prosa poetica

proSabato: Gian Ruggero Manzoni, La voce #1

2017 11 11 Gian Ruggero Manzoni, La voce

1

La voce, dal profondo, sussurrò: “Lo sai chi sono?”
L’ufficiale si guardò attorno. Nella trincea era solo. La neve, caduta durante la notte, aveva riempito quasi tutto lo scavo e, dietro e avanti, ogni affronto del terreno, le asperità, le costruzioni degli uomini, i sacchi pieni di terra nera, gli insulti creati per difendersi o per infierire erano cancellati, donando a quella ferita, che correva lungo tutta la vallata, di nuovo quiete, di nuovo pace.
Anche i reticolati in parte erano stati coperti dal manto bianco. La neve aveva ridato natura alla natura, morbidezza alla morbidezza.
Il militare si guardò ancora attorno. Nessuno.
Sfilatosi il tascapane e appoggiatolo sul bordo della trincea, tolti i guanti di lana, portò le mani alla bocca e alitò caldo, quindi, senza curarsi dei cecchini nemici, finalmente alzò per intero la figura, cavò l’elmetto e si aggiustò il passamontagna. Le sue spalle e la testa svettavano al di sopra dello scavo. Era un bersaglio facile.
“Lo sai chi sono?”, ripeté la voce.
“Penso di aver capito”, sussurrò appena l’ufficiale, “… penso di aver capito.”
“Sei spaventato?”
“Non più di tanto. Ti stavo aspettando. Se così deve esser … così sia.”
Non ti sapevo fatalista.
“È solo stanchezza. Sì, sono stanco di dover stare sempre chinato.”
“Lo sai che quando deciderò dovrai seguirmi?”
“Lo so.”
“Hai rimpianti?”
“Non c’è uomo che non ne abbia.”
“Allora a presto.”
“A presto”, mormorò Riccardo Aldobrandini.
Rimessi i guanti, rimesso a tracolla il tascapane, sollevato il bavero del cappotto, l’ufficiale, senza chinarsi, sempre a figura alta, osservando con infantile meraviglia i ghiaccioli pendere dai rami spogli degli alberi, a passi lenti percorse un lungo tratto della trincea fino al rifugio, all’interno del qual scomparve, come divorato dal suolo.

© Gian Ruggero Manzoni, La voce, Carteggi Letterari, 2016

Gianfranco Fabbri, Il tempo del consistere

Gianfranco Fabbri, Il tempo del consistere, L’arcolaio, 2016, € 12,00

 

I testi che compongono Il tempo del consistere risalgono agli ultimi quattro anni del Novecento, secolo amatissimo da Fabbri. L’autore ci regala una scrittura capace di attraversarlo per intero, questo secolo. Una vena, capace di dirci quanto questo periodo abbia fatto soffrire, certo, e sperare; un tempo che si è fatto sentire, con un suo spessore, nel sangue e sottopelle; un’età dove tutto ha avuto un peso straordinario.
È un libro pieno di neve, soprattutto all’inizio; un libro di quadri, d’intimità, di confidenzialità.
Ovunque tra queste pagine troviamo eleganza e raffinatezza: intendo la leggerezza di un soffio, qualcosa di aereo e forte allo stesso tempo. E poi c’è pudore, raccoglimento, c’è la tenerezza della scoperta, una tenerezza costante, e una sensualità evidente ma delicatissima.
Cambiano le stagioni, passano in rassegna, disegnano tutto l’arco della vita. Consideriamo che secolo, nella sua radice etimologica, significa proprio questo, l’arco della vita, la generazione, l’età di un uomo.
Ci troviamo allora di fronte a cartoline, istantanee del Novecento: oltre a pagine di guerra e di strage (Bologna, agosto 1980), si rievocano nella voce di Fabbri nomi e titoli della musica e della letteratura, brani che hanno accompagnato l’anima dell’autore, hanno costruito il suo animo gentile.
Via via, leggendo, si comprende bene il puzzle in composizione. Bastano già i titoli delle sezioni a rendere evidente il disegno: Echi del passato, L’occulto sguardo del presente, La suggestione della cultura, Il rovello della scrittura, Frammenti e aforismi.
Il tema, poi, è tutto nel titolo. Cos’è la consistenza? Oltre l’aver peso e la robustezza viene in mente qualcosa d’altro: non so, l’essere insieme, come se la vena fosse il privato e il corpo il collettivo. È di questa consistenza che mi sembra si parli, di una solidità necessaria – e probabilmente perduta – per ricondurci insieme al mondo, non evaporare, non perderci.
Questo avviene nel libro soprattutto quando scatta il meccanismo dell’immedesimazione. Come in questa pagina, dove c’è forse l’eco di Proust, e dove c’è senz’altro – come sempre in Fabbri – una speciale perizia nella punteggiatura:

