prosabato

proSabato: Aldo Buzzi, Spaghetti stracotti al ragù

aldo buzzi kok

Spaghetti stracotti al ragù

 

Quando ero piccolo, i denti d’oro, gli occhiali, la pancia mi sembravano segni di importanza, di bellezza. Al posto della pancia degli adulti avevo un buco, simbolo del fatto che non contavo niente, non avevo peso, autorità.
Alla una i primi bagnanti cominciavano a avviarsi verso la pensione. L’uomo con la pancia, denti d’oro e occhiali chiamò con un cenno il bagnino e si fece portare, lì in poltrona, sulla riva del mare, un piatto di pastasciutta. Abbondante. Al pomodoro. Con molto formaggio.
Forse gli spaghetti che il bagnino serviva sulla spiaggia non erano al dente. Ma che importava, con la fame che veniva dopo il bagno? Seguivo con gli occhi sbarrati ogni forchettata che, arrotolata a perfezione, passava dalla fondina ai denti d’oro; sentivo il sapore del pomodoro come se lo avessi avuto in bocca…
Poi è venuta l’età della conoscenza (degli spaghetti al dente) e infine quella delle crisi.
Ogni tanto sono preso da una violenta nostalgia della cucina delle mense (collegio, caserma, ufficio, ospedale), di un piatto di pasta «alla rovescia».
Corro in una trattoria qualunque, mi siedo, e senza nemmeno leggere la carta ordino uno spaghetto al ragù. Non lo chiedo espresso, e questo significa che sarà stracotto; e lo chiedo al ragù, che di solito considero un sugo da evitare, perché in quel momento è il sugo che desidero. Vorrei perfino gridare al cameriere «Mi raccomando, nel piatto freddo!» ma non ce n’è bisogno, il piatto arriverà gelato.
Divorati gli spaghetti stracotti al ragù − con piacere, devo dire − la crisi è passata. Per un bel pezzo tornerò a chieder gli spaghetti espressi, al dente, e a protestare se non lo saranno.
Qualcosa, in questa storia, ricorda lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde. Se un amico (il dottor Lanyon) entrasse nella trattoria sorprendendomi a mangiare avidamente gli spaghetti stracotti al ragù, l’analogia sarebbe ancora più forte.

 

da L’uovo alla kok, Milano, Adelphi, 1979 (2010 edizione di riferimento)

proSabato: Stefano Benni, La storia di Pronto Soccorso e Beauty Case

 

Il racconto dell’uomo con gli occhiali neri

La storia di Pronto Soccorso e Beauty Case

 Quando il gioco diventa duro
i duri incominciano a giocare.
(JOHN BELUSHI)

