Poeti nati negli anni ’80

5 testi da “Il non potere” di Davide Nota

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di Davide Nota


L’arcano


Nel cuore il sole immette un sortilegio
come un fantasma buono d’ambo i sessi
ed è una voce che traluce il nome
dentro la stanza che traduce oggetti.


Tu sei con loro nella storia vaga,
nel tentativo assurdo e il privilegio
di esistere per dote o per difetto
come un transex arcano per la strada

di chi non fa rinuncia e tutto perde,
di chi la morte preferisce a iosa
piuttosto che la corte vomitosa
dei lividi sorrisi e delle merde.

Tu sei nel rosso dove adesso appena il verde
lucore delle foglie sfiora il dosso,
ti chiese l’antenato di descrivere
la neve sopra il corpo e le radici.


Stanza


Questo naufragio di ventre e polmoni
sotto le costole marroni del tetto
è la riaperta ferita del neon
al clicchìo costretto degli interruttori.

«Che ridi?» mi chiedesti, sorridendo.
Io ti risposi un timido: «no, niente».
Contempleremo nel quartiere orrendo
i bar che si riempiono di gente.

«Tu vedi di studiare qualche cosa…».
Ma adesso pure noi si sa che si è
qualcosa, tra le cose: un accumulo

di prole in disavanzo,
che solo la bufera ci promette
sul tavolino bianco questa rosa.


Gli orfani


Occorre ritrovarsi. Su questo bagnasciuga
reticolato. Dentro queste macchie
di acquerelli e pixel. Nel cielo
sfibrato. Occorre comunque ritrovarsi.

L’immagine è sfocata. Un’ombra
accartocciata ai piedi del mare.
(Non lo so neanch’io, no: non lo so…).
Sulla battigia desolata
gli uomini in fuga cercano un rifugio
e i deboli un lungo sonno.

Così come orfani del mondo
incatenati nella febbre a vita
del giorno: è così, sì, va bene…
Ma sebbene le tubature siano molte
e la sorgente unica
l’origine, Giulia, è dentro l’assedio.


Leggendo Eschilo


La mia giornata è senza senso e non sarà
possibile costruire una fortezza necessaria
per dire è questo, è quello.
Io sfoglio libri alla rinfusa
come le pagine di Topolino e Focus. Non leggo Bataille,
inizio Proust ma mi distraggo. E presto è l’ora
di farmi un giro su Youporn.
E quando arrivo a sera sono stanco.
A volte penso che si perda crescendo
la facoltà di intendere le cose,
io per esempio non comprendo più cosa significhi
avere un mondo interiore.
Escluso dai candidi pepli e dai banchetti
esecrabili, non il canto delle Erinni
mi spezzerà la vita.
E nessun coro che scavi
in questo bulbo corroso.


La promessa del fiore


Brilla per sempre, relativa stella
alla distanza da cui mi avvicino.
Vederti è stare qui dove la riva
l’esistente in cammino ogni possibile
rifrange alla deriva d’occhio e luce.
Ma adesso è in questo immobile processo
in cui io e te miliardi di anni luce
distanti ci fermiamo ad osservarci.
La muta già corrode ogni esperienza
violata ma ti ho vista ora per sempre
brina dell’esistenza, non passata
visione, assenza che (forse) ricuce
l’improbabile promessa del fiore.



Davide Nota è nato nel 1981 a Cassano d’Adda, in provincia di Milano. Da sempre residente ad Ascoli Piceno ha studiato Lettere moderne a Perugia. Ha fatto parte del movimento “Calpestare l’oblio” (2008-2010) e della rivista di poesia e realtà “La Gru” (2005-2012). Ha svolto diversi lavori tra cui operaio in fabbrica, proiezionista per cinema, commesso librario, banconista alimentare e editore. Dal 2013 cura il blog di poesia “Fonti Coperte” per il sito de “L’Unità”. Vive e lavora tra le Marche e Roma. Il non potere (2002-2013) è il suo primo libro di poesia.

da “Al blu di Prussia”

di Francesco Giordani

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Al blu di Prussia

Alla sua dura malinconia
di segreto non svelato.
Al desolato mattino di mare e piombo
che alle fine prelude senza saluto.
Al tempo indeciso tra no e sì
e dunque non speso.
Alle polveri fredde di Saturno
che a turno lanciano i dadi nella notte spaziosa.
Veleno che cura il veleno
e nelle vene propaga lento
un siero di assenza e di attesa più densa.
Per questo perfetto
e solo (come tutte le cose perfette).
A lui racconto il poco
che so e che sono.


Epitaffio per un cellulare defunto

Sul tavolo un cellulare mi guarda.
È il mio. Sorveglia il perfetto
silenzio. L’ho comprato scontato
e affetto mi dona senza risparmio.
Se vi accosto l’orecchio
a stento risento il sibilo sordo
del mio tempo perso.
Una luce nel mare deserto
del sonno mi appare.
Una stella nuova? No.
Il mio cellulare mi chiama.
Vibrando nel buio
la sua fiamma devota si accende.
Mi ama.


Le tue scarpe

Le tue scarpe erano gialle.
Le ricordi? Sono rimaste a casa mia,
dimenticate. Di tanto in tanto
le riguardo. Una volta, lo confesso,
le ho accarezzate, tra le mani
cullandole, senza stringere troppo.
Le tue scarpe gialle hanno deciso
per te di restare a casa mia, con me.
Appena scoperte sembravano scarpe
e scarpe erano davvero. Per questo
le ho messe vicino alle mie.