Anno di grazia 1958:

La solitudine di questi giorni cresce fino a un livello insopportabile.
Ma è inutile crucciarsi, non conta nulla inveire al cielo le ingiustizie patite.
È vero: sono ormai una donna vecchia, non posso guardarmi allo specchio.
Ma c’è il tavolo, davanti a me, grande come un lago. Sopra ci faccio navigare la tazza del caffelatte e i savoiardi. Isole felici, mi dico, quelle molliche più in là. Atolli di un oceano piatto.
Fosti molto urbano, il giorno in cui mi lasciasti. Eri sposato: che te ne saresti fatto di una come me? Una non affascinante, già verso i quaranta e con la vocazione, fortissima, ad essere zitella.
Le ultime volte mi prendevi all’impiedi, di fianco al divano. Dovevi fare in fretta, non avevi più tempo da dedicarmi. Del resto, dovevo capirlo: tua moglie ti dava un figlio dopo l’altro. Tra noi non rimaneva molto da dire.

Consistere, dunque, a partire da un nucleo di memorie – non può che essere così – da un cantuccio, lì dove l’autore “si ripesca”. E non manca il velo dell’ironia. Spunta qua e là, levigata, appena accennata, leggera, figlia forse (anche) della lezione dell’amatissima Szymborska: «All’improvviso mi sono ricordato di me»; e più avanti, a pagina 49: «Sono ancora io, nonostante me stesso. / Vorrei che mi chiamassi, questa notte». O ancora: «Poi sempre mi dimentico della ragione per cui volevo scrivere» (pagina 83).
Scrive dunque dalla nicchia del sé, Fabbri. E la dedica in questo senso dice molto: Ai miei genitori, che in quel tempo furono la mia ombra. Quell’ombra amata e restituita in prosa, un’ombra in cui noi, ringraziando l’autore, possiamo riconoscerci.

Cristiano Poletti

 

per tre foto di Eugene Richards

2. natural-gas-flare-reflection- 3. eugene_richards_wind-window 1. Eugene-Richardss-snow-bed© E. Richards, The blue room, Phaidon, 2008

Prima lontana nella mente, così assente, così viva si accende la fiamma, segno che c’è stato e ritorna sul campo lo sguardo di Annie che un attimo di passato aveva spento. Fiamma, lontana allora e ora vicina: i suoi riflessi sulle macchine abbandonate toccano il vuoto.
Entrare nel vuoto, guardare da quello: il parabrezza è una finestra, la fiamma è di fronte.
Cerco vuoto su vuoto, quindi ne cerco un altro, altrettanto potente. Entro così nella casa. Due famiglie, pare, l’abitarono: nel 19** venne a viverci la famiglia Fogerty, lasciando Billings. Poi, dicono, motivi di lavoro li spinsero nel North Dakota. O forse altre sono state le ragioni, ma di più e meglio non è dato sapere. Si sa soltanto che seguirono anni senza proprietà, finché gli Smith l’acquistarono: davvero una bella casa, grande, con la soffitta. Annie, la loro piccola, giocava con le bambole rintanata nella sua stanza. Ma venne presto un vento di malattia, una malattia rara, incurabile, che incurante la portò via. Se ne andarono subito, gli Smith. Dal 19** la casa non risponde a voce d’uomo.
Nel giro di poco lì intorno se ne andarono tutti. Abbandonando tutto, come di fretta.
Due famiglie e due stagioni mi attraversano la mente. E il vento, gentile a volte, a volte no. Che entra da destra e porta luce dalla finestra; o da sinistra, invece, che rompe il vetro e getta neve sul letto dove Annie giocava e dorme ancora. O è là fuori, che s’infiamma in mezzo al campo.

