PoEstate Silva

#PoEstateSilva #30: Massimo Parolini, poesie da La via cava

tu ridammi soltanto
il momento presente
la nuvola d’oro
che piove l’istante

*


e rimane
in un groviglio di fatti
quotidiani, dentro i lacerti delle
miserie mondane
sulla materia che fascia la mano
l’eco della stanza cava
che oval_mente accoglie
(inanellando l’ora)
)os_curando la tenebra(
circonferenze morbide

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#PoEstateSilva #29: Paolo Napol, È pronto. Inedito

Banco del pane, alle sette di un mercoledì sera qualsiasi. Davanti a me un signore e una signora che la generalità delle persone definirebbe “distinti” per età e atteggiamento. Lui si aggira attorno ai settant’anni, portati molto bene se non fosse per quel pancione da tenore che gli complica e rallenta i movimenti. Pochissime rughe, soltanto di espressione, attorno a due occhi che decisamente hanno guardato alla vita senza troppi sforzi.  Ha una coppola blu cobalto incalcata sui capelli che, strizzati, girano su loro stessi come dei trucioli avorio. Due baffi melange che mi ricordano le “effe” di un violino anzi di un violoncello considerate la taglia comoda e il peso.   Si rivolge alla signorina con una pacatezza che rimbomba nel parka in cui è rimasto ingolfato, il maglione senape che spunta dalla zip, una camicia bianca button-down e a becchi larghi infilata quanto più possibile in un paio di eccentrici tartan a vita alta. Al tenore forse piace il punk e nemmeno se ne accorge.

“C’era prima lei” è la risposta che consegna vergognoso a una signora campana dalla bocca carminia e procace e che sembra doppiata da una Loren in piena gloria. Non capisco se è lei o se sono le sue guance a ridere per lei. Sporgono e sembrano sorrette da due pieghe del viso che delineano la parte del mento o la mascella, non saprei. Non penso mai alla mascella delle donne. Gli occhi sono grandi, sproporzionati e sgranano come le femmine dei cartoni animati quando c’è elettricità e sentimento nell’aria. Pantalone nero relativamente stretto che fa da gambo a una mantellina rossa e tronchetto nero alla Loredana Berté. La signora sembra un funghetto grintoso, di certo non è velenosa. (altro…)

#PoEstateSilva #28: Nicola Dimitri, inediti

Olim

In questa operosa tentazione di essere
Mi sono sentito spesso svestito
E ancor più spesso
Fragile.

Ma quell’autunno era invaso
Tutto da una fresca estate ardente
e la tua solita guancia aperta
pronta allo sbadiglio
mi ricordava non la noia
ma un’occasione per ridere di gusto.

Quell’autunno
Eravamo in montagna ed io pensavo al mare.
Tra la neve e i ricordi e gli alberi così alti.
Quell’autunno anticipai le forme.
E non mi stupii se guardando la verde foresta,
osservai una barca.

Che con quegli alberi, non c’avevano fatto dei remi e degli scafi?
Che con quegli alberi, non avevano solcato il mare?
Il salpare per la neve pareva uno scalare un’onda assurda.

Quell’autunno anticipai le forme:
E affacciato sul crinale dei miei monti sparsi
Avvertì come fresco
Il bisogno del deserto.

Per desiderarci ancora, per perderci di nuovo,
per incontrarci almeno,
abbiamo bisogno della neve e del mare.
Ma anche della sabbia e del deserto.

Per desiderarci dobbiamo anticipare le forme
E poi le dobbiamo disertare.

*

Chi me le acconcia queste conchiglie sparse
Tra il mare
E i miei piedi ardenti.

Chi la mette in fila questa natura umanissima
Che non sono ancora in grado
di interpretare.

Come le stringo a me
Queste onde perse, che anche ora,
vanno a perdersi. Lontane. Laddove.

Come lo afferro questo orizzonte
Che fugge sotto la sua sabbia, questa criniera bianca
D’onda, che emerge nell’acqua incerta
e che mi fa perdere puntualmente il filo del discorso.

