Pokémon

Tutti i post di Natale #2: La professoressa gioca ai videogiochi

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

dal sito Ubisoft

dal sito Ubisoft

 

Per ovvie ragioni di privacy, i nomi sono di fantasia.
Il mio tunnel carpale da joystick no.

«Ma anche un videogioco va bene», dico a Matteo un po’ per convinzione e un po’ per tagliare corto.
Sto conoscendo i pargoli di prima da una settimana, ho chiesto loro di scrivermi in una paginetta i motivi per cui dovrei leggere un libro, un fumetto, guardare una serie tv che li ha colpiti. Voglio vedere come scrivono, insomma, se intuitivamente saprebbero farmi una scheda di lettura e soprattutto qual è il loro immaginario di riferimento. Non so ancora che qualcuno mi rivelerà il finale di Riverdale. Ma insomma c’è che Matteo, alla mia richiesta, viene alla cattedra e mi dice che lui non legge e non guarda. Immagino da subito che ci sarà da lavorare, ma intanto, un po’ per tagliare corto e un po’ per convinzione, gli dico: «ma anche un videogioco va bene».
Lui si illumina di gioia. Poi si disillumina, e mi dice: «Ma professoressa, lei non li conosce.»
«No Matte’», gli dico. «Te non hai capito.»
Quando da minuscola avevo una consolle tutta fili e cassoni, e baravo usando la pistola davanti allo schermo invece che dal divano, il gioco che andava per la maggiore si chiamava Alex Kidd, dove il ragazzino in questione, che doveva attraversare mondi per salvare una principessa, aveva un taglio di capelli di inquietante somiglianza con quello di mia sorella allora duenne. Alex Kidd entrò nel lessico familiare costringendo perfino la perplessa Madre ad arrendersi: nella versione orientale, il ragazzino divorava alla fine di ogni quadro un onigiri, sostituito nella versione occidentale da un panino farcito a molti gusti. «Cosa vuoi mangiare a cena?», diceva allora la Madre. E io rispondevo: «un Alex Kidd».
Ma io adoravo Sonic, l’istrice velocissimo. Non ho mai finito quel gioco, che ha diviso il mondo in due scuole di pensiero peggio della filosofia hegeliana: chi vuole superare i livelli, chi raccoglie maniacalmente tutti gli anelli. Riusciva a finirlo mia zia, che tornata stanca dal lavoro afferrava il joystick e, in multitasking con qualche lamentela, divorava i quadri con il metodo rapido e fermo con cui si spiccia casa totalizzando record anche nei livelli bonus.
Erano videogiochi bidimensionali, a scorrimento. Non scomoderò mostri sacri come il Tetris o il Pac-Man, o santo cielo Frogs. Dirò poco delle giornate passate nei bar a infilare gettoni a Street Fighter (la rassegnazione a prendere Blanka pur di sconfiggere un nemico, la scoperta del fascino dell’ambiguità sessuale con Vega). Non parlerò della tentazione di ricomprare un certo modello di telefono dopo aver scoperto che ha lo Snake integrato. I pomeriggi passati con mia sorella, che a quel punto aveva un bel taglio di capelli, al simulatore (sparatorie, leoncini in fuga, corse di motoscafi, combattimenti, partite di calcio, invasioni aliene, attacchi zombie, avventure di samurai), quei pomeriggi sono più che altro ricordi miei, e poco interessanti.
Quello che Matteo si chiedeva è: questa bacucca dietro la cattedra ha davvero idea di cosa io faccia il pomeriggio quando accendo una consolle? (altro…)

La professoressa gioca ai videogiochi

 

 

dal sito Ubisoft

 

Per ovvie ragioni di privacy, i nomi sono di fantasia.
Il mio tunnel carpale da joystick no.

