ponte alle grazie

Ritanna Armeni, Una donna può tutto. (Nota di P. Grassetto)

Ritanna Armeni, Una donna può tutto. 1941: volano le Streghe della notte, Ponte alle Grazie, 2018, pp. 230, € 16.00

Leggere l’ultimo libro di Ritanna Armeni nei giorni in cui, in televisione, scoppia la polemica sul caso Collovati, che avrebbe affermato che le donne non possono occuparsi di tecnica calcistica, è un fatto che fa riflettere. Ovviamente nulla ci interessa il calcio. Sorprende però che ancora si discuta di questa facezie mentre, nel 1941, c’erano donne che per affermare la loro parità con gli uomini erano pronte a rischiare la vita al fronte; il romanzo Una donna può tutto di Ritanna Armeni (Ponte alle Grazie 2018) non è un libro di guerra ma un testo sulla parità di genere.
Ritanna Armeni, nota giornalista, in questo libro tra storia e inchiesta ci narra le avventure delle “Streghe della notte”. La scrittrice fece un viaggio in Russia e riuscì a raccogliere, poco prima della sua morte, la testimonianza di Irina Rakobolskaia, anni 96, vicecomandante del reggimento 588, ultima “strega” ancora vivente.
Il libro alterna passi nei quali la Armeni racconta la sua esperienza e le sue impressioni, che ricava nel ricevere il racconto-diario della sorprendente Irina, a passi nei quali la storia di quest’ultima diviene vero e proprio romanzo. La stessa giornalista, nelle prime pagine del libro, spiega come ella stessa non sapesse bene come affrontare la narrazione di questa storia affascinante e sorprendente. Quando inizia a prendere in mano il racconto-diario di Irina vede come in questo «ci sono sentimenti, sofferenza, lutto e c’è anche patria, socialismo, disciplina, vittoria ma anche ironia. E c’è fortissima la spinta alla conquista della parità con l’uomo desiderata talmente tanto da scegliere di morire pur di ottenerla». Questo elemento permea tutta la narrazione: il desiderio di essere pari all’uomo, una parità pur sancita dal socialismo che porta queste donne ad impegnarsi con forza, tenacia, sprezzanti del pericolo.
La guerra nella Russia socialista, la seconda guerra mondiale in cui siamo immersi, scoppia all’improvviso. Irina era studentessa universitaria di fisica; amici e compagni di studio partono per il fronte. Lei pensa che anche le donne dovrebbero essere chiamate a uno sforzo supremo, invece nessuno le chiama. La parità con l’uomo che il socialismo ha promesso si è fermata innanzi alla guerra.
L’armata Rossa soffre di fronte al nemico. Irina viene casualmente a sapere che l’Armata cerca volontarie da mandare al fronte. Irina, che sa usare la mitraglietta e sa paracadutarsi, si arruola e come lei centinaia di donne.
Dopo un’accurata selezione entreranno nell’aviazione un gruppo guidato da Marina Raskova, per allora un mito, donna dotata di brevetto di pilota e di navigatrice, decorata con la massima onorificenza. Sarà lei ad andare da Stalin chiedendogli di istituire una compagnia di donne che facciano parte dell’aviazione militare; dopo varie obiezioni da parte di Stalin, Marina afferma che “una donna può tutto” e cosi viene ascoltata. (altro…)

Su “Parigi è un desiderio” di Andrea Inglese. Fughe e ossessioni

di Luciano Mazziotta

Parigi è un desiderio

 

