Prosa contemporanea

proSabato: Emidio Montini, Nove

paroladiscriba

Nove

Essere crocifisso nell’azzurro è la più terribile delle punizioni. Per avere veduto il vero, lo stato della Casa. Le blatte lungo i muri, dietro gli stipiti. Le migrazioni delle cimici, la sottile conquista di ogni responsabile spazio, e scarafaggi a milioni coi loro dentini aguzzi a attaccare le fondamenta. Il senso dei miti è questo: indagare i locali interni del Tiranno che ha il potere di mozzar la testa, ma la cui stanza da letto è un cesso. Passare la facciata, come un falco bucare le nuvole e scoprire ghignante il Padre: il grande sarto che scombina i fili della decenza. Come se il male fosse di pochi abietti, mentre è la somma dei peccatucci a far crollar le Torri. Il creato è un grande Uno, divisibile solo per se stesso, senza frazioni, senza resto. L’entropia è un’altra menzogna del progresso. Non un’oncia d’energia va smarrita, non una lacrima dimenticata. Ma questo è un concetto semplice, di puro terrore per i milioni. Un concetto che non contempla maschere: che distrugge i ruoli, che coglie in fallo i piccoli di mercante e gli innumerevoli mariuoli. Non più placche d’ottone sulle porte, a indicare quale la parte che fa ingrassar le sporte: quale il colore che fa giuste le cose storte. Io per me non sono più umano. Rifiuto la razza dell’anello e della bisaccia, la genìa della chiacchiera incarnata. Dei culetti al vento, dei dischetti leva trucco. Delle schiume come cascate e delle bende ultrasottili per veline mestruate. Fuori l’anima, se esiste! La voglio per le strade nel tempo della Terra!

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(da Parola di scriba, L’arcolaio, 2011)

A proposito di “Cimettolafaccia” di Costanzo Ferraro

Come ho incontrato Costanzo Ferraro

di Valerio Nardoni

cimettolafaccia

Sono andato appena adesso a controllare su Facebook: era il 9 aprile del 2013 quando il mio amico Gianni Calcagno (Software Engineer) mi ha contattato per dirmi che un suo collega affetto da SLA aveva scritto insieme alla sua Compagna (Silvia Lavalle) un libro, e che stava cercando un editore. Titolo: Cimettolafaccia. Sottotitolo: biografia spastica politicamente scorretta. Chiunque conosca un minimo l’ambiente avrà già capito quali potessero essere le mie riflessioni in merito. La prima, naturalmente, che Valigie Rosse non è un editore, ma una “collezione di libri”, così noi la chiamiamo. Nel senso: non abbiamo soldi. La seconda, un riflessione molto più rapida: una autobiografia. La terza, ugualmente stringata: di un ingegnere. Prima di arrivare al “politicamente scorretto”, però, un altro ingrediente che può indurre forti pruriti per attacco virale da autecelebrazionismo fuori controllo, ho tentato di non giudicare, di tornare al messaggio di Gianni, che, senza problemi, mi diceva che il libro lui non l’aveva neppure letto e che me lo mandava esclusivamente sulla garanzia della persona: “grande cervello, grande persona e grande lottatore”, che di sicuro non si era messo a scrivere un libro tanto per non aver nulla da fare.
Scoprirò solo diverso tempo dopo che Costanzo, a causa della sua malattia, non solo non sarebbe stato neppure fisicamente in grado di impugnare una penna e scriverlo, ma che anche solo per dettarlo doveva averci messo una vita. Fra il dire e il fare ci sono molte cose, ma come si fa, in queste condizioni a sostenere un esame scritto di telecomunicazioni? Tutto può essere.
Effettivamente, all’epoca, Valigie Rosse stava per aprire la sua collana di prosa, Gli asteroidi, dedicata a libri scritti fuori dalle regole. Il primo libro, Il bambino mammitico, era il frutto di due anni di lavoro insieme ad un ospite del Centro Residenziale Franco Basaglia che raccontava i suoi anni di musica e chiese occupate nella Pisa degli anni 70, prima della sua malattia. Per la presentazione del libro sarebbe venuto persino Claudio Lolli, che aveva letto il libro e che l’aveva trovato di un valore generazionale.
Prendo il file del libro di Costanzo: un impaginato da spaventare il più accanito dei lettori, un fiasco sicuro. Ripenso a Gianni: “Personalmente non l’ho ancora letto, ma conoscendolo son sicuro che ha fatto un lavoro particolare e interessante”. Perché mi dice così? Avevo anche la congiuntivite, un mal di testa orrendo. Inizio a leggere. Continuo a leggere. Goccioline, tachipirine, qualunque cosa: finisco di leggere, scrivo a Gianni: “Già finito… UNA BOMBA!!! Meraviglioso, incredibile, ho pianto, ho riso, tutto!” Poi telefono subito al Cama (Tiziano Camacci, direttore della allora nascente collana): “Cama ho trovato un libro per Gli asteroidi, dobbiamo pubblicarlo per forza”.
“Ma non ci s’ha una lira?”
“Io sono disposto a prostituirmi purché questo libro venga pubblicato”.
Cimettolafaccia non solo racconta col coltello una storia incredibile, non solo la mente chiusa in un corpo che non funziona ha creato pensieri così potenti da farlo muovere da Capri fino a Pisa in carrozzina, ma il libro è persino… BELLO. Scoprirò solo molto dopo che questa bellezza viene da Silvia, ma d’altra parte i miracoli li fa solo l’amore, c’è poco da fare, è sempre stato così.
Sono certo che chiunque leggerà questo libro si troverà a cantare (con la voce di Ginevra di Marco) la Malarazza di Modugno: ti lamenti ma che ti lamenti pigghia lu bastone e tira fora li denti…