Lì che dormono secoli di appunti,
sotto la neve… Quel campo fu nostro.
C’è nessuno? In fondo al vento
solo frammenti, qualcosa che spunta,
affanni di un passato.
Di chi? Chi era? C’è stata e c’è una casa.
Fuori e non più dentro trema una fiamma
e al centro una vita resistita nel suo darsi.
Per vocazione preme in una voce,
dice: vedrai e rivedrai, è occulto il fine.
Era questo, vedere. Giusto una virgola dopo, messa
al mondo, fatti eterni gli occhi e noi.

 

Cristiano Poletti

I costruttori di vulcani | Carlo Bordini

 

I costruttori di vulcani | Carlo Bordini

Carlo Bordini, I costruttori di vulcani (Tutte le poesie 1975-2010), a cura di Francesco Pontorno, 496 pagine Prezzo € 20,00

 

I costruttori di vulcani | Carlo Bordini
(Tutte le poesie 1975-2010)
Luca Sossella Editore 2010
a cura di Francesco Pontorno

Questo è un libro «cresciuto, stratificato, ingrossato con redazioni e versioni differenti, titoli che si ripetono, titoli di sezione che sono anche titoli di poesie», è «l’oggetto più emblematico del percorso poetico di Bordini; l’uso di tutte le proprie poesie come se non fossero proprie o come se fossero nuove – per esempio, spostandole […] da una sezione all’altra» (dalla prefazione di F.Pontorno). E Bordini così si pronuncia sulla quarta di copertina: «Per cominciare non ho rispettato l’ordine cronologico. Ho cercato di creare una struttura musicale, e con questo criterio ho montato il libro. Ma c’è qualcosa di più; ho cercato di dare forma a un libro nuovo, indipendentemente dal fatto che esso sia formato dalle poesie che ho scritto nella mia vita».
I costruttori di vulcani
appare quindi come una ricostruzione autobiografica dell’opera omnia del poeta, come il tentativo di ricreare una stratificazione della memoria.
Ma non è quel genere di rimaneggiamento che fu di Umberto Saba, è piuttosto un tentativo sincero di ricostruire i moti della memoria, con le sue sovrapposizioni, capovolgimenti, innesti, con il suo magma informe – ma formato da forme costanti. Un tentativo di registrare le sue misteriose forze telluriche.
L’io del poeta non è preponderante nella poetica di Bordini, tanto piuttosto lo sono quelle forze invisibili che agiscono, strisciando: sono i démoni della terra.
Non sbagliamo seguendo il consiglio di F.Pontorno, che ricerca le cause prime della poetica di Bordini nei dati biografici. Il curatore del volume cita una memoria del poeta:

Era come se mi sentissi un intruso. Era come se non sapessi esattamente dove dovevo stare e cosa doveva fare. Da bambino ero quasi catatonico. Era come se sentissi il bisogno di scusarmi per il fatto di esistere. […] Conosco uno scrittore abbastanza noto che non cammina, striscia; io strisciavo. Dopo imparai a ribellarmi strisciando.

Un’io che striscia, insicuro. Un’identità sociale “debole”. Un “macchiavellismo fragile” di cui Bordini parlerà in Manuale di autodistruzione. Un’adolescenziale volontà di annullarsi che diventa poi il fuoco della rivolta:

Suicidio (da Sasso)

Nulla di ciò che è vivo mi interesserà
Sarà come non essere mai nato
Che è il mio sogno di sempre
Non ricorderò nulla.
Non ricorderò nemmeno di essere morto
Non saprò mai di essere stato vivo
E non saprò
Si averti amata
Gli altri si meraviglieranno
Si chiederanno perché.
Non capiranno.
Se sarò bravo
non mi accorgerò nemmeno del passaggio
Non ricorderò nemmeno di aver scritto questa poesia.

