prosabato

proSabato: Étienne de La Boétie, da “Discorso sulla servitù volontaria”

Prima di tutto credo sia fuori dubbio che se vivessimo secondo i diritti che la natura ci ha dato e conformemente ai suoi insegnamenti, saremmo naturalmente sottomessi ai nostri genitori, soggetti alla ragione, e servi di nessuno. Dell’obbedienza che, senza altra spinta che non sia quella naturale, ciascuno deve al proprio padre e alla propria madre, tutti gli uomini sono testimoni, ognuno per sé. Quanto a sapere se la ragione sia in noi innata o meno, è una questione ampiamente dibattuta in seno alle accademie e affrontata da tutte le scuole di filosofia. Allo stato attuale delle cose penso di non sbagliare se affermo che esiste nella nostra anima un seme naturale di ragione che, se alimentato da buoni consigli e abitudini, fiorisce in virtù; e invece spesso muore soffocato, non potendo resistere ai vizi che sopravvengono.
Ciò che è evidente e chiaro, e che, nessuno può permettersi di ignorare, è il fatto che la natura, ministro stabilito da Dio per governare gli uomini, ci ha fatti tutti della stessa forma e ci ha modellati secondo un unico stampo, perché possiamo tutti riconoscerci come compagni, o meglio come fratelli.
Se nel distribuire i suoi doni ha in qualche misura favorito, nel corpo e nello spirito, alcuni più di altri, non per questo ha voluto metterci in codesto mondo come in un’arena, e non ha mandato quaggiù i più forti e i più abili perché si comportino come briganti armati in una foresta per dare addosso ai più deboli.
Diciamo piuttosto che, dando ad alcuni di più e ad altri meno, la natura ha voluto dare spazio all’affetto fraterno che così ha dove esercitarsi, perché gli uni hanno la capacità di recare aiuto, e gli altri hanno bisogno di riceverne.
Se, dunque, questa buona madre ha dato a noi tutti la terra intera come dimora, ci ha alloggiati tutti nella medesima casa, ci ha creati tutti con lo stesso stampo perché ognuno di noi potesse guardarsi e quasi riconoscersi nell’altro; se ha fatto ad ognuno di noi il grande dono della voce e della parola perché potessimo conoscersi e meglio fraternizzare, e arrivare attraverso la comunicazione e lo scambio dei pensieri a una comunanza di intenti; se ha cercato in ogni maniera di formare e di stringere sempre più saldamente il vincolo della nostra alleanza, della nostra convivenza sociale; se ha dimostrato in tutti i modi di volerci non solo uniti, ma addirittura una cosa sola, come possiamo dubitare di essere tutti liberi per natura, dato che siamo tutti uguali?
A nessuno può venire in mente che la natura, che ci ha fatti tutti uguali, abbia costretto qualcuno in servitù.

 

Da Étienne de La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria, Liberilibri Editrice; traduzione di Carla Maggiori

proSabato: Luigi Cecchi, Slice

©Luigi Cecchi

 

