poesie inedite

Lorenzo Mandalis, Sei poesie

lorenzo mandalis

È un piccolo ciclo compiuto questo racchiuso in sei componimenti da Lorenzo Mandalis; poesie dirette, secche, anche quando si dilatano nel narrare, o disegnare, un’immagine. Un piccolo ciclo capace di dare voce al senso di inappartenenza di un’intera generazione, che è cresciuta nell’idea labile (liquida?) dei confini geografici e politici e che invece ora si ritrova a dover fare i conti prima di tutto con questa stessa idea. Un poetare asciutto, quindi, disadorno, come lo è il maestro sempre in controluce di questa poesia, quel Giorgio Caproni che è impossibile non vedere al solo leggere il verso «Livorno è così intima e musicale». Ma i maestri son tali se insegnano, e Lorenzo dimostra di avere appresa la lezione, e di avere voltato verso una sua strada, con una buona dose di ironia (tutta toscana). (fm)

I
Livorno è così intima e musicale
a settembre. Non posso resisterle.
Non posso resistere alle ingenuità
alle voci naives. Mi dico,
non è poesia questo abbraccio
al concludersi dell’estate
ai Pancaldi, al limite ultimo
della terra, dove si inginocchiano
promontori e il vento torna
disturbatore di forme.
I bagnini incappucciati chiudono
le cabine verdi, sigillano
un grigio inquieto di mare
tappano con i teli scoloriti
gli scogli, i granchi, i pescatori.
Non è poesia dirsi qualcosa di tenero
dover sparire anche noi, ripartire
sgombrare questo poco di spazio
occupato. Ancora una volta
doversi arrendere al tempo
coi nostri sbuffi
e le mani in tasca
come sommozzatori d’aria.

II
Verso diStansted Airport

Si arriva ad un’altra riva.
La fatica è poca. Nessuna
divinità ci è stata avversa.
O almeno così credo.
Di ciclopi, non se n’è visti.
Di cariddi, neppure l’ombra.
Una fascetta sì, l’abbiamo ricevuta al check-in,
ma non nel bel mezzo di una tempesta
e soprattutto non da uno smergo.
Insomma, il parallelo con l’Odissea non regge.
Uno poi s’immagina l’isola dei Feaci
con alte scogliere insormontabili…
qui c’è un lucido pavimento grigio
innocuo, facilmente percorribile,
interminabili tapis roulant.
Segnali divini del tutto assenti.
L’unica indicazione taciuta
è che ogni cosa anonima
di questi lunghi corridoi
ti spinge all’uscita
ti dice che non puoi non essere
troppo a lungo.
Tutti abbiamo una gran fretta
d’arrivare per primi alle dogane.
Una gran fretta d’identificarci
di avere direzioni da prendere.
Nessuno dirà Nessuno, nasconderà
il proprio nome dopo le avversità
e i dolori. Ecco il passaporto.
Sono io quello.
Le porte si aprono.
C’è una gran nebbia
sulla riva di corvi e brina.
Già non si vede dove si va,
già è l’ora d’accendere le lanterne.

III
Generazione Erasmus

Il navigatore mi indica
questa nuova via tra i paesi
del Veneto. Fedele alleato
della mia perdizione.
Carpenedo, Favaro, Meolo
fino al Piave – che non fa più guerra.
Penso a Londra. Poi a Dublino.
Mi chiedo quali stampe stiano esponendo
alla Ulysses vicino Grafton Street –
ricordo d’averne viste un paio l’inverno scorso.
Mi piacevano, ma alla fine
non avevo gli schei per comprarle.
C’era già un buio pesto alle diciassette
e avevo le mani calde di caffè.
Dovevo affrettarmi a tornare a casa,
superare tutti quei volti d’acqua.
Lei mi aspettava per cena,
con l’uruguayano e l’egiziano.