P.S.
Poi alla fine non mi sono prostituito, il nostro foundraiser ha messo in piedi una campagna di finanziamento dal basso e molti amici ci hanno aiutato a pubblicare il libro preacquistandone una copia. Valigie Rosse, lo ripeto, è una collezione di libri no profit, non prevede rimborsi per nessuno e non ha prezzi di copertina, i conti sono in pari e ogni acquisto va direttamente nel maialino per il libro successivo.

Su “Una lunghissima rincorsa” di Jacopo Ramonda

di Viola Amarelli 

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Un’anamnesi di attese e di vuoti, di quotidiane, minuscole, disperazioni si intreccia lucida e precisa nelle prose brevi raccolte da Jacopo Ramonda in “Una lunghissima rincorsa” (Bel-Ami Edizioni, 2014), corredato delle pertinenti illustrazioni di Ilaria Bossa.
Si tratti o meno di poesia in prosa o di prosa in prosa, il testo ci restituisce un puzzle narrativo coeso nella sua dimensione formalmente diaristica, giocata su zoom al rallentatore che rivelano l’invidiabile misura della scrittura di Ramonda (“l’equilibrio” giustamente sottolineato da Andrea Inglese nella sua introduzione). Di fatto, la presenza di un io narrante e di personaggi, spesso identificabili dalle sole iniziali (D., G., F., L., V.) sembrano disseminare gli indizi di un vero e proprio romanzo, concentrato nel fiato di brevissime pagine, cut-up, appunto (come li denomina l’autore), di un testo più ampio e destinato a restare ignoto, se non addirittura lacerti di un’esistenza dominata dall’essere agiti.
I rapporti amorosi, il lavoro, la famiglia, il tran tran giornaliero, la memoria, la depressione costituiscono tutti reperti sondati con sottigliezza chirurgica, con un microscopio che ne traccia le coordinate apparentemente private eppure, nel contempo, emblematiche di una situazione collettiva di afasia e deprivazione di senso. Diversamente da altri autori che utilizzano l’accumulo e lo scarto semantico e/o sintattico per “bucare” in mimesi o contrappunto questa realtà che c’è toccata in sorte, Ramonda affida alla profondità e alla concisione il suo sguardo, riuscendo a tenere comunque legato il lettore a un flusso di coscienza che non ha alcuna pretesa, nemmeno quella fenomenologica, al di là dello scavo del divenire, della com-prensione nell’accezione etimologica del termine.
Il ricorso a formule letterarie di confine tra poem e short story – a volte catalogate anche come “altre scritture” – palesa l’esigenza di trovare luogo e voce più aderente alla frammentazione, alla velocità e alla compressione neanche tanto occulta che caratterizzano gli attuali processi storici, con la necessità di ricombinare gli strumenti ereditati aggiungendone nuovi per capire cosa ci sta accadendo. Di qui una scrittura di “ricerca” che tende a marcare una dimensione euristica sempre propria della creazione artistica. In questo libro, la funzione “poesia” più che nel ritmo o nelle sonorità o nei simbolismi, si presenta nel “corto circuito” della narrazione, che pure procede nella sua brevità senza alcuna scossa, quasi tracciando un’elegia di stupore sotteso – della serie cosa ci capita/perché ci capita – in microcosmi immediatamente identificabili e coinvolgenti; da ciò la forza e l’acutezza insieme di questi flash di micro-vite che sembrano, sono, le nostre.

