prosabato

proSabato: Sergio Claudio Perroni, I capelli di una donna

I capelli di una donna

I capelli di una donna, numerosi come sono, assistono a quasi tutto di lei, i capelli di una donna, ovunque sono, assistono a tutte le storie che la circondano e a molte di quelle che la abitano, assistono agli sguardi che d’istinto la rincorrono e che a volte si trasformano in labbra, assistono allo spettacolo inquieto della sua ombra, a quel buio di sé che a volte si lascia alle spalle, assistono ai suoi brividi di freddo e ondeggiano sul collo per ripararla, i capelli di una donna, volubili come sono, assistono alla sua mano che li accarezza per ripiego quando non può accarezzare chi ha di fronte, chi ha accanto, chi ha dentro, i capelli di una donna, sensibili come sono, assistono alle parole che ascolta e a quelle che dice, ma soprattutto alle parole che tace, perché i capelli di una donna, vicini come sono, assistono d’ufficio al gran teatro dei suoi pensieri, e a volte si rizzano sgomenti, a volte si scuotono in un’ovazione, e più delle volte perdono il filo, perché i pensieri di una donna sono più numerosi, più volubili e più ovunque perfino dei suoi capelli.

 

Da: Sergio Claudio Perroni, Entro a volte nel tuo sonno, La nave di Teseo editore.
[scelta di Ilaria Grasso]

proSabato: Clarice Lispector, da “Acqua viva”

Ah vivere è così scomodo. Tutto si stringe: il corpo esige, lo spirito non si ferma, vivere sembra come aver sonno e non poter dormire… vivere non è confortevole. Non si può andare in giro nudi né nel corpo né nello spirito.
Non te lo avevo detto che vivere sta stretto? Allora sono andata a dormire e ho sognato che ti scrivevo un largo maestoso ed era ancora più vero di quel che ti scrivo: era senza paura. Mi sono dimenticata di quanto ho scritto nel sogno, tutto è tornato al nulla, è tornato alla Forza di ciò che esiste e che a volte si chiama Dio.
Tutto finisce ma ciò che ti scrivo va avanti. Il che va bene, molto bene. Il meglio non è ancora stato scritto. Il meglio si trova tra le righe.
Oggi è sabato ed è fatto dell’aria più pura, soltanto aria. Ti parlo come esercizio profondo di me. Adesso cosa voglio scrivere? Voglio qualcosa di tranquillo e senza fronzoli. Qualcosa come il ricordo di un monumento alto che sembra ancora più alto perché è un ricordo. Ma voglio fra l’altro aver davvero toccato il monumento. Mi fermo perché è sabato.
Sempre sabato.
Ciò che sarà ancora dopo una sera di «chi sono io» e dopo essermi svegliata all’una del mattino ancora disperata…ecco che alle tre del mattino mi sono svegliata e mi sono trovata. Mi sono venuta incontro. Calma, allegra, pienezza senza folgorazione.
Semplicemente io sono io. E tu sei tu. È vasto, durerà.
Quel che ti scrivo è un «questo». Non si fermerà: va avanti.
Guardami e amami. No: tu guardi te stesso e ti ami. È quello che è giusto.
Ciò che ti scrivo va avanti e io sono stregata.

 

Da: Clarice Lispector, Acqua viva, Adelphi Edizioni; traduzione di Roberto Francavilla.
[scelta di Ilaria Grasso]

proSabato: Joaquín Pasos, L’angelo povero

Joaquín Pasos
L’ANGELO POVERO

Traduzione di Emilio Capaccio

 

I

Aveva un’espressione serena sul viso sporco. Uno sguardo invece assai tormentato nei suoi occhi chiari. La barba di molti giorni. I capelli ravvivati solo con le dita.
Quando camminava con il suo passo stanco, le punte delle ali si trascinavano per terra. Jaime voleva spuntargliele, perché non si sporcassero alle estremità che erano già pietosamente sfrangiate. Ma temeva come chi teme di toccare un angelo. Lavarlo, pettinarlo, sistemargli le piume, vestirlo con una bella camicia da notte di seta bianca, invece del vecchio camice che lo copriva, questo desiderava il bambino. Infilargli, al posto dei grossi e sporchi scarponi neri, dei sandali di raso lucente.
Un giorno trovò il coraggio di proporglielo.
Il povero angelo non disse nulla, fissò Jaime e se ne andò in giardino ad annaffiare i suoi piccoli roseti giapponesi.
Tutte le volte che si preparava a svolgere questo compito tirava su le ali e le intrecciava alle punte. C’era in quel gesto qualcosa del rimboccarsi le maniche dell’educata sguattera.
In realtà, poco gli servivano le ali nella vita domestica. Qualche volta le adoperava per attizzare il fuoco della cucina. Altre volte, le agitava con straordinaria velocità per rinfrescare la casa durante i giorni di caldo. Quando lo faceva accennava un sorriso in un modo strano. Quasi tristemente.
È chiaro che gli angeli dimostrino la loro età dalle ali, come gli alberi dalle loro cortecce. Ciò nonostante, nessuno sapeva che età avesse quell’angelo. Da quando era arrivato nella casa di Don José Ortiz Esmondeo, più o meno due anni prima, aveva lo stesso viso, lo stesso vestito, la stessa età indefinibile.
Non usciva mai, neanche per andare a messa la domenica. La gente del paese si era abituata a considerarlo come uno strano uccello celeste che viveva nella casa di Ortiz Esmondeo, rinchiuso come in una nicchia di una chiesa.
I ragazzi che giocavano sul ponte furono i primi a vederlo quando arrivò. Al principio gli lanciarono delle pietre, poi si spinsero fino a tirargli le ali. L’angelo sorrise e i ragazzi compresero dal suo sorriso che era realmente un angelo. Muti e timorosi, seguirono il suo passo posato, triste, quasi claudicante.
Entrò nel paese, con lo stesso camice, le stesse scarpe e con un berretto sulla testa. Con lo stesso aspetto di angelo umile e povero, con lo stesso sorriso misterioso.
Salutò con un gesto delle mani sporche, calzolai, sarti, falegnami, tutti gli artigiani che increduli interrompevano il lavoro nel vederlo passare.
E arrivò così alla fastosa casa di Don José Ortiz Esmondeo, circondato dalla gente curiosa del vicinato.
Donna Alba, la signora, aprì la porta.
— Sono un angelo povero – disse l’angelo. (altro…)