 

Forse è una sofferta morte dell’io, un morire a sé stessi (ma con qualche insicurezza, qualche remora) che rende il poeta «spietato, ironico cronista del vero». Ma è anche, addirittura, la poesia che muore a sé stessa, e morendo rivela la sua vera vita.
Forse rispondendo a Giorgio Manganelli (una sua cara lettura giovanile) – che si interrogava sul «perché scrivo?» e rispondeva «perché da piccolo non sapevo allacciarmi le scarpe» –, Bordini dice «io non scrivo, io sono scritto». La poesia scrive il poeta.
C’è in Bordini un grande Senso che manca a tanti poeti della sua generazione, spesso impregnati di ideologismo o nella ricerca di aride sottigliezze stilistiche, di autoreferenziali giocolerie del ricordo.
C’è in Bordini un vivere puramente la poesia, anzi – pardon! –  un lasciarsi vivere da essa.
Mauro Fabi scrive su Pericolo di un linguaggio «stupefacente che Bordini ha creato e che non ha riscontri nel panorama poetico italiano, un linguaggio piano, asciutto, pulitissimo».
Già Olivier Favier – che è anche traduttore di Bordini in francese – ha parlato di semplicità e oscenità nella poesia di Bordini, trovando interessanti legami con T.S.Eliot. Qui vorrei riuscire a mostrarvi un poeta «sgradevole, come solo la grande poesia sa esserlo» (T.S. Eliot parlando dei versi giovanili di W.Blake).
C’è in lui un’ ingenuo artigianato del verso, lì dove l’ingenuità è la virtù più grande che possiamo attribuire a un poeta; lì dove l’ingenuità è quella caratteristica che permette al bimbo di cogliere in flagrante l’oggetto, in tutta la sua pienezza e vitalità.
Così lo sguardo del bimbo scruta la vita in tutte le sue forme, con acuto ma misurato senso del gioco, con velocissima capacità sintetica e dialogica, con «irresistibile vocazione alla polifonia», dove persino le maiuscole e le minuscole – private del loro senso grammaticale – assumono valore semantico e tonale: sono gli alti e i bassi (F.Pontorno).

Spiegazione di me stesso (da Effimere)

Certo
mio padre
cercò
di fare di me un uomo
vale a dire
uno
capace di disprezzare gli altri
sei un poeta! – (mi diceva) …

io però
non sono mai diventato un uomo
e quindi sogno
quanto segue:
verrà
l’età della donna e del bambino
l’umanità femminile-infantile

questo non è il sogno di un poeta
state sicuri

 

D’altro canto c’è anche qualcosa che spaventa, che inquieta il poeta, in questa tenerezza infantile. L’ingenuità non è sempre virtuosa. L’osceno e la semplicità – come ha scritto O.Favier.



C’è qualcosa di osceno
(da Città)

Noi che
siamo tutti rannicchiati nei nostri sogni
sappiamo che
C’è qualcosa di osceno nei sogni altrui
C’è qualcosa di osceno
che consiste nel fatto che i sogni altrui sono / assurdamente / e spaventosamente

uguali ai nostri
e svelano la vergogna
dei nostri sogni privati
[…]

 

oppure:

(da Mangiare)

odiamo i topi
perché sono
i nostri fratelli

 

Se di ecologia della letteratura si può parlare (per citare Giulio Ferroni in La passione dominante), mi piace scrivere di Bordini come di un’ecologia del verso, come d’un cercatore di verità in rotta verso un’ecologia del verso.
«Bordini impiega per i suoi testi materiale estraneo, scorie e altra scrittura apparentemente insignificante. Collage, innesto, inserto» (F.Pontorno): in questo ritrovo un tentativo di sintesi, di semplificazione, anche emozionale. Gli strumenti di questo tentativo sono le reti per il il colino della coscienza; sono la lentezza e la pigrizia.
Una lentezza contrapposta a una Città fatta di gesti sbagliati, abitudinari, goffi, maldestri, fatta di tic un po’ ridicoli, una pigrizia di chi è troppo solitario, / troppo introverso / troppo poco pratico / troppo poco sociale (da I gesti).
C’è nei collages di Bordini un desiderio di pulizia, una paura dei rumori.

