Pordenonelegge

“Il giardiniere gentile” di Silvia Salvagnini

Silvia Salvagnini, Il giardiniere gentile, Siracusa, VerbaVolant, 2016, € 12,00

Il giardiniere gentile è un ‘progetto aperto’ nato da un’idea di Silvia Salvagnini e dall’opera omonima edita da VerbaVolant nel 2016. Il prototipo è quello di libro d’arte costruito con piccole buste di carta “vintage” e con collage fatti da resti di vecchi codici legislativi italiani e francesi strappati, ricomposti e rielaborati da cui nascono dei ‘fiori’ che, uniti a versi poetici, compongono l’opera.
Ciascuno dei simboli indicati esprime una “poetica del giardino” che prosegue l’indagine di Gilles Clément sul «giardino in movimento» e sul «giardino planetario» ossia «spazi(o) in cui la natura non è assoggettata e soffocata dalle briglie di un progetto, di uno schema preconfezionato, e dove spesso è più prezioso sapere cosa non fare piuttosto che intervenire e aggredire»; di fatto l’autrice rideclina le tesi esposte amplificandone le possibilità.
Il giardino concepito da Salvagnini diventa perciò, tra poesia e disegno, rappresentazione plurale di uno dei primi valori dell’essere umano, l’abitare, con al centro il giardiniere come «figura ideale e pedagogica, espressione di una tensione dell’uomo nel contemporaneo». Nell’ottica della poeta «siamo tutti giardinieri gentili» perché capaci di intervenire sull’immaginario collettivo con pochi e mirati gesti:

il giardiniere gentile non ha paura della terra sulle mani
non usa il veleno ma con gli occhi rimane a guardare
riempie di piante il mondo
e ci cammina attorno
segna la sua piccola strada con piccoli sassi

non toglie troppe erbe, solo quelle che aiutano
le altre a respirare

Scrive Silvia De March su questo libro-oggetto che si tratta di una «narrazione in forma poetica»; nel suo testo critico evidenzia anche come il giardiniere assuma le sembianze di un «direttore d’orchestra della natura», e come il parallelismo fra la dimensione naturale e quella musicale risulti significante. Nulla di più vero se individuiamo in questa “tras-formazione feconda” propria del direttore d’orchestra una delle chiavi di lettura del testo. Non solo la “direzione” da intraprendere, ma la necessità di dare “nuova forma” allo sguardo che si ha sul mondo portano Salvagnini a virare nel ‘naturale’, laddove la musica è sempre esistita:

allora ho capito il direttore d’orchestra
era come un giardiniere gentile
di quelli che fanno diventare
piccoli pezzi di terra il paradiso naturale

Il giardino come luogo ‘oltre-architettonico’ è esportato in una dimensione vitale e artistica, in cui un linguaggio poetico nuovo, «lo spazio vuoto ma anche il legame con la musica e con il silenzio – fondanti nella poesia – trovano una forma autentica» riferisce l’autrice.
Il giardiniere gentile è diventato infatti un progetto allargato ‘dal vivo’, che include la musica di Nicolò De Giosa (chitarra, effetti, live electronics), la voce e la canzone di Alessandra Trevisan, il video-artista Marco Maschietto, la collaborazione del fablab CrunchLab, e debutterà domani, mercoledì 29 marzo (ore 10.30) in un evento dal titolo primaverapoesia organizzato da Pordenonelegge al Teatro Verdi di Pordenone.
L’imprevedibilità della natura e il segreto che essa custodisce trovano nel giardiniere anche la funzione primaria del poeta; entrambi, infatti, possono oggi ingentilire il legame con la terra e con la parola riportandolo all’ascolto della natura e dell’umano.

© Alessandra Trevisan

Azzurra D’Agostino, Alfabetiere privato

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Come si è affaticato, che pena che fa
pensare a tutto quel niente, dillo piano
magari ci sente.

 

Mentre c’è ancora chi si ostina a stracciarsi vesti e capelli davanti a un presunto cadavere della poesia, noi qui ancora ci ostiniamo a orientarci in un panorama che riteniamo più vivo e attivo che mai. Non a caso e provocatoriamente oggi vi narriamo dell’ultima raccolta di Azzurra D’Agostino, poetessa che riesce a dare vita alla poesia non solo attraverso la sua scrittura, ma anche con l’organizzazione di eventi importanti, tesi non solo alla diffusione della parola, ma al rimarcare il fatto che la voce poetica è più viva che mai e (scusateci tanto) “vive e lotta insieme a noi”. La citazione apparentemente idiota e furbesca è riferita per esempio all’intervento di Azzurra D’Agostino nell’ambito delle manifestazioni organizzate a Gaggio Montano (BO) con la creazione di un presidio culturale a sostegno dei lavoratori e cittadini dell’Alta Valle del Reno presso il presidio dei lavoratori Saeco.