SLICE

Zia Gruntezia mise le mani avanti pre-annunciando che l’allosauro non era ancora cotto, e che la cena sarebbe stata pronta in ritardo. Hugga conficcò il bastone nella sabbia, controllò l’ombra e si spazientì, perché aveva un appuntamento con gli amici a bastone-mezzi, e non gli piaceva arrivare tardi. A Zonfa, che sperava di attirare l’attenzione del cugino, non dispiaceva invece aspettare: avrebbe avuto più tempo per avvicinarsi a lui, parlarci e magari conquistarlo. Decise di tentare un primo approccio non appena Hugga avesse finito di blaterare della puntualità di certe cerimonie, e nel frattempo si ravvivò il rossore delle gote tirandosi un paio di ceffoni in faccia. Quando Zio Trugo invitò l’anziana nonna Ugabba a raccontare una delle sue storie per passare un po’ di tempo mentre l’allosauro finiva di abbrustolirsi, Hugga sospirò pesantemente e si sedette su una roccia distante, all’ombra di una felce. Zonfa ne approfittò immediatamente e si sedette vicino a lui.
«Vi racconterò – esordì Ugabba, schiudendo appena gli occhi, accerchiati da cerchi di rughe profonde – di quando il nonno di mio nonno, pilotando un guscio lucente, si innalzò nell’alto dei cieli e raggiunse le stelle. Dall’alto guardò verso il basso, e le montagne gli apparivano come increspature sulla pelle di un rinoceronte, e i mari come macchie azzurre screziate di bianco delle nubi. Egli raccolse il fuoco dalla stella più grande del cielo e lo riportò sulla terra, dove gli altri uomini come lui lo stavano attendendo. Ma il fuoco aveva un temperamento ribelle. Era fuoco! Non placida sabbia.»
«Proprio come Hugga!» Scherzò Zonfa, ridendo della propria battuta. Hugga si voltò verso di lei e la ragazza ne approfittò per far schioccare le mandibole, compiaciuta dell’attenzione. Zio Trugo invitò nonna Ugabba a proseguire con il racconto, senza badare a loro. Yluma, Blobia e Grunzo, i più giovani della famiglia, erano rapiti dalle parole dell’anziana matriarca, e nei loro occhi si leggeva chiaramente l’impazienza di sapere come sarebbe finita la storia. Nel frattempo, un delicato odore di carne abbrustolita si diffondeva piacevolmente nell’aria.
«Quando il fuoco delle stelle si rese conto che gli uomini volevano tenerlo prigioniero per sfruttarne il potere, si infuriò! Lingue di fiamme si innalzarono fino al cielo, bruciando le nubi stesse. La furia del fuoco delle stelle trasformò le montagne in polvere e i mari in sale. Lasciò questo pianeta devastato dalla sua ira, disseminato di cicatrici, morente. Ma il nonno di mio nonno sopravvisse, e con lui molti altri uomini.» (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Scorched

©Luigi Cecchi

 

Scorched

1
Ti stai cucinando dei maccheroni all’amatriciana. Hai appena spento il fuoco sotto la pasta, e nel frattempo ti sei premurato di grattugiare un po’ di pecorino. Stai per scolare la pasta, quando un’esplosione, simile a quella di un petardo di Capodanno, ti fa letteralmente saltare in aria. Proveniva dal cortile, proprio davanti alla tua porta d’ingresso. Ansimando per lo spavento, lasci lo scolapasta con i maccheroni nel lavello, e ti dirigi verso la porta per controllare cosa possa aver provocato quello scoppio. Non appena sbirci oltre la soglia, ti accorgi che un bagliore simile a quello di un fuoco di paglia illumina le colonne di pietra del porticato. L’origine della luminescenza è un buffo cagnolino che se ne sta seduto sull’ultimo gradino davanti alla porta, osservandoti con tranquillità. Una tranquillità sospetta visto che il cane, un carlino dal manto insolitamente maculato, sta bruciando. Le fiamme si sprigionano dal suo corpo, vivide e brillanti, ma il suo pelo non sembra risentirne affatto e l’animale non pare nemmeno accorgersene.
«Tu sei Pietro Donatelli?», ti domanda il carlino.
Il fatto che il carlino parli, a questo punto, è la cosa meno incredibile di tutta la faccenda.
«Sì… sono io.» Rispondi timidamente.
«Sono Hauwoo, del clan dei Grigi-ma-con-la-punta-delle-zampe-bianca.»
«Ah.» È l’unica cosa che riesci a dire in quel momento. È chiaro che deve trattarsi di un sogno. Forse tornando dalla clinica, appena entrato in casa, ti sei addormentato sul divano, di colpo, senza nemmeno accorgertene. Sei ancora lì, che dormi. Il cane è nella tua mente.
Se chiudi la porta, comportandoti come se il carlino infuocato non esistesse, vai al paragrafo 20; se invece continui a parlare con quello strano visitatore, leggi il paragrafo 13.