Nella casa distrutta

Guarda come l’erba
le scale risale della casa
distrutta: un gradino alla volta
il verde ritorna dove già era.
Ospite non più discreto
che sfonda le porte senza bussare
è l’autunno dal passo veloce.
Nella casa ammutinata
una pace cresce ricca di rami
che il seme del buio maturo
dischiude. Osserva: così nella casa
una casa più grande adesso si apre,
verde di ombre furtive.


Delitto perfetto

Sulla pelle liscia nemmeno un graffio.
In ordine i panni e la camera pulita
(la macchia rossa, sul pavimento,
lì chissà da quanto tempo).
Nessun rumore da fuori né dentro.
Al risveglio soltanto un’ansia lieve:
nessuno in salotto o in cucina.
Così nitida la luce del giorno
cammina e traccie non lascia di sé.
Sulla macchina lucida nemmeno un graffio.
Il cane è uscito, forse abbaia, dov’è?


Policlinico Umberto I

Come sono bianchi i dottori
nelle pause pranzo.
Sguardi veloci si danno
sillabando sussurri forse d’amore
misti a chiacchiere stanche
di tarda corsia. Mentre spengono
sigarette nei fiori di soppiatto
i dottori lanciano a volte briciole
di pranzo agli uccelli di passaggio
(forse dal mare). Poi si perdono
gli stormi, uno a uno,
e solo un silenzio rimane
di camerieri denso e di odori amari.
Come sono bianchi allora i dottori
e distanti da tutto.



Francesco Giordani è nato a Latina nel 1985, nella cui provincia attualmente vive e risiede, presso una piccolissima frazione di campagna, non lontana dal mare. Ha esordito con il volumetto Le Cose Avevano Sempre Ragione (Bologna, 2008). Negli stessi anni ha studiato filosofia a Roma, svolgendo vari mestieri, quasi sempre poco o per nulla pagati, ma nel complesso non si lamenta. Il libro Ventotto poesie in forma di pera (2008-13), da cui è tratta la seguente selezione, è ancora inedito.

Poesie di Pietro Russo

di Pietro Russo


Misura del passaggio


Quasi a passo d’uomo su alcune tratte
da Reggio a Lagonegro, circa,
siamo due pellegrini in ritardo di un millennio,
una versione, si direbbe, aggiornata
su un’autostrada che divide le scarpate
dalla costa, o taglia da una parte all’altra boschi
frutteti campi aperti. (Da qui indovino mondi
possibili nel fondale delle diottrie e
la tua paura di volare, papà, si fa radice
verticale, attrito che misura le distanze.) Così
mentre attraversiamo la perenne attività
che cresce su se stessa, negli interstizi
tra i sampietrini riaffiorano si rianimano
topografie accavallate dal tempo
e resistono, sotto le scarpe, anche al ritorno
e oltre nei panni rabberciati alla meglio
di quei viandanti introversi, fuori tempo.


Ultimissimi romantici


Rovistammo ogni vicolo della città
in punta di piedi, mimetizzati, impermeabili
o illuminando la notte con braci di sigarette
contro il profilo del mare, in lontananza.
Fu prima di arrenderci in un metro quadro.
Le facce a rispolverarle adesso
vengono fuori fuoco fuori sincro ma
campeggiano immutati i cerchi dei bicchieri
sul tavolo di legno, un posacenere colmo di mozziconi,
la scritta ‘guasto’ a stampatello sulla porta del bagno,
jazz di chitarre con percussioni varie
fuori, nella piazza in decomposizione.
«L’errore» attacca uno davanti all’ennesima bionda
già fradicio «in prospettiva, è stato accanirsi
dove restava soltanto cellulosa
affibbiare una consistenza al magma».
Sarebbe toccato alla solita puntuale aspirina
il giorno dopo dissolvere l’emicrania
e la domenica inoltrata ormai
con la nostra fame perenne di maestri
tra le partite e il telegiornale delle venti.


Un gesto


Alla fine rimane solo questo, un gesto
di pura meccanica come alzarsi dal divano
chiudere la tenda in faccia a un sole
invadente più della signora dirimpetto
sempre al balcone, un sole di gennaio
che si fa largo e rovista tutta la stanza –
il tavolo con il pc e i giornali ingialliti,
qualche pelucco di polvere negli angoli,
io spettinato e ancora in pigiama
mentre leggo un inserto culturale. Con ciò
mancavano le premesse che lo davano morto
di lì a qualche pagina per il resto del giorno, come è stato,
e che dall’oltre incorniciato dei vetri
avrei ricevuto una luce anemica di ritorno,
quasi niente, neanche la vecchia pettegola
nella palazzina di fronte.


Terzo piano


Lo sguardo si arena sempre lì.
Tra le avvolgibili screpolate e i fili elettrici
dove inizia a disertare l’intonaco.
Si abita solo nel luogo che si lascia
come nell’unico neo di fronte
nonostante gerani pervinche parabole
satellitari, tende parasole a righe verticali
e il soriano forse in parte certosino
sulla ringhiera al piano inferiore. La retina
assorbe quel clamore perentorio
l’attimo prima di scivolare – il passo
strabico non smette di approssimarsi
a qualcosa che va assottigliandosi
a poco a poco.