 

(da Mangiare)

Mangiare troppo rende brutti e
grassi
ma c’è qualcosa di peggio
mangiare troppo rende laidi
perché
si imitano i topi e chi mangia troppo
è come un gigantesco
roditore
che consuma inopinatamente e senza
ragione
come un vigliacco
le risorse della terra
e la vita
altrui.
Consuma
cereali,
erbe
e per ultimo consuma inopinatamente
e senza ragione
le carni, gli altri, animali,
come un gigantesco sozzo roditore
e
questo
siamo noi
uomini dell’Occidente
grassi e ingrassati a
ingrassare, rodi-
tori enormi che
troppo mangiano
che tutto
mangiano
e condannano tutto il resto
della vita a
finire
nei loro stoma-
ci

Francesco Osti – Errore di sintassi

  

 

Al bar

Solamente un pendolo si fa sentire; e una bimba dal volto affilato (con due grosse trecce simili a funi di porto) fra i  tavoli a succhiare il fondo di una granita. E’ un bar ma sembra il museo di storia della società. Aleggia l’odore delle perline lustrate, la fragranza del perfetto ordine, di soli oggetti pratici; odori di appuntamenti mancati, stanchezza di colonia a mezz’aria, non colta. Il banconista muove solo gesti necessari, sfoglia l’orologio che attende la chiusura.  Per rimanere qui da soli, nella sera mal registrata, bisogna avere  talune determinate certezze, salde come i denti, come le pietre miliari alla massicciata; lo sa bene quell’uomo con il cappellino e la camicia a mezza manica fermo fuori, immobile sul bordo del marciapiede, avvolto nelle raffiche di pioggia.   (Morbegno, 22/7/2003)

 

 

Donna a Bologna

Indossava un cappotto lungo e giungeva col passo affrettato tipico delle donne di carità: negli occhi tondi e neri era evidente la sua innocenza, come avesse il costante alibi d’un impegno. Ferma al semaforo in attesa dell’omino verde, sorrideva al traffico che le fumava addosso, lo sguardo sempre distolto respingeva il ringhiare provocatorio degli autobus: poi passava frettolosa, si perdeva oltre al muro di gente che le veniva incontro, scompariva sotto gli altissimi porticati simili a denti, palazzi del dopoguerra come spropositati tombini alzati in verticale. Scompariva e la si poteva pensare divorata, presto digerita, ma non ci sarebbe stato stupore, capita a tutti, anonimamente.                                                                                                                                                                                                               Io ne sono sicuro: è riemersa sul corso parallelo, sulla maglia successiva di questa città, espulsa da altri portici, quasi in corsa, con lo stesso alibi sul volto.   (Morbegno 16/3/2006)

 

 

Gente ai tavolini del bar

I più composti sono destinati ad una inaspettata ed improvvisa apnea: lasciano un testamento scritto sbilenco sul tovagliolo di carta qualora l’aria diventasse una melma di parole e mugugni troppo densa per poterne uscire. Capita che la sera, nei crepuscoli di crema e latte, vengano ritovati vestiti appiccicosi, stoffe sciolte, qualche dente guasto, scaglie di unghie… con il manipolo cittadino di usurai e becchini, curvi e neri, ad allontanarsi nel ticchettio delle loro ossa.  (Morbegno, 4/8/2006)

 

 

Francesco Osti si presenta lontano da ogni tentazione ” letteraria”, è lontanissimo dal poetico e dal “poetese” : vuole dire le cose in modo energico e diretto, eppure ha una sua struttura culturale robusta che risulta con efficacia nella limpida scansione  e nella fierezza di tono della sua  prosa. Il giovane poeta, insomma, vuole raccontare in brevi lettere o accurate e taglienti descrizioni, la realtà che conosce e il sentimento dell’esistere che prova. (Maurizio Cucchi) 

