poesie inedite

PoEstate Silva #45: Umberto Piersanti, “Quel che resta” e altri versi

Quel che resta

questa corsa dei giorni
che fissi nella mente
e dentro il sangue,
anche l’ora
la più cruda e spessa
– non la riscalda il sole
non la rallegra il vento –
nell’aria si dissolve
come i volti,
volti o ombre
che s’agitano
in quell’Arcano
che il nome non osa,
talora li rincontri
in faccia a un muro
o in un bianco stradino
sulle Cesane,
non sai se solo
nel sangue  hanno dimora
o se abitano altrove,
in altra contrada
lente galline
nel campo
un po’ in discesa
e la casa
che tu sai dissolta,
nella nebbia degli anni
fluttua remota e pallida
ma resta
Autunno 2017

(altro…)

PoEstate Silva #19: Lorenzo Mandalis, Tre poesie inedite

Lovers & Lautrec, Jospeh Lorusso ©

SABATO ALL’IKEA

I

Nessuno di noi due credeva d’essere nel mezzo
del cammino della vita. La selva
però c’era. E noi ce la ritrovammo
davanti come un imprevisto.
Non come le solite strade
che eravamo abituati a percorrere
fianco a fianco lungo il mare
coi piedi affondati nelle conchiglie
e isole lontane che ci osservavano
come giganti rospi in uno stagno.
Siamo arrivati da un’entrata secondaria
e abbiamo fatto in fretta a perderci.
Gli alberi erano mobili bianchi
cassettiere taglieri posate frullatori ombrelloni.
Io ero molto confuso. Non mi orientavo.
Tutti gli altri sapevano benissimo
dove andare e come arrivarci.
Famiglie che costruivano così il loro futuro
e discutevano di comfort e design,
indicavano prezzi, confrontavano valori.
Progettavano vite riempiendo angoli della casa
e la commedia umana passava
anche per quelle strette vie
tra set di coltelli, cenci e pela patate.
Ero smarrito. E lei dov’era?
Tra la folla. Poco distante.
Si era fermata a guardare una cameretta:
una tenera scatola col letto a castello
scrivania e qualche sparso scaffale.
Mi sorrise.
Fu la solita dolcezza a ritrovarmi
tra le radure delle mie distrazioni.
Alla fine – mi sono detto –
c’è più futuro in uno di quei divani
che in tutte le mie malcerte visioni
di ombre e cose scadute. Sono questi oggetti
le nostre allegorie, gli scenari a cui aspirare:
la sera, il divano, la televisione, i cuscini
le lampadine da spegnere
prima dei sogni.

II

Carichi di roba abbiamo chiesto poi dove fosse l’uscita:
– Prendete la prima a destra dopo i taglieri
tagliate passando per le posate,
quando arrivate alle lavatrici
dirigetevi verso i materassi.
Lì vedrete il cartello con scritto Casse/uscita.
Seguitelo. Tranquilli, sembra complicato, ma ce la farete.
Tutto andrà per il meglio. – (altro…)

Mariano Ciarletta: due poesie inedite

foto Mariano

Cocci

C’è silenzio in stanza
intorno alla fiamma danzano farfalle
ignare.
Ho raccolto i cocci
scritti su bianco
cercando di te
aspri sentieri
di vuota memoria.
Sull’ebano della vita
leggo alcune istruzioni
che non sono le mie.
Non ho ancora imparato.

 

Confini

Non parla più
la tavola celeste
in questi giorni di maggio.
Saprò la risposta al termine
della sigaretta che stringi
tra i confini che ho varcato.

 

Mariano Ciarletta non è nuovo alla scrittura; autore sia di poesia sia di prosa, si è distinto in vari concorsi di poesia. Se sul versante narrativo predilige il noir, in poesia – e questi inediti ne sono in un certo qual misura una conferma – il registro privilegiato è quello offertogli da un lirismo introspettivo, testimoniato già nella più recente delle sue raccolte di versi, Il vento torna sempre (La Vita Felice, 2018). L’assenza dell’articolo davanti al sostantivo e un certo uso dell’aggettivazione indirizzano una prima lettura a un radicamento ermetico della lingua poetica di Ciarletta; ma si tratta di una prima lettura che presto lascia spazio alla constatazione del superamento del puro elemento linguistico e l’immissione del dettato nel più ampio disegno di un’introspezione condotta attraverso una sintassi scarna, diretta, in cui si riconosce il Ciarletta aforista della seconda sezione di Il vento torna sempre. (fm)

Daniela Scuncia, Tre poesie

Non esiste il silenzio nella mia stanza.
Pensavo agli occhi dei pesci stamattina,
allo sbadiglio dei neonati:
riescono sempre a sorprendermi

ad arco tesa, lungamente attesa,
inutile lo schiocco
– il riscatto della freccia –
e in un tempo
.                         scoprire
.                                       rivelare
.                                                    morire
dentro il bocciolo, senza sapere il profumo
che un attimo prima appariva certezza.

 

Gemmano i mandorli senza le foglie
spargendo le brune saette
del biancore di nuvolaglia
col moto gentile di stella
si lasciano fiorire.

