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Figure di poeta: Sereni, i suoi variabili elementi

ispra

È una lenza – «buttata a vuoto nei secoli» – la metafora utilizzata da Vittorio Sereni a far tutt’uno degli «strumenti umani avvinti alla catena / della necessità». Pescando nel lago, ci figuriamo che avvenga, in un’acqua verrebbe da dire a circuito chiuso, disposta come in cerchio davanti a noi.
Il cerchio, figura principe nella scrittura in versi di Sereni: la linea, che scartando da una traiettoria rettilinea procede per tornare al proprio inizio, che «gira e passa» – come accade per il paesaggio di Ancora sulla strada di Zenna – o com’è per la torpediniera, fissata in versi anni prima in Frontiera, «che si scruta poi gira se ne va». Un baleno, quell’attimo che segna d’improvviso l’inevitabilità di un giro, di spazio e d’orologio, fra lembi di tempo e angoli di terra che presuppongono necessario il ricorso alla memoria. O ancora, più in là negli anni, in scadenza di età (e di vita – la poesia, Altro compleanno, chiude difatti Stella variabile, l’ultimo libro di versi prima della morte nel 1983) il poeta compie un suo personalissimo “giro di campo” entro quella cornice amorevolmente nerazzurra di un San Siro estivo, talmente fuori dai giochi da divenire nella mente «gran catino vuoto / a specchio del tempo sperperato».
Lo specchio, ovvero vedersi in riflessione; per lui, “poeta di lago”, è essenzialmente il ripetersi di sé proprio come fa l’acqua nell’acqua che appunto – è il caso di ripeterlo – torna sempre su se stessa. E in circolo sono gli anni, un sipario che ogni volta sa chiudersi sul palcoscenico della propria vita. Anni fatti d’acqua, come d’altronde in altri luoghi della sua vita-poesia, si fanno carichi esattamente del suo contrario, di deserto e sabbia: “elementi”, tutti questi, “fragili” per così dire, volatili tanto da non riuscire a costruirci sopra alcunché. Possiamo soltanto andarci a fondo, questo vuol dirci Sereni, «vestiti di polvere e sole, / … a dannarci a insabbiarci per anni». È la sabbia dello sbarco alla costa di Francia o la sabbia d’Algeria oppure ancora quella di cui si compone La spiaggia che chiude Gli strumenti umani.
È una polvere che ritroviamo: «dentro una polvere di archivi» infatti si libera in tutta la sua forza un vortice silenzioso che concatena in potente allitterazione di “n” e “u”, e significativamente senza punteggiatura, il Niente di sempre, antico, di un suo splendido endecasillabo, il «nulla nessuno in nessun luogo mai» al termine di Intervista a un suicida.
In quel “mai”, così largo e definitivo a fine verso, lo sentiamo pronto a rapirci quel vortice. Con noi lì che ancora ci domandiamo da che parte stiamo, in quale côté nascosti, mentre di getto dentro il vortice ci porta la vertigine, apparsa prima davanti a noi e poi in noi, «nei suoi tre o quattro variabili elementi» (così in Amsterdam). Che possibilità si dà allora di sfuggire anche solo per un attimo al ripetersi dell’esistenza, al riemergere continuo del già noto, del proprio volto allo specchio? Quale vero colore contrapporre al “colore del vuoto”?
Per quanto anch’essa volubile, solo la gioia – vera o non vera, rara e remota che sia, in grado o meno di rifiorire – può rompere il cerchio, ci confessa il poeta. Ecco, occorre davvero dunque che un anello della catena non tenga, parafrasando Montale.
In un’intervista risalente al 1975, a proposito del legame iniziale con l’ermetismo fiorentino, Sereni affermava: «…sono lombardo, ero in una posizione diversa, guardavo la vita probabilmente con occhi diversi; in loro sentivo una specie di misticismo nei confronti del fatto poetico stesso; cosa che io invece non ho mai sentito, anzi direi che non mi ha mai riguardato. In me, non so, c’era un maggiore attaccamento alle cose, agli aspetti della quotidianità, anche se allora, forse, non li esprimevo o non ero in grado di esprimerli o non li affrontavo direttamente, non so come dire. Diciamo che c’era un senso forse più concreto dell’esistenza di quanto non ci fosse in loro». Nulla di più concreto del resto, psicologicamente, della gioia, di una gioia tangibile, se si ammettono «toppe di inesistenza, calce o cenere / pronte a farsi movimento e luce» (da La spiaggia).
Diciamola così: prende casa in noi, con Sereni, la nuda esperienza portata in poesia, lo scavo interiore nella sua più alta dignità lirica, la misura estrema nell’uso del linguaggio, il dialogo con se stessi al passo col tempo storico che è dato vivere. Questo è quanto continua a insegnarci il suo colloquio con le ombre, l’ombra di sé come le ombre degli antenati e dei morti. È tutta vocazione, in fondo, in Sereni. E questa vocazione, questa «voce di vento» come la chiama ne Il piatto piange, è sì traccia di un destino irrevocabile presentatosi di fronte a noi nella sua oscurità, ma è anche gioia, chiarezza del bagliore che accende amore e amicizia, luce improvvisa che è lampo di adesione alla vita. Umilmente, ascoltando.
“Parleranno” è la parola-verso in calce – vale qui ancora la pena di tornarci – de La spiaggia. Dopo tanta reticenza, sempre cara al poeta, il poeta, dopo tanto “caro enigma”, parlerà. Sì, è così, continua fortunatamente a parlarci. Salutarlo quindi da questi trent’anni di distacco, facendo nostre le sue parole, ancora ci avvicina.