Frammento di un romanzo più lungo – 1001. La borsa

di Luciano Mazziotta

Bologna 2013

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quella borsa lì, quella appesa dietro la porta da mesi, come in quarantena o come un oggetto che toglierlo avrebbe significato aprire un nuovo universo, ché dietro, magari, si cela, chessò, un chiavistello, una porta, oppure un buco in cui se ci metti la mano ti trasporta dove c’è altro, quella borsa lì era più che evidente portasse sfiga. lo avevo detto anche in giro, ad esempio, una volta, avevo fatto una chiamata a un amico e glielo avevo detto e lui non mi aveva ascoltato e allora avevo deciso di dirlo ad un altro che questa borsa portasse sfiga e questo mi aveva detto che sì, che forse avevo ragione, di non preoccuparmene tanto, o provare a dimenticarmi di lei e del suo potere, che se avessi pensato non ne portasse di sfiga allora non ne avrebbe portata davvero, ma poi insomma non è successo un granché da quando l’ho appesa e non l’ho spostata ché dietro la porta, dietro la borsa, mi sa che quell’universo si sarà poi formato e chissà che forma chissà che abitanti ci sono, se sono davvero viola, come notoriamente sono gli abitanti che vivono dietro le borse che portano sfiga, o se, meno verosimilmente, solo gli insetti come quelli delle case abbandonate dei film ci sono, mi resterà sempre il dubbio, a meno che non mi decida a spostarla, o più verosimilmente, la parete collassi. ma quella borsa lì di sfiga ne portava e una volta ho pure pensato di dirlo a chi me l’ha regalata, cioè mi hai regalato una borsa che porta sfiga, avrei detto, gran bel regalo, grazie davvero, no guarda riprendila, ma alla fine ho capito, consultando un astrologo, che aveva una casa che ho pensato, per averci sta casa, chissà quante borse che portano sfiga si regalano al mondo, altrimenti, se non quelli con le borse che portano sfiga chi ci va dall’astrologo?, se non quelli vicini a quelli con le borse che portano sfiga, alla fine ho deciso di dirlo a chi mi ha regalato la borsa che portava sfiga, grazie mi hai fatto proprio un gran bel regalo, e lei mi ha detto ma sì sei proprio una testa di cazzo, sui regali non si sindaca mai, neanche portassero sfiga e poi quando l’ho comprata, non me lo avevano detto ne portasse di sfiga e inoltre ne sei proprio sicuro che abbia portato sfiga da quando ce l’hai o da dopo un po’ cioè da quando, senza dire niente, sono sparita in quell’universo parallelo che potrebbe essersi formato dietro la borsa che porta sfiga o che comunque sono sparita da qualche parte, insieme agli insetti, ma non ne porta di sfiga la mia di borsa a me non ne ha portato, a te dici di sì? prova a spostarla da lì. però io lo pensavo l’universo, l’ho sempre pensato come uno di quei giochi che ti leghi uno spago alle mani, e cominci con un rettangolo, poi lo afferri dalle estremità, e lo giri che si forma un’altra figura, e così, se lo tocchi nel punto più giusto, quello perfetto, se ne forma un’altra di forma, ma se sbagli o se togli un nodo, crolla lo spago e ci rimangono vuote le mani e io la borsa che portava sfiga con la sua posizione dietro la porta l’ho sempre pensata come uno di quei punti che se l’avessi spostata sarebbe caduta tutta la serie di fili che reggevano il cosmo e di cui questa borsa è una sorta di punto di bilanciamento o peggio che quell’universo dietro la borsa sarebbe uscito e avrebbe invaso prima tutta la casa e poi reso questo universo invivibile per gli esseri che non erano né viola né abituati a vivere dietro una porta dietro una borsa e allora non l’ho mai spostata. però c’ho pensato più volte e ho chiesto, non all’astrologo che aveva la casa troppo lussuosa, allora se era così lussuosa significava o che aveva spostato tante borse dalle pareti ed erano usciti gli universi e che quindi sta cosa di spostare la borsa se fossero fuoriusciti degli universi così non era proprio del tutto una cosa terribile, se poi la casa mi diventava così, ché invece era più credibile lui non avesse mai ricevuto una borsa in regalo, e quindi all’astrologo che non aveva, se non mi sbaglio, e non dovrei in questo caso sbagliarmi, mai posseduto una borsa che portasse sfiga non gli ho detto più niente, e tutte le risposte me le sono volute dare da solo. cioè non sapevo e quindi chiedevo se una volta indossata la borsa la sfiga portata fosse stata contingenziale o universale, ovvero, quanto al punto uno, se quella la sfiga l’avesse portata in quel momento preciso in cui l’indossavo, o se il suo potere si fosse protratto per un’ora, per una frazione del giorno, per il giorno intero o una settimana, quindi se lavorasse su piccole porzioni di tempo o se ormai, col cosmo scomposto, gli uomini viola usciti dall’uscio avessero invaso del tutto il mio tempo, per cui una volta tolta dal chiodo la borsa, avrei dovuto costruire un nuovo mondo e nuovi argini al nuovo cosmo formatosi. e in questo caso, chiedevo, non avrebbe avuto più senso parlare di sfiga ma di un nuovo ordine all’interno del quale avrei dovuto faticare a prendermi le responsabilità degli eventi e di tutti gli eventi che non sarebbero più stati casi di sfiga ma la normalità. in ogni caso nel caso di una universalità avrei potuto affrancare dal suo ruolo la borsa e vivere tranquillo in modo ordinato a lato degli uomini viola e del buco dietro la borsa che non sarebbe stato né più né meno che come un’altra stanza all’interno della mia stanza. prendere atto dell’osmosi continua tra i due mondi, che poi se di osmosi o di principio dei vasi comunicanti avessi dovuto parlare, bastava pensare che quel buco dietro la borsa non poteva essere così tanto grande, quindi l’influsso che dava alla stanza e al mio cosmo sarebbe stato trascurabile, ma in fondo poteva anche essere che quel buco celasse un universo di dimensioni uguali a quelle del mio e quindi insomma. ho pure pensato di portarla in un’ora specifica, non so, tra le 19 e le 20 o tra le 22 e le 23 quando sostanzialmente non succede niente. ci sono poi stati giorni in cui ho immaginato tutti i modi per sbarazzarmi di quella borsa e di del buco dietro la borsa e del suo universo che me ne stavo seduto sul letto a fumare guardandola, immaginando come sarebbe stato il mio universo senza la borsa, o se, in quel gioco di spaghi, avessi tolto lo spago reggente e lasciato cadere il cosmo che allora ho chiesto di nuovo a un amico che era stato da un androastrologo, cioè quell’astrologo che ti dice il passato ti conferma il presente ti predice il futuro in base alla curvatura del cazzo, che mi sembrava un po’ freudiana come cosa, però io di freud mi sono sempre fidato e anche dell’astrologia, quindi se due elementi positivi si incontrano perché non fidarsi, che in più quello era un periodo strano in cui avevo l’impressione che la gente mi fissasse il cazzo, e allora l’amico che dall’androastrologo ci andava abbastanza spesso mi ha detto che quella borsa così per com’era non avrei dovuto spostarla con un atto di volontà mio ma perderla in modo disordinato un giorno qualunque o magari dimenticarmene sarebbe stata la cosa migliore, perché se dimentico il filo che regge il cosmo parallelo pure il cosmo scompare. ma sì ma era impossibile se era sempre lì e se il mio universo si reggeva su quel punto che se lo toglievo crollava o peggio arrivava un altro universo, impossibile dimenticarmi del mio universo senza un atto di volontà. allora se mi ricordavo della borsa un secondo mi mettevo a cantare una canzonetta pop che dicono non faccia pensare e una volta di queste mi è squillato il telefono.

