Poetica dell’ombra

Bustine di zucchero #24: Fëdor Ivanovič Tjutčev

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Tjutcev

Fëdor Tjutčev, che guardava dalle rive del Neva la cupola di sant’Isacco e preservava la poesia in un silentium fatto di pensieri magici e arcani («ascolta il loro canto – e taci!..») perché consapevole che una persona non potrà mai comprenderne profondamente un’altra, per i temi trattati e le «ansiose visioni» che, come dice Ripellino nella prefazione einaudiana del 1964, sotto una calma indole rivelano «una spasmodica irrequietezza», è considerato l’antesignano del Simbolismo russo. Se, sul piano della prossimità e della consonanza, da una parte egli sembra vicino a Lermontov per lo stato d’animo marcatamente soggettivo, dall’altra è associato a Puškin per il tono della lirica, impersonale e scevra di dati biografici. Senz’altro Tjutčev «canta il dolore dell’anima del mondo, quel dolore [che] sembra farsi intimo e soggettivo, come in un individuo, in una creatura o in una persona» (Poggioli) e questo perché la sua cultura artistica fu di ispirazione germanica, direttamente a contatto con l’Idealismo tedesco – Heine e Schelling per fare due nomi; leggiamo quindi in lui «una poesia del Weltschmerz». Nondimeno la sua inclinazione meditativa accoglie argomenti metafisici e cosmici. Dal breve componimento Oh come la fumata in alto splende si potrebbe tracciare una “poetica dell’ombra” e rievocare un mondo in cui si muovono, nelle diverse stanze della poesia, proiezioni soffuse, voci, apparenze dai toni non davvero rilucenti, anzi talvolta opachi e malinconici. Montale, in Satura, nel ricordare il fratello di Drusilla Tanzi – fratello da lui «amato senza averlo conosciuto» – dice alla fine che è possibile «amare un’ombra, ombre noi stessi», equiparando in tal senso il mondo dei vivi e quello dei morti. E ancora, Queneau in due versi assimila tutta l’esistenza umana giacché «ombra la vita ombra la morte» e «ombra è colui che s’invola». L’ombra fuggitiva – non “di piacere” come recita una poesia di Kavafis, bensì di inquieta malinconia come questi versi – esala simile al fumo, ma non è della stessa sostanza del fumo vivido e luminoso della luna. Ecco, allora, la distanza fra il lucore irraggiungibile tanto ambito dall’uomo e la finitudine della vita, né più né meno, appunto, di un’ombra proiettata sul muro o per terra; non l’altitudine brillante e vagheggiata, all’uomo negata, ma l’esistenza inchiodata a un’imperfettibile umanità, una «valle mortale» che, tuttavia e con ardito slancio, si spinge per catturare scintille di una comprensione superiore.

Bibliografia in bustina
F. Tjutčev, Poesie (Prefazione di A.M. Ripellino, traduzione di T. Landolfi), Torino, Einaudi, 1964, p. 69.
F. Tjutčev, Poesie, Milano, Adelphi, 2011, p. 71, che ripropone la traduzione di Landolfi senza la prefazione di Ripellino (un articolo più esteso è consultabile a questo link).
R. Poggioli, Il fiore del verso russo, Torino, Einaudi, 1949; rist. Firenze, Passigli, 1998, pp. 26-28.
E. Montale, Satura 1962-1970 (sez. Xenia I, 13), Milano, “Specchio” Mondadori, 1971; ora in E. Montale, Tutte le poesie, Milano, Oscar Mondadori, 1990, p. 301.
R. Queneau, L’istante fatale (a cura di F. De Poli, prefazione di F. Scotto), Firenze, Passigli, 2004, p. 95.