politica

Caregiver Whisper 31: Una modesta proposta sui censimenti

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

Sandro Abruzzese, Il Vangelo secondo Matteo… Salvini

Il Vangelo secondo Matteo… Salvini

Alla tv c’è Salvini che giura qualcosa, col Vangelo in mano si insedia da ministro, parla del rosario che ha nelle sue tasche.
Ieri ha preso di mira i rom pronunciando, tra le altre scempiaggini, una gravissima frase discriminatoria: “quelli italiani purtroppo ce li dobbiamo tenere”.
È acclamato Salvini, lo osservo e mi sovviene una frase trovata nella Repubblica di Platone: “credono veramente di essere uomini politici per il fatto di venire lodati dalla folla”.
È chiaro che Salvini sa con chi sta parlando, sa quel che dice anche se è profondamente contraddittorio.
Il leghista brandisce simboli del cristianesimo, religione universale, cosmopolita, avversa ai comunitarismi identitari, per selezionare e aizzare la sua comunità dell’odio e della rabbia, altro che carità.
Vale la pena ricordare che è stato Paolo a rendere universale il cristianesimo, dopo che Gesù aveva esteso il concetto di dignità umana a tutti.
Ora, visto che nel cristianesimo ciò che conta è l’amore, nel Vangelo di Salvini ci sono degli aspetti che proprio non tornano: egli è quanto di più distante dalla miseria umana e dalla compassione. La sua figura rabbiosa strumentalizza i ceti medio-bassi, cavalca lo spaesamento attraverso la questione sicurezza e immigrazione: egli è totalmente sprovvisto di quello che Jullien ha definito il senso comune dell’umano. Senza dimenticare che, proponendo una selvaggia flat tax a favore dei ricchi, il nostro ricorda più la parodia di un Robin Hood venuto male, che il soccorso del prossimo.
Le condizioni perturbanti del suo agire, poi, riguardano una cattiveria superflua, non necessaria, non solo manca di qualsiasi equilibrio, ma anzi attraverso la violenza verbale ammicca già a una società degradata, esclusiva, fondata sull’odio per il diverso, sullo sprezzo delle regole costituzionali, su una continua riproposizione della dicotomia nemico/amico (Nord/Sud, Italiano/Straniero, Italia/Europa, Cristiano/Islamico).
Non so davvero quale sia il Vangelo di Salvini, anche perché sarebbe banale ricordare che Cristo era povero e vagabondo, “nomadava” per dirla con la povera Meloni, e dopo di lui lo fu Francesco, dunque forse più che al cristianesimo della povertà, Salvini aspira a un finto clericalismo.
In definitiva, se Cristo si pone il problema del male, e il messaggio cristiano, ricorda Simone Weil, è volto a impedire la nostra porzione di male, parole come pietà, carità, interrogano ancora una volta la politica dell’odio e l’aspetto discriminatorio del ministro Salvini e del suo partito. (altro…)