Alla radio parlano di Nizza,
d’un colpo di stato fallito in Turchia.
Tra un paese e l’altro,
c’è un’alba dorata di campi,
un’estate elusiva fino alle Dolomiti azzurre.
Semaforo rosso. Il paese è anonimo.
Guardo il piede consunto e giallo
d’un uomo davanti alla sua bottega;
i ragazzi sereni alla fermata del tram;
sui balconi i vecchi seduti in canotta.
Penso di non essere mai stato
così straniero alla vita. (altro…)

Annamaria Pambianchi, Sono Hailù. Inedito

Sono Hailù
Lampedusa, “N. 92, maschio, forse 3 anni”

Senza segno di riconoscimento
a tre anni dentro una bara, da solo,
mi hanno deposto e sopra hanno scritto
numero novantadue
in luogo del mio nome ignoto.

Chi è che urla così forte
dentro il ventre vorticoso del fiume?
Dov’è la mia capretta?

Chiamo la mamma molte volte
Ma lei non mi risponde.
Sono qui – avvertitela – vi prego.
Portami, mamma, nel luogo
che tanto mi hai promesso.

Chi è che urla così forte
dentro il ventre vorticoso del fiume?
Non trovo la scimmietta.

Dove sto non voglio stare.
Ci starei solo in braccio a mamma.
Ma dove, dov’è andata?
Mi brucia la gola a chiamarla ancora.
Per favore, mi prestate la voce?

Chi è che urla così forte
dentro il ventre vorticoso del fiume?
A salvarmi un asinello ci vuole.

Verrà se le dite che sono Hailù.
Senza di me non può esser lontana,
senza di me, il suo piccolo principe.
Lei sorride quando mi guarda.
Senza di lei, ho il batticuore. (altro…)

Luca Tosi, Poesie inedite

La finestra aperta

Oggi la primavera
s’era tutta stravaccata
che anche il tronco dell’albero
fletteva.
Sono tornato a casa più leggero
come quando capita
di parlare con qualcuno che sta peggio di te.
Al telegiornale dicevano di un attentato
in Siria
e l’abbiamo risentito, io e la mamma,
anche mentre passeggiavamo
annunciato da una finestra aperta.
Un attimo dopo è passato un gatto bianco
e la mamma gli ha fatto “psst”.
Il gatto le ha sfiorato la caviglia con l’orecchio.
Avevano tutti e due
voglia di scherzare.
*

La mia vicina

Stamattina gli uccellini facevano
un gran concerto
così sono uscito sul terrazzo
e c’era la mia vicina che sistemava
le scope.
Tirava vento
e il suo naso a rampa tremolava
aggrappato alla faccia.
Sono rientrato
poi sono andato in bagno.
Ho aperto la finestra.
Nel bidè c’era un lazzo bianco
a mollo
e quando è entrato il vento
si è mossa solo l’acqua.
***

Un euro

Camminavo per il parco.
A un certo punto mi sono accorto
che stavo scalciando le margherite.
Allora sono andato sulla strada.
Dopo un po’ ho visto un barbone
steso sull’asfalto
tra il cassonetto della carta e quello della plastica.
Mi sono avvicinato
e gli ho dato un euro.
Mi sono sentito
uguale a quel giorno
che per appendere un calzino al filo
avevo usato due mollette,
una verde e una viola.
*

I polsi

Una ventina di bambini
facevano la partita notturna
nella piazza più grande d’Europa.
Io mi sono steso
su una panchina
perché ero stanco.
La prima estate
m’incurvava i polsi.
Poi due donne hanno radunato i bambini
e hanno cominciato a contarli
ma la conta non tornava.
Anche la gru
al di là della strada
mancava la luna
per mezzo metro.
*

L’opera

Mio babbo
ha parlato di Trump
per tutta la cena.
Mia mamma
ha comprato la panna per
le fragole, e io
ce ne ho messa
un quintale.
Mi sono riempito la bocca per
non sentire niente.
Dopo mangiato,
ho fatto avanti e indietro dal terrazzo
per delle ore.
Era come se l’opera
mi suonasse nelle orecchie.
Ho fumato, bevuto acqua frizzante.
Poi, verso l’una di notte
un gran botto è venuto dalla parallela.
Era il figlio del macellaio
che ha fatto esplodere
un petardo
nella tromba di scale
del suo condominio.
*

Il soffitto

È appena l’alba.
Entra dalle fessure delle tapparelle
e galleggia sull’armadio
come quelle meduse
fosforescenti
del Giappone.
Mi piacevi di più
quando non mi vedevi.
Adesso devo nuotare verso il soffitto,
buttare la testa fuori
e prendere il respiro
più grande che ci sia.
Asciugare le guance al sole
e smetterla
di ripetermi il tuo nome.