Il 
nostro
 quartiere
 sta
 proprio
 dietro 
la
 stazione. Un 
giorno
 un
 treno
 ci
 porterà
 via, oppure
 saremo
 noi
 a 
portar
 via
 un 
treno.
 Perché il 
nostro 
quartiere 
si
 chiama
 Manolenza, entri che
 ce l’hai
 ed
 esci
 senza.
 Senza
 cosa?
 Senza
 autoradio,
 senza
 portafogli,
 senza
 dentiera,
 senza
 orecchini,
 senza
 gomme
 dell’auto.
 Anche
 le
 gomme
 da
 masticare
 ti
 portano
 via
 se
 non
 stai
 attento: ci
 sono
 dei 
bambini
 che
 lavorano
 in 
coppia,
 uno 
ti
 dà
 un
 calcio
 nelle
 palle, 
tu
 sputi 
la
 gomma
 e 
l’altro 
la 
prende 
al 
volo. Questo per
 dare 
un’idea.
In
 questo
 quartiere
 sono
 nati
 Pronto
 Soccorso
 e
 Beauty
 Case.
 Pronto
 Soccorso
 è
 un
 bel
 tipetto 
di
 sedici 
anni. 
Il
 babbo 
fa 
l’estetista 
di 
pneumatici,
 cioè 
ruba
 gomme 
nuove 
e
 le
 vende
 al
 posto
 delle
 vecchie.
 La
 mamma
 ha
 una
 latteria,
 la
 latteria
 più
 piccola
 del
 mondo.
 Praticamente 
un
 frigo. 
Pronto 
è
 stato
 concepito 
lì 
dentro, 
a
 dieci 
gradi 
sotto 
zero.
 Quando 
è nato 
invece
 che 
nella 
culla 
l’hanno 
messo
 in 
forno 
a
 sgelare.
Fin 
da
 piccolo 
Pronto 
Soccorso 
aveva 
la
 passione
 dei
 motori.
 Quando 
il 
padre
 lo
 portava 
con sé
 al
 lavoro,
 cioè
 a
 rubare
 le
 gomme,
 lo
 posteggiava
 dentro
 il
 cofano
 della
 macchina.
 Così Pronto
 passò 
gran 
parte
 della 
giovinezza
 sdraiato 
in
 mezzo 
ai
 pistoni,
 e 
la meccanica
 non
 ebbe più 
misteri
 per
 lui. A
 sei
 anni
 si
 costruì
 da
 solo 
un
 triciclo 
azionato 
da 
un
 frullatore.
 Faceva venti 
chilometri
 con 
un
 litro
 di
 frappè:
 dovette
 smontarlo
 quando 
la 
mamma 
si
 accorse
 che
le fregava
 il
 latte.
Allora 
rubò 
la 
prima 
moto,
 una
 Guzzi
 Imperial
 Black
 Mammuth
6700. 
Per
 arrivare 
ai
 pedali guidava
 aggrappato
 sotto
 al
 serbatoio,
 come
 un
 koala
 alla
 madre:
 e
 la
 Guzzi
 sembrava
 il vascello 
fantasma,
 perché 
non 
si 
vedeva
 chi
 era 
alla
 guida.
Subito
 dopo
 Pronto
 costruì
 la
 prima
 moto
 truccata,
 la
 Lambroturbo.
 Era
 una
 comune lambretta 
ma
 con
 alcune 
modifiche
 faceva 
i
 duecentosessanta.
 Fu
 allora
 che
 lo
 chiamammo Pronto
 Soccorso.
 In 
un
 anno
 si 
imbustò
 col
 motorino 
duecentoquindici
 volte,
 sempre 
in
modi diversi.
 Andava 
su 
una 
ruota
 sola 
e
 la 
forava,
 sbandava 
in
curva, 
in 
rettilineo,
 sulla 
ghiaia
 e
 sul bagnato, 
cadeva
 da 
fermo, perforava
 i
 funerali,
 volava 
giù 
dai 
ponti, 
segava 
gli 
alberi.
 Ormai
 in ospedale 
i 
medici erano 
così 
abituati
 a 
vederlo 
che 
se 
mancava 
di
presentarsi 
una 
settimana telefonavano 
a 
casa 
per 
avere
 notizie.
Ma
 Pronto 
era
 come
 un
 gatto: 
cadeva, 
rimbalzava 
e 
proseguiva.
 A
volte
 dopo 
esser
 caduto continuava
 a
 strisciare
 per
 chilometri:
 era
 una
 sua
 particolarità.
 Lo
 vedevamo
 arrivare rotolando
 dal 
fondo 
della 
strada 
fino 
ai
 tavolini
 del
 bar.
‐ Sono 
caduto 
a 
Forlì ‐
 spiegava
‐ Beh,
 l’importante 
è
 arrivare ‐
 dicevo 
io.
Beauty 
Case 
aveva 
quindici 
anni 
ed 
era 
figlia 
di
 una 
sarta 
e
 di 
un
ladro 
di
 Tir.
 Il 
babbo 
era 
in galera 
perché
 aveva 
rubato 
un
 camion 
di
 maiali 
e 
lo 
avevano 
preso 
mentre
 cercava
 di
 venderli casa
 per
 casa.
 Beauty
 Case 
lavorava 
da 
aspirante
 parrucchiera 
ed 
era
 un 
tesoro di
ragazza.
 Si chiamava
 così
 perché
 era
 piccola 
piccola
,
 ma
 non
 le
 mancava
 niente.
 Era
 tutta
 curvettine deliziose 
e
 non
 c’era 
uno
 nel
 quartiere 
che 
non 
avesse
 provato 
a
 tampinarla,
 ma 
lei 
era 
così piccola 
che
 riusciva
 sempre 
a
 sgusciar
 via.
Era 
una
 sera 
di 
prima 
estate,
 quando 
dopo 
un
 lungo 
letargo
 gli 
alluci
vedono
 finalmente 
la luce
 fuori
 dai
 sandali.
 Pronto
 Soccorso
 gironzolava
 tutto
 pieno
 di
 cerotti
 e
 croste
 sulla Lambroturbo
 e
 un
chilometro 
più
 in
 là
 Beauty 
mangiava 
un 
gelato 
su 
una
 panchina. (altro…)

