Primo Maggio

Ben venga maggio.

 

COMPAGNI MINATORI VE LO DICO QUI

Compagni minatori ve lo dico qui,
Questo mio canto è vano se voi non avete ragione

Se l’uomo ha da morire prima d’avere il suo bene
Bisogna che i poeti siano i primi a morire.

P. Éluard, da Une leçon de morale, 1949, pubblicata in P. Éluard, Poesie, traduzione di F. Fortini, Einaudi, 1966

 

WELDY «IL DURO»

Mi convertii e mi diedi una calmata, allora
mi diedero un lavoro nella fabbrica di scatolette,
e ogni mattino dovevo riempire di benzina
la cisterna del cortile
che alimentava i bruciatori nei capannoni
per riscaldare i saldatori.
E io salivo una scala traballante per poterlo fare,
trasportando secchi pieni di quella roba.
Una mattina, come io stavo lì a versare
l’aria si fermò e sembrò sollevarsi
e come la cisterna esplose io fui sparato in alto
e piombai giù con le gambe spezzate,
e i miei occhi crepitarono come due uova al tegamino,
a causa di qualcuno che aveva lasciato acceso un bruciatore,
e qualcosa aveva risucchiato la fiamma nella cisterna.
Il giudice distrettuale disse che era stato
uno che stava lavorando con me, e così
il figlio del vecchio Rhodes non mi doveva un soldo.
E io mi sono seduto sul banco dei testimoni,
ero cieco, come Jack il violinista, e continuavo a dire,
«Io non lo conoscevo per niente».


MICKEY M’GREW

Successe come al solito nella mia vita:
qualcosa fuori di me mi trascinò giù,
le mie forze non mi hanno mai abbandonato.
Ecco il perché, ci fu la volta che avevo i soldi
per poter andar via a studiare
e all’improvviso mio padre ebbe bisogno di aiuto
e fui costretto a dargli tutto.
È successo proprio così che io sono diventato
un uomo tuttofare a Spoon River.
Allora quando finii di pulire la torre dell’acquedotto,
e mi tirarono su a settanta piedi di altezza,
mi slegai la fune dalla vita,
e ridendo aprii di scatto le mie braccia gigantesche
sopra il liscio orlo di acciaio della punta della torre –
ma scivolarono sopra la melma traditrice,
e io giù, giù, giù mi tuffai
dentro l’oscuro rimbombo!

da: E. Lee Masters, Antologia di Spoon River, Traduzione di Antonio Porta, Il Saggiatore, 2016

 

*
Le ore sei sono l’inizio della nostra giornata
noi siamo l’inizio di tutti i giorni
inizia il giro delle ore sulla trafilatrice
che mi aspetta con la bocca spalancata
inizia la mia danza il mio spettacolo
in certe ore entra nel reparto una chiazza di sole
e lo sporco nostro è schiarito come nelle immagini dei santi
rubo il tempo per una fumata che raspa nella gola
spio i minuti sul quadrante dal grande occhio
e tutto ad un tratto ci scuote l’urlo della sirena
ci attende il riposo per la sveglia di domani
la suoneria che entra dentro i sogni esplodendoli
ed ecco un nuovo giorno della mia esistenza
con l’allegria fuori della mia ragione.

Da: Luigi di Ruscio, Poesie operaie, Ediesse 2007

 

Gianni Montieri, Fuori dai cantieri (serie completa)

East Side Gallery, foto Gianni Montieri

*

Fuori dai cantieri (serie completa), poesie pubblicate in parte qui in due momenti, oggi nella loro veste (quasi) definitiva; poesie che andranno a formare una delle sezioni sul libro in costruzione, che sarà un libro sulle cose che restano, le rimanenze nel bene e nel male.

*

 

Alle 9,30 a Porta Venezia
era l’appuntamento, il segnale,
piovesse o meno non mancavamo,
non esistevano gite fuori porta,
fidanzate, amici che tenessero,
quel giorno si manifestava
riconoscersi sotto gli striscioni
chi con i confederali, chi con gli autonomi
più distanti ma presenti i Lotta Comunista:
avevamo cose da sognare, sogni da lottare,
diritti, avevamo da vivere e lo dicevamo
(Il Manifesto stretto tra le mani).

 

*
Qualche volta di pomeriggio
ci spostavamo a Porta Ticinese
al MayDay per sentirci giovani
a rimescolarci il sangue coi precari

conservo una foto sul carro di SDB
vaghi ricordi di birre annacquate
bevute con amici venuti da lontano.