«Ma anche un videogioco va bene», dico a Matteo un po’ per convinzione e un po’ per tagliare corto.
Sto conoscendo i pargoli di prima da una settimana, ho chiesto loro di scrivermi in una paginetta i motivi per cui dovrei leggere un libro, un fumetto, guardare una serie tv che li ha colpiti. Voglio vedere come scrivono, insomma, se intuitivamente saprebbero farmi una scheda di lettura e soprattutto qual è il loro immaginario di riferimento. Non so ancora che qualcuno mi rivelerà il finale di Riverdale. Ma insomma c’è che Matteo, alla mia richiesta, viene alla cattedra e mi dice che lui non legge e non guarda. Immagino da subito che ci sarà da lavorare, ma intanto, un po’ per tagliare corto e un po’ per convinzione, gli dico: «ma anche un videogioco va bene».
Lui si illumina di gioia. Poi si disillumina, e mi dice: «Ma professoressa, lei non li conosce.»
«No Matte’», gli dico. «Te non hai capito.»
Quando da minuscola avevo una consolle tutta fili e cassoni, e baravo usando la pistola davanti allo schermo invece che dal divano, il gioco che andava per la maggiore si chiamava Alex Kidd, dove il ragazzino in questione, che doveva attraversare mondi per salvare una principessa, aveva un taglio di capelli di inquietante somiglianza con quello di mia sorella allora duenne. Alex Kidd entrò nel lessico familiare costringendo perfino la perplessa Madre ad arrendersi: nella versione orientale, il ragazzino divorava alla fine di ogni quadro un onigiri, sostituito nella versione occidentale da un panino farcito a molti gusti. «Cosa vuoi mangiare a cena?», diceva allora la Madre. E io rispondevo: «un Alex Kidd».
Ma io adoravo Sonic, l’istrice velocissimo. Non ho mai finito quel gioco, che ha diviso il mondo in due scuole di pensiero peggio della filosofia hegeliana: chi vuole superare i livelli, chi raccoglie maniacalmente tutti gli anelli. Riusciva a finirlo mia zia, che tornata stanca dal lavoro afferrava il joystick e, in multitasking con qualche lamentela, divorava i quadri con il metodo rapido e fermo con cui si spiccia casa totalizzando record anche nei livelli bonus.
Erano videogiochi bidimensionali, a scorrimento. Non scomoderò mostri sacri come il Tetris o il Pac-Man, o santo cielo Frogs. Dirò poco delle giornate passate nei bar a infilare gettoni a Street Fighter (la rassegnazione a prendere Blanka pur di sconfiggere un nemico, la scoperta del fascino dell’ambiguità sessuale con Vega). Non parlerò della tentazione di ricomprare un certo modello di telefono dopo aver scoperto che ha lo Snake integrato. I pomeriggi passati con mia sorella, che a quel punto aveva un bel taglio di capelli, al simulatore (sparatorie, leoncini in fuga, corse di motoscafi, combattimenti, partite di calcio, invasioni aliene, attacchi zombie, avventure di samurai), quei pomeriggi sono più che altro ricordi miei, e poco interessanti.
Quello che Matteo si chiedeva è: questa bacucca dietro la cattedra ha davvero idea di cosa io faccia il pomeriggio quando accendo una consolle? (altro…)

Bernardo Pacini, La drammatica evoluzione (anteprima)

coperta

Bernardo Pacini, La drammatica evoluzione

 

Dalla nota introduttiva dell’autore:

“La drammatica evoluzione” è un libretto composto da trenta poesie, scritte secondo gli stilemi di alcune forme tradizionali come l’epigramma, il limerick, il dispetto in ottava e il mottetto. L’espediente tematico è il mondo fantastico dei Pokémon, i noti mostriciattoli dei cartoni animati e videogiochi giapponesi, qui chiamati a comporre una vera e propria micromitologia che si muove nella direzione dell’autobiografia poetica, tramite un processo di mimesis con loro: in questo modo, ho voluto affrontare lo strappo tra la fine dell’infanzia e ciò che è venuto dopo. […]”

 

(da DIECI EPIGRAMMI DI DROWZEE, DIVORATORE DI SOGNI)

ASH KETCHUM

In testa ha un cappellino, lavora a Burger King:
:::::::::«Ma porco Nidoking, che merda di destino».
In radio, un motivetto: “You gotta catch ‘em all…”
******«Al tempo spopolò. Mi piacque, sì, lo ammetto.»
Mentre consegna un ketchup, ripensa ai tempi andati:
*******ricordi un po’ ammassati, è necessario un check-up.