La pubblicazione di cui vogliamo parlarvi porta il titolo di Alfabetiere privato ed è uscita recentemente per LietoColle, in collaborazione con Pordenonelegge. Ci troviamo in realtà davanti a una raccolta antologica di scritti pubblicati precedentemente. Quello che risulta interessante è l’obiettivo con cui l’autrice ha scelto i testi qui raccolti, cioè la volontà progettuale di ricostruire attraverso la forma antologica l’idea di un indice alfabetico delle tematiche affrontate (o come dice Azzurra “alcune private ossessioni”), che si presentano poi come modalità attraverso cui il mondo si rivela all’autrice; Animali, Corpi, Filosofia, Mondo, Morte, Parola, Presenze, sono i “capitoli” in cui viene apparentemente ripartita l’intera produzione. Un indice scarno che non si sviluppa lungo un intero alfabeto e che evidenzia dei vuoti, delle aporie che sembrano voler esprimere la necessità di essere colmate. La volontà quindi non è quella di racchiudere una produzione poetica in un contesto “privato”, protettivo, ma al contrario ci troviamo davanti alla consapevolezza di una mancanza di parole “altre” (e quindi stimoli, suggestioni, dubbi) che genera questa idea di “privazione” tra le lettere dell’alfabeto. Ma è proprio qui che la scrittura poetica di Azzurra trova la sua sfida: la constatazione di un limite non è altro che un punto di partenza per aprire nuovi interrogativi, arrivare a “diluire” quelle parole spesso limitate e limitanti per riuscire ad affrontare ciò che sta oltre e tra i limiti. In contemporanea chi conosce e apprezza la scrittura di Azzurra D’Agostino sa bene quanto sia importante l’utilizzo della lingua e quanto sia piacevole e coinvolgente la sua abilità nel giostrarsi tra quelle che lei definisce 3 lingue: oltre all’italiano e al dialetto del suo Appennino, compare quella che definisce “una lingua mista, che cerca la pulizia elementare, ed è quella con cui sono composte alcune poesie che chiamerei “per tutti” (visto che non amo usare la distinzione di poesia “per bambini”)”.  Questa ricchezza linguistica della poesia di Azzurra non è che uno dei suoi sconfinati “modi” (nel senso musicale del termine) per sottrarsi ai limiti delle parole, degli alfabeti.

“Penso che non solo i poeti ma tutti gli artisti possano proprio grazie al limite darsi una misura nel tentare di esprimere il fuori misura che sempre ci abita, che ci cammina accanto. Per questa ragione, ecco la scelta di sette parole che aprono a una molteplicità di altre parole, che contengono anche quelle che nel corso degli anni hanno indirizzato il mio lavoro – come abitare, per esempio, o abbandono, che qui restano all’apparenza escluse.”azzurra-dagostino

 

Vedere le cose disfarsi è questo
salto, le poche lettere che separano
culla e nulla, cura e bara, e noi qui
sempre a prendere misure,
dentro un corpo che è la più assoluta
solitudine, e averci fatto l‟abitudine
non basta – non basta questa campagna
né la legna a marcire non basta seguire
cogli occhi come il bosco si riprende
tutto e come tutto si arrende. Cos’altro fare?
Piangere?

 

Azzurra D’Agostino, Alfabetiere privato, pordenonelegge.it & LietoColle

*

© Iacopo Ninni

Opera in terra, di Alessandro Grippa

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Alessandro Grippa, Opera in terra, LietoColle/pordenonelegge, 2016, € 13,00