Sandro Abruzzese, Dalla fine della Sinistra al Salvinismo

Foto di © Andrea Semplici

Dalla fine della Sinistra al Salvinismo

È difficile rimanere ottimisti di questi tempi rispetto alla situazione politica. Sembra che l’Italia sia immersa in una febbre antica. Si risponde al problema delle migrazioni puntando il dito contro i neri. Sono i neri il problema, diciamocelo, anzi i negri. È difficile dimenticare i fatti di Macerata, Firenze, di San Calogero, l’Aquarius.
La disorganizzazione dello stato italiano produce, oltre alle mafie e ad altre forme di acceso squilibrio, anche questa deriva ignobile. Si vive di capri espiatori come in epoche tutte da dimenticare, utilizzando slogan degni dei periodi più bui della storia.
La regressione del livello politico dei partiti, dell’informazione, e di conseguenza dei cittadini, è il termometro delle condizioni attuali: si ragiona per municipi, interessi di ceto, addirittura emerge un nuovo, fantomatico, interesse nazionale.
Se solo il fascismo mascherato è più odioso dei fascismi, tuttavia i Salvini o i Berlusconi non possono essere considerati la causa, bensì il prodotto della condizione odierna. Per arrivare a questo punto è occorso abituare le persone a narrazioni illogiche, emotive, irrazionali. Occorrono decenni di complicità trasversali per cancellare la ragione, boicottare i nessi logici, ignorare costantemente le cause prime degli eventi e puntare tutto sullo sfruttamento del rancore e della paura. Solo così lo sradicamento, l’emarginazione, la solitudine, le frustrazioni, diventano il bacino d’odio a cui attingono le destre dei vari Salvini. Ma prima di ciò bisogna privare i cittadini di comunità, spaesarli, togliergli assistenza e voce, privarli di senso, per domiciliarli nell’estraniamento, farli sentire insignificanti e inutili. Per arrivare a Macerata, San Calogero e all’Europa odierna bisogna spogliare le persone della loro dignità e abituarle a un certo grado di servilismo, occorre atomizzare la gente per renderla così fragile e debole. È la messa al bando della ragione e della politica a generare la viltà di oggi. Quello che vediamo è solo il prodotto di una lontana e ignominiosa resa.
Tanto più che qualsiasi analisi seria e argomentata, anche se razionale, documentata, veritiera, ormai è destinata a essere zittita dagli schiamazzi di ringalluzziti leader politici e seguaci. Hanno la maggioranza e gli italiani sono con loro, dicono. Allora qualcuno dovrebbe ricordare che tuttavia democrazia non è sempre decidere a maggioranza, poiché non vi è democrazia se non sono assicurate le condizioni democratiche, che vengono prima della maggioranza.
E invece per il problema dei migranti la soluzione proposta da decenni è spostarli, evitarli. Si cerca solo di farli sparire alla vista. Non conta altro.
Qualcuno obietterà che i migranti non fanno parte della famiglia, non sono italiani e per di più sono neri. Ma il fatto è che una patria realmente democratica si costruisce nel rispetto del genere umano, non della famiglia. Una patria democratica, mi riferisco anche all’Europa, è reciprocità, la sua base è la giustizia. E ogni volta che il privilegio soppianta la giustizia, muore un po’ di patria, come sta morendo la nostra, verrebbe da dire.
Prendiamo l’indignazione per le spese dovute ai migranti: stranamente questa indignazione non compare per l’endemica corruzione, per lo strapotere mafioso, per l’inefficienza della giustizia, della sanità, stiamo parlando di cifre ben più cospicue che però hanno un filo in comune: queste, sì, sarebbero responsabilità della nostra classe politica e dirigente.
Dunque, si potrebbe abbozzare una risposta al fenomeno migratorio, tutti sanno che è generato dalla forza centripeta del capitalismo. È il capitalismo, la nostra forma finto-opulenta di esistenza globalizzata, invasiva e distruttiva, a metterci in rapporto di reciprocità con chiunque, una forma economica basata sull’energia e il lavoro a basso costo, per cui il tema dell’egoismo nazionale è non solo anacronistico ma anche un ulteriore svilimento del discorso. Se c’è un debito è dei paesi ricchi verso il resto del mondo, ricordava Langer, poiché sappiamo bene che questa ricchezza è fondata sull’oppressione, la distruzione e l’inquinamento di interi altri mondi possibili. La nostra è una storia di una violenza e di una vigliaccheria inaudita, ma far finta di non averne memoria è davvero il colmo. (altro…)

Gramsci: Intellettuali e carattere italiano

 

Gramsci, fonte: Istituto Gramsci di Torino

Gramsci: intellettuali e carattere italiano

“Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”, scriveva l’ordinovista Antonio Gramsci nel ’19. Dietro questo motto, giustamente segnalato da Eugenio Garin in Con Gramsci, vi è l’intuizione che fa da sfondo a una delle più interessanti riflessioni del leader comunista: quella sul ruolo degli intellettuali nella società moderna. Se la borghesia rurale ha i suoi funzionari statali e liberi professionisti, argomenta Gramsci, se la borghesia cittadina fornisce i tecnici delle industrie, l’unica classe produttiva che non possiede dei rappresentanti e che anche quando li produce finisce per perderli poiché assimilati alle altre categorie, è quella contadina. A tal proposito, occorre staccare gli intellettuali dal blocco dominante per creare una nuova cultura che li saldi al popolo, generando un inedito blocco nazionale.