2
«Utilizzando alcuni agganci che la nostra razza ancestrale aveva con popoli che voi non potete conoscere perché li avete sterminati prima ancora di imparare a scrivere, l’associazione Anima Lupis ha messo in atto negli ultimi due secoli un progetto titanico di riconversione genetica. Mi stai ancora seguendo?»
Hai nuovamente l’impressione che il cagnolino ti tratti come un essere inferiore, ma annuisci senza darci troppo peso. Lui tira su con il naso emettendo nuvolette di fumo dalle orecchie, poi riprende il suo discorso:
«In un laboratorio segreto… e per “segreto” intendo segreto per voi, visto che quasi tutte le altre specie del pianeta sanno benissimo dove si trova… abbiamo dato il via a una serie di sperimentazioni che sono giunte finalmente a conclusione: il virus TB-857 è stato sintetizzato con successo.»
«Un virus?» Esclami, basito.
«Un virus molto aggressivo. In pratica innesca un processo di riprogrammazione genetica che non ti sto a spiegare visto che sei solo un infermiere in una clinica veterinaria e non capiresti, ma opera sostituendo tratti di DNA con altro DNA. E vogliamo diffonderlo nel mondo.»
Per la prima volta, cogli un bagliore sinistro nello sguardo di Hauwoo. Hai paura.
Se corri in casa e chiudi la porta alle tue spalle, mettendo fine a questo stupido sogno (che ora si è trasformato decisamente in un incubo), vai al paragrafo 20; altrimenti cerca di controllare la paura e ascolta il resto di quello che Hauwoo ha da dirti, andando al paragrafo 10.

3
Quando le fiamme stanno per raggiungerti, colpisci il carlino con tutta la tua forza. La padellata sulla faccia lo solleva in aria e lo scaglia come una meteora in mezzo al cortile.
«Stupido cane di merda! – Gli gridi. – Il nostro posto nel mondo ce lo siamo guadagnati con il sudore e la sofferenza di generazioni! Siete voi cani che avete deciso di seguirci, affezionarvi a noi, sottomettervi! Cosa vi aspettavate, che vi avremmo servito e riverito come piccoli sultani senza riversare su di voi tutte le nostre frustrazioni? Ebbene, no… non è così che funziona la specie umana! Noi spezziamo il becco dei polli così possono starsene chiusi in cento in un metro quadrato senza forarsi la carne a vicenda per la pazzia! Noi inzeppiamo le mucche di antibiotici così possono resistere alle infezioni procurate loro dai macchinari per succhiargli via il latte! E poi sai che c’è? Quel latte nemmeno ci piace! Io ad esempio lo voglio parzialmente scremato, senza lattosio e con aggiunta di calcio. E se non ti sta bene cosa abbiamo fatto alla tua razza, sparisci da questo pianeta! È nostro!»
Gridando come un forsennato rincorri il povero carlino fino alla strada, laddove lo vedi brillare intensamente per qualche attimo e poi scomparire. Per qualche secondo ti fermi a contemplare l’asfalto nero coperto dalle foglie di castagno, ripensando a quanta crudeltà c’era nelle tue parole. Temi che se quello che hai vissuto oggi non sia stata una strana allucinazione causata dai fumi del soffritto che stavi cucinando quando è iniziata, un futuro cupo e nero potrebbe profilarsi all’orizzonte. E non solo per te. Per tutta l’umanità. Rientri in casa sconsolato e vai a letto sperando che il sonno ti conceda incubi meno complicati di quelli che fai ad occhi aperti.
FINE

4
Il volto di Hauwoo si illumina di piacere quando si accorge che non hai paura di lui.
«Oh, bene! Speravo che il mio aspetto non ti intimorisse!», esclama, mentre ti siedi vicino a lui. Non troppo vicino, tuttavia, perché riesci a sentire sulla pelle il calore delle fiamme che si sprigionano dal suo corpo. Notando la tua cautela, il carlino si affretta ad aggiungere:
«Mi dispiace per le fiamme. Sono provocate dall’attrito.»
«L’attrito?» Domandi.
«Sì, l’attrito tra l’aspetto del mio spirito, e la forma del mio corpo. Materia fisica e materia spirituale non collimano, e questo genera un forte attrito, che si manifesta come un’emissione di energia. Non posso farci niente.» Ti spiega, leggermente desolato. Ma tu scuoti la testa.
«Non preoccuparti. Basta non accarezzarti.»
«Oh, questo è verissimo! – Esclama Hauwoo sollevando la zampina. – Accarezzarmi aumenterebbe ancora di più l’attrito, e diverrei una specie di palla di fuoco, per pochi attimi! So di essere puccioso, ma per favore, trattieniti.»
Annuisci con la testa. Il cagnolino torna a sedersi composto, e si rivolge a te con fare serio:
«Bene, e adesso andiamo al punto.»
Prendi nota da qualche parte di aver appreso la “nozione di attrito trans-materia”, poi prosegui andando al paragrafo 8.