Sabato sera


Non c’è voluto molto a riempire il tuo quadro.
Ci siamo allungati sul divano
senza toglierci le scarpe, davanti a dei tassisti
spaesati nel giro di lancette di una notte.
Cartoni di pizze, bicchieri, un paio
di lattine vuote sulla tavola
da sparecchiare dopo. Senza fretta.
Come tutti i sabato sera da qualche tempo.
Nell’angolo con la sua coperta
Zora ci guarda come radiografandoci,
in bianco e nero (secondo alcuni)
anche se non sono Cary Grant e tu Headreuy Hepburn
per lei dobbiamo avere l’aspetto
di una coppia d’altri tempi.



Pietro Russo è nato a Catania nel 1986. Laureato in Filologia moderna con una tesi sulla ricezione del Petrarca nella poesia di Vittorio Sereni, attualmente in corso di pubblicazione presso Bonanno Editore, si occupa soprattutto di poesia italiana moderna e contemporanea. Collabora con varie piattaforme digitali con articoli e recensioni di natura letteraria, cinematografica e teatrale. Nel 2010 è uscita la sua prima raccolta poetica, Sono solo parole (Mef editore, Firenze).

Francesco M. Tipaldi – Inediti da “Traum” (raccolta inedita)

Francesco M. Tipaldi – Inediti da “Traum” (raccolta inedita)

*

Il tuo azzurro figliolo bambino

Gesù mi ha lasciato
per strada e se n’è andato a pescare
signor Dio, mio Dio della grazia, una donna ha figliato vitelli
non è straordinario?!
Aveva il ventre gonfio e la vagina sporca
era grassa come una vacca e la bocca era immensa
aperta aperta e voleva inghiottire la luna
troia la luna era
nel cielo una compressa effervescente, la notte era un enorme
bicchiere
vodka latte una troia mi ha sputato nella bocca
il seme della morte –


la vita è improbabile, i cessi sono
lontani e pioveva
pioveva la grondaia vomitava furiosamente
Il cassonetto sputava come fosse un drago
i suoi gatti enormi, come fossero
fiamme
– fwhuieiiww –
(i gatti sono persone cattive)

Mentre l’angelo di Dio era lì a guardarmi le spalle
io vi tirai un giavellotto
e lo uccisi,
povero fesso povero fesso
e la grondaia vomitava furiosamente
Qualcuno mi dia un passaggio o dovrò aspettare
che la casa venga in giro a cercarmi
e non credo senta la mia
mancanza

sono bagnato come un rospo
me la sono fatta sotto, sono un fiore
che da solo cammina
sono un fiore con le gambe


glory hole


siedi con me, cosa vuoi che
importi
se la morte ti germoglia sulle mani
o sul viso
io ho il nulla sul letto
e sbadiglia ed ingoia rumore

cosa vuoi che importi sotto il sole (?)
la vita è graziosa
noi avemmo il privilegio di non
durare
ricordi? qualcuno fecondò quelle tue
terre come fosse
un arcangelo



234



Se un giorno mi perdonerai per essere morto, senz’avvisarti animale selvatico ti restituirò quel bacio e faremo finta che io viva ancora

perchè anima mia, lama di coltello
l’amore non c’avrebbe salvato
l’amore mette le ortiche nelle mutande



*



fingere lunghe passeggiate non farà bene

sarò via in eterno, amore
abbi cura dell’esercizio
della memoria, noi fabbricheremo saliva

gli alberi sono rientrati nella terra
i fiori nei rami

ho raccolto i miei denti nella neve
per Dio
ho incontrato persone morte, non hanno
saputo dirmi

chiedono di non morire ancora, vogliono bere
dell’acqua

non ho incontrato lei, non ancora

se tu la incontri
domandale quand’è che il sole morirà,
domandale cos’è la tristezza

le persone morte chiedono di non morire
sono mosche nel latte

sarò via in eterno, amore
ma non smettere d’aspettarmi
sono abbastanza vicino per sentirti respirare,
ma anche abbastanza lontano
perchè tu non mi senta

fingere lunghe passeggiate non farà bene

io tornerò per sentirti respirare
ti bacerò come i morti sanno baciare i vivi
tu non smettere d’aspettarmi

fabbricheremo saliva



la felce maschio



furono giorni salmastri,
poi una mattina riuscì a vomitare
la tenia.

Il colon è stato disinvaso, fate partire
la festa cittadina lecca-lecca
zucchero filato
che arrivano i fiori, che arrivano gli angeli
sopra i carri


Francesco M. Tipaldi nato a Nocera Inferiore nel 1986 ha pubblicato La culla (Lietocolle 2006) e Humus (Arcolaio 2008). Nel 2010 è stato tradotto ed inserito nell’antologia In our own words – A Generation Defining Itself (MW Enterprises) edita negli Stati Uniti. Di recente uscita il volumetto “il sentimento dei vitelli” (EDB 2012) nella collana “poesia di ricerca” diretta da Alberto Pellegatta.

Scritture a progetto – Costa, De Lisi, Mazziotta leggono versi inediti

Bar libreria Garibaldi (via A. Paternostro 46, Pa) Venerdì 15 Giugno ore 18.30

Scritture a progetto

Incontro di poesia contemporanea

Sergio Costa (1984) – animali, uomini

Valentina De Lisi (1983) – Corde

.

