cretaceo alla fine. Dio, manda un corpo celeste ed estingui i profosauri. Due ore di matematica due ore di tema e adesso Lollis che ci riassume la Creazione. Nessuno uscirà vivo da qui.
Campanella!
O suono stupendo! Gargarismo d’angelo! O corpo celeste! O vaffanculo tutti. Liberi!
La mandria premeva già verso la porta.
― Oggi queste cinque ore loffie proprio non passavano mai ― disse Lavinia.
― Proprio da sclero ― trillò Rosabella ― ancora un po’ morivo dalla noia, vero Priscillona?
― Non più noioso di ieri ― sospirò Priscilla con sguardo sconsolato all’aula. Così vide il Kid che non si era ancora alzato dal banco. Teneva la testa appoggiata al muro, coi soliti occhiali neri.
Come sempre addormentato. Priscilla lo scrollò per un braccio.
― Ehi Kid ― disse Priscilla ― scampato pericolo, è finita. Puoi svegliarti ora… Kid.
La testa del Kid precipitò sul banco con un rumore sordo. All’angolo della bocca colava un filo di saliva nera. Il Kid era morto.
(altro…)

proSabato: Aldo Buzzi, Spaghetti stracotti al ragù

aldo buzzi kok

Spaghetti stracotti al ragù

 

Quando ero piccolo, i denti d’oro, gli occhiali, la pancia mi sembravano segni di importanza, di bellezza. Al posto della pancia degli adulti avevo un buco, simbolo del fatto che non contavo niente, non avevo peso, autorità.
Alla una i primi bagnanti cominciavano a avviarsi verso la pensione. L’uomo con la pancia, denti d’oro e occhiali chiamò con un cenno il bagnino e si fece portare, lì in poltrona, sulla riva del mare, un piatto di pastasciutta. Abbondante. Al pomodoro. Con molto formaggio.
Forse gli spaghetti che il bagnino serviva sulla spiaggia non erano al dente. Ma che importava, con la fame che veniva dopo il bagno? Seguivo con gli occhi sbarrati ogni forchettata che, arrotolata a perfezione, passava dalla fondina ai denti d’oro; sentivo il sapore del pomodoro come se lo avessi avuto in bocca…
Poi è venuta l’età della conoscenza (degli spaghetti al dente) e infine quella delle crisi.
Ogni tanto sono preso da una violenta nostalgia della cucina delle mense (collegio, caserma, ufficio, ospedale), di un piatto di pasta «alla rovescia».
Corro in una trattoria qualunque, mi siedo, e senza nemmeno leggere la carta ordino uno spaghetto al ragù. Non lo chiedo espresso, e questo significa che sarà stracotto; e lo chiedo al ragù, che di solito considero un sugo da evitare, perché in quel momento è il sugo che desidero. Vorrei perfino gridare al cameriere «Mi raccomando, nel piatto freddo!» ma non ce n’è bisogno, il piatto arriverà gelato.
Divorati gli spaghetti stracotti al ragù − con piacere, devo dire − la crisi è passata. Per un bel pezzo tornerò a chieder gli spaghetti espressi, al dente, e a protestare se non lo saranno.
Qualcosa, in questa storia, ricorda lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde. Se un amico (il dottor Lanyon) entrasse nella trattoria sorprendendomi a mangiare avidamente gli spaghetti stracotti al ragù, l’analogia sarebbe ancora più forte.

 

da L’uovo alla kok, Milano, Adelphi, 1979 (2010 edizione di riferimento)

proSabato: Stefano Benni, La storia di Pronto Soccorso e Beauty Case

 

Il racconto dell’uomo con gli occhiali neri

La storia di Pronto Soccorso e Beauty Case

 Quando il gioco diventa duro
i duri incominciano a giocare.
(JOHN BELUSHI)