Cosa c’è in questa natura così umana, in queste onde fosche
E nei miei piedi ardenti,
In questo rumore sottile, in questo bagnarci d’acqua;
Dentro queste lettere ondivaghe
Prima bianche, poi, forse, blu.

Cosa c’è in questi cenni d’acqua d’un onda che viene o d’un’altra che va.
C’è un vago ricordo di pancia e di madre;
c’è un vocabolario che non sospettavo o
non avevo scoperto.

Tutto, qui.

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#PoEstateSilva #26: Gianluca Rizzo, Il lavoro meccanico

PoEstate Silva #26: Gianluca Rizzo, Il Lavoro meccanico, Oèdipus edizioni, 2016

*

Le tre carte

Maggio porterà la pioggia,
per ragioni metriche e di consonanza.
Il papa, a passeggio nei giardini vaticani,
ne sarà dispiaciuto, per ragioni metriche.

Vulcanizzare la guttaperca, bisogna,
elettrizzare l’idrolitina, piuttosto,
darsi a passatempi proficui.

Ci penserà la locusta a trarci d’impaccio,
mandibole e mascelle mentolate,
sette teste, dieci corna, occhi innumeri,
stagliata contro le fiamme dei granai.

Sfuggono agli elenchi,
con indolenza regolare,
granatieri sardi e vedette lombarde:
aspettando che la geografia faccia il suo corso
sfogliamo, svogliati, acini ribelli.

*

Caudato

Stringeremo duraturi legami
coi piccioni della piazza, la loro razza
risparmierà i ponti e gli alti monumenti,
le statue, invece, ne soffriranno.

Dedicheremo il meriggio ai sacri
uffizi fino all’arrivo della catastrofe
ci perderemo in prebende.

Lasceremo cadere sugli spondei
ogni accusa d’isolazionismo,
e le lamentele.

Dovendo arrossire, lo faremo a comando.

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#PoEstateSilva #25: Lorenzo Fava, cinque inediti

Menzogne

…sciolta l’incognita rimasta sola
al centro,
prezzata la caratura di ombre alfanumeriche
assemblate a fare
della nebbia scatti alti di poesia,
premuto l’indice alla tempia in cerca di un’idea
mentre all’orecchio mi sussurri l’ultima menzogna,
nel tempo che segue il tempo,
nella luce eiaculata dalle acque,
nell’attimo poco dopo la bugia e appena prima del rimorso

solo allora stacca la lingua dal taglio
e vola

*

Io che ho visto controluce le gengive della belva
altro non faccio che dipingere quel muso schizofrenico
che a volte al tramonto vedo riflesso nel cielo
mentre perde sangue dal naso
come avesse tirato l’orizzonte intero.

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#PoEstateSilva #23: Daria De Pellegrini, Spigoli vivi

PoEstate Silva #23: Daria De Pellegrini, Spigoli vivi – InternoPoesia, 2017

*

ai mulini, l’un dopo l’altro, il torrente
ha scavato crateri da sotto, alla balera,
la cui terrazza si piega sul fango che
era stato giardino, il vento ha staccato
l’insegna, e a ogni passaggio di nuvole
fosche la pioggia scioglie strade
e scarpate come biscotti nel latte.
In compenso, accanto a un bar
di nuova gestione, stende luccicanti
le foglie una gran palma di plastica.

*

il prato dietro casa, per quanto l’erba stenti
tra il muschio secco a farsi viva, e le violette
pallide fioriscano di lutto, continua a credere
con ostinazione cieca a un miracolo d’aprile.

È tanta la mia pena che vorrei spianargli
in ghiaia l’agonia. Ma tornerebbe in sogno
con gli occhi offesi ancora, e increduli
di mio padre cui è toccata sorte analoga.

*

aprendo la mia insonnia
al cielo delle cinque di mattina
che chiaro ancora illude di sereno
il giorno, io già li sento nell’odore
come di piscio e spazzatura
lasciata a segnare il territorio
gli acquazzoni che verranno
a far poltiglia di rose e d’insalata.