 

*

Le grigliate all’Idroscalo le fanno oggi
le hanno fatte allora, forse hanno ragione:
il Lavoro si festeggia mangiando, bevendo,
e ha torto la vecchia che dice:
“Adesso le fanno solo i cinesi, gli africani”
ha torto chi il lavoro ce l’ha tolto, chiuso
ogni due di maggio fuori da una fabbrica,
tra le lamiere all’ingresso di un cantiere.

*

Giù: il volo da una gru, lo schianto, il coma
colpito da un palo scivolato a terra,
al cuore da un rifiuto, da un male
senza cura. Arso vivo a un passo dal Natale,
da un contratto vero, sottoterra in miniera,
sottopelle nessun respiro, nessun ritorno.
 

*

Oggi che mancano due giorni al primo maggio
e piove con quella pioggia come a novembre
al cantiere non si lavora, fermi i macchinari,
i manovali  in nero oggi non guadagnano
vanno a casa, ogni tanto gli occhi al cielo.

(altro…)

I poeti della domenica #67: Luigi di Ruscio, Sono senza lavoro da anni

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SONO SENZA LAVORO DA ANNI

Non possiamo abituarci a morire, Schwarz Editore, Milano 1953. Copia di Luigi Di Ruscio.Sono senza lavoro da anni
e mi diverto a leggere tutti i manifesti
forse sono l’unico che li ragiona tutti
per perdere il tempo che non mi costa nulla
e perché sono nato non sta scritto in nessuna stella
neppure dio lo ricorda.
Gioco la Sisal e ragiono sulla famosa catena
ma oramai ben poco mi lascia sperare ai miracoli
sarebbe meglio berli
i soldi che gioco per sperare un poco.
Tutti i giorni vado all’ufficio del lavoro
e oggi vi erano due donne a riportare il libretto
ma l’hanno consolate
gli hanno detto che per loro è più facile
potranno sempre trovare un posto da serve.
Poi sono rimasto sino alla sera ai giardini pubblici
una coppia si baciava
anch’io su quel sedile ho avuto una donna
ora ho lo sguardo di una che vorresti
che scivola dai capelli alle scarpe
per scoprirti che sei uno straccione.
Lavoravo poi tornavo a casa sulla bicicletta pieno d’entusiasmo
dormivo d’un sonno profondo
e alle feste con la donna
che ho lasciato per non farla sempre aspettare
ora l’insonnia sino all’alba
poi un lieve sonno d’incubi.
Avevo pensato di farla finita
se resisto è per la speranza che cambierà
ma ormai ho qualche filo bianco
senza avere una sposa e un figlio
solo questo vorrei
questo sogno da pazzi.

© Luigi di Ruscio, Non Possiamo abituarci a morire, Milano, Schwartz Editore, 1953

La foto: Luigi di Ruscio con il figlio a Oslo negli anni 60 (immagine presa dalla copertina di La Neve nera di Oslo di Luigi di Ruscio, ed. Ediesse, 2010).

Gianni Montieri – Fuori dai cantieri (II serie)

foto gm

foto gm

*

Dietro le baracche di lamiera
dove si conservano i guanti
e i piccoli utensili
gli operai, nel pomeriggio
che sfuma, riprendono le cose
che hanno lasciato all’alba:
un giaccone pesante
il pensiero di un figlio
le chiavi della macchina.

*

Il pranzo, convocato
a mezzogiorno in punto
chi viene dal magazzino
chi scende piano dalla gru
come una processione
arriva anche il capocantiere
e poi il gessista, si mangia
si raccontano storie
ci si dimentica, e l’olio
cola dal pane sulla polvere.

*

Hanno portato le tute nuove
i caschi gialli, gli scarponi
antinfortunistica, quale fortuna
ci toccherà oggi, il punto dove
non cadere, la mensa, una parete
tirata a regola d’arte, una pacca
sulla spalla, verso sera, una casa.

*

Dice che la casa l’ha tirata su
da solo, pietra per pietra
mattone dopo mattone, la malta
impastata in cortile, la moglie
per aiutante, dalle sei di sera,
a volte, fino a mezzanotte,
il cemento preso a poco prezzo,
qualche scarto dal cantiere,
le tegole donate dal padrone,
brava persona, dice, un signore.

*

Hanno finito l’ultimo solaio
dove starà l’attico, il ventesimo
piano, quello più giovane
scruta l’orizzonte, verso sud
pensa: da qui vedranno anche Pavia
poi si volta e immagina divani,
tappeti, arredi di design.
Il più anziano dice:
Con la nebbia fitta
non vedranno niente
come fossero a Rogoredo,
nella mia cucina a Corvetto,
nel cortile dove vivi tu.