proSabato: Maurice Maeterlinck, La Vita delle api

proSabato: Maurice Maeterlinck, La Vita delle api

Libro Primo – Sulla soglia dell’alveare

Non intendo scrivere un trattato di apicoltura o allevamento delle api. Tutti i paesi civili ne hanno di eccellenti che è inutile rifare: la Francia ha quelli Dadant, di Giorgio de Layens e Bonnier, di Bertrand, di Hamet, di Weber, di Clément, dell’abate Collin, eccetera; i paesi di lingua inglese hanno Langstroth, Bevan, Cook, Cheshire, Cowan, Root e i loro discepoli; la Germania ha Dzierzon, Van Berlepsch, Pollmann, Vogel e molti altri.
Non si tratta neppure di una monografia scientifica dell’apis mellifica, ligustica, fasciata, eccetera, né d’una raccolta di nuove osservazioni o nuovi studi: non dirò quasi nulla che non sia noto a quanti hanno avuto un po’ di pratica con le api. Per non rendere pesante questo libro, ho riservato a una opera più tecnica un certo numero di esperimenti e di osservazioni che ho fatto durante i miei venti anni di apicoltura, e che sono d’un interesse troppo limitato e troppo speciale. Voglio solo parlare delle “bionde api” di Ronsard, come si parla, di una cosa che si conosce e si ama, a quelli che non la conoscono affatto. Non intendo ornare la verità, né sostituire, secondo il giusto rimprovero rivolto da Réaumur a quanti prima di lui si sono occupati delle api da miele, un “meraviglioso” compiacente e immaginario al “meraviglioso” reale. Già troppo “meraviglioso” c’è nell’alveare, perché vi sia ragione di aggiungerne altro. Del resto, da molto tempo ho rinunciato a cercare in questo mondo una meraviglia più interessante e più bella della verità, o almeno dello sforzo che l’uomo fa per conoscerla. Non affanniamoci a trovare la grandezza della vita nelle cose incerte: tutte le cose ben certe sono grandissime e finora noi non abbiamo compiuto il giuro di alcuna di esse. Nulla dunque esporrò che non abbia io stesso verificato, o che non sia talmente ammesso dai classici dell’apidologia da rendere oziosa qualsiasi verifica. La mia parte si limiterà a presentare i fatti in una maniera altrettanto esatta, ma un po’ più vivace, a mescolarvi alcune riflessioni più ampiamente svolte e più libere, a raggrupparli in modo più armonico che non si possa fare in una guida, in un manuale pratico o in una monografia scientifica. Chi avrà letto questo libro non sarà in grado di curare un alveare, ma conoscerà press’a poco tutto quanto si sa di certo, di curioso, di profondo e di intimo sui suoi abitanti. Non è molto, di fronte a quello che rimane da imparare. Taccio di tutte le tradizioni erronee che nelle campagne e in molte opere formano ancora la leggenda dell’alveare. E quando ci sarà dubbio, disaccordo, ipotesi, quando arriverò all’ignoto, lo dichiarerò lealmente. Vedrete che ci fermeremo spesso dinanzi all’ignoto. Tranne i grandi atti sensibili della loro organizzazione e della loro attività, nulla si sa di totalmente preciso sulle favolose figlie di Aristeo. Via via che le andiamo allevando, constatiamo sempre più d’ignorare le profondità della loro esistenza reale; ma è questa una maniera d’ignorare già migliore dell’ignoranza incosciente e soddisfatta che forma il fondo della nostra scienza della vita; e probabilmente è tutto quello che l’uomo può lusingarsi d’imparare in questo mondo.

© Maurice Maeterlinck, “La Vita delle api”, trad. di C. Siniscalchi, in Maurice Maeterlinck, a cura di Ruggero Jacobbi, Torino, UTET, 1967 (prima edizione originale: Parigi 1901)

proSabato: Enzo Striano, Il resto di niente

«Meu Deus, que calor!»
Lenòr si levava all’alba, estenuata. Nelle notti d’agosto, alla vecchia casa di Ripetta imposte semiaperte e dilagavano i miasmi: vapori di vino, erbe putride, urina, bulicanti dall’acqua marcia che infettava gli scalini melmosi nell’antico porto.
Cosa non si disfaceva per quel tratto sordido di fiume! Barconi tenuti insieme con spago, carogne d’animali, stracci.
Norcinai e pesciaroli sventravano sul molo capretti, polli, pesci di mare o di Tevere, poi spazzavamo a secchi d’acqua, facendo precipitare pei gradini  torrenti di rigaije (dicevano così, aveva imparato bene la pronuncia) sanguinolente, pallidi gomitoli di grasso, cordate palpitanti d’intestini.
Ma le piaceva osservare la vita sudicia, clamorosa, di Ripetta, dal balconcino delle sue prime esperienze romane. Da lì vedeva canne e olivastri a riva di Trastevere, le acque finalmente pulite nell’ansa dopo Ponte Sisto.
Verso Ponte Sant’Angelo galleggiava il gran mulino delle sue fantasie, fatto di rami e di corde. Era attraccato a un pontile per due gomene sfilacciate. Se il padrone avesse voluto, sarebbero bastati una voce, un frullo di ormeggi e via: il mulino avrebbe ripreso a navigare, spinto dalla corrente. Magari verso il mare.
Dal balconcino imparò le prime parole del dialetto  in quel circoscritto osservatorio l’era nata la convinzione un po’ paurosa che i Romani fossero attaccabrighe, violenti, nulla al mondo amassero più di carne vino insulti.
Ora, però, contava quasi undici anni. Pensava. E i Romani le parevano pure tribolati da inspiegabili angosce. (altro…)