Francesco è nato nel 1976 a Morbegno (So) dove vive e lavora. Suoi testi sono apparsi nelle antologie ” Tutta la forza della poesia” (Labos Morbegno 2003), “Nuovissima poesia italiana” (Mondadori, 2004) e sul settimanale Lo Specchio del quotidiano la Stampa di Torino. Questa è la sua prima pubblicazione.

E’ stato il vincitore del concorso Opera Prima  LietoColle  2004

* l’ impaginazione, purtroppo, non è fedele all’originale

 

Origami n. 2

Appeso ad una corda affliggo il vento mentre l’aria si affanna sui vestiti sporchi dopo tanto indossare urge il sospetto che il tempo m’inganni s’inganni con il mio dondolare la brezza bagnata mi suda la faccia i piedi riscuotono i loro legacci i segni del nodo sui lacci il solo decoro di queste scarpe rotte da tanto sostare i sassi sui muri non sperano al sole che l’ombra gli allievi lo stare i chiodi non si possono forare rimanere arrampicati su un pallore che si appanna di fatica scivolare sulla scena che ci scricchiola l’udito al passare fermo in un acchito all’ombra torrida di un ulivo tendo un’accia verso il dove che si affloscia poco prima di arrivare non mi han detto che a finire un po’ alla volta si fatica un’assenza si avverte in ogni cosa se la voce del pensiero è più di un sogno allora si può toccare sbarrare le soglie al vento tappando serrature sgombre sottrarre cenere a una fiamma e smettere di consumare saran dolci le parole ripetute quando ci abbandoneranno gridando perdono.

Silenzio Rosso – Alessandro Ghignoli, Via del Vento 2003

 
Silenzio RossoAlessandro Ghignoli2003 pag. 31

volumetto n. 29

Via del Vento (collana Ocra Gialla)

«Ci sono giorni come rettili, lisce carezze d’acqua, rovine in cerca del luogo dove oramai non sono». Inizia così Silenzio Rosso, il viaggio nel tempo di Alessandro Ghignoli. Un tempo diverso, che va al di là del mero autobiografismo, facendosi spazio in cui la parola accolta sgonfia la tridimensionalità del reale distribuendola su «piani temporali» che, indistinguibili, «si sovrappongono».

Dalla breve plaquette di Ghignoli emerge tutta la fiducia che il poeta ripone nella parola («le parole attendono sempre una risposta») di cui è padrone, anche se si scorge una volontà di abbandono, di lasciarsi guidare dalla voce della lingua. Un abbandono che supera di gran lunga lo sforzo del farsi comprendere, inibendo – fin quasi ad annullarlo – il desiderio di suggerire le proprie visioni, che sfumano in «un singhiozzo che dà aria al respiro».

(altro…)

Rae Armantrout – Due, tre

Rae Armantrout (1947 -) è la poetessa americana che quest’anno ha vinto il premio Pulitzer. È stata senza dubbio una delle voci più interessanti del fenomeno “L=A=N=G=U=A=G=E poets”, movimento che prendendo il nome della rivista omonima è emerso tra gli anni ‘60 e ’70, portando avanti un discorso iniziato con Gertrude Stein e Louis Zufofsky, poi praticato dai New American Poets. Propongo un testo in cui è evidente l’enfasi anti-lirica e auto-referenziale che rende affascinante una poesia che a prima vista sembrerebbe contenuta ma che poi finisce col travolgere il lettore, trascinandolo al fondo della sua vertigine.

  (altro…)

Toco tu boca – Rayuela, Julio Cortazár

“Toco tu boca, con un dedo todo el borde de tu boca, voy dibujándola como si saliera de mi mano, como si por primera vez tu boca se entreabriera, y me basta cerrar los ojos para deshacerlo todo y recomenzar, hago nacer cada vez la boca que deseo, la boca que mi mano elige y te dibuja en la cara, una boca elegida entre todas, con soberana libertad elegida por mí para dibujarla con mi mano en tu cara, y que por un azar que no busco comprender coincide exactamente con tu boca que sonríe por debajo de la que mi mano te dibuja.