.

Luca Tosi, ha 26 anni e studia presso il Master in Sceneggiatura “Carlo Mazzacurati” all’Università di Padova. Nel 2013 ha ricevuto il Primo Premio Internazionale Extro per la silloge di poesie Flanella, edita da Eretica Edizioni (prefazione di Franz Krausphenaar). Con la sceneggiatura per corto La seconda punta ha ricevuto il Primo Premio al Festival Corto e Cultura di Manfredonia 2016 e il Premio Miglior Sceneggiatura Giovane alla Biennale Cinegiovani 2016 (giuria presieduta da Alberto Fasulo e Marc’Aurelio d’Oro, al Festival del Cinema di Roma). Sempre nel 2016, con il racconto Continua si è visto scelto tra i cinque Detective Selvaggi del bando indetto dal Festival Internazionale Santarcangelo dei Teatri. Con racconti e poesie è stati pubblicato in antologie e blog letterari (Nottetempo, Il Rumore delle Cose).

Riccardo Canaletti, Poesie inedite

*

immagina la camera
a spalla, come nei film
che ami tanto. inquadratura
traballante delle mani
mentre lavi i piedi. senza
musica, il rumore dell’acqua.
potrebbe essere la nostra sera
una come tante, poco forse
per quel che vale.

.

*
oggi fa più freddo
ma è da tempo
che ci prepariamo
al grande gelo, abbiamo
pelli pesanti e grasso

badammo al gregge
immobile nel parco
come un’illusione
tanto cotone su steli
di liquirizia.

oggi è più freddo
.                          e lo sento

dio, s’impressiona il cielo
e come insiste l’inverno.

.

*
suona Für Elise
siede su di me, le mani
sul piano

le mie su di lei
.    sulle gambe, che imitano
il gesto.
e nella pausa il palmo sfiora
sottende il vizio

le labbra sul collo scoperto
dove l’odore di pelle è più forte
e ricorda quello di madre

quello del sangue che scende
che perde
.         che genera. stretto
sulle ciglia del giorno
il cielo si fa pesto

il canto finisce nel canto
.    di luce, la durata fu l’unico vespro.

.

*
vieni, aspettiamo l’auto
sul muretto, hai la scusa
di indossare le mie mani
perché hai freddo
e io ti tremo accanto.

ai vecchi lampioni
le vene ricordano le nervature
stanche delle foglie, sai quelle
gonfie e verdi

te le appoggio sull’addome tiepido
come tracciandoti un sentiero.

.

Riccardo Canaletti, nasce a San Severino Marche nel 1998 e risiede a Tolentino. Frequenta il V liceo scientifico; seppur giovanissimo, ha partecipato a vari concorsi di poesia e filosofia. Allievo di Nicola Bultrini, ha vinto, per la poesia, il “Premio Civitanova Marche”, dedicato a Sibilla Aleramo e presieduto da Umberto Piersanti, con il quale ad oggi collabora. È in fase di pubblicazione la sua prima raccolta di poesia e sta avviando dei progetti in campo più strettamente filosofico.
Suoi testi sono apparsi in Pelagos letteratura e nel sito ufficiale di Poesia della Rai, blog di Luigia Sorrentino.

.

Milo De Angelis, due poesie inedite

 

foto di Viviana Nicodemo

foto di Viviana Nicodemo

*

Canzoncina per una bella ala sinistra

Aveva i calzettoni abbassati e la maglietta bianconera
e noi restammo di stucco: una bella, una vera
ragazza nella squadra avversaria! Sì, una ragazza
con i capelli a caschetto e un guizzo velocista,
un bel sorriso da folletto nel nostro Istituto
maschile per eccellenza. Non era lei a farci paura,
ma un’oscura presenza, un’eco di fiori e di sussurri,
di unghie rosse, di spose, di veli, erano quelle vorticose
onde del sangue, le minacce dall’ignoto, era il vuoto
che irrompeva nel cortile gesuita, era la vita!

