Premio Strega

Una frase lunga un libro #64: Demetrio Paolin, Conforme alla gloria

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Una frase lunga un libro #64: Demetrio Paolin, Conforme alla gloria, Voland, 2016; € 18,00, ebook € 6,99

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“Voglio farti una domanda: essere stato vittima fa di me un uomo migliore? Le persone mi compatiscono, mi guardano ma non vedono la mia carne – se mi taglio sanguino come tutti. Io sono una loro proiezione: sono la vittima. E quindi devo essere virtuoso, non devo compiere nulla che possa presentarmi diverso da quello che si immagina per me. Io, però, non sono una vittima, sono un sopravvissuto. Questa mia condizione, l’essere ancora vivo, non è dovuta a nessun atto di bontà. Sono salvo grazie alla malvagità altrui, e per giustificarmi ne sono diventato complice.”

Questo passaggio di Conforme alla gloria mi riporta alle origini di questa rubrica, trovo una frase che racchiude perfettamente il senso di un libro e anche il modo in cui tutto il libro è stato scritto. Questo brano, virgolettato, pronunciato da uno dei personaggi, parte con una domanda, la Domanda che Demetrio Paolin si pone e che pone a tutti noi, ed è per questo motivo che non scriverò qui il nome di chi la pronuncerà (chi ha letto il libro sa, ma perché togliere il piacere a chi ancora non sa?), quello che farò è semplicemente usare queste sette righe per raccontarvi un bellissimo e duro e sconvolgente e commovente romanzo; sia nei contenuti sia nella forma. Parto – brevemente – dalla forma. Le frasi di Paolin hanno una struttura chiara ma per nulla semplice, si ha l’impressione (qui e per tutto il libro) che ogni parola sia stata scelta con cura, che nessuna virgola, nessun punto o due punti si trovino lì per caso. Prendiamo le virgole, scandiscono le pause in maniera perfetta, perché l’impressione che ho avuto è che chi sta parlando lo faccia piano, perché pensa e sceglie le parole con cura e sceglie le virgole, e i punti. Perché ogni volta pensa a ciò che dice e ciò che dice gli fa male, e allora ha bisogno di fermarsi più spesso, perché vuole essere ascoltato ma soprattutto capito, dal suo interlocutore e da se stesso; così come Paolin vuole che il lettore capisca e si fermi più volte durante la lettura, vuole che il lettore senta.

Conforme alla gloria racconta la storia dalla quale tutti noi veniamo, quella del nazismo e dei campi di concentramento, quella delle torture e dei milioni di morti, quella delle vittime e dei carnefici, la storia che non possiamo cancellare, che non è soltanto un fatto di “memoria”, quella che ci è stata tramandata dai racconti dei nonni e dei padri, quella che abbiamo letto, quella che ci permette di vivere tranquilli commemorando di tanto in tanto; racconta la storia che ci appartiene perché in qualche modo ci scorre dentro, mostra che c’è differenza tra vittima e sopravvissuto, che può essercene molto poca tra vittima e carnefice, che la colpa è una cosa e che il senso di colpa è un’altra cosa, che entrambe le cose ci appartengono. Paolin ha impiegato molti anni (sette, se non ricordo male) per scrivere questo libro, e si comprende il lavoro faticoso, non solo di ricerca e di inventiva, ma quello di scelta, ovvero quello che gli avrebbe permesso di raccontare il male sotto la luce cupa che gli compete, una luce lacerante che può nasconderlo ma che non può quasi mai cancellarlo, perché è troppo grande. Tutti noi ricordiamo La banalità del male di Arendt, tutti noi abbiamo letto frasi come “eseguivo gli ordini” o “o me o loro”; ebbene Paolin conferma e supera il concetto, dimostra, attraverso l’invenzione letteraria, che ciò che è banale (proprio per la sua natura) mai ci abbandona e sempre ci accompagna.

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Riletti per voi #11: Ennio Flaiano, Tempo di uccidere

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Riletti per voi #11 Ennio Flaiano, Tempo di uccidere, Longanesi, 1947 (ultima edizione BUR, 2008; € 10,50)

di Francesca Piovesan

Ero meravigliato di essere vivo, ma stanco di aspettare soccorsi. Stanco soprattutto degli alberi che crescevano lungo il burrone, dovunque ci fosse un posto per un seme che capitasse a finirvi i suoi giorni. Il caldo, quell’atmosfera morbida, che nemmeno la brezza del mattino riusciva a temperare, dava alle piante l’aspetto di animali impagliati.