Me miras, de cerca me miras, cada vez más de cerca y entonces jugamos al cíclope, nos miramos cada vez más cerca y los ojos se agrandan, se acercan entre sí, se superponen y los cíclopes se miran, respirando confundidos, las bocas se encuentran y luchan tibiamente, mordiéndose con los labios, apoyando apenas la lengua en los dientes, jugando en sus recintos, donde un aire pesado va y viene con un perfume viejo y un silencio. Entonces mis manos buscan hundirse en tu pelo, acariciar lentamente la profundidad de tu pelo mientras nos besamos como si tuviéramos la boca llena de flores o de peces, de movimientos vivos, de fragancia oscura. Y si nos mordemos el dolor es dulce, y si nos ahogamos en un breve y terrible absorber simultáneo del aliento, esa instantánea muerte es bella. Y hay una sola saliva y un solo sabor a fruta madura, y yo te siento temblar contra mí como una luna en el agua”.

(Rayuela, de Julio Cortázar)

Tocco la tua bocca, con un dito tutto l’orlo della tua bocca, vado disegnandola come se uscisse dalle mie mani, come se per la prima volta la tua bocca si schiudesse, e mi basta chiudere gli occhi per disfare tutto e ricominciare, ogni volta faccio nascere la bocca che desidero, la bocca che la mia mano sceglie e ti disegna sul viso, una bocca scelta fra tutte, con sovrana libertà scelta da me per disegnarla con la mia mano sul tuo volto, e che per un caso che non cerco di capire coincide esattamente con la tua bocca che sorride sotto quella che la mia mano ti disegna.

Mi guardi, da vicino mi guardi, ogni volta più da vicino e allora giochiamo al ciclope, ci guardiamo ogni volta più da vicino e gli occhi ingrandiscono, si avvicinano fra loro, si sovrappongono e i ciclopi si guardano, respirando confusi, le bocche si incontrano e lottano tepidamente, mordendosi con le labbra, appoggiando appena la lingua sui denti, giocando nei loro recinti dove un’aria pesante va e viene con un profumo vecchio e un silenzio. Allora le mie mani cercano di affondare nei tuoi capelli, carezzare lentamente la profondità dei tuoi capelli mentre ci baciamo come se avessimo la bocca piena di fiori o di pesci, di movimenti vivi, di fragranza oscura. E se ci mordiamo il dolore è dolce, e se soffochiamo in un breve e terribile assorbire simultaneo del respiro, questa istantanea morte è bella. E c’è una sola saliva e un solo sapore di frutta matura, e io ti sento tremare stretta a me come una luna nell’acqua.

(Il gioco del mondo, di Julio Cortázar)

James Schuyler – L’appartamento buio

James Schuyler (1923 – 1991), nato a Chicago, visse due anni a Ischia lavorando come segretario di W.H. Auden prima di trasferirsi a New York dove, a un party, conobbe John Ashbery e Frank O’Hara. I momenti migliori per la sua poesia furono quelli a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta. Nel 1980 vince il Premio Pulitzer con “The Morning of the Poem”.

James Schuyler

 

 
 
The Dark Apartment

 

Coming from the deli
a block away today I
saw the UN building
shine and in all the
months and years I’ve
lived in this apartment
I took so you and I
would have a place to
meet I never noticed
that it was in my view.

I remember very well
the morning I walked in
and found you in bed
with X. He dressed
and left. You dressed
too. Isaid, “Stay
five minutes.”You
did. You said, “That’s
the way it is. “It
was not much of a surprise.

Then X got on speed
and ripped off an
antique chest and an
air conditioner, etc.
After he was gone and
you had changed the
Segal lock, I asked you
on the phone, “Can’t
you be content with
your wife and me?” “I’m
not built that way, “
you said. No surprise.

