Porta a ognuno

Cristiano Poletti: Porta a ognuno

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Ma c’è un tempo che non conosciamo
che non misuriamo mentre agisce

dentro e fuori di noi: la nascita

lo svela e la morte non lo cancella

A. PORTA

 

Le poesie dell’ultimo, intenso, libro di Cristiano PolettiPorta a ognuno (L’arcolaio, 2012; prefazione di Sebastiano Aglieco) nascono da un profondo sentire, avvertire l’esistenza come dimensione creaturale, di chi dal nulla è stato gettato nel mondo, in qualcosa di non voluto, non cercato e si stupisce ancora che tutto ciò sia possibile (Fratelli restati /nella carne, gli occhi /volevano i fiori. /Ma una mano ha preso /voi e tagliato i fiori. /Fratelli restati desiderati, /mi suda la voce. /Finisco una lettera, spargo incenso, / perdono). Questa condizione, quest’incontro con il numinoso, si fa parola in versi sempre precisi, in equilibrio, tra intensità del dettato, a tratti duro e tagliente, e aperture discorsive tendenti a una dimensione rivelativa del verso finale che, quasi sempre, illumina di una luce retrospettiva l’intero testo, dandogli una dimensione veritativa mai scontata (La rosa in verità /è dei persi, un fiore dimenticato. //In che stanza, in che giorno /il mio, il tuo nome /si sono lasciati /cadere, dimenticare, /la sera che ansimi /la sera che io … /… che parli morendo.). La vita è percepita, nei versi di Porta a ognuno, come un evento non precostituito, ma che scopre se stessa volta per volta, in cui le tre estasi temporali e le tonalità emotive ad esse collegate, si illuminano vicendevolmente; l’attesa getta una luce nuova sui ricordi e i ricordi stessi spingono verso un futuro atteso o temuto di cui, però, non si conosce nulla (Il futuro dell’io che brucia/ annuncia il freddo.), ma che va esperito, come la vita che ci è stata data, nelle sue possibilità ultime. In questo contesto, la letteratura, lungi dall’essere un rifugio dalla minaccia dell’esistenza, è un luogo, mai completo però, di intensificazione veritativa, attraverso la bellezza, dell’esistenza, anche se, nei versi di Poletti, non viene mai meno un’ironia amara sulla sua vocazione di poeta (Ho scritto poesie, /raramente belle.). Quasi che questa sordina fosse ciò che raffredda il materiale incandescente e magmatico della scrittura e della vita; solo attraverso questa sottile e mesta ironia l’incandescenza informe dell’essere può assumere una forma.

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LE VIE PROFONDE DELL’IO (LETTERA-LETTURA PER “PORTA A OGNUNO”)

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Gentile Cristiano,
ho letto con curiosità sincera e sincera partecipazione il tuo libro Porta a ognuno, pubblicato dall’Arcolaio nel 2012. Molti sostengono a questo proposito che il lirismo sia morto, che siamo oggi in una fase nuova della poesia: quella della “post-lirica”, dell’io decentrato, delocalizzato. Ai margini quindi del genere letterario in questione, almeno in senso tradizionale; un genere pertanto sempre più aperto ad altre forme: il racconto, il poemetto, il monologo di taglio teatrale, persino il romanzo. Un nome per tutti: il romagnolo Raffaello Baldini. Da tempo non credo in maniera così netta e totalizzante a questa definizione: il lirismo non è morto, si è semplicemente trasformato, diventando duttile, contaminato e aperto, senza dubbio; però vive ancora, resiste e la tua raccolta poetica ne è una prova, anzi un esempio emblematico, autentico, vibrante. Consistente e significativo, aggiungerei. In effetti qui l’io poetante concepisce la verità come qualcosa di assolutamente soggettivo, interiore ed intimo, come del resto sottolinea la nota affermazione sull’interiorità come luogo della verità da parte di Agostino, affermazione citata non a caso dal tuo stesso libro (p. 45). E il filtro dell’io coscienziale e lirico appunto in tutti i versi tuoi è fondamentale, un vero nucleo e insieme una forma, un approccio espressivo attraverso cui cercare e far emergere il nudo, semplice vero, senza menzogne o pose o ipocrisie: “La verità, niente interpretazioni/allora e ora” (p.  51). Così, il filtro lirico-soggettivo è talmente forte e strutturante che oggetti, cose, fasi del giorno e della vita, persone, luoghi e situazioni passano tutti attraverso questa dogana, questa tua poesia intima che chiede letteralmente (mi collego alle numerose frasi interrogative) un biglietto, quello della “verità” coscienziale, dell’autenticità profonda, dell’esame scavante che buca, brucia stereotipi e facili conclusioni. Quindi  vediamo un viaggio interiore, esistenziale, memoriale, con l’elaborazione del lutto, con i frammenti del passato che riaffiorano, con l’indagine sul tempo quotidiano, con la perlustrazione del vuoto esistenziale e  antropologico che assedia l’umanità “liquida”  (Bauman) e contemporanea.  (altro…)