proSabato: Raffaele Calvanese, Can’t find a better man

foto di ©Emanuela Vh. Bonetti

Can’t find a better man

Avete mai fatto caso a quante persone prima, durante e dopo un concerto passano il tempo cercando di incontrarsi?
Probabilmente perché è questo che fa la musica, fa incontrare persone. L’estate del 2018 era il momento per incontrarsi, con Eddie, con Stone, Mike, Jeff e con tante altre persone che vedevo molto meno di quanto avrei voluto.
Luca, per esempio, doveva vederli già qualche anno fa, all’epoca frequentava una ragazza per cui moriva. Comprò i biglietto per andare a Venezia e pochi giorni dopo lei lo lasciò, lui la prese così male che non ebbe il coraggio di andarci per conto suo. Tra l’altro la stronza si è sposata pochi giorni prima del concerto di Roma, Luca aveva già il biglietto ed ora ben altri problemi. La sua compagna attuale era stata licenziata qualche settimana prima per essere riassunta con un nuovo contratto, perdendo così tutte le ferie maturate. Volevano esserci a tutti i costi, e per farlo toccava fare una vera e propria traversata in auto. Io avevo il biglietto di curva, da solo, mentre Sergio quello del prato. La missione, impossibile, di Sergio era stringere la mano ad Eddie. Era il suo Dio, lo adorava e non perdeva nessun concerto dei Pearl Jam quando erano da queste parti. Era già stato a  Milano ed a Padova e voleva chiudere il cerchio a Roma insieme a noi.  Diceva che era per via della scommessa di stringere la mano a Vedder. Inutile provare a distoglierlo da quell’idea malsana.
Io, dal canto mio, avevo già perso il biglietto una volta, comprarlo con larghissimo anticipo non era stata una grande idea. Poi dopo aver messo casa sottosopra l’avevo ritrovato tra due bottiglie di vino rosso tenute da parte per le occasioni speciali. I Pearl Jam me li aveva fatti scoprire Lorenzo, giocava a calcetto con una maglietta con su scritto “Eddie” invece che il suo nome. La cosa mi incuriosì e così gli chiesi la spiegazione. La risposta furono Ten, Vs., Vitalogy fino ad arrivare a Yeld, il disco che ho amato di più per questioni di età. Lo ascoltavo in continuazione. All’inizio su una cassetta che mi aveva registrato lo stesso Lorenzo, poi sul cd che comprai poco dopo, oggi col vinile che ho preso appena ho avuto un giradischi decente per farlo suonare a dovere.
Con Luca e Sergio alle superiori avevamo provato a mettere su una piccola band, una delle cose più banali per gli adolescenti della nostra età, una storia come se ne ascoltano a migliaia. Poi, proprio come dice la canzone di quell’altro che si fa i selfie su facebook, “Uno su mille ce la fa” e quell’uno non eravamo noi tre, che tenemmo in piedi la band più come passatempo che per andare da qualche parte nella nostra vita. Passavamo i pomeriggi nel garage di Sergio a suonare, fumare e a chiacchierare. Di tanto in tanto veniva ad ascoltarci qualche amico. Avevamo molte canzoni dei Pearl Jam tra le nostre cover, Elderly Woman, Daughter, Nothingman, Better Man. Ero poco esperto con gli assoli e quindi cercavamo di fare quelle più semplici. Negli anni novanta la musica era una questione più personale, da vivere da soli o se andava bene con qualche amico, ascoltando i dischi insieme. Lorenzo abitava nel mio palazzo un paio di piani più su, era di qualche anno più grande di me e ogni giorno aveva un progetto nuovo per svoltare. Quando scoprì che avevo comprato uno dei primi masterizzatori mise in piedi nella mia stanza una centrale operativa per smistare compilation personalizzate a mezza città. Mi portava i suoi dischi, ne aveva centinaia, li comprava senza badare a spese, alcuni li sceglieva per la copertina altri per amore. Quelli dei Pearl jam li aveva tutti, come anche quello dei Mad Season, degli Alice In Chains e dei Guns n Roses. Il rock degli anni 90 per lui non aveva segreti, anche se i Pearl Jam erano qualcosa di diverso, qualcosa di personale. Quel masterizzatore, a ripensarci ora, fu l’inizio del cambiamento del modo di ascoltare musica.
A Roma ci volevo essere per incontrare principalmente Lorenzo. Mi sarei incontrato anche con Luca e Sergio, e con chi sa quante altre persone di certo. Luca aveva un tragitto abbastanza tortuoso davanti a sé. Traversata Caserta Benevento, Benevento Roma e stesso giro al ritorno per andare a prendere Eleonora che usciva dal lavoro un po’ prima per poter esserci anche lei.
Io ero già sul posto, a Roma, lavorando in un Albergo alla reception, il meglio che avevo potuto trovare in città dopo la chiusura della società dove avevo cominciato a lavorare qualche anno prima. Passavo le giornate tra un check-in e un check-out fantasticando di pubblicare il mio libro. Unica magra consolazione dal resto delle schifezze che affrontavo da mattina a sera. Appuntamento sotto l’obelisco intorno alle cinque, così ci eravamo detti con Sergio e Luca.
La giornata comincia presto, panini, birre in fresco, borsa termica, sigarette. Luca in macchina aveva un best of dei Paearl Jam preparato per l’occasione, la sua guida a scatti lasciava presagire un bel viaggio della speranza. L’ansia di non trovare parcheggio e di restare imbottigliati nel traffico del ritorno poi non erano di grande aiuto. Sergio invece sarebbe sceso in treno, avrebbe dormito da me e poi sarebbe tornato a Milano. Appuntamento sotto l’obelisco fuori lo stadio.  Così ci eravamo detti.
C’è stato questo tempo in cui le chitarre elettriche contavano più delle prese per ricaricare i cellulari, anni che sembrano dietro l’angolo e che invece scivolano sempre più giù, sempre più lontani che pensavi di poterli afferrare in qualsiasi momento e invece diventano sempre più sfumati sullo sfondo. Sergio aveva trovato lavoro in un’azienda pubblicitaria, cosa strana a Milano, Luca faceva l’avvocato. I nostri compagni di scuola avevano tutti dei lavori più o meno decenti, erano tutti sposati o con figli, solo noi tre eravamo rimasti ancora a briglia sciolta. Luca avrebbe anche voluto sposarsi ma Eleonora lavorava troppo lontano, poi riusciva a stento a far quadrare i loro impegni per andare a vedere un concerto, figuriamoci progettare seriamente una vita insieme.
Alle cinque sotto l’obelisco c’ero solo io, la solita inutile puntualità. Dopo una ventina di minuti mi squilla il cellulare, era Luca, stava passando fuori lo stadio in cerca di parcheggio.-Salta su al volo che mi accompagni.
Ci spingiamo fino a Ponte Milvio, lo superiamo, ci buttiamo in una traversa secondaria, vediamo delle strisce bianche in mezzo alla carreggiata con alcune auto parcheggiate.
– Lasciala qui.
– Sicuro che non mi fanno la multa?
– Sicura è solo la morte qui a Roma.
Luca si lascia convincere, lasciamo la macchina a dieci minuti di cammino dallo Stadio. Saluto Eleonora che vedo con uno sguardo assente. La sua espressione mi spiazza, Luca mi spiega che a lavoro ha avuto la solita giornata schifosa. Intanto squilla di nuovo il telefono, è Sergio:
– Dove siete?
– Arriviamo, abbiamo appena parcheggiato. (altro…)