Luciano Mazziotta (1984) – Previsioni e lapsus

“Nei tempi in cui il lavoro a progetto ha sostituito in modo strategico ed egemonico le forme contrattuali tradizionali, relativizzando tutele e diritti di una grande porzione di vite, la proposta è di recuperare il valore effettivo della parola progetto, dal latino proicere, letteralmente traducibile con “gettare avanti”. Progettare e proiettare: un complesso di attività correlate tra loro che si ha intenzione di portare a termine in avvenire. E se l’avvenire è sempre più spesso un immaginario sinistro e un luogo d’ansie, il desiderio è di recuperare una parte di fiducia nel futuro, di sottolineare come la pianificazione non racchiuda soltanto responsabilità e rischi, ma annunci un cambiamento ed edifichi la struttura delle azioni.


Tre giovani poeti leggeranno versi inscritti in un progetto organico e complesso, versi nati immaginando una raccolta strutturata. Le loro scritture, pensate e prodotte a partire da un’esperienza del quotidiano, hanno l’esigenza di affermarsi e ordinarsi come parti di un’opera compiuta, come frazioni di libri – dunque di progetti – futuri.”

@a cura di Poetarum Silva – The meltin’Poets

Poesie di Emiliano Zappalà

Poesie di Emiliano Zappalà

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Dettagli


Quell’odore impossibile che fa il mare
negli ultimi istanti d’azzurro,
lo schianto d’ala sordo del gabbiano
l’inchiostro degli scogli

– sono tutti dettagli
immortalati dalla foto di un pazzo –

un attimo prima della pugnalata precisa del sole
e del sangue che si sparge a macchie;
quando si sente solo il respiro
rotto del mentecatto
impegnato a ricomporre
i cocci interminabili del crepuscolo.
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Avevo già visto questa scena della mia vita
solo che
non ricordavo l’uomo con il grande
cappotto marrone,
né la donna ferma a contare i granelli di grandine.
Non ricordavo il disordine,
non ricordavo quell’odore disperato.
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È tardi. L’orologio avanza.
Esplode deciso su ogni secondo.
—–
Mi alzo prima che suoni la sveglia
mi vesto
ed in un attimo sono già alla porta.


*


Oggi ho comprato i tuoi occhi
su una bancarella polverosa
di un mercatino delle pulci
di periferia.

Erano lì che brillavano
come perle.
Qualcuno li aveva lasciati
per pochi spiccioli;
abbandonati
tra ciondoli e vecchie monete.
Ora li ho appesi nella mia stanza.

La notte li fisso
mentre il respiro incespica
sul soffitto.
Per sentirci davvero soli
abbiamo bisogno di due occhi
grandi che ci osservano.


*


Bussarono alla porta con due colpi secchi e regolari
e attraversai l’atrio in ciabatte.
Salutai sulla soglia gli Angeli dell’Apocalisse
e li invitai a prendere un caffè.
Era un giorno di scuole aperte,
di università affollate,
di traffico per le strade
e c’era odore di cannella.
——-
Parlammo per un po’, poi dissero
ch’era ora di andare.
Indossai un abito casual e gli occhiali da sole,
lasciai in casa la solita confusione;
in fondo da sempre siamo preparati a quel giorno.
———
Loro mi aspettavano fischiando in direzione del cielo,
Spensi la tv, rassettai il divano e presi le chiavi di casa,
credo per abitudine.
———
Alla fine chiesi il permesso di uscire dalla finestra.
Pensai che quel giorno
Sarebbe stato più giusto andarsene come un ladro.
——–
——–
*
——
—–
Io scrivo sulla fine del mondo,
sul deserto,
sul baratro dei sensi,
sullo scheletro e sulle ossa,
sulla carcassa
di questo brave new world.
———-
Porto con me l’ultima scossa,
l’ultimo spacco,
con il cielo che zampilla
in una fredda pozza
e si rapprende tra le unghia;
il vento trascina con se
gli ultimi vagiti e
le ultime preghiere,
le ultime pietre
di un castello metafisico.
———-
La mia mano setaccia
la carta dell’universo
che piano piano sbianca,
diventa bianca,
e accarezzo la superficie
della storia.
———–
Nell’aria, c’è la puzza di una decomposizione elettronica.
———-
Sono in bilico sul tempo,
le mie parole non hanno domani
e il riflesso dello specchio
s’è cancellato.
Guardo in basso,
le processioni e le candele
le ultime esecuzioni,
gli ultimi amplessi,
le marce;
ascolto le ultime prediche
e gli ultimi silenzi
bevo le ultime gocce di sangue.
——
Scrivo sulla fine del mondo
sciolto dal peso del futuro;
scrivo il testamento di nessuno,
e non ho lettore.
Le mie sottili linee
saranno tagli nel vuoto
e schizzi per nessuno.
—-
E sono libero
nella fine.

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Scrivo.
Scrivo parole senza legame,
frasi senza sintassi,
racconti senza senso,
suoni senza significato;
perché adesso
sono miei
e domani
non potrà leggerli nessuno.
—–
——
——
——

Emiliano Zappalà, siciliano nato a Indianapolis nel 1986, da poco specializzato in Filologia Moderna con tesi dal titolo Un viaggio nel Postmoderno. Disoccupato fino a data da destinarsi. Secondo classificato al concorso Raccontare il Monastero, indetto dalla facoltà di Lettere di Catania. Nel 2010 ha stampato a proprie spese, insieme ad altri cinque amici la raccolta Raudi – esplosioni dalla periferia. Collabora con diverse webzine e giornali on-line, frequenta corsi di scrittura e sceneggiatura, scrive racconti e poesie, cerca di capire cosa fare della sua vita e nel frattempo fa un po’ di politica a livello locale, perché a lasciare che gli altri lo facciano per noi poi ci si accorge che «questa è l’Italia».