*

Ha mostrato a suo figlio
i tagli sulle mani, i calli
poi lo ha accarezzato
adesso guarda i libri sul comodino
e pensa che potrebbe sceglierne
uno e tenerlo tra le dita ruvide.

*

Gli occhi umidi di Beppe:
mi allunga Lotta Comunista
e mi racconta di suo padre,
così presente, manca
come mancherebbe un amico,
mi dice. Come mancano
le rivoluzioni, penso.
Gli passo i soldi per il giornale
c’è tenerezza in tutto questo.

*

e quindi un cantiere nel palazzo
scarpe da tennis che scompaiono
polvere, impalcature, operai infine
e io che li accuso mentalmente
voi, voi, voi ladri di vecchie adidas
e la racconto e la dimentico
poi è marzo, i lavori finiscono
i ponteggi smontati in un giorno
cortile pulito, lenzuola stese
adidas più sporche che mai,
come in un racconto di Barthelme,
riapparse sul bordo del balcone
di un vicino, do l’acqua ai fiori
in questa vita in città, di ringhiera.

***

© Gianni Montieri

Nota: una prima serie di Fuori dai cantieri fu pubblicata Qui il 1 maggio 2013.

Primo maggio (estratti da “Marx scienziato e rivoluzionario”)

 

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Per il primo maggio presentiamo alcuni brevi testi tratti dal volume “Marx scienziato e rivoluzionario” edizioni Lotta Comunista. Buona festa del lavoro a tutti. (la redazione)

*

Sedici ore di lavoro al giorno

Marx ha sempre tenuto molto a incontrare operai e a intrattenersi con loro; cercava la compagnia di coloro che gli parlavano apertamente. […]
Rincasando, Marx parlava spesso della giornata lavorativa normale e di quella di otto ore, per la quale facevamo propaganda sin dal 1866, e che venne inclusa nel programma dell’Internazionale al congresso di Ginevra del settembre del 1866. Marx diceva spesso: «Chiediamo la giornata lavorativa di otto ore, ma noi stessi lavoriamo spesso più del doppio, nel corso delle ventiquattr’ore.»

(F. Lessner, Souvenirs d’un ouvrier sur Karl Marx, 1892-1893)

.

*

La lotta per il salario

Nelle riunioni del Consiglio del 20 e del 27 giugno 1865 egli polemizzò con un membro del Consiglio generale, l’owenista Weston, le cui teorie riteneva «false in linea teorica e pericolose in pratica». Weston difendeva l’erronea tesi secondo la quale un aumento del salario non migliora la situazione dei lavoratori poiché comporta un amento dei prezzi. Da ciò Weston deduceva che la lotta delle trade-unions per l’aumento del salario fosse dannosa. Marx intervenne per confutare l’interpretazione borghese della questione, condivisa da Weston e da una parte dei militanti operai e dei lassaliani.

(A. Uroeva, la fortuna del “Capitale”, 1967)
.
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*
Riduzione della giornata lavorativa
I delegati londinesi difesero altrettanto abilmente la risoluzione di Marx sulla giornata di otto ore. Contrariamente ai francesi, essi dimostrarono con Marx che «la condizione preliminare, senza la quale ogni tentativo di miglioramento e di emancipazione della classe operaia sarebbe rimasto infruttuoso, era la diminuzione legale della giornata lavorativa». Era necessario ristabilire la salute e l’energia di ogni nazione, e assicurare la possibilità dello sviluppo intellettuale, della comunione sociale e dell’attività politica. Su proposta del Consiglio generale il congresso fissò a otto ore il limite legale della giornata lavorativa, e poiché questa era anche una rivendicazione degli operai degli Stati Uniti, il congresso ne fece la piattaforma generale della classe operaia del mondo intero.
(D. Rjazanov, Marx ed Engels, 1923)
.
.
*
Una pagina scritta dai lavoratori
Gli imprenditori decisero di approfittare per fare pressione sui loro operai, abbassare i salari e aumentare l’orario lavorativo. Con loro grande meraviglia gli operai risposero nel 1859 con uno sciopero di massa, uno dei più forti scioperi di Londra. Per di più lo sciopero degli operai dell’edilizia fu appoggiato dagli operai dei nuovi settori industriali che erano appena sorti, ed attirò l’attenzione dell’Europa in misura non minore che i grandi eventi politici che si verificano allora. […]
(D. Rjazanov, Marx ed Engels, 1923)

Le cronache della Leda #12 – Normandia

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Le cronache della Leda #12 – Normandia

 

Ho fatto un sogno.