                                                                                                              Cristiano Poletti

Solo 1500 n. 81: Il temperamatite professionale

biennale architettura 2010 - foto gm

Solo 1500 n. 81: Il temperamatite professionale

Negli USA è, da qualche mese, uscito questo libro “How to sharpen pencils”, un manuale sull’arte dell’affilatura delle matite, molto serio e molto divertente (stando a quanto dice Stefano Salis su “Collezione” del Il Sole 24 ore del 13 gennaio scorso). Il libro l’ha scritto David Rees, uno dei maggiori Cartoonist americani (New Yorker) e blogger per l’Huffington Post. Il nostro David un bel giorno decide di mollare tutto per fare un altro mestiere: l’affilatore di matite. Tu gli mandi la tua matita più quindici dollari e lui te la affila in maniera perfetta. Un lavoro artigianale e scientifico. La matita ti sarà restituita con tanto di certificato e di “resti”. Una figata pazzesca, soprattutto perché funziona. Difficile immaginare che potesse esistere un così ricco mercato di matitofili votati alla perfezione puntistica. L’uomo totalmente privo di manualità quale sono io si è soffermato sull’aspetto: “Mollo tutto”. Cioè, cosa potrei mai mollare? Il mio lavoro da impiegato? Forse. Il punto è che io non sarei in grado di affilare una matita manco se avessi un robot, inviato dalla Nasa, che lo faccia per me, figuriamoci da solo. Mi conforta, però, un aspetto non meno importante: qualora ne fossi capace potrei svolgere questa attività contemporaneamente a quella di poeta, che è reddito esente, come è noto. Se andasse male potrei almeno affilare (in maniera irregolare) le matite con cui riempio i taccuini.

Gianni Montieri

Cristi polverizzati – Luigi Di Ruscio – ed. Le lettere, pp. 105-106 e 187 (post di Natàlia Castaldi)

Luigi Di Ruscio . Cristi Polverizzati

Luigi Di Ruscio (Fermo, 27 gennaio 1930 – Oslo, 23 febbraio 2011) – POETA

pag. 106-107

Questo sole del tardo crepuscolo rende gigantesche anche le ombre dei nani. Gigantesche rende le ombre dei nani anche il sole sorgente dal mare di primissimo mattino. E alla faccia di questo mare chiamerò l’ultimo mio figlio, Adrian, e a tutti i poeti che sono nati dalla parte opposta e vedono i tramonti nel mare e il sorgere tra le pietre appenniniche io do il culo (in maniera molto e largamente metaforica), e invece ai poeti che non vedono il sole tramontare e neppure sorgere, do il culo tre volte, tutte e tre le volte in maniera metaforica, perché veramente io non vorrei avere niente a che fare con le vostre merde. Di tutte le parti del discorso, amo i verbi, essendo io a volte anche verbalizzatore nelle riunioni di partito, nonostante gli scherzi sono ancora comunista e me ne vanto e la molla della rivoluzione bolscevica non si è allentata e scattava prima della rivoluzione bolscevica e scatterà anche dopo di noi. I giacobini della rivoluzione francese furono sconfitti e certi imbecilli potevano immaginare che era la rivoluzione a rimanere sconfitta, invece la rivoluzione continuerà a rivoluzionare imperterrita anche se spariscono tutti i comunisti. Questo lavoro poetico è lavoro altamente scientifico, scopriamo le nuove particelle che danno nuovo senso al mondo e se il linguaggio quotidiano è molto stanco e smorto specie in questi periodi cadaverici e reazionari io poeta accelero vertiginosamente tutto ponendo il verbo alle alte velocità e faccio un casino peggio del casino dell’acceleratore di Ginevra. Certamente questa mia ardua speculazione, questa mia accelerazione dei tempi verbali non sempre è accolta con entusiasmo, anzi tutto l’opposto, e vengo chiamato tellirante, pellicante o titrico, e anche matto gratitico.

pag. 187

Nella valigia ho tre libri: La grammatica di francese, che essendo caduta nel lago ha le pagine tutte asciutte ma raccartocciate, la Divina Commedia, che rileggo continuamente tanto da impararne sempre nuovi canti a memoria, ho anche la mia prima raccolta di poesie, che a volte cerco anche di rileggere. Pensavo anche che se la mia prima raccolta è una specie di inferno, ora dovrei scrivere un po’ di purgatorio. Dovrei scrivere di momenti ilari o purgatoriali, improvvise febbrili gioie. Comunque i poeti si sbagliano tutti. Quasimodo a Stoccolma ha visto cigni con topi annegati nel becco. Non puoi aver visto una stronzata simile perché i cigni sono vegetariani. Montale invece ha visto le anguille risalire le correnti per andare a fecondare nelle balze appenniniche. Mica è vero. Le anguille fecondano in pieno oceano. Sono i salmoni che risalgono le correnti per raggiungere non le balze appenniniche, caso mai i salmoni risalgono le balze nordiche. E’ difficile scrivere qui a Ginevra, non faccio che ripetermi: Come possiamo noi cantare con il piede straniero sopra il cuore? In questa terra molto aliena i canti del signore non sono possibili nonostante tutti gli sforzi che faccio e nonostante tutti i giorni cerchi qualche frase per riempire questi blocchetti che mi porto sempre appresso. Scrivo frasi che mi sembrano cazzate non solo dopo scritte ma anche mentre le scrivo.