Tornando agli intellettuali classici, restano celebri alcune pagine in cui il sardo traccia il profilo di oratori eloquenti e sentimentali, avulsi dalla realtà effettuale, dalla vita pratica e dai problemi delle masse: si tratta di “parolai”. A questo genere di intellettuali Gramsci replica che “le idee sono grandi in quanto attuabili”, per cui occorre mostrare concretamente la strada da percorrere e, nel farlo, occorre rappresentare una volontà collettiva, essere in grado di organizzarla.

“Gramsci è nell’alveo di Lenin”, scriverà in merito a questa concezione Luciano Gruppi. Gli intellettuali sono gli organizzatori, il trait d’union tra teoria e pratica, gli educatori di un carattere nazionale e internazionale che superi la mera appartenenza a un gruppo socio-economico specifico. E a chi sottolinea un carattere italiano individualista, che vive e si affida ad espedienti piuttosto che a forme organizzative moderne, di stampo politico e sindacale, egli ribatte che il proliferare di forme criminali come le mafie o le consorterie politiche corrisponde all’incapacità delle classi dirigenti nazionali di risolvere i bisogni economici immediati dei cittadini. (altro…)

Due o tre cose su Fortini e il Berlusconismo

Fortini, fonte immagine: giovanicomunisti.it

 

Due o tre cose su Fortini e il Berlusconismo

 

L’ultimo brano dei due libri che contengono gli interventi di Franco Fortini su Il Manifesto (Disobbedienze I e II, Manifestolibri, 1996) nell’arco del ventennio che va dal ’72 al ’94 si intitola Cari nemici. Vale la pena riportarne l’incipit:

Cari amici, non sempre chiari compagni; cari avversari, non invisibili agenti o spie; non chiari ma visibili nemici. Sapete chi sono. Non sono mai stato né volterriano né liberista di fresca convinzione. Spero di non dover mai stringere la mano né a Sgarbi né a Ferrara né ai loro equivalenti oggi esistenti anche nelle file dei «progressisti».

Per capire le sue parole fino in fondo occorre attenzione ai tempi. È il 1994. L’anno della discesa in campo di Silvio Berlusconi e del conseguente dispiegamento dell’imponente macchina mediatica di proprietà al suo servizio. È il ’94, dicevo, e la lettera, indirizzata all’assemblea “Per la libertà di informazione” tenutasi a Milano il 7 novembre del ’94, assume i toni di un vero e proprio epitaffio, infatti venti giorni dopo verrà la morte del poeta. In essa Fortini esterna tutta la sua preoccupazione: “Ma ci sono momenti”, scrive, “in cui il solo modo di dire «noi» è dire «io». (…) Questo è uno di quei momenti. Due o tre in una vita anche lunga. Bisogna spingere la coscienza agli estremi. Dove, se c’è, c’è ancora e per poco. Quando non si spinge la coscienza agli estremi, gli estremismi inutili si mangiano lucidità e coscienza”.

Il bello degli articoli di Fortini è che non vanno interpretati. Non sono moniti da presidenza della Repubblica. I suoi interventi sono l’esempio di una coscienza lucida, rigorosa, onesta, che non risparmia, anzi direi che quasi predilige, la polemica. Di conseguenza, ancora una volta in Cari nemici egli chiarisce la sua posizione denunciando “il degrado di qualità informativa, di grammatica e perfino di tecnica giornalistica nella stampa e sui video”. Prima li paragona ai primordi del fascismo, poi si corregge “Non fascismo. Ma oscura voglia, e disperata, di dimissione e servitù; che è cosa diversa”.

A chi sta parlando il vecchio e spigoloso poeta toscano? Quando invita a non scrivere un articolo al giorno, quando invita a fottersene dell’audience e dei contratti pubblicitari, e soprattutto a essere «cattivi» e non concilianti per dare l’esempio “a quei lavoratori che dai loro capi vengono illusi di battersi attraverso le strade con antichi striscioni e poi, nel buio della Tv, ridono alle battute dei pagliaccetti di Berlusconi”; a chi sta parlando?