5
«Scusa se ti interrompo, Hauwoo… ho lasciato la pasta nello scolapasta, e ormai sarà fredda. Siccome oggi non ho pranzato, ho decisamente fame. Se vuoi te ne porto un po’ senza aggiungerci la salsa all’amatriciana, che so che a voi potrebbe far male…»
Lo sguardo di Hauwoo si fa severo, ma non per il tuo gesto gentile. È chiaro che quello che hai appena detto ha ridestato nel suo animo un sentimento di orgoglio perduto che lo brucia e lo divora con prepotenza. Il carlino inizia a ringhiare, le fiamme sul suo corpo si ingrandiscono, lambendo il soffitto del portico e annerendone l’intonaco.
«Ci fa male! Ci fa male! – Ripete furioso. – Quando eravamo creature erranti che si trascinavano sul dorso della terra, nulla poteva farci del male! Durante i lunghi inverni ci nutrivamo di radici, tuberi, carcasse, ossa consunte… e d’estate ci abbeveravamo con l’acqua fangosa trattenuta dalle rocce! Adesso rischiamo di strozzarci con un osso di pollo, o di consumarci di dissenteria per una polpetta troppo speziata!»
«Beh sì… – Rispondi cautamente. – Ma è pure vero che allora campavate cinque o sei anni, mica il doppio come è la norma per i cani addomesticati.»
Le fiamme sul corpo di Hauwoo si affievolirono, anche se il suo sguardo rimase severo. Era chiaro che non gli importasse di vivere tanti anni. Bramava la vita dei suoi antenati, quella che gli era stata in qualche modo riportata, un’esistenza quasi leggendaria in un mondo che non esiste più.
«Vabbé, io la pasta me la mangio. Aspetta qui.»
Velocemente torni in cucina, versi la pasta collosa e scotta nella padella, la mescoli con la salsa, copri il tutto con un abbondante strato di pecorino e torni nel portico tenendo in una mano la padella con l’amatriciana e nell’altra una forchetta. Hauwoo è ancora lì. Sembra essersi calmato. Metti in bocca la prima forchettata di pasta. È uno schifo ma non importa. Lui ha già ripreso a parlare.
Prendi nota da qualche parte che possiedi “padella e forchetta” e che hai acquisito le “reminiscenze oscure di Hauwoo”, poi prosegui a leggere andando al paragrafo 2. (altro…)

proSabato: Simone Weil, L’Iliade poema della forza

Quando si è dovuta distruggere ogni aspirazione di vita in se stessi, per rispettare in altri la vita è necessario uno sforzo di generosità da spezzare il cuore. Fra i guerrieri di Omero non è lecito supporne alcuno capace di un tale sforzo, se non forse colui che in certo modo si trova al centro del poema, Patroclo, che «seppe esser dolce con tutti» e nell’Iliade non commette nulla di brutale o di crudele. Ma in più millenni di storia, quanti uomini conosciamo che siano stati capaci di dimostrare una così divina generosità? È dubbio che se ne possa nominare due o tre. Mancando di tale generosità, il soldato che vince è come un flagello della natura; posseduto dalla guerra, è divenuto, non meno dello schiavo sebbene in tutt’altro modo, una cosa, e le parole sono prive di potere su di lui come sulla materia. L’uno e l’altro, al contatto della forza, ne subiscono l’effetto infallibile che è di rendere quelli che tocca o muti o sordi.
Tale la natura della forza. Il potere ch’essa possiede, di trasformare gli uomini in cose, è duplice e si esercita da ambo le parti: essa pietrifica diversamente, ma ugualmente, le anime di quelli che la subiscono e di quelli che la usano. Tale proprietà tocca il più alto grado in mezzo alle armi, dal momento nel quale una battaglia si orienta verso una decisione. Le battaglie non si decidono tra uomini che calcolano, combinano, prendono una risoluzione e la attuano, ma tra uomini spogliati di queste facoltà, trasformati, caduti al livello della materia inerte che non è che passività, come cieche forze che non sono che impeto. È questo il segreto ultimo della guerra, e l’Iliade lo esprime paragonando i guerrieri all’incendio, alla inondazione, al vento, alle bestie feroci, a qualsiasi causa cieca di disastro, oppure agli animali paurosi, agli alberi, all’acqua, alla sabbia, a tutto ciò che è mosso dalla violenza delle forze esterne. Da un giorno all’altro, a volte da un’ora all’altra, Greci e Troiani subiscono di volta in volta le due trasmutazioni:

