poetry

CHET BAKER, tra biografia e poesia

Chesney Henry “Chet” Baker Jr. (Yale, 23 dicembre 1929 – Amsterdam, 13 maggio 1988)

Chet Baker è stato uno dei maggiori interpreti ‘bianchi’ del jazz nel secondo Novecento. Su di lui s’è scritto e detto sempre molto, proprio perché il suo suono era perfetto e ammaliante così come la sua voce, la tromba intonatissima come la sua intenzione – un termine questo che denota anche una capacità profonda d’attenzione, una qualità estendibile a tutto il mondo dell’arte, cruciale e necessaria. Chet Baker va ricordato perché la sua musica fu evocativa e delicata ad ogni nota e possedeva tutte le qualità estrinseche dell’arte appunto, non ultima la volontà di mettere in relazione più campi, come vedremo tra poco. Si crede spesso che fosse la sua condizione di tossicodipendente il motore che poteva innescare una facile propensione al trasformismo (fu musicista, attore e altro), eppure la versatilità da uomo di spettacolo è una dote artistica che riconduce anche verso altre direzioni, e nutre i rispettivi campi d’interesse producendo risultati sempre alti nel suo caso.

Qualche anno fa è stato pubblicato postumo un volume autobiografico, As Though I Have Wings. The Lost Memoir, The Chet Baker Estate, 1997 (Come se avessi le ali. Le memorie perdute, minimum fax, 1998-2008, traduzione di Marco di Gennaro), una biografia ‘autorizzata’ dagli eredi (e molto simile nella scrittura a quella di Billie Holiday), in cui la vita viene spesso tradita da racconti fantasmagorici su un passato – verrebbe da dire – verosimile. Gli aneddoti si incastrano in un tessuto a tratti filmico: la vita del musicista scanzonato, anche goliardico, sempre squattrinato, degna d’una commedia di Billy Wilder, è condita da spaccati di vita ‘altra’. I tempi della droga (dell’eroina) si misurano sui tempi della musica, e sono frazionati all’unisono e su “intervalli giusti”. Avere le ali – simbolico della condizione anche dell’eroinomane – è per Baker anche un modo di dirsi, di elevarsi al di sopra d’una condizione di esecutore: il suo strumento parlava e parla ancora una lingua e uno stile noti ed identificabili. Noi tutti possiamo rintracciare il clima di quegli anni ’50, molto narrati nella letteratura statunitense (si pensi a Richard Yates) e un certo vuoto di senso dilagante, nonostante la ricostruzione ‘civile’ postbellica: il sapore della California spensierata eppure amara di Chet Baker in quelle sue pagine perdute e ritrovate, è anche quella sensazione di non-conciliazione dell’io con un mondo che può offrire tutto ma non concede quasi nulla ed è dunque possibile per Chet una continua fuga verso l’altrove, nella musica che come si sa non è arte tangibile, eppure è pregnante e riempie laddove la quotidianità sottrae. Un’esistenza scapestrata e spietata alla ricerca d’un punto fermo, d’un ingaggio – l’ennesimo – e d’una paga. – Si facevano tutti – qualcuno diceva (e lui pure, lo diceva e l’applicava); viene in mente Bird di Clint Eastwood, dedicato al sassofonista Charlie Parker, che esce proprio nell’anno della morte di Chet Baker: è il 1988.

Dell’88 è anche un documentario in bianco e nero straordinario che parla della sua vita, Let’s get lost di Bruce Weber: quell’America suonata, forse povera di valori, perduta in se stessa, intrisa d’una calma apparente, è rivelata nel volto di Chet giovane e nel volto di Chet poco prima della scomparsa, invecchiato, rugoso, consumato dall’eroina. Lui suona e canta con la stessa intensità, con la stessa precisione. La sua vita e la musica sono la stessa cosa, coincidono alla fine e coincideranno all’infinito.

Ma perché ricordare questo musicista, che era stato amico del gigante Parker e che con lui nel ’52 e successivamente aveva suonato, con lui e con altri pilastri, tra cui Dizzy Gillespie, Stan Kenton, Stan Getz? Perché l’88 è l’anno della registrazione di un LP unico e prezioso, che coniuga inaspettatamente jazz – standard e originale – e poesia.

S’intitola Chet on poetry e fu pubblicato dalla Novus di Roma nel 1989, e vede la partecipazione di grandi jazzisti italiani del calibro di Nicola Stilo al flauto, piano e synth, Enzo Pietropaoli al basso, Roberto Gatto alla batteria, e le voci di supporto di Alfredo Minotti e Carla Marcotulli, Diane Vavra e Paul Cantos con cui Chet Baker da qualche tempo, avendo passato in Italia e in Europa buona fetta della fine della sua vita. Originali e grandi classici (tra cui Almost Blue di Elvis Costello, in una versione magnifica) per attraversare la parola e le note come se fosse l’ultima volta: per Baker ogni esecuzione sembra l’ultima, la più sincera, totalizzante.

Portami dove sono già stato
chino sull’acqua
fuori il deserto mulino invaso da rovi
fa ancora quel fuoco?
Porta in palmo di mano
le sete e i velluti della cecità.

Questa la presumibile ricostruzione metrica dei versi delle liriche di Gianluca Manzi e Maurizio Guercini, che chiudono l’album; una lettura sia in inglese sia in italiano di Baker, ci accompagna e ci porta in un terreno di contatto tra la musica e la poesia, rafforzando la verità della prima e lo stimolo ad accordare l’orecchio per intendere la seconda, e che rivela a noi – ancora una volta – quale fosse l’anima multiforme ed elegante di Chet.

L’idea dell’album fu di Maurizio Guercini, che dirigeva allora anche una galleria: lo racconta il pittore e scultore Andrea Nurcis, il quale segnala anche che Guercini si ispirò ad alcuni disegni che proprio Nurcis espose lì nel 1987, per scrivere i versi che Chet recita. Gli stessi furono utilizzati come “presentazione” della mostra. La copertina dell’album, invece – ricorda ancora Nurcis -, è stata realizzata dal pittore romano Piero Pizzicannella.

[Su youtube non si trova la lettura in italiano qui citata, utilizzata però come sigla di questo programma radio, ma una lettura in inglese, incipit di questa magnifica esecuzione di In a sentimental mood di Duke Ellington. Altre tracce son reperibili in rete.]

*ps. Questo pezzo l’ho scritto seguendo l’istinto ‘da fan’; qualunque piccola imprecisione segnalata è ben accetta!