Alessandro Grippa ci saluta dal sipario di quest’opera con l’incisione di un nome, illustre, immenso: Michelangelo Merisi, un nome inciso nella geografia e nella storia di un territorio, Caravaggio, cittadina incastonata nella Bassa Bergamasca.
Grippa viene da lì e per salutarci sceglie d’inchiodare il nome di Caravaggio a Isacco: «orizzontali sulla carneficina», scrive, per parlare di noi. La sua è un’allusione all’orizzontalità della pianura, dove la vita del singolo si moltiplica nella moltitudine, l’individuale si accomuna in un solo destino, come di persone in una calca. Questo però, nelle intenzioni del poeta, sembra riverberarsi nella metafora di un solo corpo, esattamente in quell’esasperazione plastica del figlio di Abramo magistralmente dipinta dal Caravaggio nel 1603.
La percezione della visione è dunque per Alessandro dentro «questo sangue-Lombardia», un grumo comune dell’essere-e-sentire. Soltanto in questo sangue la sua percezione può compiersi, e solo «Rasoterra»: è un percorso poetico che si sviluppa con un’asciuttezza, un “volo basso” potremmo dire, a tratti invidiabile. Penso in particolare alle pagine 21-23 del Diario domestico, e soprattutto a queste immagini antiche e presenti: «Dove guardo è una casa di anni fa»; dove «rendere l’erba un’attesa»; dove «la casa è chiusa a chiave/ dalla neve». La casa, la casa, la casa. In questa geografia umana, dove la casa di uno è la casa di ognuno, ed è la terra, la sua poesia è anche un invito, rivelato peraltro da un’altra possibile lettura del titolo. Opera in terra, infatti, potrebbe apparire anche come un imperativo, ed ecco che quell’orizzontalità evocata all’inizio diverrebbe appunto un’esortazione a fare, osservare, trascrivere.
Percezione, poesia e pittura compongono dunque un nodo caro all’autore, come egli stesso un giorno ha avuto modo di scrivermi: «sento che convoco le piante, le bestie, lo faccio come si traccerebbe uno schizzo a matita o a carbone sul taccuino, o studiando i colori della natura con una tavolozza portatile… d’altronde, non posso fuggire dal mio percorso, dai miei studi, dalle mie attitudini».
In relazione a ciò, a pagina 73 troviamo un chiaro riferimento al poeta Giorgio Orelli. Ritroviamo il tutto il senso del suo rapporto con la natura e il suo occhio vivacemente coloristico, in questo testo, Le anitre, i germani (che rimanda a Il collo dell’anitra, una delle raccolta di Orelli). È una poesia che fa parte degli studi per una voliera, cui Alessandro si dedica con grazia e intensità, in modo direi quasi peculiare, pescando ancora una volta dalle radici profonde della propria formazione.
Allora non sfuggirà come questi di Grippa, per noi della Bassa, siano i “posti” potremmo dire “messi al riparo” dal tempo. Li troviamo all’inizio e alla fine del libro («Alcuni primi» e «Alcuni ultimi posti»), quasi fossero una cornice essenziale, irrinunciabile. Li introducono, rispettivamente, una citazione di Antonella Anedda, da una parte e, dall’altra, un frammento dell’amato Fortini, tratto da Ancora la posizione, poesia appartenente alla raccolta intitolata Questo muro. Si tratta di due versi davvero mirabili: «Questo tempo dell’anno è il mio riposo/ perché qualcosa mi inclina e consento».
In conclusione, tre poesie per intero, per mostrare quell’inclinazione verso il basso, verso la terra, che Alessandro Grippa consente a se stesso:


Primo posto (Anche il prato)

Anche il prato è un alfabeto di lavori.
Si entra poi nel giorno nel riposo.
Rasoterra le piante concludendosi
obbediscono a un destino o deiezioni.
Capiremo con un’altra intelligenza;
climatica, vigile.

Mi auguro di esserti prossimo.
Che anche il mio tempo trascorra da seme
a seme. So che è impossibile.
Dove non mi do pace l’estate
conclude. L’erba ritorna
a essere insieme al futuro.


La Gera (Apertura)

Quattro bulbi: nella loro logica il bosco.
Il freddo si frange; nel sentiero la salvia
è una pagina scritta qualunque sia il discorso.
Le mani hanno calato l’albicocco, queste mani
già morte che moriranno di nuovo.
Le impronte cresciute nel tempo e nella corteccia;
ora altri segni dischiusi, scambiati per sassi, radici,
parlano a noi con la nostra identica voce,
doppi e inferiori come una geografia.

 

Appunti su mio padre

Forse lo spazio di quella voce è alessandro, detto aspirando
fumo. Parola
per rito, scagliata al di là di un autunno: mio figlio, animale che
torni suono.

Alessandro Grippa (Treviglio, 1988) vive a Caravaggio, in provincia di Bergamo. Diplomato al biennio di Arti Visive all’Accademia di Belle Arti di Brera, nel 2009 è tra i fondatori di Caravaggio Contemporanea, collettivo di artisti e curatori. È inoltre vicepresidente dell’Associazione GSI Lombardia Onlus, per la quale dal 2010 collabora come volontario a progetti di cooperazione tra Italia e Africa occidentale.

