PoEstate Silva

PoEstate Silva #55: Giulia Martini, da “Coppie minime”

 

Calendimaggio d’un maggio d’antan.
Mi cali lemme lente nel lemmario
chansons di gesta. Quale calicanto
del Getsemani tieni tra le mani?

Non allontani da me questo canto.
Canto questo che sento come carcere
lacuàle per irrigarti chance.
Nel deserto, la quale ti battezza,

non mai dimenticarmi sola cosa:
prigione vale di cantiere aperto
il nome. Fra le dune il nome lume.

Non dimenticarmi sola cosa mai:
ricordo quanto ti piaceva, quanto,
«Lanquan li jorn son lonc en mai […]»

Vegliare vigilare sorvegliarsi
e giù fino a squadrarsi sospettarsi.

Alla vigilia del nostro stanco
ammanco di cassa, ancora ti manco?

Sono già in treno di dimenticarti.

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PoEstate Silva #53: Rosangela Zoppi, da “Fiore di stecco”

 

A Teta di Cervara

Dalle tegole macchiate di muschio
lo sguardo sale alla linea dei monti
poi torna docile in cima alla loggetta.
China sul suo pasto frugale
la vecchia gioca con le dita e la forchetta
che non raccoglie più abbastanza;
nei suoi modi sembra tornata
a un’infanzia diversa
dove giorno per giorno disimpara.
I raggi pietosi le sfiorano i capelli
raccolti sulla nuca di bambina
mentre la lunga fiaba della vita
volge lenta alla fine.

 

Quadretto

Escono a frotte,
nel pomeriggio infuocato,
i fanciulli,
spargendo manciate d’allegria
sulla strada deserta.
Al fragile vecchio che passa
risuona improvvisa la memoria
di lontani svaghi.

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PoEstate Silva #51: Emilio Pagano, EX HALOS

– EX HALOS –
liriche sul tema dell’Odissea
(2018)

AVERNO

Oh Euriloco… da qui,
quanto più struggente
e lontana, mi pare ora Itaca!
Hai occhi? Luce più dentro

per volgerli al mio desiderio?
Poiché sempre, io resto
ciò che potrò essere. Che di limiti
una condanna mi ha privato.

Ma io ho dentro qualcosa
che non so dire: tutto il mondo
mi pare chiuso nel legno
di un cavallo sacro. In attesa,

che il nostro agire inventi il nume.
E Itaca, resti un segreto declinato
di tregua. Onesto finché lontana,
e forse vela, più che àncora.

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PoEstate Silva #49: Reiner Kunze, gioventù viennese prima del concerto

Reiner Kunze, foto di ©Jürgen Bauer, da qui

 

GIOVENTÙ VIENNESE PRIMA DEL CONCERTO

Sul podio dormono i contrabbassi,
pingui burattini, i fili
al di sopra del ventre,

e le tavole del palcoscenico sotto le sedie dei fiati
sono ancora nauseate dall’ultima volta

Ma loro, figlie e figli della loro città, tengono
i posti più convenienti tra quelli più a buon mercato
già occupati
come una fortezza espugnata

Reiner Kunze
(traduzione di Anna Maria Curci)

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PoEstate Silva #48: Salvatore Contessini, da “La cruna”

 

PUNCTUM

Sono nel dove ignoto
di un deserto
intorno un orizzonte
senza emergenze verticali.
Un centro occulto di sentenza
in un silenzio vuoto di vento
che cerca padiglioni per l’ascolto.
Il tempo di stagione terminale
volge alla fine, al cambio scena
lo segna luce che si allunga
e ombra che ritira egemonia.

 

PERCEZIONE

Così, in uno spazio
di bianco nuvolare, segni di cielo
e geometrie molecolari,
comprendo una fessura, simmetrica di piano,
sfumata nei richiami di favore astrale
a forma di simbolo carnale
sospesa a un’ara disposta al sacrificio.
Composizione in pietra dura,
fusa dal fuoco del mantello
in cerca di camino in cui eruttare.
Per anni fissa come icona,
guardiana del riposo orizzontale,
ne scopro finalmente un senso
Compiuto nello spazio verticale
a fantasia sbrigliata priva d’illustrazione.

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PoEstate Silva #47: Maria Grazia Cabras, da “Bestiario dell’istante”

Mariposa

Tèndere s’arcu:
in cale diressione?
crèschere intro a unu focu
?

Farfalla e lume

Tendere l’arco:
verso quale direzione?
crescere dentro un fuoco
?