proSabato: Yves Bonnefoy, La comunità dei traduttori

[…] E il compito del traduttore? Ebbene, se questo non è un semplice storico, se non vuole soltanto farci sapere quali erano nella Divina Commedia il nome e i maneggi degli interlocutori di Dante all’inferno o al purgatorio, se vuole tradurre la poesia come tale, anche a lui occorre riconoscere che il primo oggetto della sua attenzione non devono essere gli intrichi semantici della materia testuale, ma quel ritmo, quella musica dei versi, quell’entusiasmo della materia sonora che hanno permesso al poeta di trasgredire nella frase il piano in cui la parola è innanzitutto concetto. E per essere così attento, che gli abbisogna se non lasciarsi prendere egli stesso, ingenuamente, immediatamente, da quella musica, perché essa susciti in lui – lui, che ridirà il senso – lo stesso stato poetico, lo stesso «stato cantante» che pervade l’autore della poesia? Che sappia ascoltare così, rispondere così, reagire così: e poi una musica, ormai la sua, nascerà in lui, stavolta dal grembo della sua lingua, s’impadronirà delle parole della traduzione che progetta, e un sentiero si aprirà, verso l’esperienza della Presenza, verso il sapere della vita, che quella musica delle parole era la sola a rendere possibile. Dopodiché poco importa che i nuovi ritmi siano differenti per via della prosodia dei timbri, della ritmica propria dell’opera originale: poiché l’essenziale è che un vero rapporto si sia stabilito nel traduttore divenuto poeta con la materia sonora, e ben vani mi sembrano i tentativi che si sforzano di imitare in francese la metrica di Keats o quella di Yeats. Certo la forma dell’opera è parte della sua intuizione d’insieme, e bisogna viverne il senso. Ma le rese di piedi con piedi e rime con rime reprimono sgradevolmente la spontaneità del traduttore; e in ogni caso nessuna lingua è capace in materia di prosodia di passare per le vie di un’altra. Quel che occorre è che l’accesso alla musica dei versi susciti uno stato per la grazia del quale la coscienza del traduttore approfondendosi, semplificandosi, faccia sì che il dire della poesia gli divenga chiaro, evidente, e si proponga pertanto, si proponga nuovamente, come del vissuto in potenza: un vissuto, se il traduttore lo fa suo, che certamente non sarà, negli anni che seguiranno, un ostacolo per il suo lavoro! Perché è con le parole che sappiamo impiegare nella nostra vita che scriviamo meglio le poesie. E traduciamo bene solo se possiamo partecipare pienamente a quanto cerchiamo di tradurre. (altro…)

proSabato: Emidio Montini, Nove

paroladiscriba

Nove

Essere crocifisso nell’azzurro è la più terribile delle punizioni. Per avere veduto il vero, lo stato della Casa. Le blatte lungo i muri, dietro gli stipiti. Le migrazioni delle cimici, la sottile conquista di ogni responsabile spazio, e scarafaggi a milioni coi loro dentini aguzzi a attaccare le fondamenta. Il senso dei miti è questo: indagare i locali interni del Tiranno che ha il potere di mozzar la testa, ma la cui stanza da letto è un cesso. Passare la facciata, come un falco bucare le nuvole e scoprire ghignante il Padre: il grande sarto che scombina i fili della decenza. Come se il male fosse di pochi abietti, mentre è la somma dei peccatucci a far crollar le Torri. Il creato è un grande Uno, divisibile solo per se stesso, senza frazioni, senza resto. L’entropia è un’altra menzogna del progresso. Non un’oncia d’energia va smarrita, non una lacrima dimenticata. Ma questo è un concetto semplice, di puro terrore per i milioni. Un concetto che non contempla maschere: che distrugge i ruoli, che coglie in fallo i piccoli di mercante e gli innumerevoli mariuoli. Non più placche d’ottone sulle porte, a indicare quale la parte che fa ingrassar le sporte: quale il colore che fa giuste le cose storte. Io per me non sono più umano. Rifiuto la razza dell’anello e della bisaccia, la genìa della chiacchiera incarnata. Dei culetti al vento, dei dischetti leva trucco. Delle schiume come cascate e delle bende ultrasottili per veline mestruate. Fuori l’anima, se esiste! La voglio per le strade nel tempo della Terra!

.

(da Parola di scriba, L’arcolaio, 2011)

proSabato: Claudio Magris, A.E.I.O.U.