Il 
nostro
 quartiere
 sta
 proprio
 dietro 
la
 stazione. Un 
giorno
 un
 treno
 ci
 porterà
 via, oppure
 saremo
 noi
 a 
portar
 via
 un 
treno.
 Perché il 
nostro 
quartiere 
si
 chiama
 Manolenza, entri che
 ce l’hai
 ed
 esci
 senza.
 Senza
 cosa?
 Senza
 autoradio,
 senza
 portafogli,
 senza
 dentiera,
 senza
 orecchini,
 senza
 gomme
 dell’auto.
 Anche
 le
 gomme
 da
 masticare
 ti
 portano
 via
 se
 non
 stai
 attento: ci
 sono
 dei 
bambini
 che
 lavorano
 in 
coppia,
 uno 
ti
 dà
 un
 calcio
 nelle
 palle, 
tu
 sputi 
la
 gomma
 e 
l’altro 
la 
prende 
al 
volo. Questo per
 dare 
un’idea.
In
 questo
 quartiere
 sono
 nati
 Pronto
 Soccorso
 e
 Beauty
 Case.
 Pronto
 Soccorso
 è
 un
 bel
 tipetto 
di
 sedici 
anni. 
Il
 babbo 
fa 
l’estetista 
di 
pneumatici,
 cioè 
ruba
 gomme 
nuove 
e
 le
 vende
 al
 posto
 delle
 vecchie.
 La
 mamma
 ha
 una
 latteria,
 la
 latteria
 più
 piccola
 del
 mondo.
 Praticamente 
un
 frigo. 
Pronto 
è
 stato
 concepito 
lì 
dentro, 
a
 dieci 
gradi 
sotto 
zero.
 Quando 
è nato 
invece
 che 
nella 
culla 
l’hanno 
messo
 in 
forno 
a
 sgelare.
Fin 
da
 piccolo 
Pronto 
Soccorso 
aveva 
la
 passione
 dei
 motori.
 Quando 
il 
padre
 lo
 portava 
con sé
 al
 lavoro,
 cioè
 a
 rubare
 le
 gomme,
 lo
 posteggiava
 dentro
 il
 cofano
 della
 macchina.
 Così Pronto
 passò 
gran 
parte
 della 
giovinezza
 sdraiato 
in
 mezzo 
ai
 pistoni,
 e 
la meccanica
 non
 ebbe più 
misteri
 per
 lui. A
 sei
 anni
 si
 costruì
 da
 solo 
un
 triciclo 
azionato 
da 
un
 frullatore.
 Faceva venti 
chilometri
 con 
un
 litro
 di
 frappè:
 dovette
 smontarlo
 quando 
la 
mamma 
si
 accorse
 che
le fregava
 il
 latte.
Allora 
rubò 
la 
prima 
moto,
 una
 Guzzi
 Imperial
 Black
 Mammuth
6700. 
Per
 arrivare 
ai
 pedali guidava
 aggrappato
 sotto
 al
 serbatoio,
 come
 un
 koala
 alla
 madre:
 e
 la
 Guzzi
 sembrava
 il vascello 
fantasma,
 perché 
non 
si 
vedeva
 chi
 era 
alla
 guida.
Subito
 dopo
 Pronto
 costruì
 la
 prima
 moto
 truccata,
 la
 Lambroturbo.
 Era
 una
 comune lambretta 
ma
 con
 alcune 
modifiche
 faceva 
i
 duecentosessanta.
 Fu
 allora
 che
 lo
 chiamammo Pronto
 Soccorso.
 In 
un
 anno
 si 
imbustò
 col
 motorino 
duecentoquindici
 volte,
 sempre 
in
modi diversi.
 Andava 
su 
una 
ruota
 sola 
e
 la 
forava,
 sbandava 
in
curva, 
in 
rettilineo,
 sulla 
ghiaia
 e
 sul bagnato, 
cadeva
 da 
fermo, perforava
 i
 funerali,
 volava 
giù 
dai 
ponti, 
segava 
gli 
alberi.
 Ormai
 in ospedale 
i 
medici erano 
così 
abituati
 a 
vederlo 
che 
se 
mancava 
di
presentarsi 
una 
settimana telefonavano 
a 
casa 
per 
avere
 notizie.
Ma
 Pronto 
era
 come
 un
 gatto: 
cadeva, 
rimbalzava 
e 
proseguiva.
 A
volte
 dopo 
esser
 caduto continuava
 a
 strisciare
 per
 chilometri:
 era
 una
 sua
 particolarità.
 Lo
 vedevamo
 arrivare rotolando
 dal 
fondo 
della 
strada 
fino 
ai
 tavolini
 del
 bar.
‐ Sono 
caduto 
a 
Forlì ‐
 spiegava
‐ Beh,
 l’importante 
è
 arrivare ‐
 dicevo 
io.
Beauty 
Case 
aveva 
quindici 
anni 
ed 
era 
figlia 
di
 una 
sarta 
e
 di 
un
ladro 
di
 Tir.
 Il 
babbo 
era 
in galera 
perché
 aveva 
rubato 
un
 camion 
di
 maiali 
e 
lo 
avevano 
preso 
mentre
 cercava
 di
 venderli casa
 per
 casa.
 Beauty
 Case 
lavorava 
da 
aspirante
 parrucchiera 
ed 
era
 un 
tesoro di
ragazza.
 Si chiamava
 così
 perché
 era
 piccola 
piccola
,
 ma
 non
 le
 mancava
 niente.
 Era
 tutta
 curvettine deliziose 
e
 non
 c’era 
uno
 nel
 quartiere 
che 
non 
avesse
 provato 
a
 tampinarla,
 ma 
lei 
era 
così piccola 
che
 riusciva
 sempre 
a
 sgusciar
 via.
Era 
una
 sera 
di 
prima 
estate,
 quando 
dopo 
un
 lungo 
letargo
 gli 
alluci
vedono
 finalmente 
la luce
 fuori
 dai
 sandali.
 Pronto
 Soccorso
 gironzolava
 tutto
 pieno
 di
 cerotti
 e
 croste
 sulla Lambroturbo
 e
 un
chilometro 
più
 in
 là
 Beauty 
mangiava 
un 
gelato 
su 
una
 panchina. (altro…)