proSabato: Roberto Saviano, La lezione

 

Questo libro lo dedico a tutti i carabinieri
della mia scorta.
Alle 38.000 ore trascorse insieme.
E a quelle ancora da trascorrere.
Ovunque.

La lezione

“Erano tutti intorno a un tavolo, proprio a New York, non lontano da qui.”
“Dove?” chiesi d’istinto.
Mi guardò come a dire che non credeva fossi tanto idiota da fare simili domande. Le parole che stavo per sentire erano uno scambio di favori. La polizia, qualche anno prima, aveva arrestato un ragazzo in Europa. Un messicano con passaporto statunitense. Spedito a New York, l’avevano lasciato a bagnomaria, immerso nelle acque dei traffici della città evitandogli la galera. Ogni tanto spifferava qualcosa, in cambio non lo arrestavano. Non proprio un confidente, piuttosto qualcosa di molto vicino che non lo facesse sentire un infame ma nemmeno un silenzioso e omertoso affiliato di granito. I poliziotti gli chiedevano cose generiche, non circostanziate al punto da poterlo esporre con il suo gruppo. Serviva che riportasse un vento, un umore, voci di riunioni o di guerre. Non prove, non indizi: voci. Gli indizi sarebbero andati a cercarseli in un secondo momento. Ma ora questo non bastava più, il ragazzo aveva registrato sul suo iPhone un discorso durante una riunione a cui aveva partecipato. E i poliziotti erano inquieti. Alcuni di loro, con cui avevo un rapporto da anni, volevano che ne scrivessi. Che ne scrivessi da qualche parte, facendo rumore, per testare le reazioni, per capire se la storia che stavo per ascoltare fosse davvero andata come diceva il ragazzo o non fosse invece una messa in scena, un teatrino costruito da qualcuno per adescare chicani e italiani. Dovevo scriverne per creare movimento negli ambienti dove quelle parole erano state dette, dove erano state ascoltate.
Il poliziotto mi aspettò a Battery Park su un piccolo molo, senza cappellini impermeabili o occhiali da sole. Nessun ridicolo camuffamento: arrivò vestito con una T-shirt coloratissima, ciabatte e il sorriso di chi non vede l’ora di raccontare un segreto. Parlava un italiano pieno di inflessioni dialettali, ma comprensibile. Non cercò nessuna forma di complicità, aveva ricevuto ordini di raccontarmi quel fatto e lo fece senza troppe mediazioni. Me lo ricordo perfettamente. Quel racconto m’è rimasto dentro. Col tempo mi sono convinto che le cose che ricordiamo non le conserviamo solo in testa, non stanno tutte nella stessa zona del cervello: mi sono convinto che anche altri organi hanno una memoria. Il fegato, i testicoli, le unghie, il costato. Quando ascolti parole finali, rimangono impigliate lì. E quando queste parti ricordano, spediscono quello che hanno registrato al cervello. Più spesso mi accorgo di ricordare con lo stomaco, che immagazzina il bello e l’orrendo. Lo so che sono lì, certi ricordi, lo so perché lo stomaco si muove. E a volte a muoversi è anche la pancia. È il diaframma che crea onde: una lamina sottile, una membrana piantata lì, con le radici al centro del nostro corpo. È da lì che parte tutto. Il diaframma fa ansimare, rabbrividire, ma anche pisciare, defecare, vomitare. È da lì che parte la spinta durante il parto. E sono anche certo che ci sono posti che raccolgono il peggio: conservano lo scarto. Io quel posto lì dentro di me non so dove sia, ma è pieno. E ora è saturo, talmente colmo che non ci sta più niente. Il mio luogo dei ricordi, o meglio degli scarti, è satollo. Sembrerebbe una buona notizia: non c’è più spazio per il dolore. Ma non lo è. Se gli scarti non hanno più un posto dove andare, iniziano a infilarsi anche dove non devono. Si ficcano nei posti che raccolgono memorie diverse. Il racconto di quel poliziotto ha colmato definitivamente la parte di me che ricorda le cose peggiori. Quelle cose che riaffiorano quando pensi che tutto sta andando meglio, quando ti si apre una mattina luminosa, quando torni a casa, quando pensi che in fondo ne valeva la pena. In questi momenti, come un rigurgito, come un’esalazione, da qualche parte risalgono ricordi scuri, come i rifiuti in una discarica, sepolti da terra, coperti di plastica, trovano comunque la loro strada per venire a galla e avvelenare tutto. Ecco, proprio in questa zona del corpo conservo la memoria di quelle parole. Ed è inutile cercarne la latitudine esatta, perché se anche trovassi quel posto, non servirebbe a nulla prenderlo a pugni, accoltellarlo, strizzarlo per farne uscire parole come pus da una vescica. È tutto lì. Tutto deve restare lì. Punto e basta.
Il poliziotto mi raccontava che il ragazzo, il suo informatore, aveva ascoltato l’unica lezione che vale la pena di ascoltare e l’aveva registrata di nascosto. Non per tradire, ma per riascoltarsela lui. Una lezione su come si sta al mondo. E gliel’aveva fatta sentire tutta: una cuffia nel suo orecchio, l’altra in quella del ragazzo, che con il cuore a mille aveva fatto partire l’audio del discorso.
“Ora tu ne scrivi, vediamo se qualcuno si incazza… Così significa che questa storia è vera e abbiamo conferma. Se ne scrivi e nessuno fa niente, allora o è una gran balla di qualche attore di serie B e il nostro chicano ci ha presi in giro oppure… nessuno crede alle cazzate che scrivi e in quel caso ci hanno fregato.”