«Come da un sanguinario leone sono assalite
mucche al pascolo in una vasta prateria acquitrinosa
a migliaia…; tutte esse tremano; così allora gli Achei
furono dispersi in panico da Ettore e Zeus padre,
tutti…
Come quando il fuoco devastatore cade sul fitto di un bosco;
per tutto roteando il vento lo porta, ed i fusti
sbarbati cadono allora, al premer del fuoco violento,
così l’Atride Agamennone faceva cadere le teste
dei Troiani fuggenti…». (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Precious

©Luigi Cecchi

PRECIOUS

«Capisci cosa significa “prezioso”?», domandò Cutter, appoggiando la crapa pelata al soffice sedile della limousine. Raffaele non rispose, perché temeva che ogni interruzione avrebbe potuto innervosire il capo, e non era bene innervosire il capo, soprattutto quando ci si trova in ginocchio e con una pistola puntata alla tempia. Ernesto Ferro (anche se probabilmente “Ferro” non era il suo cognome) lo squadrava con occhi freddi e impassibili, gli occhi di chi fino a ieri era tuo amico, e ora invece potrebbe diventare il tuo esecutore. Era la prima volta che Raffaele lo vedeva in completo nero, giacca e cravatta. Sembrava che fosse già pronto per il funerale. «Lo sapevi che non sono italiano?», altra domanda di Cutter. Alla prima domanda Raffaele non aveva risposto per timore, a questa non avrebbe saputo rispondere per sincera ignoranza. A giudicare dall’accento del sud e dai modi di fare, Cutter gli era sempre parso italianissimo. Forse stava scherzando.
«I miei genitori sono bulgari, anche se poi mio padre si è risposato con una ragazza greca quando ero piccolo, e abbiamo vissuto ad Atene per una decina d’anni. – Spiegò Cutter, senza sporgersi troppo dal finestrino. – Sono arrivato in Italia che ero appena quattordicenne. Tutto legale eh. Non sono uno sporco immigrato come quelli che arrivano dall’Africa. Uè, mi stai ascoltando?» Raffaele annuì. Cutter si grattò la barba ispida e continuò.
«Per me il significato delle parole non è mai stato scontato. Ogni volta che ne sentivo una nuova, me la segnavo e poi a casa andavo a cercarla sul vocabolario, e scoprivo che a volte avevano più di un significato, e che avevo frainteso quello che gli amici, o il professore, o qualche altro stronzo mi aveva detto. Tu le hai mai cercate, le parole che usi, nel vocabolario?»
Raffaele, effettivamente, aveva usato pochissimo il vocabolario, in vita sua. Pur crescendo in un mondo senza internet né smartphone, aveva avuto la fortuna di vivere in un ambiente dove l’italiano veniva usato con attenzione e volentieri. Sua madre era maestra elementare, suo padre aveva lavorato come segretario in una grossa azienda tessile, quindi entrambi avevano studiato e avevano trasmesso a Raffaele una certa accuratezza nel parlare e nello scrivere. Durante i suoi primi anni di scuola, Raffaele non aveva avuto bisogno di aprire un vocabolario molto spesso, e in seguito non ne aveva sentito l’esigenza.
«Certo che no. – Lo anticipò il capo. – Che cazzo di bisogno ne avevi? Tenevi fiducia che le parole che usavi volessero dire proprio quello che pensavi. Giusto?»

Cutter emise una risata sommessa e forzata, che lo lasciò con un sorriso per qualche secondo.
«È proprio questo il punto. Tenere fiducia. Io tenevo fiducia in te, mi aspettavo che tu significassi proprio quello che pensavo, lo sai? E invece…»
Ferro calcò la pistola sulla testa di Raffaele, che si fece sfuggire un gemito. «Non si getta via la roba appena si vede una pantera dei Carabinieri che si avvicina. La roba è preziosa, devi capirlo. Devi capire il significato della parola “prezioso”.»
«Mi sa che era ‘na gazzella, capo.» Lo corresse timido Ferro. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Long