Luca Minola su Gabriele Gabbia, La terra franata dei nomi, 2011

Luca Minola su Gabriele Gabbia, La terra franata dei nomi (2011, L’arcolaio)

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Leggendo il primo libro di Gabriele Gabbia “La terra franata dei nomi” si rimane spiazzati dalla frammentazione continua della parola, dalle immagini innescate nei corpi, nei luoghi, come sintesi di una vita senza protezioni.
Tutto sembra in continua discesa, smembrato, franato fino dentro ai nomi, che portano la differenza, l’individualità di ognuno. Proprio quest’ultima è manifestata in continua flagellazione.
Il libro è diviso in quattro sezioni, si parte con “Diatribe dal ventre”, dove il punto , il canale sono gli interni, le interiora che si calcolano con fatica nel dolore: “ Dimora negli intestini/la terra franata dei nomi”. Continuando ad elencare: “L’impasto ventrale” e ancora: “ Il capo:/un ventre spaccato” sembra che tutto passi dal corpo, dalle sue ulcere e da una materialità che vede nel grembo, nello stomaco il dato di una salute forzata, non richiesta, malsana.
Per questo l’attacco della seconda sezione “Lacerti, corpi, lembi. Brani di nulla” suona come una non scelta. “Ognuno non sceglie/ i corpi/per sempre perduti/ in un tratto intero”.
Nessuno in verità sceglie i corpi, l’incontro e ciò che avviene: il continuo mutamento e il peso interminabile del vivere, del sentire più profondo: “Talvolta ti atterra il corpo addosso/ ed è il cupo gorgoglio di un verbo/mentre si vaga, per ossessioni, per/ stordimenti- per storni. E tutto non si può ripetere e la voce è unica, passa e ricomincia: “La voce/ si ascolta una volta sola, mentre tutto/ non torna- è molto diverso-ricomincia.”
Nel tempo c’è la modulazione del dolore, che muta i luoghi del ricordo rendendoli forme imposte, scontrose: “Muri scontrosi in Contrada S.Croce avanzano/-adornano diafano un viso-/fra scaglie residue d’un tempo rimasto/e ciò che del tempo tuo ti rimane/ e l’immensa corona di spine/ ogni giorno più a fondo infissa/nel cranio d’avorio e aria/ che t’è toccato in vita”. Quindi una colpa obbligata, imposta. La colpa del vivere, ostaggi del proprio destino e di un volere assurdo e senza senso, dove incombe la propria e l’altrui solitudine. Per questo il reale si pesa nella perdita costante del proprio essere e nella perdita di senso per ogni cosa. “La prima solitudine, nell’auto/-vettura vuota-corpo-/vascello abbandonato. Seduto/-risucchiato nel sedile senza fondo-a fianco/ dell’assenza di tuo padre. Fuori/la perdita della luce delle mani degli anni./La perdita di tutto. Anche-/anche di questo,/ricordo.”
Quindi l’impossibilità del ricordo ma anche una sorta di ribellione nello sguardo, nel saper guardare oltre un limite, oltre una resistenza dei corpi. “Ho sempre guardato, guardato,/dal nulla da cui vedo/i corpi della soglia,/laddove sono rimasto/ a fissarne/ la fissità inquieta/ d’un nulla.”
La parte terza del libro “Spettri” continua a ridefinire il corpo: “Ti è morta nella testa la testa/ dell’amore, giace, esangue/ nel suo stillato stillicidio/- gravido- di calvario. Il tempo/si annuncia deserto./ La porta d’inizio è ciò da cui fuga ogni fine.”
E ancora “Un vedersi/ mai più in là di ciò che si ha/di ciò che si sa- un infinito/ ridotto al corpo dell’osso.” Questa finitezza viene toccata ed esposta più volte all’interno dei testi, è la profonda sensibilità dell’autore che preme e insiste sugli elementi, perché lui stesso profondamente mostrato in questo libro.
L’ultima sezione del libro si intitola proprio “ Io” ma l’io di Gabbia è estremo, impraticabile.
E’ il capitolo più riuscito del libro, Gabbia si abbandona completamente al lettore, regge la presa e allarga i propri orizzonti verso la pluralità, abbraccia ogni cosa e pretende di essere morto e di vivere per i morti e cerca e trova una voce, una presenza. “Io sarò voi-/ i morti, tutti,/noi, voi/ dopo di me, quando/solo, soffierò/ lo sguardo, da ciascuno/ di voi tutti/ su ognuno/ di me.”
L’amore riempie il libro di Gabbia in ogni punto, può essere amore per la madre e amore del corpo, della mente e di ciò che non si configura. “Con occhi sempre nuovi/ hai abitato/una forza indistinta. L’hai subita/donata diffranta, ed era/ il senso del vivere che si apriva/-era te-: quel/ silenzio ridotto alla parola.” Si percepisce solo il silenzio, anzi questo mondo è fatto di silenzi e le voci non sono che falsità, perché sfuggono, perché anche non volendo saranno trascinate nel nulla, non esisteranno più, non potranno essere registrate, catalogate o scritte. Per questo la parola è l’ultima e la sola possibilità, è il sigillo che tiene tutto, è quello che resta, parola scritta. Verbo da ripetere, poesia.
Il libro finisce con una delle poesie più belle, che riassumono in poche righe tutto il contenuto e la forza di lavoro di questo giovane autore. Anche in questo componimento le parole sono frammento e liberazione di sé. I luoghi e i tempi si fermano e alla figura principale viene impressa la possibilità, la realtà di essere tutti, quindi la perdita di sé, nell’altro. “ Il battito della stanza/coagulato, si fermava,/ci assaliva, un tempo/senza tempo, un ascolto/in ascesa. Il rumore/era un cerchio lontano. Tutto/ era fermo, mentre tu, procedevi-/eri tutti.”
I nomi che si possono fare come influenze costanti nella poesia Gabbia sono sicuramente Michele Ranchetti (grandissimo studioso della Storia della Chiesa ma anche poeta non abbastanza riconosciuto), soprattutto il Ranchetti di “ Verbale” vera e propria frammentazione costante della vita attraverso la poesia e l’ultimo Celan quello dopo “ La rosa di nessuno” per intenderci, lo Celan più arduo ed estremo.
E proprio questa continua impossibilità e frammentazione rendono questa silloge una delle più interessanti degli ultimi tempi mettendo in risalto un autore, una voce vera e decisa.