da “Antique novelle”

di gc (alias Teqnofobico)

tq
errorerrante & rarerranze


Il Signore era stato posto fosse posto, smarritisi ora mai e esso stesso e ogni cosa di quaggiú, in una radura, la quale radura, forse, e piú propriamente, era da ritenersi come un deserto: nessun resto, nessun resto di resti, né d’umano né d’animale, né tampoco di vegetale, dunque nessun regno piú da abitare, nessuno, nessun regno piú ove dimorare, nessuno; e piú nessuno, nessuno piú in questa sorta di teatro di nulla, né attori né spettatori, né agenti né agiti, e piú niente, niente piú per la messinscena ora mai senza piú scene, non palchi né quinte, da dove entrare, da dove uscire, un teatro senza personaggj né storie, per una storia senza piú storie da presentare, da rappresentare.
Eppure una voce, o meno, molto meno di una voce; un suono, o meno, molto meno di un suono; un menomo, menomato soffio soffiò, quasi d’ali di nulla battenti battute alle sue spalle, dinanzi a sé: era come un vento quel soffio, quel quasi-suono, ma non ancora suono, quella quasi-voce, ma non ancora voce; era come una tempesta al cui centro una fabulosa favella, una lingua, di fuoco & fiamme, risorta forse dalle ceneri di sé: una risonanza, ma ancora senza suono, che a sé traeva ogni azione distraendo; una invocazione, ma ancora senza voce, ma ancora senza vocazione, che lo stesso evocava, ma non lo stesso; una preghiera, che non chiedeva alcun ché, che non richiedeva, senza piú desiderj di sorta, come esercizj di distacco, d’abbandono, di sé, degli altri, d’ogni altro, delle cose tutte.
E tutto questo nulla, e quello con questo, a formulare un ænigma: – chi sei? chi è?
E la cosa era senza un perché.