Naturalmente pioveva ma solo all’inizio. Io e Saverio passeggiavamo in un centro commerciale, in Normandia. Era il 2020 ma eravamo giovanissimi. Le scale mobili erano fatte di sabbia. Il centro commerciale non si trovava sul mare, il centro commerciale era il mare. In fondo al supermercato del centro commerciale famiglie facevano il bagno. Bambini galleggiavano in canotti a forma di carrelli. Tutti parlavano in francese perfetto, anche Saverio. Tutti tranne me. Ma quello che diceva Saverio io lo capivo.  Gli ortaggi e la frutta spuntavano dall’acqua già puliti, in sacchetti desalati, blu trasparente. Si poteva scegliere tra carne da portare via cruda o carne grigliata sulla spiaggia mobile. Carne da mangiare lì in Normandia, al centro commerciale. Nulla faceva pensare alla Normandia se non il fatto che io e Saverio sapevamo di essere in Normandia.

I negozi erano tutti senza vetrine, come al  mercato ma con grandi ombrelloni in stile Versilia. I cani insieme ai padroni passeggiavano dentro il centro commerciale lungo la passerella “qui cani”, posta tra i fastfood (scelta infelice secondo me) e i negozi di elettrodomestici. Eravamo nel 2020 ma gli elettrodomestici erano tutti anni settanta. Non capivo il francese e chiedevo a Saverio che nell’altro francese (quello che capivo) mi spiegava che i frigoriferi e le lavatrici erano realizzati con vera tecnologia anni settanta. Qui al mare il design e il vintage non c’entravano niente. I cani facevano i loro bisogni davanti agli ombrelloni dei frigoriferi. Schiere di padroni in infradito che raccoglievano cacca di cane davanti a lavatrici prima maniera. Quelle con due, tre funzioni al massimo.

Io e Saverio passeggiavamo tenendoci per mano, era tutto molto romantico. Ci volevamo bene anche nel 2020. Davanti all’ombrellone di un fastfood campeggiava la scritta: “Solo oggi il nostro Cheeseburger alle cozze a 25 euro.” I prezzi erano molto cari nel 2020 in Normandia, nel sogno. Saverio voleva assolutamente comprarmi l’anello in rame biodegradabile per il nostro fidanzamento. L’ultima moda della Normandia era il piombo fuso bio, ma Saverio non seguiva le mode nemmeno nei sogni. Ci fermavamo, quindi, all’ombrellone gioielleria.

A un certo punto: spari. Colpi d’arma da fuoco, ma nessuno gridava, nessuno scappava. Una donna correva verso di noi, aveva uno zaino in spalla e sorrideva. Era la Wanda. Diceva che la rapina delle 11 e 30 era andata benissimo, era piaciuta anche ai poliziotti, che come al  solito erano rimasti bloccati nelle scale/sabbie mobili, e avevano sparato colpi di resa al soffitto-cielo del centro commerciale. La Wanda era raggiante. La pagavano bene, circa 1000 euro a rapina, che faceva circa 20000 euro al mese, tolti i festivi. Quando rapinava nel periodo di Natale la pagavano molto di più. Era una regione ben strana questa Normandia ma noi ci vivevamo bene.

Non capivo molto di questo sogno ma eravamo dei ventenni felici. Compravamo il giornale. La prima pagina diceva che a Torino era finalmente arrivato il mare, in pompa magna. Il sindaco riteneva la scomparsa dei Murazzi un male minore. Sul mare sarebbero stati costruiti nuovi piccoli Murazzi. In plexiglass. Marghera non stava più in Veneto ma in Belgio, il petrolchimico era stato trasformato in una fabbrica di cioccolato belga/veneta. Fondente.

Gramsci accettava di sposarci, diceva che per lui andava bene il primo maggio, perché non avrebbe lavorato. Andava bene anche per noi.

Leda

 ***
© Gianni Montieri

Gianni Montieri – Fuori dai cantieri (inediti)

Macerata - foto gm

Fuori dai cantieri

*
Alle 9,30 a Porta Venezia
era l’appuntamento, il segnale
piovesse o meno, non mancavamo
non esistevano gite fuori porta
fidanzate, amici che tenessero
quel giorno si manifestava

riconoscersi sotto gli striscioni
chi con i confederali, chi con gli autonomi
più distanti ma presenti i Lotta Comunista
avevamo cose da sognare, sogni da lottare
diritti, avevamo da vivere e lo dicevamo
(Il Manifesto stretto tra le mani)
al caffè o al parco dopo il comizio.

*
Qualche volta di pomeriggio
ci spostavamo a Porta Ticinese
al MayDay per sentirci giovani
a rimescolarci il sangue coi precari

conservo una foto sul carro di SDB
vaghi ricordi di birre annacquate
bevute con amici venuti da lontano.