Il romanzo era lo sbocco obbligato cui ha condotto la scrittura di Andrea Inglese in questi anni. E un romanzo come Parigi è un desiderio (Ponte alle grazie, 2016) è stato preannunciato più volte: non parlo solamente del preludio rappresentato da Commiato da Andromeda (Valigie rosse 2011); non parlo neppure esclusivamente del continuo impegno sulla prosa che Inglese ha profuso nei suoi lavori più recenti. Se è proprio del lettore trovare la ragione di una scrittura altrove rispetto alla semplice apparenza, il necessario esito in un romanzo l’ho rinvenuta già nel libro “di poesie” La grande Anitra (Oedipus 2013), in cui, seppure sfumata in termini apocalittici e allucinati, si tentava, ad ogni modo, di “raccontare” qualcosa in una struttura unitaria. Adesso è l’ora di Parigi è un desiderio, romanzo denso, romanzo di formazione, forse, ma, forse meglio, romanzo di ossessioni molteplici.
Romanzo in prima persona, romanzo che stilisticamente non è che il compimento di quel tipo di scrittura iniziata, almeno in Italia, da Celati, mette in scena la quête, antieroica, di un personaggio, Andy, ossessionato dallo spazio, dalla letteratura, dal lavoro e dalle donne.
Le due ossessioni primigenie sono sicuramente la città di Parigi e la letteratura, che come dei macigni pesano sulla soggettività del protagonista, facendo in modo che le altre vengano sempre e comunque trattate in funzione delle prime. Sfuggono quasi o vengono proiettate in un alone di irrealtà.
Parigi è l’emblema della fuga da Milano, un emblema all’interno del quale “entrare dal basso”. A spingere e a orientare questa fuga, tuttavia, è la letteratura: i romanzi soprattutto. Sì, perché è la scrittura vorticosa della prosa, quelle “circostanze della frase” che incitano il movimento: i romanzi di Dickens, di Dumas, la Bibbia illustrata per bambini; Venedikt Erofeev, Tolstoj, la scrittura di Perec sono l’enzima della costruzione di un altrove, di una Parigi “altra” rispetto a quella invasa dai turisti. Ma i romanzi, la letteratura, il cinema sono anche categorie interpretative del sé, nonché pretesti per fuggire dal male psichico del protagonista che, comunque, resta nascosto.
Del resto, se è vero che la scrittura di Inglese è egocentrata, tutta questa letteratura e questo bisogno di spazio appaiono come una strategia per coprire la verità di quell’io. Sono, dunque, quelle strategie che affrancano il soggetto da ogni pretesa di autenticità lirica e/o epica.
Non vengono coperti, certo, gli eventi traumatici afferenti al lavoro universitario ed al campo delle relazioni amorose. Parigi è un desiderio, così, desta sul lettore il sospetto che il trauma effettivo del protagonista non sia affatto trattato. Il lettore, dunque, non si trova davanti ad una confessione consolatoria della quale non sa che farsene; quest’ultimo è, piuttosto, chiamato a ipotizzare un’analisi – lettino e appunti – del personaggio principale, perché il suo male proviene da lontano, da un lontano inconoscibile per chi legge e forse per il protagonista stesso. La letteratura “non muta nulla”, avrebbe detto F. Fortini. Anzi, è solo una coltelleria ci dice Parigi è un desiderio.
Parigi e la letteratura, per quanto ideali e astratti, per quanto ossessive ed ingannevoli, costituiscono un punto di appiglio per il protagonista del romanzo: il lavoro, invece, viene definito come “improbabile”, mentre le donne “costituiscono il problema” di Andy. Il cortocircuito si attiva quando le quattro ossessioni, lavoro universitario, amore, letteratura e Parigi, confluiscono, inaspettatamente, nel medesimo punto. In questo caso è come se Inglese ci comunicasse che si esaurisce la possibilità del sogno e dunque del romanzo: il primo innamoramento a Parigi, primo di una lunga serie sempre più complessa, rende banale “quel sogno d’arte e di amore” che era la città. Parigi può rimanere solamente desiderio ideale. Il soddisfacimento del desiderio, la sua realizzazione, non può che coincidere con la stessa morte del desiderio. Forse è per questa ragione che il lettore non troverà in questo libro scene di grandi innamoramenti, commozioni, gelosie. Parigi è un desiderio è il romanzo che tratta gli amori solo nel momento del loro crollo. Perché tutta la fenomenologia dell’amore è superflua. E non narrabile. Tranne in un caso.
Non così il lavoro. Se la prima ossessione, infatti, è raggiungibile, quindi tematizzabile al momento del crollo, nel suo personaggio Inglese condensa tutta la difficoltà della realizzazione lavorativa del XX e del XXI secolo. Il lavoro, quello “desiderato”, resterà sempre e soltanto un desiderio. Come Parigi. Il lavoro è più ideale, più irraggiungibile dell’amore. Il soggetto non può trovare un posto nel mondo, perché quel mondo lavorativo, quello universitario, francese come italiano, non può che essere castrante; non fa altro che minare da ogni parte l’autostima del protagonista, che, di contro, per sopravvivere, non può che lanciarsi in un antifrastico, nervoso, cinico ma anche realistico elogio alla demenza. Il soggetto si degrada pur di non lasciarsi degradare dal mondo degli “intelligentoni” che, in una cena universitaria, di quelle comuni, sanno già chi salutare e chi no. A chi rivolgere la parola e a chi no. Chi esiste ed esisterà. E chi no. L’uscita è l’unica possibilità. Mentre l’amore, le donne, più donne, sono inevitabili, anche per questioni biologiche, dal lavoro ci si può affrancare. Il lavoro sognato non può che restare un lavoro sognato.
Amore e lavoro costituiscono, ad ogni modo, gli spazi claustrofobici – ideali – all’interno dei quali si muove il personaggio. Parigi e la letteratura li spiegano. Il protagonista ha il panico. Ma qualcosa può liberare Andy, come Andromeda nel dipinto di Pietro da Cosimo. E in quel qualcosa di definitivo, che farà di tutta la vita a venire un eterno presente, si potrà rinvenire il “lieto fine” di questo romanzo e della formazione del protagonista. Oppure no.