(altro…)

Una frase lunga un libro #70: Carlo Bordini, Memorie di un rivoluzionario timido

bordiniintera

Una frase lunga un libro #70: Carlo Bordini, Memorie di un rivoluzionario timido, Luca Sossella Editore, 2016, € 10,00

*

Il problema di ogni reduce. Lui crede che ha cambiato il mondo facendo la guerra, e invece il mondo è cambiato in pace, nel costume, ecc.. Ci sono altri dischi, le ragazze portano altri vestiti

All’inizio di questo libro, tra le avvertenze al lettore, Carlo Bordini scrive:

Tutte le irregolarità grafiche, grammaticali, ortografiche e sintattiche sono quindi volute. Mi riferisco ai capitoli che terminano senza punto, all’uso arbitrario delle maiuscole e delle minuscole, alle irregolarità nella punteggiatura, alle parentesi quadre, alle parole deformate; tutti accorgimenti volti al perseguimento di un impasto musicale fatto di dissonanze. Non si tratta infatti di refusi ma dell’uso di un linguaggio deformato, di cui ho creduto necessario servirmi per cercare di superare la piattezza dell’italiano televisivo su cui si basa il linguaggio letterario contemporaneo e per creare un impasto sospeso tra il sogno e la realtà.

Bene, c’è un’altra avvertenza che fa il recensore e che è molto semplice, riguarda il modo di porsi davanti alle pagine di questo romanzo autobiografico, ovvero di abbandonare la rigidità (non solo quella formale e lessicale) che pone l’occhio come primo ricettore delle parole scritte; per leggere bene il libro di Bordini bisogna aprire da subito anche le orecchie, bisogna immediatamente ascoltare la musica che viene già dalla prima parola, bisogna sdraiarsi o stare in piedi, bisogna aver cura della maniera che più ci consentirà di seguire il ritmo, perché se si indovina quel ritmo, il ritmo di Bordini, si comprenderà davvero ciò che questa storia personale rappresenta, un pezzo della storia di tutti noi. Leggere poi è sempre un fatto di ascolto, lo abbiamo imparato anche con le poesie di Bordini, tra gioco e profondità, abbiamo imparato l’ampia visione e la prospettiva, il campo lungo, lo sguardo profondo; le regole di Bordini sono le stesse, per niente rigide, sono flessibili e conducono alla scoperta.

Bordini racconta un numero congruo di anni della sua vita e di questo paese. Racconta senza paura l’incapacità d’amare, la sua. Che poi è comunque una capacità, ma irrealizzabile sulla distanza. Il narratore ama ma è più felice in certi momenti d’assenza, ama ma soffre, a volte non respira. Il nostro narratore non è mai sereno, scappa – naturalmente – ma sempre da se stesso. È in perenne lotta col sentimento e con la lucidità, è un scompenso ambulante, che tra timore e panico fugge, ma comunque non smette di cercare, e se non è l’amore è una carezza, e se non è un letto di una notte è il chiarore di un riparo. La ricerca continua di una spiegazione a ciò che non si spiega, che non è l’amore ma la sua completa accettazione, viverlo senza recare dolore. E invece si fugge la serenità appena la si intravede. E questo è un punto. Ci sono poi i viaggi all’estero, che era un altro viaggiare, un viaggiare sul serio, alla ricerca di tutto e di niente. Sono gli anni cinquanta, sessanta e settanta. «Tanto il romanzo finisce nel ’75. Tra non molto». La Svezia, in tanti a dormire in una stanza, le donne, gli scambi, i lavori nelle cucine, tutto era una continua scoperta. La Germania, avanti e indietro dall’Italia, per amore o altro, non importa. Trovare i soldi e ripartire di nuovo. Gli studi, le difficoltà, l’abbandono e la ripresa. La psicanalisi. L’ansia e il dolore, e poi la politica. Bordini e il Pci, Bordini trotskista, Bordini che raccontando questo aspetto importante della sua vita ci racconta un pezzo della nostra storia politica. La cosa bella, e qui conta la scrittura, è che il punto di vista è sempre personale ma lo sentiamo come collettivo. Comprendiamo Bordini quando abbandona il partito, capiamo le sue critiche ai dirigenti, li vediamo molto chiaramente quando li descrive, riconosciamo quelli che sarebbero venuti dopo, a non concludere come tutti gli altri. Bordini a Roma, Bordini alle manifestazioni, Bordini a Torino vero organizzatore. A Torino dove svolge vari lavori, la Torino delle fabbriche, delle lotte. Le città che cambiavano, le università, le lotte, il ’68.