*
neve, non molta. Quel tanto che basta
per non uscire a spalare. Aspettare qualcuno
che non verrà. O altra neve, sicura prima
di sera. Il pettirosso vola nervoso dove
erano torsoli sul mucchio dell’umido.
Lui sa allontanare anche i corvi.
Alla finestra io fantastico
che finiscano presto
cibo legna e gasolio.

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#PoEstateSilva #22: Giulio Antonio Crivelli, Zodiaco

PoEstate Silva #22: Giulio Antonio Crivelli, Zodiaco – Raccolta inedita

*

Viti, sono
incubazioni corse da guazza e
minuti, fuori dalle
finestre calpestate sugli occhi, intorno
alla pazzia dell’anno
mentre ghiaccia.

*

Porta alla vista
scabra delle zoospore, per il
tramite domandato,
traliccio a traliccio, luce. E si snoda
un muschio
glaciale, un filo
d’argento nel palmo dell’erba
mietuto a inverno,
dai camini.

*

Ecco un fiore che
mi fa terreno e
inzuppato. Lo
vedi cavo, nei passi continuati
della stagione incresparsi
alla luce. Ha cadenze
dalle colline
in tonfi di verde e aria molli, esatti al
colore diffuso
che portano le impavide
formiche in cerchio, e
la pullulante dottrina
terra
è piantata

*

E macchiata cadde in frammenti,
dalle mani divisa
preghiera al pianeta:
infiniti ogni cosmo
dice questa notte gemelli, da tutte
le slanciate braccia
nel dipinto gesticolare una goccia
ritorna, degli uomini avvolti
a traforo di stella.

*

Grano primitivo riunisci
continuamente riunisci ciottoli
dalle rovine alla strada. E lentamente
è straziato un cielo
da palmi protratti e costretti
Nella cantilena
dei prati riuniti in morte,
fervida morte in cui nottambulo sale
da un braccio all’altro futuro.

*

@ Giulio Antonio Crivelli

 

#PoEstateSilva #21: Alessandra Versienti, quattro inediti

Scrivo poesie di resilienza
fuga all’inconsistenza
di parole usurate,
dall’insussistenza
di mood, job, web
and professional idea.
E tendo la rete – revolutionary
di significati
vivificanti
nella lunga apnea
di tempi liquidi e smossi – shaky – ,
consussistenza
della mia e nostra – mine and ours
vaga
fragile esistenza
(life che – a tratti, sometimes
si veste d’acquiescenza).

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#PoEstateSilva #20: Vanna Carlucci, Involucri

PoEstate Silva #20: Vanna Carlucci, Involucri, Lietocolle.

*

Il silenzio è intorno
si fa rosso nello spazio molesto
dentro le palpebre

è un’immagine capovolta
una forma che sanguina
una ferita, un punto preciso di auscultazione
che mi fa eco sul cuscino per diventare cielo
o ammasso stellare ricucito sulla trapunta

io resto attenta, vigile nella vertigine bianca
nella caduta di tutti i corpi celesti
sul labbro che li conterrà

la gravità non conta – dico –
eppure la bocca cede e tutto l’ azzurro
è ora sangue per corpi che sognano ancora
e la parola scompare.

È fame, è notte che punge i polsi
spinge in avanti, sprofonda e ramifica il buio
tra la pelle, le ossa e questo inganno senza guida
dilatato nello stomaco

*

Pensare alla purezza e cadere
pensare alla caduta e riaversi
indietro o più in là, fuori, da tutto
dalla crosta.