*
Le grigliate all’Idroscalo le fanno oggi
le hanno fatte allora, forse hanno ragione:
il Lavoro si festeggia mangiando, bevendo
e ha torto la vecchia che dice:
“Adesso le fanno solo i cinesi, gli africani”
ha torto chi il lavoro ce l’ha tolto, chiuso
ogni due di maggio fuori da una fabbrica
tra le lamiere all’ingresso di un cantiere.

*

Giù: il volo da una gru, lo schianto, il coma
colpito da un palo scivolato al suolo
al cuore da un rifiuto, da un male
senza cura. Arso vivo a un passo dal Natale
da un contratto vero, sottoterra in miniera
sottopelle nessun respiro, nessun ritorno.

*

Oggi che mancano due giorni al primo maggio
e piove con quella pioggia come a novembre
al cantiere non si lavora, fermi i macchinari
i manovali in nero oggi non guadagnano
vanno a casa, ogni tanto gli occhi al cielo.

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© Gianni Montieri – inediti 2013

Luigi Di Ruscio: il poeta operaio per la festa dei lavoratori

buon 1° maggio dalla redazione

Luigi Di Ruscio (1930-2011) 

da “L’iddio ridente”

1.

vengono alla superficie pensieri neri tenebrosi
volare dalla finestra
inabissarmi in quell’albero di ciliege
che nasce sotto casa
splendente
luminoso nelle primavere
improvvisamente senza un segnale fiorisce
grappoli di vita felice
inizia così la stagione
dove nessuno immagina di dover morire

 

30.

l’imperialismo è il nach und nebel del nostro futuro
a vederli con le loro cravatte variopinte
sembrano meno pericolosi delle mortuarie SS
loro credono di essere i benefattori dell’umanità
sono lo sterminio del nostro futuro
il mercurio precipita verso l’ultimo inferno

 

43.

i cattolici visti dal sottoscritto
erano solo dei poveri necrofori e feticisti amatori di fori
e nonostante il tutto eretico riuscivo
allegramente a rimanere in vita alla faccia vostra
non esistendo vita eterna
è già un miracolo che uno scemo come il sottoscritto
sia riuscito a nascere
e alla fine in una veloce cremazione
non rischiare che una cellula del sottoscritto resti viva
un mucchietto di cenere è una eredità più che sufficiente
per deludere i vostri vermi

 

82.

venni accusato
che la gente non veniva più al sodalizio
per colpa mia
essendo rimasto un comunista che urla
crederanno anche che sia ancora munito
di piattole canine
con una poesia imperterrita
aggrappata all’ultima speranza

 

87.

tra la vita e la porta
avviene solo l’imprevedibile
con due sottoscritti
uno che fa i sogni e l’altro li guarda stupito
e compare perfino un terzo ignoto
che cerca di darsi una inutile
spiegazione del tutto

 

103.

fate che lo smog salga sino ad affogare tutto
i polmoni accumulano merda meccanica
ecco gli scarichi dei tubi di schattamento
anche l’aria non è più commestibile
essendo tutti noi arrivati alla periferia dell’inferno
alla fine esplosione simultanea di petardi proibiti
riesco a riferire tutto solo perché per puro caso
sono ancora in vita

 

242.

prendevo le vespe delicatamente per le ali
abbacinate sui fiori
le mettevo educatamente
dentro una scatola di fiammiferi
sarete tutte liberate tutte
quando una bella che mi chiederà un fiammifero
aspettavo con calma la liberazione delle vespe

 

259

non si tratta di una poesia impegnata
ma di vocazione profonda
che presuppone
formazione continua ad una catarsi
ad una qualsiasi santificazione

 

264.

io come giovane comunista
venni scomunicato più di mezzo secolo fa
poi ho perfino abiurato
ritornare nel niente da dove siamo partiti
e il non lasciare la minima traccia
della nostra esistenza
era il sogno

 

275.

eravamo stalinisti perché stalin rappresentava
il nemico implacabile di tutti i nostri nemici
poi mi accorsi di non avere più nemici
attenagliati dall’angoscia continuavamo a sperare
in un futuro meno vecchio
appiccando manifesti inneggiando a libertà sconsiderate
le case si richiudevano
e le vacine rimanevano spalancate

 

308.

quando mussolini a piazza venezia urlando dal bancone
provocava deliri e orgasmi collettivi
quando il papa benedicente provoca
delirio religioso e orgasmi mistici a piazza san pietro
spasimano l’orgasmi di gruppo
siamo più o meno tutti fascisti
è necessaria una critica spietata verso noi stessi
per liberarci da questo cancro che ci divora