(1967)

*

Un’altra busta poi ci sono le schede fa caldo
se non le hanno spostate la firma e tutti
i rinnovi cambiali in protesto una copertura
le proroghe tariffe che saltano
e la carta carbone dopo le polizze la faccenda
dei premi proroghe al timbro la garanzia
altre schede e le pratiche e: Carlo.
Andiamo in cortile
con le maglie e i compagni, tu
stai disegnando sul muro le porte.

(1968)

*

© Milo De Angelis

(Queste due poesie saranno inserite, con altri inediti, nel volume Tutte le poesie, Mondadori, che uscirà ad aprile 2017)

*

Un sabato mattina

Quando ascolto per la prima volta queste due poesie è mattina, e già questo è inusuale. Di solito i reading pubblici sono serali, o pomeridiani. È un sabato mattina umido e grigio di quelli che Milano ti mette addosso spiegandoti perché la ami, perché la ami ancora. Milo De Angelis legge questi testi, per la prima volta in pubblico, in un laboratorio nel cuore del quartiere cinese, durante una conversazione con Mario De Santis. Un incontro che è anch’esso una sorta di laboratorio, perché De Angelis racconta come sono nati alcuni testi e, più in generale, come nascono le sue poesie. Già questo basterebbe.

In quel sabato mattina di novembre, però, è accaduto qualcosa di più, una specie di miracolo. Le due poesie che De Angelis ha regalato a Poetarum Silva e che oggi potete leggere, sono rispettivamente del 1967 e del 1968, testi insieme ad altri esclusi da Somiglianze, libro che ha da poco compiuto quarant’anni. De Angelis ha letto e un commovente silenzio è calato sulle nostre teste, un silenzio bello che sembrava arrivare da molto lontano. E quel lontano non era questione di tempo, ma questione di spazio. Quel silenzio era una distanza che si accorciava. Era una scoperta. Ho avuto da subito la sensazione che i versi appena ascoltati andavano a collocarsi esattamente nello stesso luogo in cui si collocano i testi di Somiglianze e, per me, gran parte di tutti quelli scritti da De Angelis; un luogo che va a crearsi ogni volta che leggiamo o ascoltiamo, una città nuova che si edifica di parola in parola, che nasce nel tempo in cui siamo quando leggiamo. Ecco perché la ragazza che gioca a calcio nel cortile della scuola ci è così vicina, perché la vediamo adesso. Lei è. E la vita irrompe in noi, un’altra volta ancora. Poi arriva l’eccezionale straniamento della seconda poesia, quel salto da un quotidiano burocratico al cortile, al tempo giovane, che è quello delle possibilità, di quando un tu che conosciamo sta disegnando porte sopra i muri. Alla fine dell’incontro Mario De Santis ha chiesto se qualcuno avesse delle domande per De Angelis, ma nessuno ha aperto bocca, mi è sembrato che tutti i presenti fossero profondamente toccati, al punto da rimanere in silenzio perché nulla c’era da domandare. Dopo ho passeggiato da via Bramante al Monumentale e poi fino in via Farini, col passo sicuro di chi cammina sulle strade sue e con l’animo incerto di chi ha appena vissuto qualcosa di raro, una sorta di grazia.

© Gianni Montieri

I poeti della domenica #73: Pier Paolo Pasolini, La diversità che mi fece stupendo

garzanti_pasolini_lepoesie_poetarum

La diversità che mi fece stupendo
e colorò di tinte disperate
una vita non mia, ancora mi fa
sordo ai comuni istinti, fuori dalla
funzione che rende gli uomini servi
e liberi. Morta anche la dolente
speranza di rientrarvi, sono solo,
per essa, coscienza.
E poiché il mondo non è più necessario
a me, io non sono più necessario.

Pier Paolo Pasolini, La diversità che mi fece stupendo, in Poesie inedite (1950-1951), in Le poesie, Milano, «I Meridiani» Mondadori (Milano, Garzanti, 1975).