da “L’altro padre” – Giulia Rusconi

da “L’altro padre” – Giulia Rusconi

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Padre
______
Non ti voglio chiamare papà
è troppo infantile
viene in mente la pappa e allora
ti mangio ma orfana
sarò forse perduta.
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Sei uno dei miei padri
quello che più mi somiglia
quello che ha il mio bios sangue
l’affidato il preoccupato l’ottuso.
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*
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Mio padre numero quindici
corregge la mia postura.
Precaria mi aggrappo al suo braccio
lo conosco a memoria.
Mio padre –l’altro- non lo tocco
mai neanche per sbaglio.
«E’ questo che cerchi, il contatto?»
Il contatto sì il pezzo mancante
della ‘casa’, delle cose.
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*
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Il mio sesto padre è magro
ha l’ossessione per il corpo e viaggia
sempre. Mi insegna a prendere i treni.
Fare il biglietto obliterarlo
guardare il tabellone delle partenze
prendere posto, in un regionale.
Faccio tutto con amore
ma il mio sesto padre vorrebbe fare sesso
e non vuole parlare. Mi lascia
alla stazione Centrale, mi disereda.
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*
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Mio padre numero novanta
vuole insegnarmi lo scarto.
Mi domanda mie notizie (con dettagli)
e scompare per anni.
E’ un padre della dimenticanza
parla di Wittgenstein
e di Aufhebung e decostruzionismo.
Mio padre –l’altro-
si versa un bicchiere si dice
stanco di cose che sa solo lui.
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Guardo i miei padri ognuno
nel suo scanno conosco a memoria
le loro crepe i loro tic nervosi.
Ho un padre che non conosco
l’ho visto una volta so come si fa
chiamare so che non parla
quasi mai e che vive in una buca
piena di ossa di lupo
occhi di vetro e angeli maestosi.
Il mio padre sconosciuto è un visionario
mi insegna le allucinazioni
me le fa toccare.
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Giulia Rusconi è nata a Venezia nel 1984. Si è laureata all’università Ca’ Foscari (Ve) in Lettere Moderne. Dal 2006 è parte dello staff operativo del Circolo Culturale Walter Tobagi di Mestre (Ve). Si occupa in particolare di poesia contemporanea e organizza laboratori e incontri con alcune tra le voci più significative dell’orizzonte poetico odierno, come Milo De Angelis, Anna Maria Carpi, Gian Mario Villalta. Ha pubblicato saggi e racconti per Mimesis e Nuova Dimensione. Sue poesie, tratte dalla raccolta L’altro padre, sono comparse in alcune riviste come «ClanDestino» e «L’immaginazione» e in altre on-line come «L’Ulisse», «AbsoluteVille» e «UnoNove».

Reading di poesia a Chiaramonte GUlfi – “Orgoglio di Frontiera” – 28/12/2011

Il Comune di Chiaramonte Gulfi in collaborazione con la casa editrice Thauma Edizioni sono lieti di invitarvi al reading “Orgoglio di Frontiera” il quale avrà luogo nei locali della splendida Sala L.Sciascia a Chiaramonte Gulfi, il 28/12/2011. L’evento curato da Paolo Gulfi e Sebastiano Adernò prevede la lettura di poesie, scritti di filosofia e narrativa accompagnati dal pianista compositore Giovanni Guglielmino. Interveranno Sergio Russo, scrittore e Gaetano Giuseppe Magro, docente all’Università di Catania.

INIZIO ORE 20:00

 

APERTURA DI PAOLO GULFI

 

SEGUE INTERVENTO DI DIEGO CONTICELLO ( dato il suo lavoro su Lucio Piccolo e la sua produzione molto legata alla Sicilia in Barocco Amorale)

 

INTERVENTO DI GAETANO GIUSEPPE MAGRO – ( legge da Le lumache mediocri, Lietocolle, 2011 e parla delle difficoltà di essere qualcosa, qualcuno)

 

SEGUE INTERVENTO DI GIUSEPPE CARRACCHIA – ( legge da La virtù del chiodo, poemetto sull’antinichilismo)

 

SEGUE LEONARDO CAFFO ( azione e natura, come risveglio di consapevolezza di essere per cui agire )

 

SEGUE LUCIANO MAZZIOTTA (Oggetti e prognostici: legge poesie da Previsioni e Lapsus)

 