Il giocattolo lo uccise il ’68 con tutta la sua carica di crudele novità, la crudele carica non prevista da nessuno, che scardinava tutti gli schemi, creava basi per futuri sociologi e futuri rivoluzionari, anche se nessuno se ne accorse perché lo rivestirono subito con un cappottino di vecchio rivoluzionario, gli misero in mano un fucile e una stella rossa sul berretto, cercando di esorcizzarlo e sussurrandogli: è vero che vuoi bene al papà e alla mamma?, e cercando di insegnargli a dire mam-ma, mam-ma, e lui invece a dire parolacce.

Il ritmo, lo vedete, le parole, il suono, la ricerca del linguaggio, il disegno personale che diventa paesaggio di tutti. È un romanzo che ipnotizza e allo stesso tempo ti culla, ti fa venire voglia di svegliarti. Bordini scrive che la sua è la storia di un disadattato, ma non lo siamo tutti? La vita non è altro che la ricerca costante di un equilibrio e molti sono i modi di cercarlo, si procede per tentativi, Bordini ci ha raccontato i suoi, ha richiesto la nostra attenzione, ha messo la sua storia al servizio del lettore, facendo fatica e mostrandoci di nuovo quanto sia mobile il linguaggio, quanto ancora lo si possa reinventare, rispettandolo senza averne paura. Memorie di un rivoluzionario timido è un libro che commuove, e ognuna di quelle frasi spezzate provoca una lacerazione che riguarda ciascuno di noi.