Cristiano Poletti

Daniele Mencarelli, Storia d’amore

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Daniele Mencarelli, poesie da Storia d’amore, Lietocolle, 2015

 

Didascalia:

La scena si comporrà in un paese di provincia romana, nell’anno millenovecentonovantadue.
Gabriele è il primo attore, anni sedici, di carattere malamente vitale, rabbioso e disincantato, sofferente, inconsapevole testimone della grandezza. Svezzato alle droghe sintetiche, le consuma assieme agli amici venerati, in loro si riflette, s’illude d’essergli davvero simile, ma nessuno di quelli che gli è attorno si schianta sulle cose quanto lui. Gli amici, pronti a ogni esperimento, trasformeranno la comunanza in rancore, la gelosia in violenza, quando Gabriele mostrerà il suo volto spogliato, vero.
Anna sarà l’agente ignara, la fiamma avvicinata all’esplosivo, di bellezza semplice e vertiginosa, porterà nella vita di Gabriele un segno sconosciuto, sorprendente, un rovescio d’interrogativi. Forza umana, stellare.
E Gabriele, alla fine, a un passo dal significato, darà forma alla sua scomparsa, diventerà egli stesso interrogativo, per Anna, che rimarrà per sempre accanto alla sua assenza.
Altri attori appariranno, ma mai nessuno è riuscito veramente a descriverne il profilo.

 

Undici Ottobre Millenovecentonovantadue

Undici Ottobre novantadue
sedici gli anni appena scoppiati
mille i cazzotti mille i baci
strappati dalle labbra di un paese
sgranato passo dopo passo,
senza mai soddisfarla veramente
questa fame infelice
questo desiderio cane di carne e vita
di voglie ubriache sempre in festa.
Non arriverà il sonno ma una perdita di sensi
un corpo sfinito che s’arrende
a qualcosa dentro di feroce.

 

Nostro parco giochi è questa piazza
un letto comodo la villa comunale
siamo proprietari di un paese
che conosce i nostri nomi uno a uno,
tu zingaro tu sbandato
io figlio di puttana,
è la qualità dei giochi a farci noti
ferocia compressa dentro scherzi
finiti nel pianto e nella storia.
Dai paesi vicini come pellegrini
arrivano ragazzi solo per sapere
di quel motorino aliante mancato
scaraventato giù da un sesto piano
o delle nostre comete impazzite
pagnotte intrise d’ogni liquame
in volo fino allo schianto calcolato
sui vecchi in tondo a briscolare.
Ogni bocca delle nostre
aggiunge al racconto il suo dettaglio
mentre ammirazione mista a risa
cresce negli occhi di chi ascolta,
poi solo ridere, che dannato ridere.

Le giostre spuntate sui parcheggi
altro non sono che una grazia
l’archivio d’interi pomeriggi
in attesa che qualche materasso
non metta fine a questa noia,
tu inchiodata sempre all’angolo
mentre io con la mia banda
da tagadà a macchina a scontro
al punchingball che ci racconta
non così forti come pensavamo,
poi ti vedo quasi vergognandoti
raggiungere i calcinculo e lì rimani
come aspettandoti qualcosa,
e sia si salga sulla giostra
ma solo per poterti lanciare in aria
senza che reato si commetta.
E tu voli leggerissima,
da impaurire lo zingaro giostraio
così alta da far voltare tutti,
a ogni giro ti prendo e ti rilancio
sempre più forte sempre più alto,
tu astronauta silenziosa
chissà quale terrore starai vedendo,
invece come un tuono inaspettato
oltre la musica scoppia una risata
infinita di una nota sconosciuta,
quando ti volti per guardarmi
io che intanto ti prendo per rilanciarti
scopro quanto enorme sai sorridere
e quel neo al centro esatto della palpebra
quando ad occhi chiusi chiedi ancora di girare,
io che in tasca non arrivo a millelire.

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Dieci minuti di pordenonelegge #3

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«Il suo buio primitivo»: dentro la poesia di Milo De Angelis

L’ultimo appuntamento con “dieci minuti di pordenonelegge” vede un ritorno molto gradito nel nostro blog: quello con la poesia di Milo De Angelis, che è già stata ospite di alcuni post pubblicati da noi nel corso dell’ultimo anno a cura di Francesco Filia. Li rilancio: Intervista a Milo De AngelisMillimetri. Una nota di lettura, Incontri e agguati. Una nota di lettura ma potete rileggerli anche qui.