Quello che era passione, non era professione.
*******Non era che un assaggio, un tiepido miraggio.

La strada era il Team Rocket, i soci criminali.
*******Al bando gli ideali: violenza, spaccio e racket.
Che fare? È troppo tardi: la scelta è stata fatta.
*******La vita pari e patta: seicento euro lordi.
«Ma poi, cos’è rimasto?» Ci pensa rabbuiato,
*******contando il ricavato, scontrini e buoni pasto.

Un Pikachu bastardo, di paglia, sul parquet,
*******due o tre sfere poké, lasciate sul biliardo

 

 ARTICUNO

Uccello leggendario, notevole il piumaggio.
*****Di nobile lignaggio, celeste dignitario.
Si scopre solo e bieco, non ha mai avuto un nido.
*****Se lancia alto un grido, risponde solo l’eco.
Dal fondo dei ghiacciai, lamenta questo esilio.
*****Strilla: «Nulla nessuno, in nessun luogo mai».

Risponde – se risponde – il dio-poeta Drowzee:
*****«Perché non ti trattieni e ostenti il tuo sapere?
Che pensi di ottenere citandomi Sereni?
*****Lo fai per compiacermi, ma io che posso fare?
Altissimo Articuno, se ci pensavi prima…
*****D’altronde tu fai rima da sempre con “nessuno”».

 

(da CINQUE DISPETTI RANCOROSI DI SLOWBRO)

JYNX

Se c’è qualcosa che Slowbro detesta
è quella zingara algida e subdola.
Jynx è una racchia ma fa la cubista
molti Machamp hanno avuto la fregola.
Si sa, da giovane ha tanto aspettato
principi azzurri con Ponyta alato.
Slowbro conferma che Jynx fu scartata
ad un colloquio per fare la tata.

 

PERSIAN

Se c’è qualcosa che Slowbro disdegna
è lo snobismo piccato di Persian
quando al mattino si passa in rassegna
con occhio languido si lecca il dolman.
Emana un fascino trito, scontato
fa una virtù del suo esser castrato.
Slowbro è sicuro che faccia le fusa
per solitudine. È quella, che accusa.

 

MR. MIME

Se c’è qualcosa che Slowbro non stima
è quella faccia da schiaffi dipinta
quel disagiato scampato a Hiroshima
che si nasconde dietro al fondotinta.
Imita, ride, spernacchia sfacciato
per occultare quel volto sfregiato.
Slowbro è persuaso che quel Mr. Mime
sotto la maschera non rida mai.

 

(da DIECI LIMERICK DRAMMATICI DELL’EVOLUZIONE)

MAGIKARP

Quel Magikarp era lieta incoscienza,
viveva a largo, mai vista una lenza.
Lui che agognava il lago,
si è trasformato in drago.
Che se ne fa di un’immensa potenza?

 

HITMONLEE

Disse sprezzante ma fiero Hitmonlee:
«Nacqui evoluto: mi basta così».
Poi vide nella rete
due Butterfree impigliate.
E per la prima volta trasalì.

 

GRIMER

Grimer faceva gli sciacqui col cloro,
usava un balsamo assai duraturo.
Si dedicò all’igiene
ma lo sapeva bene:
stava per diventare anche più impuro.

 

(da CINQUE MOTTETTI NOSTALGICI DI JIGGLYPUFF)

DIGLETT

La catàbasi, l’affondo
le sue doti naturali.
Un legame assai profondo
familiare con l’abisso.

All’attacco del nemico
lui oppone la sua mossa:
resistendo, combattendo
Diglett scava la sua fossa.

 

CHARMELEON

«Cosa chiedo a questa vita
frastornata dagli effetti?
Logorata, inaridita
dentro il rogo dell’ambiguo.

A che vale la tenacia
se scatena un altro vuoto?
Ma resiste, ancora brucia
questa fiamma alle mie spalle.»

© Bernardo Pacini