A.E.I.O.U

La sera è fredda e silenziosa, alcuni bambini che trascinano delle slitte non rompono la solitudine e il deserto delle strade, la loro greve malinconia continentale. Sul Friedrichstor di Linz campeggia la celebre sigla sibillina che l’imperatore Federico III, morto probabilmente poco lontano, al n. 10 della Città Vecchia adorna di muti palazzi e di stemmi severi, imprimeva sui suoi oggetti e sui suoi edifici: A.E.I.O.U., forse Austriae est imperare orbi universo oppure Austria erit in orbe ultima. Quest’impero proteso ai confini del mondo e del tempo appariva, allo stesso Federico, insidiato dal declino e piegato dalle sconfitte, tanto che egli lamentava, nel suo diario, come il vessillo d’Austria non fosse vittorioso e cercava di arginare le difficoltà con quella strategia dell’elusione e dell’immobilità che doveva diventare, nei secoli, la statica grandiosa absburgica celebrata da Grillparzer e da Werfel, la riluttanza all’azione, il pathos difensivo di chi punta non a vincere ma a sopravvivere e non ama le guerre perché sa, come Francesco Giuseppe, che le guerre si perdono.
Morto nel 1493, Federico III, osserva Adam Wandruszka, mostra già i tipici tratti canonizzati più tardi dal mito absburgico: la simbiosi di inettitudine e saggezza, l’incapacità di agire che trapassa in accorta prudenza e in avveduta strategia, l’esitazione e la contraddizione elevate a linea di condotta permanente, il desiderio di quiete misto alla forza di accettare conflitti interminabili e insolubili.
La sigla A.E.I.O.U., di cui esistono anche successive interpretazioni meno rispettose, è divenuta una cifra del post-moderno, l’emblema di un’inadeguatezza e di una difesa obliqua che contrassegnano il nostro io sbilenco e dimesso. Quella grande e struggente tattica di sopravvivenza, che tante volte mi è sembrata uno scudo inappariscente ma non meno protettore di quello di Aiace, stasera mi appare anche in una sua coriacea aridità; una saggezza piena di dignità e d’ironìa, cui è però negata, per un soffio, la rivelazione delle cose ultime, quell’amore che crea e che redime, di cui canta il Veni Creator Spiritus. (altro…)

proSabato: Dino Buzzati, Sette piani

Dopo un giorno di viaggio in treno, Giuseppe Corte arrivò, una mattina di marzo, alla città dove c’era la famosa casa di cura. Aveva un po’ di febbre, ma volle fare ugualmente a piedi strada fra la stazione e l’ospedale, portandosi la sua valigetta. Benché avesse soltanto una leggerissima forma incipiente, Giuseppe Corte era stato consigliato di rivolgersi al celebre sanatorio, dove non si curava che quell’unica malattia. Ciò garantiva un’eccezionale competenza nei medici e la più razionale ed efficace sistemazione d’impianti.  Quando lo scorse da lontano – e lo riconobbe per averne già visto la fotografia in una circolare pubblicitaria – , Giuseppe Corte ebbe un’ottima impressione. Il bianco edificio a sette piani era solcato da regolari rientranze che gli davano una fisionomia vaga d’albergo. Tutt’attorno era una cinta di alti alberi. Dopo una sommaria visita medica, in attesa di un esame più accurato Giuseppe Corte fu messo in una gaia camera del settimo ed ultimo piano. I mobili erano chiari e lindi come la tappezzeria, le poltrone erano di legno, i cuscini rivestiti di policrome stoffe. La vista spaziava su uno dei più bei quartieri della città. Tutto era tranquillo, ospitale e rassicurante.

Giuseppe Corte si mise subito a letto e, accesa la lampadina sopra il capezzale, cominciò a leggere un libro che aveva portato con sé… Poco dopo entrò un’infermiera per chiedergli se desiderasse qualcosa… Giuseppe Corte non desiderava nulla ma si mise volentieri a discorrere con la giovane, chiedendo informazioni sulla casa di cura. Seppe così la strana caratteristica di quell’ospedale. I malati erano distribuiti piano per piano a seconda della gravità. Il settimo, cioè l’ultimo, era per le forme leggerissime. Il sesto era destinato ai malati non gravi ma neppure da trascurare. Al quinto si curavano già affezioni serie e così di seguito, di piano in piano. Al secondo erano i malati gravissimi. Al primo, quelli per cui era inutile sperare. Questo singolare sistema, oltre a sveltire grandemente il servizio, impediva che un malato leggero potesse venir turbato dalla vicinanza di un collega in agonia, e garantiva in ogni piano un’atmosfera omogenea. D’altra parte la cura poteva venir così graduata in modo perfetto. Ne derivava che gli ammalati erano divisi in sette progressive caste.