Incontri e agguati è il titolo dell’ultima raccolta Mondadori e dell’evento che si è tenuto presso Palazzo Gregoris ieri mattina ed è anche il titolo del dialogo appassionato tra Emanuele Trevi e lo stesso poeta. Trevi ha indagato la poesia di De Angelis con un’attenzione e un’acutezza che hanno fortunatamente dato luogo a un viaggio dentro le parole. Proverò a riproporne una parte qui, una selezione di tre momenti, ma intendo lasciare spazio prima all’ascolto, alla lettura ad alta voce, che inizia con un testo dedicato a Mario Benedetti. Sarà il bagaglio di questo viaggio:

***

Emanuele Trevi inizia la conversazione partendo da un’osservazione: «Credo che nella tua poesia ci sia sempre un andare incontro alle cose, non un inventare» e introduce anche il tema della morte presente nella prima sezione dell’ultima raccolta. Attorno a questo, De Angelis risponde:

Vero. D’altronde nella radice del verbo “inventare” c’è “invenire”. Ho sempre creduto alla poesia non come fondazione ma come svelamento di qualcosa che c’era già, quindi come un rito propiziatorio che mette in atto, attraverso le parole, un mondo già esistito prima di noi. […] Nell’ultima raccolta Incontri e agguati ho tentato una sorta di trattativa con la morte […] e certo la poesia è, più di ogni altra forma espressiva, carica di morte; conosce i ritmi, ha una pretesa di assoluto […] rinasce nel verso successivo. Nietzsche diceva in un suo aforisma del 1887 “Ciò che non porta con sé la sua fine non ha diritto di nascere, non ha diritto di cominciare.” Ecco, credo che sia così: un discorso poetico che non è impregnato della propria mortalità diventerebbe chiacchiera, intrattenimento, talk show, passaggio da una puntata all’altra del discorso. No: ci sono interruzioni brusche, feroci, di fare poesia, che diventano in realtà il segreto della sua autenticità. […]  Di fronte alla morte io, Milo De Angelis, non sono in grado di instaurare un dialogo: c’è solo un grido, di indignazione, di stupore. L’altro però, la poesia, può permettersi di instaurare un tentativo di tregua con la morte.

La morte è centrale anche nella seconda parte delle letture che si propongono qui oggi, cui segue una terza porzione di ascolti in cui protagonisti sono gli incontri con dei “tu” particolari, come riporta ancora Trevi: «Mi sembra che in alcune di queste poesie il poeta incontri sé stesso. […] Poi, avviene sempre in momenti di passaggio, mentre quest’io che racconta sta andando a lavorare, o momenti di passaggio nel pensiero: appaiono queste meravigliose figure. E anche è tanto autentico che queste straordinarie figure ti siano venute addosso.». De Angelis afferma:

Sì, è così, dici molto bene. Ogni incontro, anche il più domestico, può irrompere in un agguato, può portarti in una zona sconosciuta, indeducibile, che ti porta a scoprire altre cose, che ti impedisce di tranquillizzare l’incontro. Tu stesso senti che, a volte, tutto è troppo quieto. Non solo tu subisci l’agguato ma senti che bisogna scendere a picco in una zona più ripida, che bisogna camminare, appunto, sul bordo dei pozzi. Ecco, questa figura del cammino pericolante, pericoloso, l’ho sempre sentita in tutta la seconda sezione. Quanti pellegrini e compagni si affacciano come ombre […] però anche dietro la giacca dell’impiegato di Tecno Casa può affacciarsi la poderosa insistenza del niente. Di volta in volta sono stato attratto […] da questi perduti nel centro della loro stanza, esiliati nel cuore del luogo amato, nel centro del cuscino. E quindi ho cercato di cantare questo esilio.