E iniziò a ridere. Io annuivo. Non promettevo, cercavo di capire. A farla, quella presunta lezione, sarebbe stato un vecchio boss italiano, davanti a un consesso di chicani, italiani, italoamericani, albanesi ed ex combattenti dei Kaibiles, i legionari guatemaltechi. Almeno questo diceva il ragazzo. Non informazioni, cifre e dettagli. Non qualcosa da imparare controvoglia. Entri in una stanza in un modo e ne esci in un altro. Hai gli stessi vestiti, hai lo stesso taglio di capelli, hai i peli della barba della stessa lunghezza. Non hai segni d’addestramento, tagli sulle arcate sopracciliari o naso rotto, non hai la testa lavata da sermoni. Entri, ed esci a prima vista uguale a come sei stato spinto dentro. Ma uguale solo fuori. Dentro è tutto diverso. Non ti hanno svelato la verità ultima, ma semplicemente messo al posto giusto un po’ di cose. Cose che prima di quel momento non avevi capito come utilizzare, che non avevi avuto il coraggio di aprire, sistemare, osservare.
Il poliziotto mi leggeva da un’agenda la trascrizione che si era fatto del discorso. Si erano riuniti in una stanza, non troppo lontano da dove siamo ora. Seduti a caso, senza nessun ordine, non a ferro di cavallo come nelle funzioni rituali di affiliazione. Seduti come si sta seduti nei circoli ricreativi dei paesi di provincia del Sud Italia o nei ristoranti di Arthur Avenue, a vedere una partita di calcio in tv. Ma in quella stanza non c’era nessuna partita di calcio e nessuna riunione tra amici, era tutta gente affiliata con gradi diversi alle organizzazioni criminali. Ad alzarsi fu il vecchio italiano. Sapevano che era uomo d’onore e che era venuto negli Stati Uniti dopo aver vissuto molto tempo in Canada. Iniziò a parlare senza presentarsi, non c’era motivo. Parlava una lingua spuria, italiano misto a inglese e spagnolo, a volte usava il dialetto. Avrei voluto sapere il suo nome e così provavo a chiederlo al poliziotto fingendo una curiosità momentanea e casuale. Il poliziotto non provava nemmeno a rispondermi. C’erano solo le parole del boss.
“U munnu de chiri ca cridanu de putì campà cu ra giustizia, con le leggi uguali pe tutti, cu na bona fatiga, la dignità, le strade pulite, le fimmine uguali agli uomini, è solo un mondo di finocchi che credono di poter prendere in giro se stessi. E anche chi gli gira attorno. Le cazzate sul mondo migliore lasciamole agli idioti. Gli idioti ricchi che si comprano questo lusso. Il lusso di credere al mondo felice, al mondo giusto. Ricchi col senso di colpa o con qualcosa da nascondere. Who rules just does it, and that’s it. Chi comanda lo fa e basta. Oppure può dire che invece comanda per il bene, per la giustizia, per la libertà. Ma queste sono cose da fimmine, lasciamole ai ricchi, agli idioti. Chi comanda, comanda. Punto e basta.”
Cercavo di chiedere com’era vestito, quanti anni avesse. Domande da sbirro, da cronista, da curioso, da ossessivo, che con quei dettagli crede di poter risalire alla tipologia di capo che pronuncia quel genere di discorsi. Il mio interlocutore mi ignorava e continuava. Io lo ascoltavo e setacciavo le parole come fossero sabbia per trovare la pepita, il nome. Ascoltavo quelle parole, ma cercando altro. Cercando indizi.
“Voleva spiegargli le regole, capisci?” mi disse il poliziotto. “Voleva che gli entrassero proprio dentro. Io sono sicuro che questo non ha mentito. Garantisco io che non è un cazzaro, il messicano. Giuro sull’anima mia per la sua, anche se nessuno mi crede.”
Ricacciò lo sguardo nell’agenda e continuò a leggere.
“Le regole dell’organizzazione sono le regole della vita. Le leggi dello Stato sono le regole di una parte che vuole fottere l’altra. E nui nun cci facimu futte e nessunu. Ci sta chi fa soldi senza rischi, e questi signori avranno sempre paura di chi invece i soldi li fa rischiando tutto. If you risk all, you have all, capito? Se pensi invece che ti devi salvare o che puoi farcela senza carcere, senza scappare, senza nasconderti, allora è meglio chiarire subito: non sei un uomo. E se non siete uomini, uscite subito da questa stanza e non ci sperate nemmeno, ca cchiu diventati uamini, mai e poi mai sarete uomini d’onore.”
Il poliziotto mi guardava. I suoi occhi erano due fessure, strizzati come per mettere a fuoco quello che ricordava benissimo. Aveva letto e ascoltato quella testimonianza decine di volte.
“Crees en el amor? El amor se acaba. Crees en tu corazón? El corazón se detiene. No? No amor y no corazón? Entonces crees en el coño? Ma pure la fica dopo un po’ si secca. Credi in tua moglie? Appena finisci i soldi ti dirà che la trascuri. Credi nei figli? Appena non gli dai danaro diranno che non li ami. Credi in tua madre? Se non le fai da balia dirà che sei un figlio ingrato. Escucha lo que digo: tienes que vivir. Si deve vivere per se stessi. È per se stessi che bisogna saper essere rispettati e poi rispettare. La famiglia. Rispettare chi vi serve e disprezzare chi non serve. Il rispetto lo conquista chi può darvi qualcosa, lo perde chi è inutile. Non siete rispettati forse da chi vuole qualcosa da voi? Da chi ha paura di voi? E quando non potete dare niente? Quando non avete più niente? Quando non servite più? Siete considerati como basura. Quando non potete dare nulla, non siete nulla.”
“Io,” mi diceva il poliziotto, “lì ho capito che il boss, l’italiano, era uno che contava, uno che conosceva la vita. Che la conosceva veramente. Quel discorso il messicano non può averlo registrato da solo. Il chicano è andato a scuola fino a sedici anni e a Barcellona l’hanno pescato in una bisca. E il calabrese di questo tizio come faceva a inventarselo un attore o un millantatore? Che se non era per la nonna di mia moglie non avrei capito nemmeno io queste parole.”
Discorsi di filosofia morale mafiosa ne avevo sentiti a decine nelle dichiarazioni dei pentiti, nelle intercettazioni. Ma questo aveva una caratteristica insolita, si presentava come un addestramento dell’anima. Era una critica della ragion pratica mafiosa. (altro…)