INTERVENTO DI LUCIA GRASSICCIA ( sull’arteterapia e la scrittura come sollievo nelle patologie psichiatriche)

 

INTERVENTO DI SERGIO RUSSO ( poesia ed emigrazione)

 

INTERVENTO DI PAOLO GULFI ( parla di Thauma Edizioni e legge alcune poesie tratte da Londra In Technicolor)

 

INTERVENTO DI SEBASTIANO ADERNO’ (chiudo leggendo due brevi poesie scritte a 4 mani con Letizia Dimartino che verranno pubblicate in primavera con Ladolfi)

 

SALUTI, RINGRAZIAMENTI

 

Fine: ore 22:30/23:00

 

Rinfresco offerto dal Bar Sicilia (ore 22:30/23:00)

 

Concerto piano solo: Giovanni Guglielmino (23:00-00:00)

Nuovi inediti di Greta Rosso

scena 2.

RITIENE IMPOSSIBILE DIRE LA CURVA COSÌ COME È TRACCIATA,
 lievemente, dai capelli umidi vicino alla orecchie
 o la poesia che non risiede, se non sussurrata, in un
 paio di slip di cotone, ripiegati, sul bordo di una vasca
 da bagno, rivestita di piastrelle azzurre e spente;
 nessuna finestra.

scena 1.

LE CICATRICI BRUNE SULLA MANO SINISTRA
 lei spreme un fondo di limone nella sua tazza.
 i movimenti misurati, calmi, appena teneri
 “ti è passato il mal di stomaco?”

la trama nei movimenti, nelle cicatrici, nella tazza.
 espungerla, impossibile. 

lia.2

il porto sicuro nel quale non sono mai approdata
il gesto squallido con cui lui avvia la testa di lei verso la zona pubica
l’intangibilità dei sogni in cui lei si offre a un uomo diverso e uguale
le lattine arrugginite che lui pone a perimetro del suo cuore.
lia e tutti i suoi nomi interrotti di prima che le dicessero non andartene. 

lia.6

a volte temo di essere solo
l’immagine al negativo
degli amori che sono stata

(altri livelli) 

la sera si ritrovano su un piccolo divano, lui
tace. l’impianto della scena si fonda sul buio.
le imposte non filtrerebbero luce nemmeno se aperte.

Altre poesie di Greta Rosso sono già state pubblicate su Poetarum Silva a cura di Gianni Montieri.

Poesie di Domenico Lombardini

Poesie di Domenico Lombardini

 

L’oggetto individuato fuori, segnalato dai sensi:
la sua presenza sostanziale rassicurante.
Poi l’attenzione vòlta ad oggetti interni,
invisibili ma apprezzabili, a volte distintamente.
Seguì l’oscillazione: dedicarsi-prostituirsi
o incunarsi-partorirsi?
Ci si rifugiò nella contingenza, per non scegliere.
Lo stato non risolto poi riemerse, lo si chiamò “nevrosi”,
e l’oscillazione riprese: si trattava di sciogliere il nodo
o di romperlo; o di cambiare la percezione dell’io-mondo.
Sapeva bene: non si può servire due padroni.

Curriculum

dovrei forse ho deciso di ecco che
ah bene non bene proprio veramente poteva
non vedo perché meglio ecco potrei
abbiamo avuto un riarmo ecco un suono
non vedo come peggio ho avuto
non proprio come avrei voluto cambio
si va sempre non mica ben potuto
non ecco proprio come avrei
strazio si cresce un po’ si svolta
poco declina piano si va giù
siamo tanti giù c’è da fare
non posso corde ordàlia non
proprio bello fatto accumulo
facce non bene – non faccio.

*

ai margini della strada, una lumaca:
la prendo, la manipolo, la apprezzo, la ripongo sul
marciapiede, al sicuro.

volontà dice fai, e il fatto è; il desiderio vuole
questo, e questo è; il pensiero desidera
un mondo, e il mondo è;
siamo persuasi: basta pensarlo.

Osservazione 2

si erano dette cose del tipo:
ci sarà tempo per; oppure,
se cercherai, troverai;
infine: l’amore salva. ma il tempo
non basta e l’amore consuma; e quella voce
interna sostanziata
da prove, da un certo nesso causale.

Abitare il niente

un oggetto: la mano pregusta
il tatto, stupisce al contatto
e apprende questo diverso,
non previsto, né nuovo né vecchio.

così l’occhio modella
il mondo, lo informa e
stilizza, ma poco fende
il vero, e apre al falso.

immediatezza richiede visioni,
dischiudono queste
immagini future: a un passo
seguirà per forza un altro.

non il momento, si vivono
irrisolte giunzioni di durata,
si abita il niente: indeterminati
sono lo spazio e il tempo.

un costante anestetico
convincimento di coscienza,
che è incoscienza, brusio
di fondo, Io, lògos.

per il resto, certo automatismo
induce a fare quel che facciamo
incautamente: dimentichi
del tutto, abitiamo il niente.

*

si tratta di questo:
si son fatte rare le esperienze, rarificate sono
le risorse, inficiate le possibilità
di scambio empatico, reificato
è il tutto, sprofondato in materia,
materializzata è ogni cosa, ogni sentimento
inchiodato al muro della sua irresponsabilità, tutto.
oltre lo sguardo di altri l’invidia, il sospetto
che altri stiano meglio, che dispongano del modo,
dello strumento, del segreto per aggiogarla infine la vita.