 

Anzonedda arcana

Míliu che lampizu
zubale d’umbras

Agnellina arcana 

Balenante belato 
giogo d’ombre

 

La carta la tana
la ratio contraria
Alice e lo speculum
nel viaggio combusto
capo-volti profili calchi abrasivi
orecchie in corsa
consola la selva smarrita

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PoEstate Silva #46: Stefano Vitale da “La saggezza degli ubriachi”

 

Viviamo tra le ombre
talpe senza orientamento
scriviamo parole invisibili
su una lavagna trasparente
col sangue delle nostre vite
misuriamo il perimetro del buio
tracciamo i confini del nostro continente
ascoltando il gracchiare d’una persiana
il tintinnare di un bicchiere
cercando l’esatto bagliore
di un istante già dimenticato.

 

Così giriamo in tondo
ritti sulla nostra rotta
di un viaggio storto in cerchi di giostra.
Nuvole basse e grigie
ci accompagnano da lontano
ventre d’acqua che ci ha generato
e dove torneremo svaporando
rapidi e silenziosi
come questo sangue scuro
che intanto macina nelle nostre vene
e agita le nostre sere.

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PoEstate Silva #45: Umberto Piersanti, “Quel che resta” e altri versi

Quel che resta

questa corsa dei giorni
che fissi nella mente
e dentro il sangue,
anche l’ora
la più cruda e spessa
– non la riscalda il sole
non la rallegra il vento –
nell’aria si dissolve
come i volti,
volti o ombre
che s’agitano
in quell’Arcano
che il nome non osa,
talora li rincontri
in faccia a un muro
o in un bianco stradino
sulle Cesane,
non sai se solo
nel sangue  hanno dimora
o se abitano altrove,
in altra contrada
lente galline
nel campo
un po’ in discesa
e la casa
che tu sai dissolta,
nella nebbia degli anni
fluttua remota e pallida
ma resta
Autunno 2017

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PoEstate Silva #44: Giuseppe Samperi, da “L’ora mora del giorno”

 

Siamo come questi nostri scritti,
illimitati e finibili
dentro alla rete e fuori sito
appena il file si oscura, entra
il soffio che ci cancella
e smagnetizza il nome una folata.

Alcuni la chiamano morte ma
in sorte non l’ho avuta. Scrivo
e sorrido
in punta di fune

(noi infiniti solo nell’altro
che crediamo vivo).

 

Godiamo del balletto arcano,
attraversiamo
da punta a punta la riconca
di questo braciere ardente d’acqua. (altro…)

PoEstate Silva #43: Nicola Grato, da “Inventario per il macellaio”

 

tra le tue cose una rosa
secca di santa Rita –
tra i medicinali scaduti
le ricevute di cambiali
gli incartamenti colorati
dei regali, biglietti
d’auguri per Pasqua e Natale
spediti da Forlì;
una rosa, povera cosa –
riposa da lungo tempo
tra le pagine gialle
di un libretto delle ore:
passita nel silenzio
nel bruno del tempo
passita povera cosa
in una giornata di giugno
afosa,
fiore devoto –
la vita dei vecchi,
al suono dei tasti
una Olivetti
nei cerchi di fumo del tempo.

 

fuoco greco sul mare
un festino di tanti
anni fa –
le barche schierate
all’imbocco del porto;
i lenzuoli bruciati
carcerati in rivolta
la tua ansia sommessa
si faceva dirotta
preghiera alla Madonna
del Molo:
la vita vola, un fiato
solamente, la promessa
di un marinaio partito
per sempre. (altro…)