Ogni piano era come un piccolo mondo a sé, con le sue particolari regole, con le sue speciali tradizioni. E siccome ogni settore era affidato a un medico diverso, si erano formate, sia pure minime, ma precise differenze nei metodi di cura, nonostante il direttore generale avesse impresso all’istituto un unico fondamentale indirizzo. Quando l’infermiera fu uscita, Giuseppe Corte, sembrandogli che la febbre fosse scomparsa, raggiunse la finestra e guardò fuori, non per osservare il panorama della città, che pure era nuovo per lui, ma nella speranza di scorgere, attraverso le finestre, altri ammalati dei piani inferiori. La struttura dell’edificio, a grandi rientranze, permetteva tale genere di osservazione. Soprattutto Giuseppe Corte concentrò la sua attenzione sulle finestre del primo piano che sembravano lontanissime, e che si scorgevano solo di sbieco. Ma non poté vedere nulla di interessante. La maggioranza erano ermeticamente sprangate dalle grigie persiane scorrevoli. Il Corte si accorse che a una finestra di fianco alla sua stava affacciato un uomo. I due si guardarono a lungo con crescente simpatia, ma non sapevano come rompere il silenzio. Finalmente Giuseppe Corte si fece coraggio e disse:

“Anche lei sta qui da poco?”
“0h no – fece l’altro – sono qui già da due mesi…” tacque qualche istante e poi, non sapendo come continuare la conversazione, aggiunse: “Guardavo giù mio fratello.”
“Suo fratello?”
“Sì.” spiegò lo sconosciuto. “Siamo entrati insieme, un caso veramente strano, ma lui è andato peggiorando, pensi che adesso è già al quarto.”
“Al quarto che cosa?”
“Al quarto piano” spiegò l’individuo e pronunciò le due parole con una tale espressione di commiserazione e di orrore, che Giuseppe Corte restò quasi spaventato.
“Ma son così gravi al quarto piano?” domandò cautamente.
“Oh Dio” fece l’altro, scuotendo lentamente la testa “non sono ancora così disperati, ma comunque poco da stare allegri.”
“Ma allora”, chiese ancora il Corte, con una scherzosa disinvoltura come di chi accenna a cose tragiche che non lo riguardano, “allora, se al quarto sono già così gravi, al quinto chi mettono allora?” “0h, al primo sono proprio i moribondi. Laggiù i medici non hanno più niente da fare. C’è solo il prete che lavora. E naturalmente…”
“Ma ce n’è pochi al primo piano” interruppe Giuseppe Corte, come se gli premesse di avere una conferma “quasi tutte le stanze sono chiuse laggiù.”
“Ce n’è pochi, adesso, ma stamattina ce n’erano parecchi” rispose lo sconosciuto con un sottile sorriso. “Dove le persiane sono abbassate lì qualcuno è morto da poco. Non vede, del resto, che negli altri piani tutte le imposte sono aperte? Ma mi scusi, aggiunse ritraendosi lentamente “mi pare che cominci a far freddo. Io ritorno in letto.
Auguri, auguri…”

(altro…)

proSabato: Marco Mazzucchelli, Mario Marotta

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Marco Mazzucchelli, Mario Marotta (racconto inedito)

.    Domenica pomeriggio. Il padre di Mario Marotta era seduto sul divano, nella stanza di un monolocale in una scrostata palazzina sperduta nelle periferie nel sud del paese. La faccia di suo figlio friggeva distorta e dilatata nel televisore. Quello non era il quartiere dove aveva sempre vissuto, quella non era la casa dove aveva visto suo figlio crescere e dalla quale poi era fuggito con la madre. Non ci aveva mai invitato parenti o amici.
.    Faceva caldo, ma non stava bevendo niente. Non voleva distrazioni: ora erano solo lui e suo figlio nello schermo della TV. Lo fissava. L’unica cosa di buono che aveva fatto la moglie dopo la fuga era stata quella di inviargli di tanto in tanto delle foto di Mario che cresceva lontano da lui, in un posto odiato e che aveva giurato di non visitare mai. Alla fine ce l’aveva fatta, pensò: lui e i suoi maledetti libri. Mario, suo figlio, ce l’aveva fatta, sarebbe diventato famoso, lo era già, chissà quante cose avrebbe potuto fare. La presentatrice aveva in mano il suo libro e lo mostrava alla telecamera.
.    «Mario Marotta. Questo è il suo primo romanzo.»
.   La copertina non l’aveva scelta lui, nemmeno il titolo del libro o la quarta di copertina. Queste cose il padre di Mario non le sapeva, non gli interessavano nemmeno, ma era come se ne percepiva il senso nascosto. Notò, a seconda dell’inclinazione del libro sotto i fasci di luce, le numerose ditate impresse sulla copertina e poi si chiese quante di quelle persone che ora stavano seguendo il programma avrebbero comprato e letto quella storia inventata da suo figlio. Chi avrebbe avuto voglia, in quella calura insopportabile, di mettersi a leggere l’ennesima storia inventata? E poi, tra quella infinitesima parte di persone che invece avrebbero acquistato quel libro, in quanti avrebbero capito davvero quello che c’era scritto, ciò che Mario aveva voluto dire? Per tutti gli Italiani che erano sintonizzati su Rete 5, Mario Marotta non era altro che la grafica della copertina e quel titolo ridicolo. La presentatrice non si degnò di leggere nessun passaggio, non accarezzò il libro, non lo aprì nemmeno. Lo mosse a destra e poi a sinistra preoccupandosi solo che fosse inquadrato e lesse ciò che le suggeriva il gobbo. Mentre parlava, si sistemò il corsetto dal quale i seni ondeggiarono come due budini in procinto di disfarsi. Il padre di Mario pensò che le pagine di quel libro pieno di ditate avrebbero potuto benissimo essere tutte bianche e nessuno lo avrebbe mai saputo. Le sue mani vennero percorse da quello stesso brivido che le elettrizzava quando entrava nella biblioteca della loro vecchia casa – e le assi di legno scuro del pavimento scricchiolavano, e le tende bianche si gonfiavano fino a quando non si richiudeva la porta dietro di sé, e nelle narici si infiltrava quell’odore di muffa e cadaveri che impregnava i mobili e i divani di quella stanza e i vestiti e i pomeriggi di suo figlio – e impugnava i libri per la costa e li lacerava, separando lo scheletro legato della copertina dal corpo molle delle pagine, dilaniando la carta come se fosse carne, con la testa ormai da un’altra parte, rimanendo tutto mani e tutto rabbia, in balia di un impulso che allo stesso tempo doveva assecondare e si sentiva di incoraggiare. (altro…)