Cristiano De Majo – Guarigione

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Cristiano De Majo – Guarigione – Ponte alle grazie, 2014 – € 16,00 – ebook 8,99

 

Niente di meglio di un libro per comprendere noi stessi. Niente di meglio di una buona lettura per sentirsi, almeno per qualche ora (se non qualche giorno), guariti. Devo a Guarigione, e quindi a Cristiano De Majo, un aiuto alla riflessione su questi anni, su come li abbiamo vissuti, su come  e perché noi quarantenni, o giù di lì, ci assomigliamo tutti, in parecchie cose. Se questo è un romanzo, è, per l’Italia, un diverso tipo di romanzo, qualcosa che ricorda Carrère, nell’idea, nell’impostazione della storia, ma non nello stile, De Majo ne ha uno suo, perfettamente riconoscibile. Un tipo di scrittura che pare venire da lunghi ragionamenti, da parole che non fanno fatica a uscire, ma ne fanno a riuscire. C’è molto impegno affinché diventino quella giusta. Allora, Guarigione, parola dopo parola, diventa la storia giusta. Empatica ma mai stucchevole, commovente senza retorica. Una storia capace di toccare nel profondo dell’animo, come fanno certe poesie, poche, pochissime poesie.

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Interviste credibili # 9 – Cristiano De Majo

Ciao Cristiano partiamo con tre domande di servizio: siamo più o meno coetanei ed entrambi siamo napoletani (anche se io della provincia); tu vivi ancora a Napoli, mi racconti com’è (se lo è) cambiata secondo te?

Secondo me non è cambiata affatto. Io ci sono tornato da quattro o cinque anni dopo una lunga esperienza romana. Napoli è la solita città bella e stramorta, che attende sempre un salvatore che la liberi da qualcosa, ma purtroppo nessun sindaco potrebbe realisticamente presentarsi con il programma di liberarla da se stessa. Banalmente senza una economia normale, una economia che vada oltre la micidiale triade avvocati, impiegati pubblici e criminali, non c’è alcuna speranza.

David Foster Wallace è il più bravo degli ultimi trent’anni?

Non il più, ma uno dei più. Ho scritto di recente un pezzo su Rivista Studio in cui ragionavo proprio sulla mia incapacità di scegliere tra lui ed Ellis. Oltre a questi due, tra gli autori degli ultimi trent’anni ci metterei anche Sebald e Vollmann, e Houellebecq con la scrematura di un paio di libri. Uh, aspetta, c’è anche Bolaño. E pure DeLillo a voler essere oggettivi.

Quanto ti danno fastidio i luoghi comuni sul Sud?

Più che altro mi danno fastidio la maggior parte delle rappresentazioni cinematografiche e letterarie del Sud, l’epica meridionalista la trovo furba e deteriore, ma è un discorso che m’interessa sempre meno. Il discorso intorno al Sud e a Napoli, discorso a cui non mi sono sottratto, non mi appassiona più. Vivo a Napoli con un senso di estraneità totale. Potrei essere ovunque. Non leggo libri di scrittori napoletani, non guardo il tg regionale, cerco il più possibile di astenermi dal frequentare le aree ventrali. Lo so, c’è qualcosa che non va, credo si renda necessario un mio nuovo allontanamento.

Cosa rende, secondo te, la scrittura nordamericana diversa dalla nostra? Ovvero, hai la sensazione che la narrativa italiana non riesca a muoversi alla stessa velocità di questo tempo?

Ma è un fatto logico, legato soprattutto alla dimensione storica. Ogni impero, in quanto epicentro della storia, produce le rappresentazioni più convincenti di una determinata epoca. Gli imperi economici sono anche imperi culturali. Si aggiunga a questo la professionalizzazione della scrittura, i grant, le borse di studio, i corsi all’università… Detto questo, c’è anche da dire che negli ultimi si avverte una specie di esaurimento, sempre meno libri importanti o innovativi in giro. Più che movimenti generazionali e geografici, mi sembra che in questo momento stiano spiccando delle individualità.

C’è un personaggio di un romanzo che avresti voluto essere anche se solo per dieci minuti?