©Luigi Cecchi

LONG

Quando la consapevolezza che sarebbe morto lo avvolse, il maggiore Sheldon McKelly si scoprì stranamente rilassato. Smise di nuotare affannosamente tra gli schermi olografici, ignorò gli allarmi e le spie luminose, smise di preoccuparsi per la voce del computer che con calma innaturale lo aggiornava sulla cascata continua di errori di calcolo. Fece un grosso respiro, strinse i pugni e se li portò al petto, cercò di focalizzare il pensiero sulle cose positive. McKelly sarebbe stato ricordato dai posteri come il pioniere dei viaggi crono-dimensionali, lo Juri Gagarin del XXIV secolo. I dati che aveva inviato al Centro di Controllo prima di iniziare la manovra di salto sarebbero stati la base per correggere gli errori e in futuro rendere questo tipo di viaggi una consuetudine. Il suo sacrificio sarebbe rimasto scolpito nella storia dell’umanità per sempre. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, XX secolo

©Luigi Cecchi

 

XX Secolo

«Mi ricordo che quando avevo la tua età, – esordì la nonna mentre infilava il guanto da forno sulle dita maltrattate dall’artrosi – c’era un ragazzo al quale piacevo tanto. Si chiamava Adolfo, ed era tedesco… proprio come… come quello tedesco.»
«Hitler?» Suggerì l’ingegner Pozzuoli.
«Esatto! Esatto! Willer! Willer.» Ripeté la nonna annuendo. La soffice messa in piega vaporosa e canuta si agitò sulla sua testa come un batuffolo di cotone.
«Hitler, nonna. Non Willer. Hitler» L’ingegner Pozzuoli scosse la testa e barrò un paio di caselle su di un piccolo taccuino, che ripose velocemente nel taschino della camicia.
«Ad ogni modo, – proseguì lei imperturbabile – c’era questo giovane tedesco. Veniva ogni giorno a casa e bussava al portone, giù nel cortile, vicino alla carreggiata. Veniva sempre con un mazzo di margherite appena colte. Sperava che mi permettessero di uscire, ma i miei genitori erano molto gelosi di me. Quando sentiva bussare, mia madre si affacciava dal balcone della sala da pranzo per vedere chi fosse, e quando lo riconosceva, gli gridava in tedesco di andarsene!»
«La bisnonna conosceva il tedesco?» Domandò Pozzuoli, incrociando le braccia con fare un po’ spazientito.

«Oh, no, no. Aveva imparato solo come si diceva “vai via”, perché lo ripeteva sempre Sebastiano, il barbiere della piazza, quando entravano dei clienti nel suo negozio che non erano alianti.»
«Ariani. Non vedo comunque il motivo per il quale un barbiere pugliese dovrebbe rivolgersi in tedesco ai propri clienti… tantomeno se intende cacciarli via…» Mormorò l’ingegnere.
«Non lo so. Forse perché era un fan di Willer.» Spiegò la nonna, aprendo con uno scossone il forno della vecchia cucina a gas. Pozzuoli riprese il suo taccuino vi appuntò a caratteri cubitali la parola “FAN”, poi lo infilò di nuovo al suo posto. La nonna nel frattempo si stava esibendo in una serie di piegamenti lentissimi, tentando di non spostare il proprio baricentro oltre la base, e nel contempo di non mettere troppo alla prova la propria schiena. Attraverso le lenti spesse degli occhiali esaminò le condizioni della carne. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Screech

©Luigi Cecchi

 

 

SCREECH

Massimo riprese coscienza prima di Elena, e prima ancora di aprire gli occhi tossì liberandosi del grumo di sangue che gli si era formato in gola. La cintura gli aveva salvato la vita, anche se forse qualche costola aveva risentito dello strattone, almeno a giudicare dal dolore terribile che provava ogni volta che inspirava, e peggio ancora dopo aver tossito. Schiuse gli occhi e si voltò verso sua moglie che era ancora priva di sensi, accasciata sul sedile del guidatore. Il suo airbag si era attivato, schiacciandola contro lo schienale. Era svenuta, ma sembrava meno acciaccata di lui. L’auto era ferma in mezzo alla provinciale. Erano le due di notte. Mentre percorrevano quel lungo rettilineo, qualcosa si era lanciato davanti alla vettura. Il fischio della frenata ancora riecheggiava nei timpani di Massimo, e lo scontro era stato devastante. D’altronde, anche se il limite era di 90 km orari, poteva giurare che Elena stesse correndo un po’ troppo. Di quel grosso animale, forse un cervo o più probabilmente un cinghiale, non doveva essere rimasto granché. Sul cofano ammaccato c’erano tracce di sangue e sebbene uno dei fari si fosse spento, l’altro illuminava abbastanza la strada da scorgere una sagoma nera proprio di fronte alla macchina. Una sagoma nera che dapprima sollevò un grosso braccio, poi l’altro, e infine si rialzò in piedi, barcollando. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Crooked