ProSabato: Giovanna Amato, Sciarpa rossa e azzurra

Nube stellare del Sagittario, da wikipedia.it

Dovresti avere da qualche parte una sciarpa rossa e azzurra, il rosso lo ricordo di sicuro perché si intonava con il tuo giaccone e l’azzurro perché mi aveva fatto pensare a quei vecchi fazzoletti con cui giocavamo da piccoli al gioco della bandiera, giù in centrale. Oppure forse era a grossi quadri e c’era del giallo, o il giallo lo percorreva solo come una continua finitura, non ricordo bene e non voglio complicare perché tutto quello che ti riguarda è limpido, perfino una sciarpa troppo colorata in qualche modo si risolve se è portata da te. Insomma, ho il ricordo esatto della tua sciarpa rossa e azzurra, che chiamerò rossa e azzurra per comodità, e di quella volta che eri seduta al tuo posto e la tenevi sulle gambe mentre alzavi la mano per richiamare l’attenzione. Ricordo di come gesticolavi, parlando. Ci mostravi i palmi e spiegavi punto per punto il tuo parere su tutta la faccenda. Deve essere stato il tuo gesticolare che li ha convinti, non erano le mani di una persona incerta ma di qualcuno che spiega morbidamente (anche la tua voce è morbida) un pensiero ragionato a lungo. (altro…)

proSabato: Fruttero e Lucentini, L’arroganza del sedere

 

L’arroganza del sedere 

L’arroganza del potere, che ormai è diventata una frase fatta del linguaggio politico italiano, avrà senza dubbio le sue cause tecniche nella partitocrazia, nella lottizzazione, nella proporzionale e in altri infelici meccanismi che hanno fatto degenerare la gestione della cosa pubblica. Ma senza volerla in alcun modo giustificare, ci chiediamo se la faccia tosta di certi governanti non abbia qualche oscuro legame con la generale spudoratezza dei tempi, con quella, cioè, che definiremmo, scusandoci per il giochino, «l’arroganza del sedere».
Dio sa se possiamo vantarci di una qualunque sensibilità storica, di una sia pur modesta lungimiranza politica o sociologica. Eventi capitali per i destini dell’umanità ci sono passati sotto il naso senza che ne cogliessimo la portata. Sintomi chiari come il sole, presagi grossi come case di sei piani, ci sono sfuggiti completamente. Se ci volgiamo a considerare il passato, misuriamo con vergogna tutta la nostra superficialità, ottusità, cecità. Quante svolte cruciali e salti qualitativi mentre noi guardavamo da un’altra parte! Quanti punti di non-ritorno filati via senza che noi facessimo una piega!
Non abbiamo capito niente del ’63, del ’68, del’69, del ’76, del ’77 (scambiando anzi spesso tali annate con quelle di vini doc); e niente abbiamo capito di assemblearismo, femminismo, terrorismo, veterostalinismo, paleo-contrattualismo, neo-avanguardismo, postmodernismo, e altri simili fenomeni di ultra-importantismo. Quanto poi a certe pietre miliari della storia nazionale, cui tutti alludono con invidiabile scioltezza («a partire dal congresso di Firenze…» «il ripudio della linea di Palermo…» «dopo la scissione di Varazze…» «nonostante il preambolo di Treviso…» «in contrasto con la piattaforma di Pordenone…») esse destano nei nostri rugginosi circuiti mnemonici nient’altro che titubanti associazioni con le guide del Touring.
Ma il sedere no. Il sedere, lo diciamo senza falsa modestia, lo interpretammo con la lucidità di un Tocqueville fin dalla sua prima apparizione in tv, in un subdolo contesto di pannolini. Quando ci fu mostrato sullo schermo in tutto il suo splendore, ci rendemmo conto all’istante di ciò che significava e di ciò che avrebbe contrabbandato in mezzo a noi, come il cavallo di Troia. Nel silenzio sbigottito del soggiorno, percepimmo tuttavia l’immenso coro di «oh, quant’è cariiino!» che si levava dall’intero Paese, il fragore di sbaciucchiamenti nel vuoto emesso da milioni di nostri concittadini. Un roseo sederino di neonato? Ma che c’è di più dolce, di più commovente, di più bello!
Passato lo choc, ci mettemmo a ragionare dell’avvenimento come Machiavelli e Guicciardini. Era la fine di un’epoca, evidentemente. Attraverso melensaggine e sdolcinatezza — foriere sempre di sciagure e disastri — sarebbe dilagato entro le mura del vivere civile il nuovo (e preistorico) life-style dello sbracamento. Nulla ci sarebbe stato risparmiato: gengive sanguinolente, denti corrosi, aliti infetti, gabinetti immondi, lavelli fetidi, tegami rivoltanti; e mestruazioni, emicranie, maldipancia, indigestioni, starnuti, foruncoli, forfore, sudori, muchi, catarri. Col pretesto dell’igiene e della salute, la pubblicità televisiva avrebbe spazzato via ogni riservatezza, ogni intimità. E prevedemmo che questa operazione, squisitamente commerciale, sarebbe stata nondimeno nobilitata in sede teorica da molti agguerriti ideologi dell’assorbente e del rotolo extramorbido. Cosi è puntualmente avvenuto. Per anni e anni ci siamo sentiti rivolgere da ogni pulpito le più generose esortazioni: perché, buona gente, vergognarsi di certe cose? Perché sorvolare su certi dettagli? Parlatene francamente col droghiere e il postino, discutetene apertamente in piazza e al supermarket, non c’è proprio niente di male, anzi! Abbiate il coraggio della naturalezza, lasciatevi finalmente andare dopo tante restrizioni, emancipatevi, spogliatevi di tutti quei cattivi tabù che fanno venire tanti brutti complessi! (altro…)