Sette poesie inedite di Saverio Bafaro

 

sav1.1

.

«Che bella linea!» dice il cervello al cuore
e poi un coro di angeli incatenati
risponde all’unisono: «È la leggerezza!»:
l’orizzonte è la rivolta del corpo
tremante sotto un peso fittizio
un soldato interdetto al confine,
quante lettere hanno versato
nell’aria e nel fuoco.
È il mare forse una salvezza
un dialogo di sponde
madre e padre spartiti dal figlio,
è il mare un leggio per onde e note
vena blu fatale all’orecchio e alla voce
guscio impermeabile in fondo al sogno.

.

***

Un vento parte e ritorna
tra foglie e rocce
nella distanza difficile
da abbracciare in penombra

Un verso più allungato
in gola a una tortora
cambia la tua idea
di averla ascoltata altrove

Un rossore nei vestiti dismessi
d’autunno mi dà la parola ‘caro’
disappartenenza al crocicchio
i piedi scelgono già un sentiero

.

***

Abbraccio le mie membra scosse
incastrato in un roseto fitto di spine
un’interminabile esposizione d’immagini
ha dilaniato l’occhio chiuso in se stesso:
per quanto tempo la notte mi ha ferito?

Buchi nello stomaco sputano veleno
prodotti dentro grotte infernali
dove giace il mio busto prostrato
e la sua bocca come una piaga ad arco
lamentosa e incredula del risveglio

D’un tratto spariscono le spine dal fianco
e il rovo creduto è un letto accaldato,
nella mente partorita dal mattino
i mostri cambiano pian piano pelle
per lasciare dietro le quinte le maschere
e portare nuove sembianze alla luce

sav1.2

.

***

Nel mattino chiaro
un raggio trapassa lento
il vetro di una colonia
siamo chiamati
a radere dal viso
un’esigua perdita
nel passaggio imprigionato
in bande che alternano
sogno a sangue

.

***

Una casa nasconde una nuvola gonfia come una viscera
dalla corriera rimango a contemplare il mattino:
sogni densi, là fuori, baciano una terra umida
ancora per pochi istanti, dirompe l’alba e ne dilaga l’oro.
Luce bianca attorno al mio verso, benevola visita
da più parti mi raggiungi come un mistero di rinascite
da un unico stelo sbocciano stavolta padre e figlio
di nascosto gioco tra i palmi a ruotare una sfera
con le dita sfioro l’intera curvatura della vita

.

***

Tagliare il filo come il fiato
a un’altitudine più elevata
cambiare natura all’improvviso
convocando una musica ignota
per sentire più forte il rito
di entrare e uscire dalla vita

.

***

Vivo diviso dal dubbio
del piacere dato e ricevuto
maschera del dentro e del fuori
paravento issato a separare mondi
quando nei piccoli anfratti di carne
e piccoli consigli e voce calda
è nascosto il mistero

Piero Crida, Vena blu fatale all'orecchio e alla voce, 2015. (acquerello su carta a mano, 31 x 41 cm)

Piero Crida, Vena blu fatale all’orecchio e alla voce, 2015.
(acquerello su carta a mano, 31 x 41 cm)

Inediti. Fabrizio Milanese: cinque poesie

 

.(immagine presa in internet. potrebbe essere soggetta a copyright)

VOGLIO UNA CASA PER RICORDARE

Voglio una casa per ricordare.
Un muro che assorba
il mio odore di fatica.
Un focolare spento
con cenere di betulla.

Stare nel mistero fecondo
di un baratto silenzioso:
un vaso con una pietra
per attendere la sera
e sognare soli e girasoli.

E in questo azzurro umido
posare l’immagine di un fiore.

.

IL CORTILE DELLE OMBRE

Vecchie fontane
parlano di madri e versi
nel cortile delle ombre.
Campagne arroventate
di padri con carri ricolmi.

Il carminio del tramonto
accenna la levità delle corone.

Nella calma
ogni orma è coperta
dal contegno della paglia.

. (altro…)

Maria Grazia Calandrone: due videopoesie inedite

 

 

 

© Maria Grazia Calandrone – da Serie fossile

La colonna sonora di Giardino della gioia, frammento I è da Shigeru Umebayashi, Yumeji’s theme.