proSabato: Maurice Maeterlinck, La Vita delle api

proSabato: Maurice Maeterlinck, La Vita delle api

Libro Primo – Sulla soglia dell’alveare

Non intendo scrivere un trattato di apicoltura o allevamento delle api. Tutti i paesi civili ne hanno di eccellenti che è inutile rifare: la Francia ha quelli Dadant, di Giorgio de Layens e Bonnier, di Bertrand, di Hamet, di Weber, di Clément, dell’abate Collin, eccetera; i paesi di lingua inglese hanno Langstroth, Bevan, Cook, Cheshire, Cowan, Root e i loro discepoli; la Germania ha Dzierzon, Van Berlepsch, Pollmann, Vogel e molti altri.
Non si tratta neppure di una monografia scientifica dell’apis mellifica, ligustica, fasciata, eccetera, né d’una raccolta di nuove osservazioni o nuovi studi: non dirò quasi nulla che non sia noto a quanti hanno avuto un po’ di pratica con le api. Per non rendere pesante questo libro, ho riservato a una opera più tecnica un certo numero di esperimenti e di osservazioni che ho fatto durante i miei venti anni di apicoltura, e che sono d’un interesse troppo limitato e troppo speciale. Voglio solo parlare delle “bionde api” di Ronsard, come si parla, di una cosa che si conosce e si ama, a quelli che non la conoscono affatto. Non intendo ornare la verità, né sostituire, secondo il giusto rimprovero rivolto da Réaumur a quanti prima di lui si sono occupati delle api da miele, un “meraviglioso” compiacente e immaginario al “meraviglioso” reale. Già troppo “meraviglioso” c’è nell’alveare, perché vi sia ragione di aggiungerne altro. Del resto, da molto tempo ho rinunciato a cercare in questo mondo una meraviglia più interessante e più bella della verità, o almeno dello sforzo che l’uomo fa per conoscerla. Non affanniamoci a trovare la grandezza della vita nelle cose incerte: tutte le cose ben certe sono grandissime e finora noi non abbiamo compiuto il giuro di alcuna di esse. Nulla dunque esporrò che non abbia io stesso verificato, o che non sia talmente ammesso dai classici dell’apidologia da rendere oziosa qualsiasi verifica. La mia parte si limiterà a presentare i fatti in una maniera altrettanto esatta, ma un po’ più vivace, a mescolarvi alcune riflessioni più ampiamente svolte e più libere, a raggrupparli in modo più armonico che non si possa fare in una guida, in un manuale pratico o in una monografia scientifica. Chi avrà letto questo libro non sarà in grado di curare un alveare, ma conoscerà press’a poco tutto quanto si sa di certo, di curioso, di profondo e di intimo sui suoi abitanti. Non è molto, di fronte a quello che rimane da imparare. Taccio di tutte le tradizioni erronee che nelle campagne e in molte opere formano ancora la leggenda dell’alveare. E quando ci sarà dubbio, disaccordo, ipotesi, quando arriverò all’ignoto, lo dichiarerò lealmente. Vedrete che ci fermeremo spesso dinanzi all’ignoto. Tranne i grandi atti sensibili della loro organizzazione e della loro attività, nulla si sa di totalmente preciso sulle favolose figlie di Aristeo. Via via che le andiamo allevando, constatiamo sempre più d’ignorare le profondità della loro esistenza reale; ma è questa una maniera d’ignorare già migliore dell’ignoranza incosciente e soddisfatta che forma il fondo della nostra scienza della vita; e probabilmente è tutto quello che l’uomo può lusingarsi d’imparare in questo mondo.