proSabato: Philip Roth, Everyman

EverymanIntorno alla fossa, nel cimitero in rovina, c’erano alcuni dei suoi ex colleghi pubblicitari di New York che ricordavano la sua energia e la sua originalità e che dissero alla figlia, Nancy, che era stato un piacere lavorare con lui. C’erano anche delle persone venute su in macchina da Starfish Beach, il villaggio residenziale di pensionati sulla costa del New Jersey dove si era trasferito dal Giorno del Ringraziamento del 2001: gli anziani ai quali fino a poco tempo prima aveva dato lezioni di pittura. E c’erano i due figli maschi delle sue turbolente prime nozze, Randy e Lonny, uomini di mezza età molto mammoni che di conseguenza sapevano di lui poche cose encomiabili e molte sgradevoli, e che erano presenti per dovere e nulla più. C’erano il fratello maggiore, Howie, e la cognata, venuti in aereo dalla California la sera prima, e c’era una delle sue tre ex mogli, quella di mezzo, la madre di Nancy, Phoebe, una donna alta, magrissima e bianca di capelli, col braccio destro inerte penzoloni sul fianco. Quando Nancy le chiese se voleva dire qualcosa, Phoebe scosse timidamente il capo, ma poi finì per dire con voce sommessa, farfugliando un po’: – È talmente incredibile… Continuo a pensare a quando nuotava nella baia… Tutto qui. Continuo solo a vederlo mentre nuota nella baia -. E poi c’era Nancy, che aveva organizzato tutto e fatto le telefonate a quelli che erano venuti per evitare che al funerale venissero solo sua madre, lei, il fratello del defunto e la cognata. C’era solo un’altra persona la cui presenza non era stata sollecitata da un invito, una donna robusta con una simpatica faccia tonda e i capelli tinti di rosso che era venuta spontaneamente al cimitero e si era presentata col nome di Maureen, l’infermiera privata che lo aveva assistito dopo l’operazione al cuore di qualche anno prima. Howie si ricordava di lei e andò a darle un bacio sulla guancia.

Nancy disse a tutti: – Posso iniziare dicendovi qualcosa di questo cimitero, perché ho scoperto che il nonno di mio padre, il mio bisnonno, non solo è sepolto nelle poche centinaia di metri quadrati del nucleo originario accanto alla mia bisnonna, ma fu anche uno dei suoi fondatori nel 1888. L’associazione che per prima finanziò ed eresse il cimitero era composta dalle società incaricate delle onoranze funebri delle organizzazioni caritatevoli e delle congregazioni ebraiche sparse nelle contee di Union ed Essex. Il mio bisnonno era il proprietario e il gestore di una pensione di Elizabeth che accoglieva soprattutto immigrati arrivati di fresco, e si preoccupava del loro benessere piú di quanto in genere facesse un possidente. Ecco perché fu tra i soci originari che acquistarono il campo che c’era qui e lo spianarono e lo disegnarono personalmente, ed ecco perché diventò il primo presidente del cimitero. Allora era un uomo relativamente giovane ma nel pieno vigore delle forze, e c’è solo il suo nome sui documenti nei quali si specifica che il cimitero era destinato ad «accogliere i soci defunti in armonia con le norme e i riti ebraici». Come appare fin troppo evidente, la manutenzione dei singoli lotti e del recinto e dei cancelli non è piú come dovrebbe essere. Le cose sono marcite e crollate, i cancelli sono arrugginiti, i lucchetti spariti, ci sono stati dei vandalismi. Ormai questo posto è diventato il retrobottega dell’aeroporto, e quello che sentite a qualche miglio di distanza è il rumore costante dell’autostrada, la New Jersey Turnpike. Naturalmente avevo pensato, prima, ai posti veramente belli dove mio padre poteva essere sepolto, i posti dove andava a nuotare con mia madre quando erano giovani, e le località costiere dove amava fare il bagno. Ma nonostante il fatto che guardarmi intorno e vedere il degrado che c’è qui mi spezza il cuore – come probabilmente spezza il vostro, e forse addirittura vi spinge a domandarvi perché ci siamo riuniti in un luogo cosí deturpato dal tempo – volevo che riposasse accanto alle persone che lo amavano e dalle quali è disceso. Mio padre amava i suoi genitori e deve stare vicino a loro. Non volevo che fosse solo, chissà dove -. Tacque un momento per ritrovare la padronanza di sé. Era una donna fra i trenta e i quarant’anni, dall’aria dolce, semplice e carina com’era stata la madre, e all’improvviso perse tutta la sua autorevolezza e il suo coraggio e finì per somigliare a una bambina di dieci anni schiacciata da quella situazione. Voltandosi verso la bara, prese una manciata di terra e, prima di lasciarla cadere sul coperchio, disse con leggerezza, sempre con quell’aria da bambina frastornata: – Be’, cosí vanno le cose. Non c’è piú niente da fare, papà -. Poi le venne in mente la stoica massima che lui ripeteva decenni addietro, e scoppiò in lacrime. – È impossibile rifare la realtà, – gli disse. – Devi prendere le cose come vengono. Tener duro e prendere le cose come vengono. (altro…)

proSabato: Federico De Roberto, Un incontro

 