cryptocryptae


Sprofondato oramai il mondo, e le cose tutte d’esso: le scale, per esempio, e la porta alla fine d’esse, quella che apriva al futuro, rimasto sí come in sé rinchiuso, e la porta al principio d’esse altresí, questa, – ma quale?, – da aprirsi al passato, rimasto per ciò come inconcluso, e da svolgersi solo involvendosi. Tutto inabissato, dunque, e anche essendoci, anche avendone la chiave – a ché? – chiedeva una voce al Signore.
E se, anzi ché non interrarsi, le cose tutte, come in un vortice, una vertigine all’incontrario, si fossero incielate? – si chiedeva, tra sé e non sé, rispondendo senza risposte il signore.
E quale la chiave, allora? e di quale & quali porte? quali le porte alla fine, al principio, delle scale, allora? era forse la porta alla fine la stessa di quella del principio? era forse la porta del passato la stessa di quella del futuro? e cosa, cosa prima del passato? e cosa, cosa dopo il futuro? avrebbe aperta la porta, del futuro, quella chiave, ad averla, ad esserci, per ritrovarsi forse prima del passato? o forse per perdersi, del tutto?
Ma forse non c’era né terra né cielo ove indovarsi: né piú passato né piú futuro, né piú principio né piú fine. Nessuna fine, nessun fine. Nessun fine, nessuna causa. Solo & soltanto un presente di nulla: un teatro di nulla come sempre presente.



prodighi prodigj & artificj improvvidi


Il Signore forse sognava.
Ogni visione come cessata, se non da visionarj, da nottiluchi; ogni voce come di fantasmi, fatta di polve, fatti di nulla; ogni suono come di strumenti votati solo & soltanto al silenzio, ma assordante: una gran cassa vuota di risonanza, un rimbombo di tuoni obliti, una favella che piú non fabuli.
Quale impronta, segno, traccia, dare a non averne? e quale a non esserci suolo, alcuno, né alcun cielo, né aria? e quale respiro, soffio, fiato, a non esserci, a non averne? quale trama – dietro, o innanzi? e quale – ora, qui? e per chi? forse per sé? forse per altri? e chi questo sé? e chi questi altri? non c’è, né ha luogo, forse, questo luogo? non c’è, né ha tempo, forse, questo tempo? non c’è, né ha azione, forse, quest’azione?
Cos’era allora quella porta? quella porta: e questa, allora? e quell’altra? e quest’altra? e ancora, ancora una nuova porta: cosa? e per chi? erano porte tra un nulla & l’altro? che aprivano & chiudevano al nulla? o la porta stessa, e le porte tutte, erano questo nulla e quello con questo?
E tutte quelle & queste porte, e tutto questo & quel nulla, a formulare come un sigillo: – chi vede? chi conosce? non c’è forse sapiente che sappia piú sapere?



silenzj


“Ascolta!” – disse, senza dire altro, una voce al Signore.
E cosa ascoltare, allora? forse il silenzio? e chi, chi dietro quella voce? di chi quella voce che diceva senza dire, che diceva, senza dire altro, di ascoltare? C’era forse qualcuno? e questo qualcuno aveva forse labia, denti, bocca? aveva forse un corpo? E se in vece sua non l’avesse punto? era dunque d’uno spirto, d’un corpo senza corpo, quella voce? Come dire ch’era forse di qualcuno, ma senza nessuno; come dire ch’era forse di qualcuno, ma senza nemmanco sé stesso. C’era però qualcuno, ch’era forse nessuno, a formulare non piú d’un menomo suono, e pure un suono; non piú d’una menoma voce, e pure una voce; non piú d’un menomo verbo, certo, ma certo un verbo: un imperativo, ma ipotetico.
Ridotta a nulla la voce, e le cose con essa; ridotta a nulla la voce, e le cose che dice con essa; ridotta a nulla la voce che dice, che dice senza dire, che dice senza dire altro le cose che dice; ridotta a nulla la voce, e le cose con essa, la voce che dice, e le cose che dice con essa, la voce che dice, senza dire altra cosa, questa cosa, di ascoltare – ma cosa? C’era forse qualcosa? Ecco: ridotta a nulla, la voce, e con essa le cose, che dice? e con la voce, ridotta a nulla, che dice le cose che dice, le cose, ridotte a nulla, che sono? che dicono?
Ridotte a nulla le cose che sono, e la voce con essa; ridotte a nulla le cose che dice che sono, le cose che sono che dice; ridotte a nulla, le cose, e con esse la voce, che dicono che sono? Le cose, ridotte a nulla, sono forse qualcosa? Le cose che sono, ridotte a nulla, sono forse ancora qualcosa? e con le cose, ridotte a nulla, con le cose che dice che sono, la voce, ridotta a nulla, la voce che dice le cose che sono, che dice? che dice che sono? che sono qualcosa? Come dire forse che le cose che sono, ridotte a nulla, piú non sono, e se sono, sono come d’un labirinto, immobile: un labirinto tutto pareti, o senza del tutto pareti.