La colonna sonora di Nel caldo dei fatti è da Maria Carta, Fizu, su coru.

 

Francesca Del Moro: poesie inedite

Francesca Del Moro

Francesca Del Moro

Poesie Inedite

II

Qui non ci sono i cubicoli
di Monsieur Hulot.

Qui c’è un open space
con tutti i suoi comfort.

Ma i pensieri di ciascuno
si muovono al sicuro
in un minuscolo
spazio quadrilatero.

Non c’è nessun rischio
neppure che si sfiorino.

. (altro…)

Mauro Germani: poesie inedite

Mauro Germani

Mauro Germani

POESIE INEDITE

*

Come fossero ancora le cose,
come mi avessero ancora
nel loro destino
muto,
nella mia infanzia tagliata.

Come fosse tutto
per qui
per questa casa
strappata alla vita.

.

(altro…)

Marco Scarpa: inediti da “La colpa, il guscio”

Jānis Kreicbergs, 1972

Jānis Kreicbergs, 1972

di Marco Scarpa

Dalla raccolta inedita “La colpa, il guscio”

 

Gridavi ai quattro venti “Della vita

nulla mi importa, sono polvere

che rotola, sprazzo pulviscolare,

andirivieni di respiri, zigomi

e labbra e battesimi a perdere

dell’aldilà l’incanto. Che la vita

venga mangiata come i bruchi

fanno con la mela, che rimanga

scarno il nocciolo, rimanga l’osso

e noi sazi della polpa.

………………..Gridavi e quella rabbia

era fragile, aveva le stimmate,

gli adesivi attenti delle vetrine

nei giorni dei saldi, era la data

di scadenza, il termine ultimo

per addentare dei giorni le membra,

………………………………….il succo.

*

 

Gli occhi puntavano dritti alla scena finale

nell’abaco la misura, nei conti

……………………….la resa, il gioco ed il quesito

nella legge della scommessa “Ce la dovesse

mai fare, mancare il capitombolo, rialzarsi,

sarebbe un nuovo asse, un acuminato

punto di svolta”.

………………………Tra le sinapsi una ferita

aperta, un segno che avevamo visto

e le teorie riposavano ora nella terra

i passi sicuri sopra nuova memoria

e nuovi zeri all’orizzonte da cui ripartire.

*

 

Le più varie sensazioni, dall’ansia

allo stress, alla pigra depressione,

la concentrazione vana, la calcarea

idea di smarrimento.

………Non è il quadro finale, le esequie,

il relitto, è l’inizio, l’ingombro lungo

questi anni nuovi, sintomi estesi

ai ragazzi, le nuove leve, dall’estraneo

impaurite, rinchiuse in casa, molli

nei corpi, con i passi controllati

Rimani nei paraggi, non ti allontanare,

che ti possa vedere e tu sentire la mia voce”.

 

…………..Diverge lo spazio, circoscritto

il luogo della ricerca, le scoperte frenate

dentro i pollici di uno schermo

che abbaglia ed è chiara la rinuncia,

la mancata esplorazione dei sentieri,

della natura, dell’urbano ambiente,

dei dettagli colmi, degli umani reperti.

*

 

Sono i giorni degli sconti, dei prezzi

deformati nelle vette. “Si può avere,

finalmente” proprio alla fine tra le ore

del disuso, nei momenti dell’intaglio,

del necessario raschiato male, piano

la retina si aguzza, slitta la rinuncia

e sghembe le ombre si diradano piccole

tra i traumi del vano possesso, l’unico

traguardo che si inclina al tocco.