Federico De Roberto, Un incontro

… Nella mattinata d’un giorno nuvoloso, al largo delle Baleari, con un mare infuriato sotto la sferza del maestrale, un avvenimento imprevisto scosse la monotona calma della crociera. Alla prima livida alba il tenente di vascello Ettore Fulgenzi dava il cambio sulla plancia al compagno Alessandro Moschetti, quando la voce della vedetta sulla coffa gridò:
«Scoglio di prora!».
I due ufficiali si guardarono, poi guardarono nella direzione indicata, poi tornarono a guardarsi con un sorriso. Quel marinaio doveva avere le traveggole: non si scorgeva nulla, nulla poteva scorgersi in quei paraggi, in quelle acque libere e senza fondo, lontane da ogni riva.
Comunque, per dovere di precauzione, Fulgenzi telegrafò in macchina “A mezza forza” e spedì un graduato sull’albero, a verificare. Giunto sul posto d’osservazione, il sotto-capo gridò a sua volta:
«Non è uno scoglio, è uno scafo».
L’allarme si era diffuso col rallentarsi delle pulsazioni della macchina, con l’attenuarsi del rombo. Da tutte le parti gli sguardi frugarono nella direzione indicata, tra le pieghe delle ondate spumose, e ognuno disse la sua:
«È una barca capovolta… È una zattera… È una botte.. È una torpedine… È un pescecane!…».
Quest’ultima supposizione diede la stura ad altre più allegre:
«È una foca!… È il serpente di mare!… È una balena!… È un pallone sgonfiato».
Le facezie, non tutte castigate, cominciarono ad incrociarsi, il buonumore si diffuse tra quei grandi fanciulli attratti ed interessati dalla novità; mentre il comandante Ardani, salito sulla plancia al primo annunzio, ordinava che la corsa fosse senz’altro arrestata ed esaminata col cannocchiale l’apparizione sospetta.
«È una boa.»
Quand’egli ebbe definito la natura dell’oggetto, tutti lo riconobbero. Era una boa, una di quelle grosse boe a forma di trottola, che sorreggono una campana od un fanale: accertarne la precisa destinazione non si poteva, perché il colpo di mare che l’aveva strappata dalla sua catena e sbalestrata chi sa da quale porto o spiaggia fino a quelle acque, l’aveva anche capovolta. E poiché, pingue e ferrea com’era, poteva riuscire pericolosa, il comandante disse:
«Conviene affondarla».
A un tratto l’avvenimento si complicò. Distolta da ogni altro segno, l’attenzione di tutti si era fermata sull’oggetto fino a quel momento misterioso, e nessuno ancora si accorgeva che uno scafo, un vero e proprio scafo, questa volta, era rapidamente emerso dalla linea increspata dell’orizzonte: nessuno, tranne il comandante, a cui l’annunzio, finalmente gridato dalla vedetta, nulla apprese di nuovo.
«Nave da diporto», spiegò anzi ai suoi ufficiali, additando la forma che il suo vigile sguardo aveva già scoperta.
«Bella goletta!», commentò Fulgenzi, ammirando a sua volta lo sveltissimo taglio dello yacht, dipinto dal candore delle spume, e con esse e con l’albore del cielo fino a poco innanzi confuso.
Quale ne era la nazione? E di dove veniva? E dove era diretto?… In navigazione, ammainate tutte le bandiere, ogni legno chiude in sé il mistero del suo nome e del suo destino, si distingue bensì, dal taglio, il guerresco dal mercantile e dal signorile, ma come, scorgendo per una via deserta avvicinarsi una figura umana, appena se ne può comprendere la condizione dalla foggia e dalla qualità dell’abito, restandone ignoto l’intimo essere, così le navi che s’incontrano nell’ampia solitudine dei mari presentano una fronte chiusa e impenetrabile. Un moto di curiosità istintiva fa che gli sguardi si volgano e si fermino dall’uno all’altro di quei piccoli mondi sospinti dall’ignoto verso l’ignoto, animati non si sa da quali interessi, carichi non si sa di quali derrate né di quali passioni.
Tutti gli ufficiali, sulla plancia e sul ponte del Tritone, spianati i cannocchiali o aguzzati gli sguardi, fissavano ora lo yacht filante a tutto vapore, ed aspettavano che secondo le buone norme invergasse la propria bandiera per salutare la nave da guerra, quando il comandante osservò:
«Ma che fanno? Non hanno avvistato il pericolo?».
La rotta della goletta, infatti, tagliando ad angolo retto quella del Tritone, era tale da sospingerla diritto contro la boa. (altro…)

ProSabato: Michele Mari, Io venía pien d’angoscia a rimirarti

9 febbraio 1813

Se il mio signor Padre sapesse che sono ormai alcune settimane ch’io vo disertando la Santissima Scrittura del Diodati per attendere a coteste carte, oh allora sì che sarei servito! Quanto alla signora Madre, nemmen oso pensare al tremendo castigo cui mi serberebbe, chè certo saprebbe scovarne uno buono de’ suoi! Ma in cotesta casa è sempre andato e sempre andrà che si debba vivere come sorvegliati da’ birri, e che non s’abbia pace neanche nel chiuso della propria stanza.
Tardergardo sta studiando in Biblioteca. Dover tener celati cotesti fogli anche a’suoi occhi è un affanno che si aggiunge al precedente, a tacer che osservarlo cosìun po’ da lungi, e secretamente (io che gli ho sempre aperto le porte del mio cuore, fidandomi seco non come a un fratello, ma come a un altro me stesso), m’equivale a carpirne la fede, e a far di me un terzo birro che s’aggiri per casa. Ma come svelargli il mio animo, senza distruggere lo scopo della mia osservazione? Se l’oggetto di questa non è altri che lui, e il suo comportamento sempre più strano da qualche tempo in qua? o infingere, simulando, e tradirlo, e rinunciare a giovargli, non se ne esce. Sento de’ passi. Addio.

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ProSabato: Marisa Fenoglio, Vivere altrove

 