Nei miei occhi la morte è gentile
si lascia scoprire nell’ombra di miele
ne sento l’odore, l’antico piacere.

S’attacca alle cose disperse
la coda dell’occhio distratta,
– nostalgico lampo –
a spezzare la carne
arrossare l’abisso
e fiorire nel gelo.

 

Ho il vizio di vivere
e non so come smettere
come l’ombra cucita agli scarpini
non si allontana neanche a luce spenta.
Mi ha preso nell’unica forma
– legate le vene ai polsi
stipata di umori furtivi –
trabocco nel vento di aprile
così fatuo e perverso di fiori.

© Daniela Scuncia

Valentina Ciurleo: tre inediti

 

Torre

Era chiuso in quella torre
taceva
e sentiva tutto.
Limiti invalicabili
una diga che trattiene
la vera voce
quella interiore
legarsi nel silenzio
celare il palpito
[chiudersi in due]

 

Pensieri

Li lascio scomposti quei pensieri
-rotti
a far danno in qualche angolo
a remare senza permessi
-senza motivi-
[ è dentro l’esplosione]

 

Lui

Profilo del pensiero
prospettiva che parla
-labbra custodi-
[ lui ]

.

© Valentina Ciurleo

 

Valentina Ciurleo è nata a Roma il 12/10/1973; insegna nella scuola primaria. Si dedica alla lettura, ai gruppi letterari on line: Libri che passione, Leggo Letteratura Contemporanea. Appassionata di poesia e scrittura, da ottobre 2015 partecipa al laboratorio di poesia “…in bilico sui versi”, presso il caffè letterario Mangiaparole. Ha pubblicato alcune poesie con “Poeti e Poesia” nell’opera Impronte67. Scrive sulla rivista letteraria “La Recherche” in un suo spazio gratuito. Ha pubblicato scritti grazie alla rivista on-line Diwali Rivista Contaminata. Ha pubblicato poesie e racconti nelle antologie di Giulio Perrone Editore: Fermarti non posso, ispirata al tema tempo, Un’estate a Roma, nell’ambito del concorso letterario letti di notte, Non solo bianco è il Natale. Ha pubblicato il suo primo libro Oltre la linea dell’emozione, Escamontage Associazione culturale.

Jennifer Poli: La veggente. Inediti

© René Magritte, Le Faux Miroir, Paris 1929

LA VEGGENTE
Poesie da una vita futura

.

Cercavo la pietra, non la croce
………….. lei è quella del vento
che ripete il suo nome –
volevo benedizioni
e non questa folle luce
cercavo nel tuo dischiuderti
un segno
ma ebbi paura dei gigli insanguinati
cercavo un simbolo
in silenzio mi alzai da me stessa
e andai in cerca della cerva-sacrificio
del calice bianco
per assaggiare il vero nome delle cose.

*

Vado dove non c’è un dove
in un tempo senza tempo
dove una donna azzurra si bagna in un’acqua
ancora più azzurra
e i cieli hanno mille occhi
e la solitudine è regina
di un castello senza mura
cavalieri senza testa
danzano
una bambina porta
un candelabro bianco.
E la notte è ladra di nomi
e di destini.

*

Non mi aspettavo questa notte dei corpi
l’uccello bianco ha parlato
lei non sa cosa dire
agli animali verdi e azzurri che la visitano
nei sogni
forse avranno la parola primordiale
inarticolata
e la culleranno
fino a che le sue palpebre di cartapesta
apriranno sul doloroso mattino
dei passeri muti sui tetti.

.

© Jennifer Poli

Jennifer Poli (Milano, 1991) è laureata in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università degli Studi di Milano, dove si sta specializzando in Scienze Antropologiche ed Etnologiche. Compie i suo studi nell’ambito dell’antropologia medica con particolare attenzione alle medicine alternative e lo sciamanesimo. Si occupa di letteratura e poesia femminile del ‘900. Ha scritto per riviste culturali indipendenti (Il Pickwick, Crapula Club) e nel 2015 ha fondato il blog-magazine di narrazioni, critica e poesia Nuove finzioni. Nel 2016 ha partecipato all’antologia poetica Il Segreto delle Fragole (Lietocolle). All’ombra del grembo (Lietocolle, 2017) è la sua opera prima.

 

Lorenzo Mandalis, Sei poesie

lorenzo mandalis

È un piccolo ciclo compiuto questo racchiuso in sei componimenti da Lorenzo Mandalis; poesie dirette, secche, anche quando si dilatano nel narrare, o disegnare, un’immagine. Un piccolo ciclo capace di dare voce al senso di inappartenenza di un’intera generazione, che è cresciuta nell’idea labile (liquida?) dei confini geografici e politici e che invece ora si ritrova a dover fare i conti prima di tutto con questa stessa idea. Un poetare asciutto, quindi, disadorno, come lo è il maestro sempre in controluce di questa poesia, quel Giorgio Caproni che è impossibile non vedere al solo leggere il verso «Livorno è così intima e musicale». Ma i maestri son tali se insegnano, e Lorenzo dimostra di avere appresa la lezione, e di avere voltato verso una sua strada, con una buona dose di ironia (tutta toscana). (fm)