Trevi prosegue quindi conducendo anche noi verso la conclusione di questo post; il riferimento è il testo che chiude l’ascolto proposto sopra: «Mi ha molto colpito, in questo tuo libro, un momento di sospensione in cui tu “suddividi apparentemente il niente”. Preferisci “niente” al “nulla”. Dici “un dolce niente”, che è un po’ adolescenziale. E un altro, per questo citavo i tuoi inizi, che è il “cupo niente”, il muro di pece e di impossibilità di creare una comunità anche provvisoria attorno alla parola. E poi c’è una cosa che mi ha colpito: […] dici che in fondo il “dolce niente” e “cupo niente” sono la stessa cosa.» E De Angelis risponde:

Questa poesia è imprevedibile, con qualcosa che poi è sfuggito durante la stesura – per fortuna -, con un’idea quasi da teorema. Ossia la percezione che non c’è la possibilità di un autentico niente se non comporta e se non trattiene dentro di sé entrambe le sue valenze: quella sognante del bambino [..] ma anche quella scheggiata del niente che ti devasta. […] Dici bene: “niente” piuttosto di “nulla”, o “istante” piuttosto di “attimo”; […] “instare” suggerisce l’imminenza, mentre il “momento” o anche l'”attimo” corrisponde a una dimensione più calma, orizzontale in cui stare, quindi “niente” piuttosto di “nulla”.

Dieci minuti di pordenonelegge #2

IMG_20150919_180028You can’t repeat the past

(F. Scott Fitzgerald)

Giungevo ieri, dopo un excursus diaristico (e un po’ romantico) a dire che la poesia a pordenonelegge può stupire. Quello che propongo nei “dieci minuti” di oggi, è una lettura poetica con le voci di Maria Borio, Roberto Cescon, Tommaso Di Dio, Carmen Gallo, Bernardo De Luca, Stefano Dal Bianco mentre qui cercherò di sintetizzare i contenuti dei due incontri che hanno preceduto il reading.
“Idee di poesia” è stato un doppio intervento attorno ad alcune “parole-guida” con cui la generazione dei nati negli anni Ottanta – e quella dei nati poco prima – «con una fisionomia particolare e caratterizzata dalla precarietà estrema» (Maria Borio) si pone oggi nei confronti dello scrivere poesia, della critica e della mappatura. In questo dialogo è intervenuto anche Stefano Dal Bianco, per porre alcune questioni rispetto ai temi che alimentano un dibattito che non va mai forse a esaurire, da entrambe le parti, le direzioni che si possono prendere e che meriterebbero uno spazio più ampio di quello dato ieri, soprattutto un tempo più largo e la possibilità (e necessità) di un dibattito aperto al pubblico, che per ragioni di tempistiche forse c’è stato solo in piccola parte. (altro…)

Dieci minuti di pordenonelegge #1

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pordenone(legge) è una vecchia signora?

Quando nel 2007 arrivavo a pordenonelegge per la prima volta, poco più che ventenne, con un piede dentro l’università e l’altro chissà dove, sul mio taccuino annotavo queste parole: «mi accorgo che pordenonelegge mantiene una propria specificità, forse un po’ ingenua, che i grandi festival letterari non hanno più: Pordenone è un “dove” in cui si assapora quella sensazione che sopraggiunge prima dello stupore totale. La città ti cinge, ti abbraccia come una nonna che desidera proteggerti; è una tensione parziale quella che sento, una continua ricerca verso la completezza.» Nelle parole di allora non trovo la me stessa di oggi − forse vorrei negare di averle scritte − ma ciò che è più importante sono quelle parole rapportate al presente, a ciò che vedono e riconoscono i miei occhi ora. Quella “vecchia signora” del titolo mai esistita davvero stava, all’epoca, nella mia immaginazione, seduta lungo il corso principale: osservava i passanti e creava con loro un rapporto di accoglienza e protezione. Quella vecchia signora era la città e l’evento insieme. E, nel 2015, ma già da qualche tempo, ha lasciato posto a molto altro: si è forse messa da parte, a osservare da lontano ciò che accade. pordenonelegge non ha bisogno di un pretesto come quello per essere raccontata (doppia ingenuità la mia, allora): infatti, qui, vige una familiarità che si riconosce in un programma sempre più curato, in cui trovano spazio e attenzione sì gli autori esordienti e molti nomi importanti della letteratura italiana e straniera ma soprattutto gli “esercizi di lettura”, la scienza, la storia e la filosofia; gli appuntamenti riservati alle scuole, che proseguono un percorso annuale di formazione che inizia in aula; l’attualità e il territorio, con appuntamenti dedicati. L’allestimento è ben concepito, i volontari preparati a gestire le emergenze; il pubblico è educato: rispetta la coda e attende, si confronta. La città offre degli spazi adatti sia per gli eventi − negli anni forse non sono cambiati di molto − sia per i momenti di convivio. I dettagli, soprattutto, sono ciò che non può mancare ed è pregevole per una “festa del libro” l’aver avuto una crescita così rapita e ben congegnata nell’ultimo decennio, in grado di attirare lettori curiosi anche da fuori regione. La provincia, più che la grande città, crea le proprie forme di resistenza e le evolve continuamente, con intelligenza e bellezza. Ma è soprattutto la poesia a trovare nel programma degli eventi e dei luoghi per sé, tra cui una libreria dedicata, una libreria di fuori catalogo, e altri spazi. L’incontro con la poesia qui, apre a momenti importanti: ad esempio la poesia in dialetto, con Giovanni Nadiani, Emilio Rentocchini, Piero Simon Ostan e Andrea Longega. Lo stupore, quindi, è ancora e sempre possibile. Ve ne parlo nei miei “dieci minuti di”.