Inizia così Tempo di uccidere di Ennio Flaiano, Premio Strega del 1947.
Ho iniziato questo tour fra i vari premi letterari mondiali, per scoprire letture che sicuramente non riuscirei ad affrontare nella mia routine di lettrice.
L’incontro con Flaiano è stato fondamentale. Mi ha riportato a un potere immaginifico che avevo un po’ perso nell’ultimo periodo. Le descrizioni che l’autore affronta in queste pagine non possono che ricondurmi all’Africa che ho sempre idealizzato: un paese senza tempo, avvolto in una foschia calda che confonde i contorni netti con le ombre.
Un continente dalla natura indomita che preserva degli animi umani puri, incorrotti. Voi mi direte che oggi la realtà è ben diversa, ma io ho bisogno di immaginare questo, di trovare quelle piccole grandi virtù che nel nostro progresso scarseggiano.
Flaiano al centro del suo romanzo mette proprio questo: l’Africa, e il suo essere oltre il tempo. L’incontro con il “conquistatore bianco”, in questo caso il soldato italiano del periodo coloniale, genera diffidenza, sospetto, ma anche curiosità, sentimento di rivincita.
Tempo di uccidere è la storia di un tenente che, a causa di un mal di denti, ottiene una licenza speciale di tre giorni per raggiungere un dentista in un centro urbanizzato. Un camion rovesciato e una scorciatoia segnata da carcasse di muli lo porteranno all’incontro con Mariam, giovane etiope che si presenta nuda in una pozza d’acqua.

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Mi accorsi che era bella, anzi mi parve troppo bella, o forse la solitudine mi imponeva questo giudizio senza scelta. No, era davvero una di quelle bellezze che si accettano con timore e riportano a tempi lontani, non del tutto sommersi nella memoria.

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Paolo Zardi – XXI secolo

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Paolo Zardi, XXI Secolo, Neo. edizioni, 2015 – € 13,00, ebook € 6,99

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L’odio di classe aveva lasciato il posto all’odio razziale che andava lasciando spazio a una forma inedita di risentimento primitivo, inclassificabile, destrutturato, totalizzante. La gente odiava la gente tutto il giorno, tutti i giorni.

Ho cominciato a leggere XXI Secolo di Paolo Zardi qualche giorno prima dell’uscita. In molti mi avevano parlato bene dell’autore, del quale non avevo mai letto nulla, ero molto curioso. C’era, poi, quella copertina che mi entusiasmava. Dopo aver letto le prime trenta pagine ho pensato a una persona, a Luigi Bernardi. Ho pensato che a Luigi sarebbe piaciuto quello che avevo sotto agli occhi. Gli sarebbe piaciuta, e tanto, la maniera in cui Zardi aveva immaginato e scritto la storia. Ho proseguito senza fermarmi fino alla fine, le prime impressioni non erano sbagliate. Paolo Zardi ambienta il libro in un futuro molto poco distante, un presente spostato di qualche metro. Mette il ragionamento al servizio dell’immaginazione, e la scrittura al servizio di entrambe le cose. Un futuro appena più avanti vuol dire che gli elementi per immaginarlo sono già qui, lo scrittore bravo li mette su carta e ci mostra, inventando, quello che dovremmo sapere. Il mondo vive una situazione di abbandono: improvvisazione, grigio e solitudine comandano. I palazzi brutti e le luci opache da piccole cucine raccontano.
Una famiglia di quattro persone. Lui, lei e i due bambini, femmina e maschio. Un classico. Forse sono felici in un mondo che non sa più esserlo. Lei un giorno entra in coma, nelle prime pagine del libro, ed esce di scena restando, però, sul palco. Da quel momento il romanzo è suo marito. La storia si impossessa di lui e lo mette in viaggio tra dolore, senso pratico e contabilità emozionale. Ci sono i due bambini da gestire, da proteggere, li affiderà alla nonna. Prenderà una stanza nell’albergo che accoglie i parenti dei ricoverati e passerà lì le notti che verranno. Continuerà a fare il suo lavoro. Un lavoro in cui è molto bravo, un lavoro che non va più bene come un tempo. C’è crisi, la gente non ha soldi e tanti stanno andando via. Un flusso verso altri stati europei come se fosse la metà del novecento ma con molta più angoscia e minori speranze. Vende sistemi di depurazione d’acqua domestica. La parola depurazione pare un ossimoro messa nel mondo che Zardi racconta. Un mondo in cui un blackout può scatenare un inferno. Un inferno che, però, sconvolge poco, fa parte delle cose del tempo.
Paolo Zardi mentre immagina il futuro ci dice un’altra cosa ancora, forse più importante. Ci spiega che del nostro passato non conosciamo molto. Conosciamo solo la porzione di passato che abbiamo visto, immaginato. Il passato è quello in cui abbiamo creduto. Il protagonista trova un cellulare in un cassetto della moglie. Un telefono segreto. Foto, email e poi messaggi chiari: sua moglie aveva una relazione. Non una cosa passeggera, qualcosa di lungo, profondo, erotico, passionale. Incredibile. Ricostruire il passato per tentare di comprendere la vita che è stata. Quante ore sono state verità e quante menzogna? Cercare di scoprire tutto o il tutto era già prima? Paolo Zardi usa un corpo per rappresentare i nostri giorni e la forza e la profondità del cuore umano.
XXI secolo è un romanzo scritto benissimo e, facendoci aprire gli occhi, ci ricorda che qualcosa sopravvive sempre, ed è quello che sta sotto la ruggine del tempo, sotto le nostre parti più scure. Cose come la mente, il cuore o il respiro stesso.

«Hai presente quando pensi ai tuoi pensieri?» […] «Ecco, quella è la tua voce narrante, capisci? La coscienza, l’anima, te stesso, chiamala come cazzo ti pare. È il tizio che continua a raccontarti la tua vita. Che te la trasforma in una storia.»

©Gianni Montieri