proSabato: Imre Oravecz, E dopo di te

Imre Oravecz, E dopo di te, da Settembre, 1972; Edizioni Anfora 2008, traduzione di Vera Gheno

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E dopo di te andarono e vennero i giorni, le settimane, i mesi e gli anni, e venni e andai anch’io, di paese in paese, di città in città, di stanza in stanza, e vennero e andarono anche le donne, le belle e le brutte, le alte e le basse, le abbondanti e le magre, le bionde e le more, le prosperose e le piatte, le pelose e le rasate, le forti e le deboli, le allegre e le tristi, le estroverse e le misteriose, le disinvolte e le impacciate, le intelligenti e le stupide, le profonde e le superficiali, le giudiziose e le sconsiderate, le sensibili e le indifferenti, le determinate e le caotiche, le bollenti e le gelide, le pudiche e le licenziose, le pure e le corrotte, le maestre del piacere e le dilettanti del godimento, le beniamine della sorte e le sventurate, e tutte hanno dato e hanno preso, hanno detto il vero e hanno mentito, mi hanno eccitato e mi hanno raffreddato, mi hanno soddisfatto e hanno lasciato un senso di vuoto, hanno risvegliato il desiderio e hanno provocato disgusto, hanno recato gioia e mi hanno straziato, mi hanno divinizzato e mi hanno maledetto, mi hanno accolto e mi hanno respinto, mi hanno liberato e mi hanno schiavizzato, mi hanno innalzato e mi hanno calpestato nel fango, mi hanno reso migliore e peggiorato, mi hanno infuso speranza e mi hanno fatto disperare, hanno giurato fedeltà e sono state infedeli, si sono messe al mio fianco e mi hanno abbandonato,e io ho fatto a loro stesso che loro hanno fatto a me, e ti ho tradito con ognuna di loro, perché ti amavo ancora, mentre cercavo di convincermi che ormai non ti amo più.

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© Imre Oravecz

proSabato: Imre Oravecz, Era un mattino ordinario

Imre Oravecz, Era un mattino ordinario, da Settembre, 1972; Edizioni Anfora, 2008, traduzione di Vera Gheno

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Era un mattino ordinario, né presto né tardi, una specie di transizione tra la notte e il giorno, anche se in esso già c’era il desiderio della realizzazione delle speranze di quel giorno e la previsione del dileguamento delle speranze di quel giorno, ma poiché eri a casa, con la tua presenza addolcivi tale transizione, e questo mi mise un po’ scioccamente di buon umore, ed eccezionalmente sentivo che quando afferravo qualcosa, la maniglia, il rubinetto, la tazza, lo spazzolino, o il coltello, allora ero io a tenerlo, e non quello a tenere me, mi vestii in fretta, dovevo andare da qualche parte, sbrigare una faccenda, tu, chinata, stavi montando i pezzi del tubo dell’aspirapolvere e, precedendomi nel compiere le cose da fare, ti stavi preparando a fare le pulizie quando, all’improvviso, mi venne in mente qualcosa, anzi, non mi venne in mente qualcosa, quindi così com’ero, in mutande e canottiera, montai sulla poltrona davanti alla libreria, per cercare e tirare giù quel libro in cui controllare quel qualcosa, e mentre stavo lassù in piedi con le costole sporgenti, con la pancia incavata, al bordo superiore del tuo campo visivo, nella luce storta che entrava in casa, inaspettatamente mi guardasti da sotto e inaspettatamente vedesti quant’ero dimagrito, e come chi vede qualcosa di spaventosamente nuovo, che prima non c’era ancora, e ora invece semplicemente c’è, inorridisti, eppure non era una cosa nuova, anzi, era molto vecchia, lo stigma del mio dibattermi tra il desiderio della realizzazione delle speranze, che era comparso e divenuto visibile anche sul mio corpo, come una qualche evidente anomalia che ormai non si poteva non notare.