*

© Gianni Montieri

LETTERA APERTA DI UN CITTADINO AL SEGRETARIO DEL PARTITO DEMOCRATICO, PIERLUIGI BERSANI

bersani11-640x420

Gentile segretario Pierluigi Bersani,
chi Le scrive è un semplice cittadino Suo elettore, accorto e memore di quanto la storia di questo Paese gli ha riservato nella sua politicamente trista esistenza. A mano a mano che si rincorrono voci, senza smentite, intorno alle strategie che Lei sta mettendo in atto al fine di eleggere il nuovo Presidente della nostra Repubblica, aumenta il mio disgusto nei confronti della modalità strategica e tattica del partito per cui ho votato e che Lei guida.
Non Le è sufficiente che lo schieramento, sfrangiato e convulso, del Movimento 5 Stelle proponga un nome che, se non erro, ha ricoperto la carica di presidente del partito in cui affonda le sue radici la formazione di cui Lei è attualmente, transitoriamente e ancora per poco leader? Sul nome di Stefano Rodotà convergono non soltanto consensi, ma anche speranze, da parte di chi sa riconoscere la limpidezza e l’autonomia di giudizio, la tutela dei valori costituzionali, l’etica personale fattasi pubblica, l’assoluta assenza di ambiguità, la marcata esperienza personale. Lei si ostina a trovare un accordo così detto “di larghe intese”, escludendo a priori la possibilità che le larghe intese si facciano con un movimento che rappresenta un terzo dell’elettorato italiano e che urla il suo disagio rispetto proprio ai tatticismi e alle trovate old style in cui Lei si sta rivelando magistrale, come il Suo referente più vicino, Massimo D’Alema. E’ abbastanza scandaloso che, al netto di qualunquismi a cui, in quanto intellettuale, non partecipo, ci si ritrovi a ragionare intorno a ex socialisti antiabortisti che effettuarono un autoritario e per nulla autorevole prelievo forzoso e diretto dai conti correnti degli italiani, oppure a una figura angosciantemente legata a un passato che il popolo dei Suoi votanti rigetta come scarto dell’ultima rovinosa stagione democristiana.
Che Lei non chiuda da subito la partita sul nome di Stefano Rodotà è una ragione di più per astenersi dal votare il partito che Lei, tra qualche mese, fortunatamente o meno, smetterà di guidare, e rispetto al quale lascia tuttavia una premessa imprescindibile: una sorta di angoscia e ambizione corrosiva che si esplica in ritologie asfissianti e ormai postume. La Sua figura esprime talvolta una rudimentalità simpatica, spesso invece una abominevole consustanzialità con tecniche che non hanno nulla dell’avanguardia sociale e sono bensì votate a esprimere una sentenziosità reazionaria e stomachevolmente imbelle. Si legge secondo i segni di un qualunquismo, che appartiene a segretari che L’hanno preceduta alla guida del partito (mi riferisco al signor Walter Veltroni), la consultazione di parti sociali sincronica a quella dello scrittore Roberto Saviano, non interpellato quanto alla cultura, della quale il partito è evidente non sa che farsene, bensì quanto alla legalità, con mossa apparentemente furbetta e invece patentemente populista, generica, superficiale e dannosa. Spiace per Lei e per i Suoi ragionamenti che una parte della popolazione non sia così intrusa di feltro nei lobi cerebrali da non capire le strategie di sopravvivenza che Lei e i Suoi alleati interni di partito state mettendo in atto.
Le chiedo di ravvedersi, di ascoltare i Suoi alleati, di compiere una scelta che non ci faccia morire democristiani e berlusconiani, di arrischiare un atto di coraggio che i Suoi simpatizzanti realizzano in carne e ossa e sangue ogni dì, mentre i Suoi vicini di scranno no: scelga il nome di Stefano Rodotà e dia una prospettiva di futuro a questo Paese stremato e indocile, bellissimo e assai contestabile, inquieto e a suo discapito tragico.
Cordialmente,
lo scrittore Giuseppe Genna

solo 1500 n. 79 – Il politologo non legge poesia (e manco narrativa)

libreria

solo 1500 n. 79 – Il politologo non legge poesia (e manco narrativa)

Siamo di nuovo in campagna elettorale. Purtroppo. Di conseguenza è aperta la corsa al parere (intervista) al politologo (o sondaggista) di turno. Nei telegiornali funziona così: intervista al politico di uno schieramento, di un altro, rimbalzo da un altro e in mezzo: il parere volante del politologo. L’opinione viene strappata, solitamente, tra le mura domestiche (specialmente se i Tg sono quelli del periodo di festività natalizie). Il nostro politologo si lascerà cogliere in pullover scuro, davanti alla propria libreria. L’aria domestico-chic pare piaccia. Io non ascolto mai cosa dice l’esperto in pantofole ma guardo i dorsi dei suoi  libri. Il politologo non possiede narrativa, non legge poesia. Il politologo dentro casa sua tiene in bella vista soltanto dei corposissimi saggi. Vi pare possibile? A me no. C’è una scena che non vediamo: l’esperto sguinzaglia i figli a nascondere, nella migliore delle ipotesi, i Romanzi, nella peggiore i libri di Fabio Volo. La moglie che corre in bagno con la Littizzetto tra le mani. Le 150 sfumature arcobaleno nascoste sotto i cuscini del divano. Per non parlare del ragù spento per non fare odore. Che si inquadrino soltanto i manuali di sociologia. Solo che non ce li vedo i figli del politologo a nascondere un Pagliarani. Si spera in una libreria in altra stanza a sfavore di telecamera. Da vero illuso non voglio nemmeno pensare che il domestic-chic non abbia nemmeno un Elefante in casa.