Beh sì, molti. Clay di Meno di zero, Humbert Humbert di Lolita, Jim Hawkins dell’Isola del tesoro tra gli altri.

La sfogliatella: riccia o frolla?

Forse riccia, ma meglio una brioche se restiamo in tema colazione. I francesi mi hanno dato motivi per riflettere. Preferisco il camembert alla mozzarella.

Come sai ho amato molto il tuo romanzo “Vita e morte di un giovane impostore scritta da me, il suo migliore amico”, in particolare ne  ho apprezzato l’originalità e la statura dei due protagonisti,  così diversi e complementari, l’uno dipendente dall’altro, per volontà o circostanze. Come ti è venuta l’idea di questa storia?

All’inizio ero interessato soprattutto alla parte documentale, cioè a mettere in piedi un catalogo di scritti ritrovati. Poi la cosa mi è cresciuta in mano. E mi fa quasi paura pensare al modo in cui scrivendo i personaggi si costruiscano, si ingigantiscano, si complichino. Alla fine il nucleo del libro è diventata la voce narrante, la sua ambiguità, che non è di sicuro lo spunto da cui ero partito.

Ti piace il cinema? (se sì) Qual è il tuo film, quello indimenticabile?

Come si fa a dirne uno? Senza pensarci, ti direi banalmente Mullholland Drive. Pensandoci un altro po’ L’inquilino del terzo piano, La conversazione, Blade runner, Il cacciatore, The Blues Brothers.

Riesci a trovare una spiegazione ai Neomelodici?

Quando penso ai neomelodici, mi viene da pensare al rap. Quanto sia emblematico che i ghetti americani (ancora America, sì) abbiano prodotto una musica con un valore estetico che ha rivoluzionato la contemporaneità, mentre i nostri ghetti quella merda. E non giurerei sul fatto che Scampia sia più degradata di un project di Brooklyn. La cosa più deprimente sono gli intellettuali che hanno cercato di sdoganarli. Fofi con Nino D’Angelo ci è pure riuscito. E adesso ogni tanto ci tocca pure sentirlo parlare di cultura.

Quanto è difficile per un giovane scrittore muoversi nella giungla editoriale?

Ti stai riferendo a me come giovane scrittore oppure stai parlando di un ipotetico giovane scrittore? Nel primo caso non ti rispondo visto che giovane non sono più e quindi la domanda dovrebbe essere riformulata (quanto è difficile per un uomo fatto e finito campare di scrittura in Italia?). Nel secondo, il consiglio che darei è cercare uno scrittore già pubblicato che si apprezza a cui far leggere le proprie cose. Le relazioni di stima e di curiosità intellettuale sono fondamentali in questo lavoro. Per quanto mi riguarda, il fatto di avere una agente mi solleva dall’obbligo di certi movimenti, cosa per me ottima visto che sono piuttosto statico.

Qual è  il libro che ti ha fatto esclamare: “Cazzo, che meraviglia!”

Questa è come la domanda sui film. No, peggio. Sono tanti. Ti dico uno degli ultimi, per la novità che rappresenta, Importanti oggetti personali e memorabilia dalla collezione di Lenore Doolan e Harold Morris compresi libri, abiti e gioielli di Leanne Shapton.

Dimmi – per favore – che tifi Napoli

Te l’ho detto che preferisco il camembert! Tifo Inter dai tempi di Rumenigge. Hai presente i neri che si sbiancano la pelle?

Un e-book ci seppellirà o ci salverà?

Proprio ieri ho comprato un Kindle! Ma più che altro per leggere in inglese le cose non ancora tradotte. Faccio soprattutto il giornalista in questa fase della vita.

 

Mi dici in breve a cosa stai lavorando in questo periodo?

Molto in breve, a un libro di non fiction. M’interessa la forma del memoir;  del resto anche il romanzo era un lavoro di finzione sul tema biografia/autobiografia. Ma ci sto lavorando quasi solo col pensiero al momento. Per me la cosa giusta, se fosse fattibile, sarebbe pensare a un libro per tre o quattro anni prima di iniziare a scriverlo.

Che musica ascolti?

Avendo due figli di 16 mesi, sto ripercorrendo di nuovo la storia del rock. Loro amano molto The Dark side of the moon, nonostante gli abbia detto che i Pink Floyd per me sono sopravvalutati. Ho ascoltato di tutto, rock, pop, elettronica, rap, ho avuto le mie fasi, ma da un paio d’anni non seguo molto le nuove uscite. Mi pare che il disco più recente che ho comprato sia High Violet dei National o forse quello di Sufjan Stevens.

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