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© Imre Oravecz

 

proSabato: Ignazio Silone, Il segreto di Luca

proSabato: Ignazio Silone, Il segreto di Luca

«La verità» disse il prete «assai spesso è inverosimile.»
«Veniamo al presente» disse il maresciallo. «In tutta sincerità, non considera anche lei l’imminente ritorno di Luca, qui, a Cisterna, con qualche trepidazione?»
Il prete rifletté a lungo.
«Mentirei se lo negassi» egli rispose infine con un filo di voce.
«Ha qualche timore particolare?» insisté il maresciallo «Dietro il mistero stesso della sua condotta davanti ai giurati, non potrebbe nascondersi qualche motivo di risentimento?»
«Non so» rispose il prete. «Sento un’ansietà che non so esprimere. Certo, essendo innocente, egli ha diritto alla libertà. Ma che cosa farà qui? Il mondo che egli conosceva, ormai, non esiste più. Incontrarlo sarà per me, e per qualche altro vecchio suo coetaneo, come l’appuntamento con un risuscitato… Ma, scusate, queste sono considerazioni egoistiche. C’è un altro aspetto, quello materiale della sua situazione qui, dopo il ritorno, per cui non so come si provvederà. Lo Stato gli pagherà un’indennità per gli anni d’ergastolo ingiustamente sofferti?»
«La nostra legge non lo prevede» disse il maresciallo.
«Non prevede gli errori giudiziari?»
«La legge» spiegò il maresciallo «non sancisce alcun obbligo per lo Stato d’indennizzare le vittime degli errori giudiziari… Luca non ha parenti? Non ha beni di famiglia?»
«Nessuno» disse il prete.
Mentre la conversazione tra il maresciallo e il prete si avviava così alla conclusione, era arrivato sul piazzale un ragazzetto scalzo, con una giacca militare che gli scendeva fino ai ginocchi, che spingeva davanti a sé, a calci, una vecchia scatola di latta, facendo uno strepito del diavolo.
«Toni» gli gridò don Serafino «ti farai male ai piedi.»
Subito Toni abbandonò la scatola e fingendo di essere azzoppato andò a sedersi accanto al prete.
«M’è venuta un’idea» disse don Serafino riprendendo il discorso col
maresciallo. «Prima ancora che Luca torni qui, il comune non potrebbe chiedere il suo ricovero nell’ospizio provinciale dei vecchi? Mi pare che quell’infelice abbia tutti i requisiti per essere ricoverato.»
«È una buona ispirazione» disse il maresciallo. «Mi rendo conto che è un’ispirazione della Provvidenza. Vado subito a parlarne col sindaco.»
Appena il maresciallo sparì dietro la chiesa, Toni mormorò al prete:
«Ero venuto per darvi una notizia che pensavo vi avrebbe dato una grande contentezza.»
«Quale notizia?» domandò il prete incuriosito.
«Ora non ne vale più la pena» disse il ragazzo imbronciato.
«Suvvia, parla, che notizia era?»
Il ragazzo bisbigliò qualcosa all’orecchio del prete e vide sul suo volto i segni d’un improvviso turbamento.
«Egli è già qui?» gli domandò. «Da quando?»
«Da ieri.»
«Dov’è?»
«Non so se faccio bene a dirvelo. Beh, a casa sua.»
«Tra le macerie?»
«Gli ho procurato un pagliericcio, qualche oggetto.»
«Nessuno l’ha visto in giro?»
«Fin’ora non ha voluto mostrarsi.»
«È stato lui a mandarti da me?»
«Egli non vuole mostrarsi, m’ha detto, prima di sapere come sta ora il paese, chi sia vivo, chi sia morto, e così di seguito. Ma come potevo io rispondere a tutte le sue domande? Anche la sua storia non la conosco mica bene. Ho solo capito che non è un uomo come gli altri. Allora gli ho proposto di andare a chiamare qualche suo amico dei tempi passati, e di condurlo da lui. Ma lui stesso non sapeva chi indicarmi. Una volta c’era qui un prete, un certo don Serafino, m’ha detto; anzi, arrivando l’ho cercato in sacrestia, ha aggiunto, ma mi pare d’aver capito che è morto. No, gli ho spiegato, don Serafino non è più parroco perché vecchio, ma è ancora vivo. Avreste dovuto vedere com’era contento a questa notizia… Invece voi vorreste farlo rinchiudere di nuovo. Adesso capisco che ho fatto male a dirvi che è tornato. Sì, sono stato molto stupido a fidarmi di voi.»
Toni non proseguì, perché s’avvide che don Serafino aveva gli occhi pieni di lacrime.
«Andiamo» disse il prete alzandosi bruscamente. «Conducimi da lui.»

da: Ignazio Silone, Il segreto di Luca, Mondadori, Milano 1956