Gianni Montieri

Solo 1500 n. 73 – Ne ho trovato uno

Solo 1500 n. 73  Ne ho trovato uno 

Ne ho trovato uno, finalmente! Uno non mimetizzato. Su un treno, tra la gente, maglioncino azzurro, camicia bianca, rayban al collo (anche se è sera e diluvia dal mattino). Trentacinque anni, più o meno, gli occhi piccoli due fessure e soprattutto due libri: “Come Berlusconi ha cambiato le campagne elettorali in Italia” e “Come vincere le elezioni e governare”. Quelli così, li avevo sempre pensati in uffici di lusso, in case da ricchi, in prima classe; invece il pidiellino, o aspirante tale, se ne sta seduto di fronte a me, in seconda classe, e studia. Studia come fare le campagne elettorali, o meglio: studia come le ha fatte Berlusconi per vent’anni. Prendi una balla, gonfiala, dichiarala, usala, smentiscila, attacca, invoca la libertà. Sorridi. Tieni i capelli in ordine. Sorridi. Va detto che il ragazzo di fronte ha un taglio di capelli inappuntabile, da praticante di Studio legale, da commercialista, aspirante finanziere. Parlamentare. Ma c’è un dettaglio che lo riporta su un altro livello, quello di Aspirante e basta. Il cellulare. Niente Blackberry, niente Galaxy, Iphone manco a parlarne. Il ragazzo ha un banalissimo Nokia, molto più vecchio del mio attuale ma anche dei miei precedenti. Ma che tristezza. Fossi un altro, gli parlerei. Proverei a spiegargli che l’unica cosa vera che ha è quel Nokia e, forse, il brufolo sotto al mento (inacettabile), ma sono le dieci di sera e sono stanco, lo do per perso e, invece di parlargli, scrivo. E gli scatto due foto di nascosto.

Gianni Montieri

Saverio e tu cosa diresti?

Saverio e tu  cosa diresti?

Se ti ripenso, negli ultimi anni, steso a letto, sempre su un fianco, sempre lo stesso, la televisione  accesa e d’inverno, la zazzera bianca (solo quella) che usciva da sotto le coperte. Ancora mi arrabbio, ma ormai poco, se penso al modo in cui rinunciasti a vivere. In fondo cos’era stato poi? Una caduta dalla bici, da fermo peraltro. Tu che eri super attivo anche a quell’età, avresti dovuto riprenderti in poco tempo, una rottura del femore è nulla. Invece rinunciasti, ti adagiasti. Dicevi che la fisioterapia ti dava troppo dolore. Fosti debole, nonno, o soltanto stanco. Vabbè, è andata come è andata. Ogni tanto mi manchi, non sempre, ma ogni tanto sì. Stavi fermi a letto ma ti incazzavi ascoltando le notizie. Il telegiornale lo chiamavi: ‘O giurnale radio. Evocando in me scene che si svolgevano in vecchie cucine, durante e dopo la guerra. Quelle bellissime radio. Ti incazzavi per il Napoli ma soprattutto per la politica. Quando sentivi, già a quel tempo, anni ottanta, parlare di manovre finanziarie, debito pubblico, blocchi di pensioni, ti giravano le balle sul serio. Dal letto gridavi (e non sempre ti si capiva) che erano tutti mafiosi. La nonna ti diceva di smetterla. Ma tu non la smettevi e giù insulti: Andreotti mariuolo, Spadolini mariuolo. De Mita l’avresti fatto secco, su Craxi non ti pronunciavi, non l’avevi inquadrato bene. Ti piaceva Berlinguer dicevi che era uomo d’onore. Ma a volte ti incazzavi anche con lui. Come facevi con i ciclisti durante il Giro d’Italia, durante le salite. Con i tuoi preferiti ti arrabbiavi ma per esortarli. Mi ricordo a un Giro, vinse Battaglin, certo non uno dei più forti di sempre, che ti entusiasmò. Andasti avanti settimane a dire: “So’ cuntento, ha vinciuto Battaglin, ‘o guaglion’ se l’ha faticat’ “. Ti affezionavi a certi personaggi piuttosto che a altri. Odiavi Beppe Savoldi. Sono vent’anni che non ci sei più e quando leggo le notizie sui giornali, ogni tanto, ti penso, penso a cosa diresti. Su gente come Alfano, Cicchitto, Gasparri, per non parlare di Bossi. Troveresti ridicolo Bersani. Odieresti Silvio e pure questo Papa. Ogni tanto, di nascosto dalla nonna, me lo dicevi che i preti ti stavano sulle scatole, poi ridevi. E, ti abbiamo visto, nonno, quando imbrogliavi nel dire il Rosario. Non te ne fregava una mazza ma non camminavi, non potevi scappare da nessuna parte. No, non ti piacerebbero  questi politici, nemmeno i programmi TV. A te piaceva, Corrado. E di Pippo Baudo dicevi: Nù professionista, sape faticà. Non ti piacerebbero un sacco di cose come non ti piacevano allora. Forse adesso proveresti un disprezzo maggiore o magari non te ne fregherebbe più nulla. Altre cose che ricordo di te: quando si passava dall’ora legale alla solare o viceversa, andavi avanti i mesi successivi a ripetere come litania: Mò fossen ‘e tre, mo fossen’ ‘e quatt’. Prima, invece, andavi al bar a giocare a carte: scopa o tressette. Eri bravo ma non abbastanza, quando avevi in mano una carta che contava, ti si illuminava il viso. Nonno, ti facevi beccare.