contexte, o senza


“Si decida, una volta per tutte! Allora, sí o no?” – fu chiesto al Signore.
Come se fosse possibile decidere. Come se fosse possibile decidere tra il sí & il no, tra l’uno & l’altro.
Come dire che l’uno, talvolta, sia anche altro, sia anche l’altro? Forse che il sí sia anche no, sia anche il no al no? e viceversa, o quasi: che il no sia anche sí, sia il sí al no? Come dire che dire sí al sí & no al no sia dir di sí, un sí? e come dire che dire sí al no & no al sí sia dir di no, un no? Dire, forse, forse sí forse no?
“La verità, sputala fuori!”
Come se fosse possibile dire la verità, o una verità soltanto. Come se fosse possibile dire la verità, o una soltanto, e non la menzogna – una qualsiasi, una qualunque.
È vero, forse, che il vero sia sempre vero? ed è falso, forse, che il falso sia sempre falso? Non è forse vero che il vero, talvolta, sia anche falso? o è forse falso? Non è forse vero che il falso, talvolta, sia anche vero? o è forse falso?
È cosí – n’est-pas?
E le tavole, allora? son solo & soltanto assi d’un palcoscenico da niente? E gli uomini, allora? son solo & soltanto maschere d’un teatro da nulla? son solo & soltanto personaggj, burattini, pel teatro del nulla?
“Ô la justice injuste!”
“Ô la justice sans cause!”
Senza cause, né effetti: senza fine.

Letteratura Necessaria – Terapie a rischio – Roberto Ranieri

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Roberto Ranieri 

Terapie a rischio

 

Edizioni Smasher – Collana Ulteriora Mirari

Sezione Monografie

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Il banalista

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«Allora: cosa ha detto oggi di nuovo il tuo banalista?»

«Che un cappuccino per due euro è un furto. E che fa un po’ più freddo di ieri.»

«Bene. E ti ha ridotto i farmaci?»

«Sì papà, il Normalex l’ha portato a mezza compressa.»

«Bene figlia mia, mi pare tu stia facendo grossi progressi. È un po’ costoso, ma il migliore sulla piazza. Vieni qui.» La baciò sulla guancia con amorevolezza. Lei gli sorrideva commossa. «Che dici, papà, ora potrò fare le cose che mi piacciono?»

«Credo molto presto, mia cara, stai migliorando a vista d’occhio.»

«Ma potrò fare tutte le cose che fa la mia amica Carlina?»

«La tua amica Carlina non è un buon esempio, te l’ho già detto. Fai sempre quello che ti dirà il tuo banalista, devi avere fiducia.»

«Grazie, papà. Sì, è tanto bravo.»

«Lo so, è il migliore.» Si lisciò i radi capelli bianchi, sbirciando la cartellina a fiori posata sul tavolo.

«Che esercizi ti ha dato per oggi?»

«Oh, una cosa nuova. Devo ripetere “io sono” per 40 volte, davanti allo specchio, prima di colazione, pranzo e cena. Poi anche nella forma invertita, “sono io”, prima di addormentarmi»

«Ah, bene,» proseguì. «A che ora vai a scuola oggi, cara?»

«Ho il turno pomeridiano, papà. Devo sbrigarmi a finire di correggere i compiti di greco delle seconde classi, e trascrivere i voti di storia.»

«Fai cara, fai.» Poi andò nell’altra stanza, si chiuse a chiave e sollevò il telefono. «Buongiorno, mi passa il banalista per cortesia?»

«Sì Cavaliere, attenda in linea.»

I violini sintetici di un rondò cigolarono nella cornetta. «Sì pronto? Ah è lei Cavaliere…»

«Come le è venuto in mente di cambiare la terapia?»

«Guardi, la paziente…»

«Paziente un corno!» Il pugno sul tavolo riesplose nel timpano dell’interlocutore, all’altro capo del cavo. «Lei sa bene quant’è delicato, il caso di mia figlia. Da “tu sei” a “io sono” in ventiquattrore? Ma è impazzito?»

«Ma Cavaliere, lei sa che ora tocca ai pronomi facenti funzione di soggetto…»

«E perché proprio “io”? Ce ne sono sei, non si può fare prima con qualcun altro?»