Questo è un doppio che si sfila dai corpi
dalla truffa dei volti e dei gesti, dei moti
controllati del tempo (ed è muto) e
parlami della materia
della pelle morta che cade
della resurrezione del corpo che ha divelto i muri
dell’ombra che arde sopra tutte le superfici

e che è senza infissi,
questa emanazione che passa
da luogo a luogo
così brutale perché così vivo
questo risorgimento del latte versato
il sacrificio del bambino
tutto l’universo che luccica
senza scampo

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#PoEstateSilva #19: Daniela Scuncia, Tre poesie

 

Parigi 2015, foto gianni montieri

PoEstate Silva #19: Daniela Scuncia, Tre poesie

*

 

Ho la giacca senza un bottone,
la mia testa è senza un occhio,
alla mia gamba manca il piede.
Tutte cose perse
cercando qualcosa
ma non ricordo
cosa ancora manca.
Mi sembra di aver dissipato
molto, in questa ricerca:
me ne vergogno.
Resto allora nascosta,
all’ombra del più recente consiglio.

Quieta, mimetizzo
il mio stupore, dolore.
Prendo fiato.

*

Ho imparato a mettermi
comoda nella mia prigione
con i quadri alle pareti
imbiancate di sole
e il ritratto della mamma
sul tavolino da caffè.
E tutto profuma
di cannella e peperoncino.

Tante piccole prigioni
una accanto all’altra
fanno una città piena
di case luminose di zucchero
e cloralio, finestre aperte
dipinte sui muri, tavolini
in bilico sui nasi delle mamme
ferme ormai da tempo
nel ritratto, spento lì
prima della buonanotte.

Fugge e tramonta il sole
ed è di nuovo autunno
e cadono come foglie i denti
e chiami casa quello
che hai costruito
con solo quattro assi
e un forno.

*

Prova la foglia a fuggire dal ramo
l’acqua a scalfire la roccia.
Provo a resistere senza apparire
partire senza dolore
a mascherare l’esistere
e a piccole chiazze dormire.
Spezzare una sola lancia
per non avere nulla da dimenticare.

Passare in dissolvenza.

Provare a restare.

*

© Daniela Scuncia

 

#PoEstateSilva #18: Sofia Fiorini, La logica del merito

PoEstate Silva #18: Sofia Fiorini, La logica del merito – InternoPoesia, 2017

*

Io aspetto i giorni liberi
poi spreco le estati.
Programmare di sbocciare
nelle ore bianche,
utile come sperare nel vino;
non c’è bocca che rifiuti questo calice
né labbro che lo baci mentre beve.
La gentilezza degli estranei
nei miei passi
– sono ospiti che non rovinano la casa.
Al mio sorriso divino non penserai
quando altri ti sorrideranno bene.

*
Quando dicevi di odiare le porte
per sbatterle di più, farti sentire,
e maledicevi alle stagioni
gli stessi fiori rossi che accudivi,
sappi, io ho ascoltato ogni bestemmia;
te lo vedo ogni volta sulla faccia
che è la tua infedeltà concessa.
Se è così che provi a non morire,
ancora ti permetto di guardare:
sarò per te il ciclamino cremisi,
ti ripeterò nel tenermi al caldo.

*

Perché mai dovrei contare
quanto dista la pena dal giorno
– la luce tra te e un nuovo bosco di scale,
finché tornarti addosso è tornare alla terra
e dormirti in mano scendere in strada
senza chiudere la porta,
come fidarsi del mare che viene?
Tu che ricevi così bene
la mia stanchezza,
che crederti è come una resa:
che in Te si chiuda il giorno
è metodo e gioco delle mie ore,
che tregua e nervi stia tutto
tra il buio e il tuo nome.

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#PoEstateSilva #17: Tomas Bassini, tre inediti

Non ho voglia di lasciarti questi tipi di giardino
da fine estate, questi parchi nel centro
che sono solo ortensie.

Non ho voglia di lasciarti le piste ciclabili−
pedonali, ancora questi parchi nel centro
che perdono in altalene.

Lo sai che è più che altro per te se non ne ho voglia
solo per te e per la santa figura che faresti
per come staresti meglio in altri posti
in altri modi. Lo sai

………………………………non moriremo democristiani
è bello poterselo dire e poi suona ancora bene
come una volta
non moriremo mai democristiani.

* (altro…)