©Luigi Cecchi

 

Crooked

Il suo vero nome era Erto-rikuban-inussiadolon, ma tutti lo conoscevano come “crooked”. Si trattava di uno spiritello molto antico, di quelli che avevano schiuso gli occhi quando le stelle erano lontane dalle loro posizioni attuali, e nessun essere umano aveva ancora giocato a unirle formando costellazioni. Crooked aveva respirato l’aria povera di ossigeno di epoche remote e assistito alla comparsa e poi alla scomparsa di migliaia di specie di esseri viventi differenti. Crooked si esprimeva solo attraverso un’antica lingua degli spiritelli che ormai parlava solo lui, e che ben pochi riuscivano a comprendere. Ma d’altro canto, Crooked parlava raramente. Durante quel consiglio, che vedeva riuniti ben 344 spiritelli giunti da oltre 100 luoghi diversi della Terra, Crooked restò in silenzio, con gli occhi socchiusi, la testa immobile piantata nel suo corpo di legno e le radici conficcate nel tenero terreno della radura, per quattro giorni e quattro notti. Tutti gli altri spiritelli avevano già espresso la propria opinione sulla questione che aveva indotto il popolo invisibile a riunirsi (una cosa che non accadeva da almeno tre millenni). Alcuni avevano avuto modo di ribadire la propria idea un paio di volte. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Cloud

©Luigi Cecchi

 

 

CLOUD

Lamberto Paris si ritrovò con la testa conficcata in una nuvoletta. Era densa e soffocante, umida e fastidiosamente calda. Si era formata quando tutti quei pensieri sul senso della propria vita si erano addensati a causa della differenza di temperatura tra le prospettive e la realtà. Ma come era successo? Pochi attimi prima, avendo terminato in anticipo le cose noiose che l’ufficio frodi gli aveva imposto, aveva aperto Facebook e si era messo a leggere i post di una delle tante pagine che mettevano in ridicolo il comportamento degli altri. In particolare, questa consegnava alla gogna pubblica i discorsi di un gruppo di casalinghe che ogni pomeriggio seguivano e commentavano telenovele spagnole o latino-americane. Lamberto rise compiaciuto della propria superiorità intellettuale, di fronte a quelle cretine che buttavano la loro esistenza nel cesso discutendo di torbidi amori e di intrecci improbabili, per non parlare di chi dichiarava apertamente il proprio amore per uno o per l’altro protagonista baffuto di turno. Lamberto commentò pure: «Ahahah che dementi, ma queste votano? non ci credo». (altro…)

proSabato: Fabrizia Ramondino, da “L’isola riflessa”

 

Quando cominciammo a leggere Salgari, i pirati della Tortuga diventarono i nostri idoli e la nostra Tortuga era di fronte, l’isola di Capri. Noi non avvistavamo i pirati, ma eravamo continuamente avvistati; e quando venivamo redarguiti o puniti a scuola e in famiglia, l’animo non si piegava perché ci sentivamo gli «infedeli» – un vero vessillo di barbarie che minacciava la loro «civiltà».
Preferivamo i pirati ai briganti, perché venivano dal mare. Un’aura romantica e populista aleggiava intorno ai briganti, di cui ci veniva narrato di leggere in edizioni per ragazzi: Robin Hood o Fra Diavolo, ma anche I Masnadieri di Schiller – che nostra madre ci leggeva ad alta voce. Mentre un’aura avventurosa e libera, fuori della storia, aleggiava intorno ai pirati, dei senza patria, come noi stessi. E non derubavano i ricchi per dare ai più poveri, come si diceva dei briganti; rubavano per sé, senza rimorso, così come noi prendevamo fave e prugne, arance e ciliegie, dovunque le trovassimo, a chiunque appartenessero, con astuzia e arroganza.
La giustizia distributiva si applicava soltanto al nostro piccolo e ristretto gruppo.
Il brigante, il ladro, lo scassinatore, facevano pur sempre parte della comunità in cui vivevano. Non così il pirata, come il bambino, il più fuorilegge tra i fuorilegge. Che ignora ogni civiltà edificata sulla terra e dimora sul mare. La pirateria appartiene ai bambini, il brigantaggio, come il western, agli adolescenti.
La parola pirata è entrata nell’uso comune: un pirata dell’aria – perché viene dall’aria; un pirata della strada – perché viene dalla velocità; un pirata della finanza – perché viene da quell’elemento astratto che è il denaro.
Ci sono pirati degli incendi – perché vengono dal fuoco.
Anche Don Giovanni è un pirata – perché viene solo dal desiderio.
Ma il più pirata che conosco è un tale staccatosi da me stessa, un mio simile, che ora sto leggendo, Jorge Semprún, libero definitivamente da ogni ancoraggio, non solo ideologico. Senza nessuna terra, tranne quella dell’utopia, sempre irrealizzata. E perché alla morte ha strappato questa frase: «Che bella domenica!», titolo di un suo libro su Buchenwald.