«Mi perdoni Cavaliere, ma il protocollo della banalisi classica è chiaro, su questo punto. Abbiamo cominciato col soggetto semplice, “L’acqua bagna”, tre volte al giorno per sei mesi, con la testa a intermittenza sotto la doccia gelata. Ricorda? Poi abbiamo introdotto il primo pronome facente funzione di oggetto, “L’acqua li bagna” con i capelli su un catino tiepido, ed è passato un anno. Poi…»

«La conosco benissimo, la sequenza» tagliò corto il Cavaliere. «E dovrebbe ricordarsi bene cosa avvenne al passaggio successivo…»

«Vuole dire, Cavaliere, quando passò a ripetere 40 volte in serie di 3 il primo pronome facente soggetto, “tu sei”? Lì ci fu un certo periodo di adattamento…»

«E lo chiama “adattamento”?» Si accese nervosamente una sigaretta. «Dovetti appiccicare da subito sulla specchiera le foto dell’album d’infanzia, quelle con lei in braccio in tutte le posizioni, se no non mangiava più!»

«Sì Cavaliere, ma io le dissi che era meglio…»

«Ora basta!» tuonò il Cavaliere. «Lei adesso mi cambia l’esercizio, senza fare storie. Lei si ricorda chi l’ha raccomandata per il suo concorso di dirigente sanitario all’Unità Centrale di Banalisi, non è così?»

«Sì… fu lei, Cavaliere…»

«Appunto. E allora faccia come le dico. Io a mia figlia voglio troppo bene, perché lei possa permettersi di sbagliare terapia.»

«Va bene, Cavaliere. Si può passare a “egli è” in 3 serie da 40, mattina pomeriggio e sera, e per l’io si vedrà l’anno prossimo…»

«Ecco, bravo. A proposito», soggiunse il Cavaliere soddisfatto, «ultimamente mia figlia nomina spesso un’ex allieva della sua classe di greco, quella rimasta incinta, la Carlina… Lei sa già cosa deve rispondere vero?»

«Che è un cattivo esempio, perché ripetere “io sono” in due davanti allo specchio può rompere il vetro, e ci si taglia dappertutto.»

«Bravo. Mi raccomando, noi vogliamo entrambi il bene di mia figlia, dobbiamo solo comportarci di conseguenza.»

«Sarà fatto, Cavaliere. Si è fatto tardi. Ah, che giornata fresca, oggi. Non ci sono più le stagioni di una volta.»

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Congiunture infrabosco

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Ho problemi con i prefissi. Predire e condire nella mia testa si confondono: così non so mai con precisione come sarà il sugo degli spaghetti, né gli ingredienti buoni per prevedere il futuro. A capirci qualcosa, anche i luminari  e gli addetti ai lavori le sparano grosse, e poi non si mettono mai d’accordo. Così, devo fare attenzione a ciò che dico, prevenendo le mescolanze che renderebbero difficile il mio discorso all’orecchio altrui, e viceversa. Dico la verità: ho sempre pensato, dentro di me, che i prefissi fossero un di più, rispetto alle radici vere del lessico; per pre– o con– dire, uno sempre dovrebbe aprire la bocca, se no pretace o condorme o fa qualcos’altro; solo che se confà, anziché brigare con qualcuno si blocca e deve adattarsi a girargli in tondo, cessando ogni azione sua propria: ma, dico, si può parlare così?

Macché, dimenticavo, tutti si parlano addosso a meraviglia, il malato sono io: ne sono conscio, o forse subconscio, inconscio non credo ma dillo un po’ ai freudiani, e occhio al prescìo che se bluffa prefissa con troppe piste libere e poca autocoscienza. Troppo poca: e si sa quanto siano importanti i mezzi di locomozione, nell’auto-prefissarsi, oggi.

Dove non si prefissa e si tira un po’ il fiato è nelle zone franche; qui il mondo, anziché entrare a scossoni nelle sequenze del lessico e dei verbi che ne parlano, indugia sulla soglia, e con buone ragioni. Qui i prefissi si moltiplicano e si annullano a vicenda: parlo delle nubi e dei funghi. L’Hypoloma sublateritium non può escludere che, in qualche piega della propria tunica molecolare, un micolinguista non scovi una variante superlateritium; che qualche altro si proverà a mettere in dubbio sulla base di nuove osservazioni dal sottobosco o rivelazioni di laboratorio. Intanto, il funghetto sta lì, allunga il suo micelio oltre il tappeto d’aghi di pino e i prefissi spesi a catalogarlo; sul giallo vivo del suo epitelio si posano bruchi e moscerini sparsi, che l’osservatore scientifico dei boschi non tarderà a rivestire dei fonemi appropriati; salvo poi arrendersi allo statuto incerto di spore e lamellule sottostanti. E se leva lo sguardo oltre i ricami spericolati delle aghifoglie, su in alto, potrà facilmente imbattersi in qualche petalo di vapore sospeso nell’azzurro; che una generosa nomenclatura di forme tenderà invano a incasellare in una stringa apposita. Chiudi gli occhi e il cumulus è già stratocumulus, se è un po’ sviluppato sfrangia e  sconfina nel cirrus, ne assume le piene sembianze: e più insegui la parola giusta, più quello cambia e ti ricaccia in gola la sua celeste refrattarietà ad ogni sillaba spesa per afferrarlo. Che intanto si moltiplica in meteoriche spericolatezze, fronti prefronti affronti all’indicibile silenzio che alita su cieli e isobare rovelli modelli e nuovi sistemi complessi…