© Maurice Maeterlinck, “La Vita delle api”, trad. di C. Siniscalchi, in Maurice Maeterlinck, a cura di Ruggero Jacobbi, Torino, UTET, 1967 (prima edizione originale: Parigi 1901)

proSabato: Enzo Striano, Il resto di niente

«Meu Deus, que calor!»
Lenòr si levava all’alba, estenuata. Nelle notti d’agosto, alla vecchia casa di Ripetta imposte semiaperte e dilagavano i miasmi: vapori di vino, erbe putride, urina, bulicanti dall’acqua marcia che infettava gli scalini melmosi nell’antico porto.
Cosa non si disfaceva per quel tratto sordido di fiume! Barconi tenuti insieme con spago, carogne d’animali, stracci.
Norcinai e pesciaroli sventravano sul molo capretti, polli, pesci di mare o di Tevere, poi spazzavamo a secchi d’acqua, facendo precipitare pei gradini  torrenti di rigaije (dicevano così, aveva imparato bene la pronuncia) sanguinolente, pallidi gomitoli di grasso, cordate palpitanti d’intestini.
Ma le piaceva osservare la vita sudicia, clamorosa, di Ripetta, dal balconcino delle sue prime esperienze romane. Da lì vedeva canne e olivastri a riva di Trastevere, le acque finalmente pulite nell’ansa dopo Ponte Sisto.
Verso Ponte Sant’Angelo galleggiava il gran mulino delle sue fantasie, fatto di rami e di corde. Era attraccato a un pontile per due gomene sfilacciate. Se il padrone avesse voluto, sarebbero bastati una voce, un frullo di ormeggi e via: il mulino avrebbe ripreso a navigare, spinto dalla corrente. Magari verso il mare.
Dal balconcino imparò le prime parole del dialetto  in quel circoscritto osservatorio l’era nata la convinzione un po’ paurosa che i Romani fossero attaccabrighe, violenti, nulla al mondo amassero più di carne vino insulti.
Ora, però, contava quasi undici anni. Pensava. E i Romani le parevano pure tribolati da inspiegabili angosce. (altro…)

proSabato: Yves Bonnefoy, La comunità dei traduttori

[…] E il compito del traduttore? Ebbene, se questo non è un semplice storico, se non vuole soltanto farci sapere quali erano nella Divina Commedia il nome e i maneggi degli interlocutori di Dante all’inferno o al purgatorio, se vuole tradurre la poesia come tale, anche a lui occorre riconoscere che il primo oggetto della sua attenzione non devono essere gli intrichi semantici della materia testuale, ma quel ritmo, quella musica dei versi, quell’entusiasmo della materia sonora che hanno permesso al poeta di trasgredire nella frase il piano in cui la parola è innanzitutto concetto. E per essere così attento, che gli abbisogna se non lasciarsi prendere egli stesso, ingenuamente, immediatamente, da quella musica, perché essa susciti in lui – lui, che ridirà il senso – lo stesso stato poetico, lo stesso «stato cantante» che pervade l’autore della poesia? Che sappia ascoltare così, rispondere così, reagire così: e poi una musica, ormai la sua, nascerà in lui, stavolta dal grembo della sua lingua, s’impadronirà delle parole della traduzione che progetta, e un sentiero si aprirà, verso l’esperienza della Presenza, verso il sapere della vita, che quella musica delle parole era la sola a rendere possibile. Dopodiché poco importa che i nuovi ritmi siano differenti per via della prosodia dei timbri, della ritmica propria dell’opera originale: poiché l’essenziale è che un vero rapporto si sia stabilito nel traduttore divenuto poeta con la materia sonora, e ben vani mi sembrano i tentativi che si sforzano di imitare in francese la metrica di Keats o quella di Yeats. Certo la forma dell’opera è parte della sua intuizione d’insieme, e bisogna viverne il senso. Ma le rese di piedi con piedi e rime con rime reprimono sgradevolmente la spontaneità del traduttore; e in ogni caso nessuna lingua è capace in materia di prosodia di passare per le vie di un’altra. Quel che occorre è che l’accesso alla musica dei versi susciti uno stato per la grazia del quale la coscienza del traduttore approfondendosi, semplificandosi, faccia sì che il dire della poesia gli divenga chiaro, evidente, e si proponga pertanto, si proponga nuovamente, come del vissuto in potenza: un vissuto, se il traduttore lo fa suo, che certamente non sarà, negli anni che seguiranno, un ostacolo per il suo lavoro! Perché è con le parole che sappiamo impiegare nella nostra vita che scriviamo meglio le poesie. E traduciamo bene solo se possiamo partecipare pienamente a quanto cerchiamo di tradurre. (altro…)