Precarietà

Valentina De Lisi – Identità

Valentina De Lisi – Identità

 

 

Ai Soliti Ignoti c’è un Frizzi pupazzo

che chiede al concorrente in gioco

di provare a indovinare il mestiere

delle comparse, figurine mute

“Identità numero uno!” con la voce di gomma

le sirene della polizia, il pavimento a scacchi

“Con quale sogno, nel caso dovesse concretizzarsi la vincita?”

Mi sposo a settembre, un aiutino ci sta tutto

“È lei la tuttofare in un centro sportivo?”

il jingle col rullante incalza.

Sì, sono io.

Applausi registrati e baci sulle guance.

“Identità numero due!”

Nello studio mi materializzo io.

Ha

le mani lisce ma dei calli

vicino alle unghie.

Non ha

una lavanderia, forse

fa la florist, o noleggia film

Dico florist e confermo! dichiara impettita

la casalinga di Voghera

battendo il martelletto da giudice, sette applausi

e molti “No…” delusi

“Valentina De Lisi, per settantamila euro,

è lei la florist? Conferma la sua identità?”

Lancette dell’orologio, accordo di nona, primo piano,

metronomo, rullante, tonfo cadenzato, tensione posticcia

Io… io…

Io: non ne ho idea.

Lo stesso teleschermo

che mi lascia senza impiego

racconta che l’identità

è nel mestiere,

che chi è senza lavoro non ha corpo.

Viaggio precario – di Luciano Mazziotta

Viaggio precario
 

Il volo è un low cost qualunque,
quello di una compagnia che soddisfa
il nostro bisogno di atopia, sì
di trovarci lì e con pochi euro altrove
dove forse mi puoi venire incontro
se all’ultimo momento hai trovato il biglietto
del bus che fa la tratta città – aeroporto:
qui l’utopia, lo spazio che si nega,
non già perché vergine ma stanco
di check-in e metal detector
appaltati a ditte senza padroni.
 

Magari le hostess mi fanno lo sconto
Sul panino imballato in Corea
E si concedono al mio sguardo nascosto
Tra il libro, l’iPod e la loro divisa
Precaria: qui, a mezz’aria, i viaggiatori
Stretti e cordiali si sentono pari
Ai volatili Alitalia: alla fine
I servizi del volo sono cari
Ma c’è sempre l’euforia di una lotteria
(dentro, in infermeria, l’equipaggio
sa di essere fermo, mentre gli altri in viaggio).

 
Si riprendono i bicchieri prima
Dell’atterraggio e immemori passeggiano,
ti mettono la cintura, insomma tutto
a misura, contemplato dal contratto
a tempo determinato da partenza
ad arrivo: ecco l’aereo è atterrato.
Cellulari che si accendono, sonerie
Che risuonano – sono atterrato – sono
L’sms che compare sul mio schermo,
una scritta da cancellare e leggere appena.
 

La memoria è piena, il bus anche, io vuoto:
non ci sei a condividere il mio ingresso!
Era il tuo turno, il mio arriverà presto:
lo chiederemo insieme allora il permesso.

 
*Tratta da Luciano Mazziotta, Città biografiche, Zona 2009

Turno in due tempi

Turno in due tempi

Ufficio pensionati (turno I)

Lo sportello apre alle otto e mezza
ma loro sono qui già dalle cinque.
Mostrano l’epica del risveglio,
i furbi giochi d’anticipo
a chi arriva dopo e si rammarica
del ritardo: il marito con la febbre,
la telefonata del figlio emigrato
in terre in cui è tornata l’età
dell’oro – è questione di pulizia,
di trasporti che portano in orario,
senza attesa e la spesa si fa
da sé, non andando al mercato
per questo il figlio non è più tornato.

Siedono le facce rugose
abbracciate alle borse e ai portafogli
con le foto dei figli, figli
essi stessi: fanno battute
di spirito per animare
la gestazione: rinasceranno
presa la pensione, trascorreranno
le fasi della vita in forma
compressa sino alla pubertà:
di nuovo fertili con gli euro
in tasca volgeranno alla terra
di qualcuno a consumare l’amplesso
sdraiati sul prato col prato diafano

-e noi, scusi, noi che numero abbiamo?

Calendari (turno II)

Gli addetti che portano i calendari
li appendono e poi spariscono.
Strani tipi, ubiqui come i luoghi
dei colloqui cui tentiamo di accedere
col possesso di un periodo
settimanale, un giorno, un’ora, una data
che in quanto data è subita
ma vissuta come trionfo festivo.
Tu in coda
                  tre snodi
                                  più avanti
mi accenni un saluto nervoso
come un bambino sul trenino alle giostre.
Ci saranno le nostre date?

I nomi-numeri-in-un-elenco sono
appesi al muro bianco tra scritte sconce
e noi non sappiamo dove guardare:
troppe le voci da disambiguare
-amori, amicizie sicure, no-Future
provando a scorrere il calendario
col dito: è o no il nostro onomastico?
Si festeggia qualche assunzione?
Ricerchiamo il nostro nome
o quantomeno un suo reciproco,
perché l’equivoco è una meta del reale
…e tu in fondo
                         alla fila
                                      fai intendere
di essere un giorno feriale.

Luciano Mazziotta