Gianni Montieri

PORCI SENZA PERLE… – n°1

L’orrendo Sacconi, così come Berlusconi, è solo un sintomo perniciosissimo, da eliminare certamente, ma non è la malattia…
La malattia è un sistema che consente a personaggi del genere di ottenere le più alte cariche istituzionali e di distruggere la vita di milioni di persone. Se non si attacca il sistema è inutile chiedere scuse ufficiali per questa o quella gaffe oppure dimissioni per manifesta incapacità: arriverebbero altri ad occupare le poltrone di nuovo disponibili e non sarebbero migliori, ma solo più furbi e coperti. Prendiamo ad esempio la sedicente “opposizione” parlamentare: pare attendere al varco la fine di questo governo, ma non prima di avergli lasciato fare tutto il lavoro sporco i cui frutti erediterà senza essersi sporcata apertamente le mani.
Se il bersaglio delle lotte sociali non è “il sistema” ma le persone che lo incarnano di volta in volta, ogni espressione di dissenso assumerà la forma (e la sostanza) di una ipocrita condanna borghese, tanto politicamente corretta quanto inefficace e pericolosa. Il pericolo deriva dal tipo di critica politica impostata sul personalismo. Affermare che un’equa amministrazione della cosa pubblica dipenda dall’onestà di chi detiene le leve del potere, implica la legittimazione del sistema come struttura politico-economica adatta al buon governo. Accettare la visione de “l’uomo giusto al posto giusto” impone una fuorviante “questione morale” – che tanti governi democristiani hanno venduto con successo ai comunisti parlamentari compiacenti o sulla via del tramonto – che occulta il nocciolo del problema: il sistema capitalista.

Il suffragio universale, vi dico, è l’esibizione più larga e allo stesso tempo più raffinata del ciarlatanesimo politico dello stato; senza dubbio uno strumento pericoloso e che richiede grande abilità da parte di chi se ne serve ma che, se lo si sa bene utilizzare, è il più sicuro mezzo per far cooperare le masse all’edificazione della loro propria prigione (…) Le forme dette costituzionali o rappresentative non sono in nessun modo un ostacolo al dispotismo statale, militare, politico e finanziario (…) Ma, si può dire, i lavoratori, resi più saggi dalle stesse esperienze da loro fatte, non manderanno più dei borghesi nelle assemblee costituenti o legislative, vi manderanno dei semplici operai (…) Sapete quale sarà il risultato? Che gli operai deputati, trasportati in condizioni di esistenza borghese e in una atmosfera di idee politiche tutte borghesi, smettendo di essere dei lavoratori di fatto per diventare uomini di Stato, diventeranno dei borghesi, e saranno forse più borghesi degli stessi borghesi. Dato che non sono gli uomini a fare le posizioni, bensì le posizioni a fare gli uomini.

(Bakunin)