Io le so bene, queste cose, perché questo mio disagio coi prefissi ha una sua diagnosi coperta, che rifugge alla terminologia certa delle cose di medicina, ma si insinua nelle pieghe ancora vive di un ricordo preciso; fu una Clavaria pallida, che affiorava nel suo velluto lillà dal muschio, mentre un Cumulus congestus spingeva un proprio ricciolo bianchissimo sopra quel tratto di bosco, piegando il sole a uno strano riverbero di madreperla. La clavaria cruda è una delizia per il palato, anche se ogni micologo mette in guardia dalle sue varianti tossiche; il colore un po’ più marcato dei tubuli ma non è detto, la forma delle spore al microscopio ma non è certo, qualcosa insomma dovrebbe sempre mettere in guardia, ma non è mai sicuro. Si dovrebbe pre-cuocerle, mai con-cuocerle con il misto trifolato, per prudenza, ma è certo che crude sono una meraviglia; e infatti era deliziosa, mentre più in alto il cumulus ghiacciava nella sua sommità a forma di incudine, sospingendo uno smeriglio di cirrostrati sopra un tetto di larici. Una tossina, chessò io una clavarina, come l’amanitina la boletina e quant’altri nomi s’inventano per i veleni dei funghi, e in un attimo nella mia testa i prefissi presero strane turbolenze, mentre il cumulus in alto svaporava fra bande biancastre di cirrocumuli, che non si poteva più dire l’uno o l’altro, fino a dissolversi in un azzurro appena più carico.

Non ci sono purtroppo antidoti o lavande possibili della morfologia, per la mia lingua che straparla, stradice varianti e invarianti, all’improvviso, imponendo componendo segni opposti e frapposti più e meno su ogni comparto, su ogni reparto, così io nel prefisso mobile mi apparto, consuono dissuono, sostrato astrato di un piroettare fonetico senza bussola certa; e un altro codice intanto, oh se me ne accorgo!, impone sul tutto, per sfortuna iperfortuna o coincidenza, una sua muta numerazione di fabbrica, fungocumuli lisciati all’ultimo giro di elettrone, che mi fa infravivere e sopravvivere di temporali perfetti, delizie di lamellule da incasellare in questo spazio vuoto, un poco vero forse, per condividerli e, sulla pagina, appena un poco, scompaginarli…

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Il velopendulo

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Il professor Federici era famoso per i suoi aforismi. Filosofo di una scuola tutta sua, lo invitavano spesso a incontri e convegni; nell’ultimo, esordì con una delle sue massime così cariche di significato: «Il centro del mondo è inequivocabilmente faringeo, ogni cosa pensa se stessa nel tintinnio iugulare di vocali e consonanti.» Dopo l’ultima sillaba deglutì, allentando i muscoli del collo sulla contrazione dell’esofago; provò poi a riespandere il diaframma per riprendere il delicato ragionamento, quando l’attacco della frase successiva, sul tema della res cogitans, gli rimase impigliata in gola; gli occhi gli strabuzzarono all’indietro, e dopo qualche attimo di esitazione, nello sconcerto dei presenti, cadde dalla sedia con un tonfo. «Un dottore!» gridò qualcuno dal palco. «Presto, un bicchier d’acqua!» fece un altro, però l’acqua non faceva effetto, gli gorgogliava in gola per poi uscire schiumando bava ai lati della bocca.

La situazione stava precipitando. Uno studente di medicina gli tastò il polso: «Per me è un infarto», disse. «Non respira. Magari è un ictus», gli fece eco un altro. Uno studente del corso di Fonologia, che aveva seguito tranquillo la scena, arrischiò una sua idea: «E se fosse il velopendulo?» Estrasse dal taschino il suo registratore portatile, pigiò lo stop e poi il rew per cinque secondi, quindi al clic d’arresto riavviò il play dall’inizio. Al cigolio del nastro seguì un lungo ronzio di fondo, interrotto solo dal sonoro starnuto del prelato in seconda fila.

Il prof. Federici ebbe un sussulto, poi aprì lentamente gli occhi. «Cosa è successo?» «Un mancamento, professore, vedrà che ora si riprende » fece il primo studente. «Sì sì, una vertigine passeggera», gli fece il secondo. «A esser precisi, è una cosa da Nulla», aggiunse il fonologo in erba, mentre riavvolgeva il nastro. «La prossima volta professore, quando esprime un concetto o un aforisma sull’essere, le consiglierei almeno di fare uscire qualcosa.»