 

*

Pubblichiamo oggi due estratti inediti dalla raccolta La colpa, il guscio di Marco Scarpa che ringrazio per averceli concessi. La scorsa settimana abbiamo proposto alcuni testi editi ed inediti dell’autore qui.
La sua è una poesia che definirei non di facile lettura e immediata interpretazione, sotto molti aspetti; è una poesia differentemente dialogica e tenterò di spiegare perché. Dapprima la indicherei come una poesia ‘materica’: quest’aggettivo ha molto a che fare con la sua bellezza che, a mio parere, non sta in nulla di ‘corporale’, anche se il corpo c’è, partecipa, e tuttavia risulta essere sempre scorciato e frammentato da punti di vista parziali, irregolari. La bellezza di questi versi risiede in qualcosa di ‘fisico’ che è, di fatto, presentificato dalla ‘parola’ e dall’uso che il poeta ne fa. Scarpa crea un’elencazione a non finire di ‘parole-oggetti’ ossia di sostantivi, aggettivi e verbi (per lo più all’infinito e all’impersonale) che diventano azioni e scandiscono il ritmo di versi, ponendo il lettore come spettatore dell’accadere o del non accadere delle cose, che non è altro che l’accadere delle parole:

Tutto si poteva fare

in maniera semplice e lo si guardava

accadere, a distanza.

Parliamo dei versi: quelli di Scarpa sono per lo più endecasillabi, talvolta settenari ma anche novenari posti in finale di strofa raramente versi più brevi; vi è dunque un’attenzione nei confronti della tradizione che pare rispettata sempre più dalle voci della generazione di Scarpa e dalle generazioni coeve. Questa scelta formale non sposta, comunque, l’attenzione dall’aspetto tematico che si lega anche all’immagine e alla musica scelte in occasione del primo post: con i versi di Scarpa siamo di fronte alla mancanza e alla sottrazione, a qualcosa di franto o che ‘viene a perdere’. Ogni particolare ‘materico’ e ‘materiale’ è ciò che resta di una visione d’insieme che non c’è più, si è rotta. Mostrarci le rovine, ecco quello che fa Scarpa, anche se detto in questi termini parrebbe quasi ‘romantico ed inappropriato’ perché quello che noi viviamo leggendo è uno scenario che ha valicato anche il confine del post-industriale, andando definitivamente ‘oltre’. Tematicamente, l’affinità più prossima trovo sia quella con La divisione della gioia di Italo Testa, di cui Gianni Montieri ha parlato anche qui (e che Testa ha letto per Virgole di poesia, qui); ma l’autore (dal titolo al contenuto) restituisce proprio un’atmosfera urbana com’è quella dei suoi amati Joy Division e quindi legata a tutto un immaginario ben codificato esteticamente, quello del post-punk e della new wave. L'”inquietudine di fondo” di Scarpa, invece, (così è detto quel rumore che rimbomba nel fondo dei versi di Scarpa da Sebastiano Gatto, autore della prefazione della raccolta per Raffaelli) si lega al captare, con la parola, appunto l’accadimento e fissarlo per sempre, come dicevo all’inizio. Le sue poesie ci trascinano in ‘resonant spaces’ o ‘urban soundscapes’ in cui il caos (tematico) è completamente ordinato o rielaborato in una strutture più o meno complesse, che reggono il peso della sostanza grazie alla forma dei versi ma anche ad un controllo più ampio della sintassi. Gli enjambement, infine, sono funzionali allo ‘spaesamento’ (peraltro citato come parola-chiave nei versi) che è di tutta la poetica dell’autore, a mio avviso. L’aggancio musicale qui esposto, tuttavia, funge d’aiuto per riferire almeno altre due cifre della poesia dell’autore: innanzitutto il ‘tu’ di riferimento che non c’è, o se c’è è un altrove, a creare una ulteriore dispersione; altro aspetto cruciale in questi versi è il tempo, anch’esso non definito o definito nell’altrove, spazio/luogo/momento/e tutto-insieme che chiarifica l’accadere della parola.

*

scarpaMarco Scarpa è nato a Treviso nel 1982. Laureato in Ingegneria Biomedica, lavora nel campo medicale. Per quanto concerne la poesia ha collaborato con il teatro Comunale di Vicenza, inserendo sue poesie collegate alla musica, nell’ambito della stagione di musica sinfonica 2011/2012. Ha pubblicato nel 2012 il libro Mac(‘)ero Raffaelli Editore (Rimini). Si dedica inoltre all’organizzazione di incontri di poesia in luoghi spesso inusuali, gravitando tra Treviso e la sua provincia.