 

Da: Fabrizia Ramondino, L’isola riflessa, Giulio Einaudi editore.

proSabato: Giorgio Galli, da “La parte muta del canto”

Guido Cantelli

Nel Corno meraviglioso del fanciullo di Arnim e Brentano, c’è una poesia che dice:

Il cuculo è caduto stremato
ed è morto ai piedi del salice.
Morto è il cuculo! Caduto stremato!
È caduto ai piedi del salice!
Ed ora, durante l’estate,
chi ci potrà far passare il tempo?
Cucù! Cucù!
Chi ci potrà far passare il tempo?
Ma certo! Il signor usignolo,
sì, lui ci penserà!
Lo farà il signor usignolo
che siede sul suo verde ramo.
Il piccolo, dolce usignolo,
il caro, gentile usignolo!
Sempre allegro canta e salta
quando tacciono gli altri uccellini.
Aspettiamo il signor usignolo,
che sta sulla sua fratta verde,
e che quando il cuculo è stremato,
allora incomincia a cantare!*

Fra il 1948 e il 1956, tutti nel mondo della musica pensavano che il cuculo era Arturo Toscanini e l’usignolo Guido Cantelli. Classe 1920, Cantelli aveva militato nella Resistenza. Classe 1867, Toscanini non aveva potuto prender parte alla Resistenza, ma l’aveva fatta a modo suo. Primo al mondo, s’era rifiutato di dirigere a Bayreuth quando la famiglia Wagner era diventata un’appendice del gabinetto di Hitler e gabellava le opere del suo antenato come un’appendice del Mein Kampf. Toscanini non voleva dirigere in un festival di Bayreuth diventato una succursale delle adunate oceaniche. E scrisse una lettera a Hitler. Fu tra i pochi al mondo a farlo. Osò scrivergli che non poteva più dirigere in Germania. Che la sua coscienza glielo impediva. Lui, figlio di un sarto di Parma, osò scrivere al Führer: «La schiena si curva quando l’anima è curvata». Sotto il dominio di Mussolini, aveva continuato a dirigere, ma rifiutandosi d’eseguire Giovinezza in apertura dei suoi concerti. Gli altri direttori eseguivano tutti Giovinezza, lui no. Fu richiamato, fu ancora richiamato, e nel 1931 schiaffeggiato. C’erano Ottorino Respighi e sua moglie quando un manipolo di squadristi aggredì il sessantasettenne Toscanini per le strade di Bologna. Respighi e sua moglie Elsa videro allibiti che il capo della squadraccia – che altri non era che Leo Longanesi – chiese a Toscanini: «Dirigerai Giovinezza?»; e, al diniego di lui, lo prese a schiaffi. Arturo Toscanini, figlio d’un sarto di Parma, non era un intellettuale. Leo Longanesi era un intellettuale. Ma chi dei due si mostrò più lucido, più serio, più colto in quella occasione? Avere coraggio o spirito di gregge, appartenere all’umanità o al fanatismo non è questione di libri letti. Quando Toscanini fu espulso dall’Italia, per prima cosa andò a dirigere nel nascente Stato d’Israele, al che i giornali fascisti lo ribattezzarono L’ebreo onorario. Dal suo esilio in America diresse il primo movimento della Quinta di Beethoven quando gli Alleati sbarcarono in Sicilia; e diresse l’intera Sinfonia quando l’Italia fu liberata. Sopra i muri della Scala, nel violento aprile del ’45, mani entusiaste scrissero Viva Toscanini!Ritorni Toscanini! E Toscanini tornò, nel 1946, per dirigere il primo concerto alla Scala ricostruita dopo i bombardamenti. (altro…)