© Alessandra Trevisan

“La questione più che altro” di Ginevra Lamberti. Con un’intervista all’autrice

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La questione più che altro di Ginevra Lamberti, nottetempo, 2015, € 13.00

La questione più che altro di Ginevra Lamberti (uscito ieri, 17 settembre, per nottetempo) è un esordio atteso, che prosegue e amplia un lavoro di scrittura iniziato altrove, nella rete, sul blog inbassoadestra, in cui le imprese di sopravvivenza alla vita di tutti i giorni sono raccontate con una verosimiglianza mai spiazzante e che diverte molto. Il romanzo, invece, narra la vicenda di Gaia in un momento di sospensione che precede la fine dell’università e l’ingresso nel mondo del lavoro e del precariato: la sua vita nella valle dove vive e in cui si annoia, una famiglia di “senza nome proprio” (la genitrice, il Genitore, nonno-di-giù, nonna-di-su), poi gli amici e gli incontri ma anche Mestre e Venezia, luoghi-protagonisti che assumono uno statuto tutt’altro che romantico. La trama è fitta di avvenimenti in un continuo ammettere l’attesa come catalizzante (basti pensare al conto alla rovescia dei giorni, già nell’incipit del romanzo). Ed è già il titolo ad annunciarla o forse sarebbe meglio dire, a suggerire una “pausa”, come se Gaia – che nel libro parla sempre in prima persona –, chiedesse al lettore un po’ di tempo: la sua ironia tagliente ma soprattutto il suo sarcasmo ricordano vagamente quello di certi autori “cannibali” degli anni Novanta, e creano un ritmo. Ci sono almeno due ritmi in questo romanzo ma il primo e più forte è, di sicuro, quello che produce il linguaggio, con una voce che accoglie – e fa accadere – al proprio interno tutto ciò che incontra e vive: l’umorismo di Gaia (nome etimologicamente perfetto) si potrebbe definire un giusto mix fra elementi che provengono dal mondo fiabesco – come annuncia la quarta di copertina –, ma anche dalla cultura nazionalpopolare, tutti non postmoderni e che fanno riferimento sia a una cultura di massa italiana – dagli anni Ottanta in poi soprattutto –, sia a modalità narrative incontrate altrove, ad esempio nelle serie tv animate statunitensi più famose degli ultimi vent’anni (Daria di Glenn Eichler e Susie Lewis Lynn su tutte). In questo senso la costruzione narrativa è sapientemente congegnata perché lo è il linguaggio da prima. Inoltre è un’intuizione azzeccata la scansione dei capitoli, brevi, che danno il passo alla lettura ma anche restituiscono la dimensione degli spazi in cui la protagonista “recita” le proprie esperienze: non può mancare, tra le tante, quella del call center, leitmotiv di questi anni già reso celebre da Paolo Virzì in Tutta la vita davanti. (altro…)

Poetarum Silva a pordenonelegge

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Poetarum Silva seguirà nei prossimi giorni pordononelegge, che s svolgerà dal 16 al 20 settembre prossimi. Gli appuntamenti della “Festa del libro con gli autori” saranno raccontati in “dieci minuti di Pordenonelegge” #dieciminutidipnlegge2015, post testo e audio a cura di Alessandra Trevisan (Twitter: @TW_TwoWomen).