 

 

Poesie di Lorenzo Mari

Poesie di Lorenzo Mari*

[Con Lorenzo Mari  continua la seconda fase della rubrica di poesia contemporanea di poeti nati negli anni ’80. In ordine sono stati pubblicati Fabio TetiGreta RossoValentina De LisiChiara DainoDomenico Ingenito, Simona MenicocciCarmen GalloFrancesco TerzagoTommaso Di DioMariasole AriotLuca Minola e Alessandro GiammeiAnna RuotoloMichele OrtoreAlfonso Maria PetrosinoSergio Garau e Marco BiniGiuseppe Nava e Marco Aragno.  Per ciò che concerne i testi di Giovanni Catalano, Luigi Bosco e Luciano Mazziotta, in quanto redattori di Poetarum,  si rimanda ai link di altri blog: Stroboscopio per Bosco, Imperfetta Ellisse per Catalano e La dimora del tempo sospeso per Mazziotta. Sempre su Poetarum Silva, sono stati inoltre segnalati da G. Montieri e N. Castaldi Riccardo Raimondo Nadia Tamanini. Si ricordano inoltre le due pubblicazioni di Natalia Castaldi focalizzate sui poeti di aerea sicula Domenico Stagno e Andrea Cangialosi.]

da Minuta di silenzio (L’Arcolaio, Forlì, 2009)

Sermone di distrazione

Attorno a noi
la resurrezione delle cose,
pagina tremenda. Meglio quando stenta
l’oggetto, lo guardiamo di sguincio
e s’arresta. Non attenta.
Non chiede attenzione.
Lascia il devoto
al suo sermone
		di distrazione.

A fare maglia

Cose che scivolano dal letto e s’ammonticchiano,
cose che cadono di bocca, in scialorrea continua:
non ci faremo caso. Sono gli oggetti
che sempre raccogliamo: sempre ci abbassiamo
alle loro altezze microscopiche, scoprendo tesori
con la coda dell’occhio, tra i riccioli
di polvere, tra bava e bava. Della gobba,
dell’inarcamento cui diamo luogo, della schiena ridicola
non ci curiamo, e procederemo, di nuovo,
alla raccolta indifferenziata del resto –
infileremo perle nei fili,
indefessi. Pronti a cucire gli strappi, a fare maglia
e quindi a disfarla, ricorderemo Penelope –
ma questa volta diremo pure che è odio
ciò che non torna a Itaca.

Resa dell’ecfrasi

L’occhio scontento accorda infine pace
allo schermo nero. Non che l’immagine
sia il surplus di cui fare senza
ma – azzittito il mantra di retina –
ci si consente, perlomeno, un cerchio di silenzio
attorno all’ecfrasi. Rassicura
il fatto che dopo un po’
nel suo angolo prospettico
non piange neanche più
		la figura privata di statuto.

Si arrende, piuttosto
– allo stato liquido,
		indifesa –
al panorama, al suo svolgersi
muto.

Poco filo

Poco filo mi resta ma spero che avrò modo
di dedicare al prossimo tiranno
i miei poveri carmi.
E. MONTALE, Un poeta da Quaderno di quattro anni (1977)

Come sempre i maghi
stanno alla porta: non serve
rabdomante per un’acqua
di niente, che nel carso
e nella dolina conseguente

tutti sanno nell’essere e – a parte –
nel non essere, nello scorrere
e nel fermarsi, tutti conoscono
per i suoi torbidi incantesimi
quale acqua pesante. Nessuno
ha però memoria dei prestidigidatori
esclusi – neppure dei dattilomani borghesi –
o sente la forza di ribadire un debole
pensiero, di brandire senz’averne danno
un bastone ricurvo – per i segni –
nessuno ha il dito legato al gomitolo

al di qua dell’uscio nessuno
sa di che si tratta in realtà:
tirare, sforzarsi ed estrapolare
poco filo.
		(Poco filo, e senza trucco,
purtroppo, senza inganno.)

Inediti

Scossa d’assestamento

Scossa d’assestamento:
non marca nessun passo.

L’allarme si fa eterno,
portando adesso

l’inferno a braccetto
con il silenzio delle urla dipinte

sulle pareti, con il timore
di avanzare una richiesta di riposo –

è come chiedere vita non precaria
ai cancelli di un’azienda. Come salire

sui tetti con le bandiere e sperare
che non crollino – è lo stesso.

Ultima esule

Non è perché sei andata via
che i più saggi ti hanno detta
ultima esule. Intendevano tornare
a contare i passi, inventarsi
una cartografia italiana momentanea,
smetterla di piangersi addosso.

*Biobibliografia

Lorenzo Mari (Mantova, 1984) vive e studia a Bologna, dove è dottorando in Letterature Moderne, Comparate e Postcoloniali. Nel 2004 ha vinto il XII premio Biennale di Poesia di Alessandria e nel 2007 ha ricevuto il Premio Gozzano per la silloge inedita.  Presente con alcuni suoi testi nelle antologie Nella borsa del viandante (Fara, Rimini, 2009, a cura di Chiara de Luca) e Pro/Testo (Fara, Rimini, 2009, a cura di Luca Paci e Luca Ariano) e in alcune riviste di poesia (L’Area di Broca, La Mosca di Milano, Il Monte Analogo, Le Voci della Luna e altre), ha pubblicato le sillogi pellegrinaggio senza Endimione (Inventario Senese, Siena, 2007, V premio Alessandro Tanzi) e Minuta di silenzio (L’Arcolaio, Forlì, 2009)