Per molto tempo a Niederhausen non andai a un matrimonio, né a un funerale, né a un battesimo. Sembrava che in quel paese nessuno nascesse o morisse o si sposasse, che non capitasse nulla, né di bello né di brutto. Dipendeva da me che ero l’ultima arrivata e non parlavo una parola di tedesco. Andavo per le strade e non c’era uno che mi salutasse, che mi sorridesse, che avesse conosciuto mio padre o mia madre, che avesse in comune con me un solo, unico ricordo. Potevo anche inventarmi una nuova identità e nessuno se ne sarebbe accorto.
A Niederhausen arrivai a suonarmi io stessa il campanello di casa per sentire come avrebbe suonato se mai qualcuno fosse venuto a trovarmi: una voce nota sulla mia porta, qualcuno dei miei che fosse passato lì, semplicemente, per raccontarmi qualcosa, qualunque cosa, si fosse seduto sul sofà e avesse giocato coi miei bambini…
Con loro ho fatto da nonna, da zia, da cugina. Quelle vere le hanno viste raramente. Chi parla male della parentela non è mai stato all’estero, intendo per restarci.
Chi nelle sue vicinanze non ha almeno una vecchia zia non sa cosa voglia dire sentirsi a casa. Può essere anche una discreta scocciatrice, una che ti scomoda, che ti infastidisce coi suoi acciacchi, le sue chiacchiere, i suoi lamenti, ma è una persona del tuo sangue, la cui vita si è svolta in quel paese, in quella lingua, e di quel paese conosce le pietanze, le canzoni, le storie. La patria è una vecchia canzone, l’odore di una pietanza. A Niederhausen se per un caso miracoloso avessi potuto dimenticare dov’ero, il solo odore dell’hessische Wurst sarebbe bastato a farmelo dolorosamente ricordare.
L’estero incomincia un giorno ben preciso, quello dell’arrivo, e finisce irgendwann in un tempo lontano, sperduto nel futuro, quando un nipote o un pronipote con aria solo più indifferente dirà: «Sai, la mia bisnonna veniva dall’Italia… dicono che parlasse bene il tedesco… che scrivesse addirittura…». A quel punto ci saranno parecchie zie sul territorio, l’estero sarà diventato patria, e si vivrà felici o infelici senza imputarlo al posto.
Fu la prima cosa che sentii dire di Niederhausen, da un tedesco che sapeva l’italiano: è un posto dove al crepuscolo le volpi si incontrano, per darsi la buona notte. E a Niederhausen se qualcuno della parentela trovò la voglia di venirci una volta, per tornarci una seconda non trovò mai più una ragione sufficiente.
Quando ci arrivammo noi, nel 1957, era un piccolo paese rurale, di una ruralità fatta di boschi di prati e di campi di patate, che cercava di far dimenticare al più presto di essere stato, durante la guerra, sede di fabbriche di munizioni tra le più grandi del terzo Reich, scoperte dagli americani solo a guerra finita e fatte saltare in aria. Un paese sprofondato da secoli nella nicchietta di uno dei suoi prati che adesso, per un colpo di fortuna – per chiamare così una politica di agevolazioni fiscali atte a rivitalizzare la zona depressa – stava mettendo su i panni di un futuristico centro industriale. (altro…)

proSabato: Gesualdo Bufalino, Il ritorno di Euridice

Il ritorno di Euridice

Era stanca. Poiché c’era da aspettare, sedette su una gobba dell’argine, in vista del palo dove il barcaiolo avrebbe legato l’alzaia. L’aria era del solito colore sulfureo, come d’un vapore di marna o di pozzolana, ma sulle sponde s’incanutiva in fiocchi laschi e sudici di bambagia. Si vedeva poco, faceva freddo, lo stesso fiume non pareva scorrere ma arrotolarsi su se stesso, nella sua pece pastosa, con una pigrizia di serpe. Un guizzo d’ali inatteso, un lampo nero, corse sul pelo dell’acqua e scomparve. L’acqua gli si richiuse sopra all’istante, lo inghiottì come una gola. Chissà, il volatile, com’era finito quaggiù, doveva essersi imbucato sottoterra dietro i passi e la musica del poeta.
“Il poeta”… Era così che chiamava il marito nell’intimità, quando voleva farlo arrabbiare, ovvero per carezza, svegliandosi al suo fianco e vedendolo intento a solfeggiare con grandi manate nel vuoto una nuova melodia. “Che fai, componi?”. Lui non si sognava di rispondere, quante arie si dava. Ma com’era rassicurante e cara cosa che si desse tante arie, che si lasciasse crescere tanti capelli sul collo e li ravviasse continuamente col calamo di giunco che gli serviva per scrivere; e che non sapesse cuocere un uovo… Quando poi gli bastava pizzicare due corde e modulare a mezza voce l’ultimo dei suoi successi per rendere tutti così pacificamente, irremissibilmente felici…

“Poeta”… A maggior ragione, stavolta. Stavolta lei sillabò fra le labbra la parola con una goccia di risentimento. Sventato d’un poeta, adorabile buonannulla… Voltarsi a quel modo, dopo tante raccomandazioni, a cinquanta metri dalla luce… Si guardò i piedi, le facevano male. Se mai possa far male quel poco d’ aria di cui sono fatte le ombre.

Non era delusione, la sua, bensì solo un quieto, rassegnato rammarico. In fondo non aveva mai creduto sul serio di poterne venire fuori. Già l’ingresso – un cul di sacco a senso unico, un pozzo dalle pareti di ferro – le era parso decisivo. La morte era questo, né più né meno, e, precipitandovi dentro, nell’attimo stesso che s’ era aggricciata d’orrore sotto il dente dello scorpione, aveva saputo ch’era per sempre, e che stava nascendo di nuovo, ma alla tenebra e per sempre. Allora s’era avvinta agli uncini malfermi della memoria, s’era aggrappata al proprio nome, pendulo per un filo all’estremità della mente, e se lo ripeteva, Euridice, Euridice, nel mulinello vorticoso, mentre cascava sempre più giù, Euridice, Euridice, come un ulteriore obolo di soccorso, in aggiunta alla moneta piccina che la mano di lui le aveva nascosto in bocca all’atto della sepoltura.

Tu se’ morta, mia vita, ed io respiro?
Tu se’ da me partita
per mai più non tornare ed io rimango?

Così aveva gorgheggiato lui con la cetra in mano e lei da quella monodia s’era sentita rimescolare. Avrebbe voluto gridargli grazie, riguardarselo ancora amorosamente, ma era ormai solo una statuina di marmo freddo, con un agnello sgozzato ai piedi, coricata su una pira di fascine insolenti. E nessun comando che si sforzasse di spedire alle palpebre, alle livide labbra, riusciva a fargliele dissuggellare un momento.
Della nuova vita, che dire? E delle nuove membra che le avevano fatto indossare? Tenui, ondose, evasive come veli…
Poteva andar meglio, poteva andar peggio. I giochi con gli aliossi, le partite di carte a due, le ciarle donnesche con Persefone al telaio; le reciproche confidenze a braccetto per i viali del regno, mentre Ade dormiva col capo bendato da un casco di pelle di capro… Tutto era servito, per metà dell’anno almeno, a lenire l’uggia della vita di guarnigione. Ma domani, ma dopo?
Guardò l’ acqua. Veniva, onda su onda (e sembravano squame, scaglie di pesce), a rompersi contro la proda. Scura, fradicia acqua, vecchissima acqua di stagno, battuta da remi remoti. Tese l’orecchio: il tonfo delle pale s’udiva in lontananza battere l’ acqua a lenti intervalli, doveva essere stufo, il marinaio, di tanti su e giù… (altro…)