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Il programma

EDIZIONE 2015

Crisi vs futuro

C’è una parola che abbiamo incontrato spesso, in quest’ultimo anno, nei libri che abbiamo incrociato o che ci sono stati proposti. Non è difficile indovinare: è la parola “crisi”. Una parola declinata in tutti gli accostamenti possibili, dall’economia alle istituzioni, dalla famiglia all’impresa, e poi fin dentro lo specifico di cui ci occupiamo: crisi dell’editoria, crisi del libro. Crisi, ovvero, necessariamente: cambiamento. Il momento della crisi è quello di un passaggio, di cui avvertiamo gli effetti, e di solito generano segnali di disagio, peggioramento, allarme. E’ necessario cercare di capire che cosa sta accadendo, durante una crisi. E oggi più di sempre è proprio nei libri che si trovano, se non le risposte, le domande giuste. E poi nei libri di quest’anno ricorre, senza che vi sia paradosso, un’altra parola: “futuro”. Solo il futuro, il futuro che è già qui e che dobbiamo imparare a vedere sarà non la soluzione, ma la conseguenza della crisi. Ci appare chiaro, oramai, che quello che è stato il mondo della crisi è il mondo di ieri e il suo tempo non avrà più corso. Mentre il mondo dove le conseguenze della crisi sono già all’opera si lascia intravedere, soprattutto attraverso i libri, nell’avvento di nuove dimensioni di esistenza, di produzione e di relazione comunicativa. Abbiamo cinque lunghi giorni, meravigliosamente intensi, per imparare a leggerle meglio e per parlarne insieme.

I curatori
Alberto Garlini, Valentina Gasparet, Gian Mario Villalta

(altro…)

Tommaso Di Dio – Tua e di tutti (in mille metri)

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Tommaso Di Dio – Tua e di tutti – Lietocolle, 2014

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(in mille metri)

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Cento metri

Tutto questo non possiamo mai dimenticare / una volta cominciata questa impresa.

La forza della poesia, eccola qua. Di Dio, in questo, che è l’incipit della prima poesia del libro, ci sta dicendo già tutto, ci scrive subito dove vuole portarci, dove vuole arrivare. L’impresa cominciata è il mondo, è il tempo. Quale sarà lo sforzo? Quale la fatica? Nel primo verso siamo avvertiti, ci sono cose, Tutto questo, c’è molto che non dobbiamo dimenticare, non dobbiamo tralasciare. Guarda un po’, come negli incipit dei grandi racconti, qualcosa è già accaduto, qualcosa è rimasto fuori dalle pagine: Tutto questo. Non “Tutto quello”. L’avvertimento, l’invito a fare attenzione, è una delle chiavi di lettura del libro. Quello che nel primo verso è già accaduto, con ogni probabilità, ci verrà mostrato.

Duecento metri

Con gli anni la vita si complica / si confonde si immischia (pag. 19);  Forse bisogna chiudere gli occhi (pag. 20); Quella parte di silenzio / che ci copre il viso. (pag. 22);  l’ameresti così come ora l’ami / tua e di tutti, questa / vita reale più ricca e sgualcita / dal niente che non l’abbandona. (pag. 27).

Alcuni versi scelti dalla seconda sezione Con gli anni. Il poeta comincia a mettere dentro le cose, intanto chiarisce che il tu, il noi, contano più dell’io. Anzi sono la certificazione dell’esistenza dell’io. Molto tempo è già passato, ma non è solo il tempo degli anni in cui Di Dio è vissuto (vive) a essere convocato, è tutto il Tempo. La somma delle vite e delle cose accadute che ci hanno portato fin qua sono l’origine e la somma delle nostre complicanze, delle confusioni. Quel chiudere gli occhi significa, tra le altre cose, che per registrare, sentire, osservare, prendersi a cuore le cose, lasciarne perdere altre, occorre affidarsi a qualcosa che viene prima dello sguardo, di più forte: l’immedesimazione. E dopo c’è il contatto, c’è l’indispensabile noi, quel tu amplificato che guarda alla vita che è ricca e sgualcita, perché piena di ogni cosa, da starci dentro e amarla così com’è, perché così accade.

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Note su “Tua e di tutti” di Tommaso Di Dio

di Luciano Mazziotta

tua e di tutti

Dopo cinque anni dal suo libro di esordio, Favole (Transeuropa 2009), il 2014 vede la pubblicazione della nuova raccolta di Tommaso Di Dio, Tua e di tutti, opera prima della collana pordenonelegge, edita da Lietocolle.
Credo, innanzitutto, si tratti di un’opera “necessaria” del nuovo decennio. Non tanto perché segni il percorso dell’autore, ma, più che altro, perché l’opera porta con sé tutta la complessità del moderno: dalla crisi del soggetto ad un’indagine sul concetto di continuità; dalla lingua straniata e straniante all’ansia di dover prendere posizione per “rifare tutto”, di fronte ad una contemporaneità in cui ogni traguardo raggiunto azzera tutti gli altri e quindi non lascia al soggetto che la necessità di riepilogare e ricominciare daccapo.

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