Now, without saying
why, you’ve let me go.
You don’t return my
calls, who used to call
me almost every evening
when I lived in the coun-
try. “Hasn’t he told you
why?” “No, and I doubt he
ever will.” Goodbye. It’s
mysterious and frustrating.

How I wish you would come
back! I could tell
you how, when I lived
on East 49th, first
with Frank and then with John,
we had a lovely view of
the UN building and the
Beekman Towers. They were
Not my lovers, though.
You were. You said so.

 

 

L’appartamento buio

Venendo dal negozio di alimentari
a un isolato da qui oggi ho
visto il palazzo dell’ONU
brillare e in tutti i
mesi e gli anni che ho
vissuto in questo appartamento
che ho preso in modo che tu ed io
avessimo un posto per
vederci non ho mai notato
che fosse alla mia vista.

Ricordo benissimo
la mattina che sono entrato
e ti ho trovato a letto
con X. Si è rivestito
e se ne è uscito. Ti sei vestito
anche tu. Ho detto, “Resta
cinque minuti.” Tu
sei rimasto. Hai detto, “È
così.” Non
fu una gran sorpresa.

Poi X si è fatto di speed
e ha rotto una
cassapanca antica e un
condizionatore, ecc.
Dopo che se ne fu andato e
tu hai cambiato la
serratura Segal, ti ho cercato
al telefono, “Non puoi
accontentarti di
tua moglie e di me?” “Non
sono fatto a quel modo, “
hai detto. Nessuna sorpresa.

Adesso, senza dire
perché, mi hai lasciato andare.
Non mi richiami,
tu che mi chiamavi
quasi ogni sera
quando abitavo in cam-
pagna. “Lui non ti ha detto
perché?” ”No, e dubito che
lo farà.” Addio. È
misterioso e frustrante.

Come vorrei che tu tornassi
indietro! Saprei dirti
come, quando stavo
sulla 49esima strada Est, prima
con Frank e poi con
John,
avevamo una piacevole vista del
palazzo dell’ONU e delle
Beekman Towers. Sebbene non fossero
miei amanti.
Ma tu si. Mi dicevi così.

(Traduzione di Giovanni Catalano)

E questa cos’è? LA SCUOLA PUBBLICA privata di ogni risorsa!

Andrè Beuchat – Gli eletti

Inchiesta sulla SCUOLA PRECARIA, non dei precari o degli allievi o dello Stato. A quale STATO interessa lo stato DI INDIGENZA della scuola PUBBLICA? Il video è di RAI 3- L’inchiesta è stata fatta all’interno del programma PRESA DIRETTA ed è chiaro dove sta la differenza. La retta va bene ma…la rettitudine è una caratteristica geometrica o una qualità etica? E chi fa veramente missionariato?

Guardate e …poi chiedetevi quanto è vasta… la miseria? l’africa? falso in atti d’uffico dei mi(ni)steri?

video:La scuola fallita

Si prega di leggere anche le categorie sotto cui ho registrato il pezzo!

E’ un poema!

Senso

Quando l’ho afferrato per il lembo della camicia, trascinato a riva con una forza che credevo di non avere (in un pomeriggio d’inverno può capitare di non poterne più e di spiccare un salto disperato), l’espressione era di gratitudine. Pareva compiaciuto, felice di essere riconosciuto.

Aveva lineamenti di valido motivo, sembianze di ragione quadrata. Era senso. Lo ammiravo così grande e promettente, gigantesco affrancatore.

Girava per casa. Significava. E la tazza sul tavolo in cucina tornava ai miei occhi tazza. Teneva tra i denti una bacchetta magica, trasformava le parole in luce con disperante chiarezza. Comprendeva. Dolorosamente comprendevo.

Inquieto, pavido senso: al primo ruggito di fiera nascosta, s’è riavvolto. Tutto questo essere rende l’animo greve. Tutto questo esistere è un mancato volo.

(da “La parte assente”, e-book, Clepsydra Edizioni, 2009)