PoEstate Silva #42: Giovanna Iorio, Quattro racconti senza amore, IV

Foto di ©Giovanna Iorio

Quattro racconti senza amore

4. La cistite

Il giorno prima Susan era stata una mamma perfetta: aveva fatto un enorme castello di sabbia insieme al figlio, inginocchiata per ore in riva al mare a scavare buche e a costruire torri, ponti e fortezze. Era venuto fuori un castello meraviglioso e quelli che passavano lo avevano ammirato. Per un po’ erano rimasti a guardarlo orgogliosi. Il marito si era complimentato con madre e figlio e aveva fatto una foto. Erano tornati a casa dopo il tramonto cantando “Sail away” e “I’m just a jealous guy”. Dopo la doccia, Susan si era sentita male. Aveva sentito un dolore crescente alla schiena e poi i dolori erano diventati una brutta cistite.
Si mise a letto e cominciò a bere acqua. Passò la notte a urinare con bruciori terribili. Prese subito un antibiotico e non chiuse occhio. Il giorno dopo stava un po’ meglio ma disse al marito e al figlio che sarebbe rimasta a casa a riposare.
E così restò a letto fino alle undici quando si alzò e decise di esplorare il paese. Non era un vero e proprio paese; il centro abitato si trovava a qualche chilometro dalla casa e dalla spiaggia. Avevano trovato l’alloggio su un sito e le recensioni erano buone: la proprietaria, una ragazza gentile, li aveva accolti con un grande sorriso e aveva spiegato tutte le cose importanti: le due bombole del gas (ce n’era sempre una di riserva), come aprire e chiudere le zanzariere, eccetera eccetera. La casa era minuscola ma aveva un terrazzo e una bella vista sulle colline. La spiaggia era a un chilometro di distanza e vi si arrivava percorrendo una strada sterrata, passando accanto a un maneggio con cavalli pacifici e sonnolenti che ogni tanto risalivano la collina insieme a gruppi di turisti.
Prima di uscire Susan andò in bagno, stava decisamente meglio ma non era ancora completamente guarita. Per strada si mise a fotografare le piante lussereggianti, gli eucalipti, gli olivi carichi di frutti, i fichi, gli oleandri. Tutto era profumato e straordinario. Raggiunse il piccolo supermercato e pensò di entrare a comprare qualcosa per la cena. Fece un giro tra gli scaffali e prese della salsa di pomodoro, poi nel banco dei prodotti locali vide una pasta simile ai ravioli, ripiena di patate e menta. Sì, avrebbe cucinato quelli. Mentre era intenta a guardare i prodotti tipici di quella bella terra, sentì il bisogno urgente di urinare. Non poteva trattenersi e allora si fece coraggio e, arrossendo, chiese ad un ragazzo che stava mettendo le merci sugli scaffali se poteva usare il bagno. (altro…)

PoEstate Silva #41: Jackie Kay, da “Compagna”

Fiere

If ye went tae the tapmost hill, fiere,
whaur we used tae clamb as girls,
ye’d see the snow the day, fiere,
settling on the hills.
you’d mind o’ anither day, mibbe,
we ran doon the hill in the snow,
sliding and singing oor way tae the foot,
lassies laughing thegither –how braw,
the years slipping awa: oot in the weather.

And noo we’re suddenly auld, fiere,
our friendship’s ne’er been weary.
We’ve aye seen the warld differently.
Whaur would I hae been weyoot my jo,
my fiere, my fiercy, my dearie O?
Oor hair it micht be silver noo,
oor walk a wee bit doddery,
but we’ve had a whirl and a blast, girl,
thru the cauld blast winter, thru spring, summer.

O’er a lifetime, my fiere, my bonnie lassie,
I’d defend you –you, me; blithe and blatter,
here we gang doon the hill, nae matter,
past the bracken, bonny braes, barley,
oot by the roaring sea, still havin a blether.
We who loved sincerely; we who loved sae fiercely,
the snow ne’er looked sae barrie,
nor the winter trees sae pretty.

C’mon, c’mon my dearie –tak my hand, my fiere!

Compagna

Se salissi sulla cima del colle più alto, compagna,
dove di solito ci arrampicavamo da ragazze,
vedresti la neve oggi, amica mia,
posarsi sulle colline.
Forse ti ricorderesti di un altro giorno ancora,
di corsa sulla neve giù per il colle,
slittando e cantando fino a valle,
ragazze a ridere insieme – che meraviglia,
gli anni scivolavano via all’aria aperta.

Ora, all’improvviso, siamo diventate vecchie, sorella.
la nostra amicizia non si è mai affievolita.
Eh sì che abbiamo visto il mondo con occhi diversi.
Che fine avrei fatto senza il mio tesoro,
la mia amica, la mia amata, la mia cara?
I nostri capelli ora argentati,
il passo un po’ incerto,
ma ce la siamo proprio spassata, ragazza mia,
al freddo del gelido inverno, a primavera, d’estate.

Per tutta la vita, amica, mia dolce ragazza,
io a difendere te– tu, me; chiacchiere e risate,
scendendo giù per la collina spensierate,
oltre le felci, giù per i pendii, i campi d’orzo,
fino al fragore del mare, continuando a chiacchierare.
Noi che abbiamo amato con sincerità; con tanta intensità;
la neve non era mai parsa così bella,
né gli alberi d’inverno tanto graziosi.

Dai, su, su mia cara – prendimi per mano, compagna! (altro…)