I
Livorno è così intima e musicale
a settembre. Non posso resisterle.
Non posso resistere alle ingenuità
alle voci naives. Mi dico,
non è poesia questo abbraccio
al concludersi dell’estate
ai Pancaldi, al limite ultimo
della terra, dove si inginocchiano
promontori e il vento torna
disturbatore di forme.
I bagnini incappucciati chiudono
le cabine verdi, sigillano
un grigio inquieto di mare
tappano con i teli scoloriti
gli scogli, i granchi, i pescatori.
Non è poesia dirsi qualcosa di tenero
dover sparire anche noi, ripartire
sgombrare questo poco di spazio
occupato. Ancora una volta
doversi arrendere al tempo
coi nostri sbuffi
e le mani in tasca
come sommozzatori d’aria.

II
Verso diStansted Airport

Si arriva ad un’altra riva.
La fatica è poca. Nessuna
divinità ci è stata avversa.
O almeno così credo.
Di ciclopi, non se n’è visti.
Di cariddi, neppure l’ombra.
Una fascetta sì, l’abbiamo ricevuta al check-in,
ma non nel bel mezzo di una tempesta
e soprattutto non da uno smergo.
Insomma, il parallelo con l’Odissea non regge.
Uno poi s’immagina l’isola dei Feaci
con alte scogliere insormontabili…
qui c’è un lucido pavimento grigio
innocuo, facilmente percorribile,
interminabili tapis roulant.
Segnali divini del tutto assenti.
L’unica indicazione taciuta
è che ogni cosa anonima
di questi lunghi corridoi
ti spinge all’uscita
ti dice che non puoi non essere
troppo a lungo.
Tutti abbiamo una gran fretta
d’arrivare per primi alle dogane.
Una gran fretta d’identificarci
di avere direzioni da prendere.
Nessuno dirà Nessuno, nasconderà
il proprio nome dopo le avversità
e i dolori. Ecco il passaporto.
Sono io quello.
Le porte si aprono.
C’è una gran nebbia
sulla riva di corvi e brina.
Già non si vede dove si va,
già è l’ora d’accendere le lanterne.

III
Generazione Erasmus

Il navigatore mi indica
questa nuova via tra i paesi
del Veneto. Fedele alleato
della mia perdizione.
Carpenedo, Favaro, Meolo
fino al Piave – che non fa più guerra.
Penso a Londra. Poi a Dublino.
Mi chiedo quali stampe stiano esponendo
alla Ulysses vicino Grafton Street –
ricordo d’averne viste un paio l’inverno scorso.
Mi piacevano, ma alla fine
non avevo gli schei per comprarle.
C’era già un buio pesto alle diciassette
e avevo le mani calde di caffè.
Dovevo affrettarmi a tornare a casa,
superare tutti quei volti d’acqua.
Lei mi aspettava per cena,
con l’uruguayano e l’egiziano.

Alla radio parlano di Nizza,
d’un colpo di stato fallito in Turchia.
Tra un paese e l’altro,
c’è un’alba dorata di campi,
un’estate elusiva fino alle Dolomiti azzurre.
Semaforo rosso. Il paese è anonimo.
Guardo il piede consunto e giallo
d’un uomo davanti alla sua bottega;
i ragazzi sereni alla fermata del tram;
sui balconi i vecchi seduti in canotta.
Penso di non essere mai stato
così straniero alla vita. (altro…)

Annamaria Pambianchi, Sono Hailù. Inedito

Sono Hailù
Lampedusa, “N. 92, maschio, forse 3 anni”

Senza segno di riconoscimento
a tre anni dentro una bara, da solo,
mi hanno deposto e sopra hanno scritto
numero novantadue
in luogo del mio nome ignoto.

Chi è che urla così forte
dentro il ventre vorticoso del fiume?
Dov’è la mia capretta?

Chiamo la mamma molte volte
Ma lei non mi risponde.
Sono qui – avvertitela – vi prego.
Portami, mamma, nel luogo
che tanto mi hai promesso.

Chi è che urla così forte
dentro il ventre vorticoso del fiume?
Non trovo la scimmietta.

Dove sto non voglio stare.
Ci starei solo in braccio a mamma.
Ma dove, dov’è andata?
Mi brucia la gola a chiamarla ancora.
Per favore, mi prestate la voce?

Chi è che urla così forte
dentro il ventre vorticoso del fiume?
A salvarmi un asinello ci vuole.

Verrà se le dite che sono Hailù.
Senza di me non può esser lontana,
senza di me, il suo piccolo principe.
Lei sorride quando mi guarda.
Senza di lei, ho il batticuore. (altro…)

Luca Tosi, Poesie inedite

La finestra aperta

Oggi la primavera
s’era tutta stravaccata
che anche il tronco dell’albero
fletteva.
Sono tornato a casa più leggero
come quando capita
di parlare con qualcuno che sta peggio di te.
Al telegiornale dicevano di un attentato
in Siria
e l’abbiamo risentito, io e la mamma,
anche mentre passeggiavamo
annunciato da una finestra aperta.
Un attimo dopo è passato un gatto bianco
e la mamma gli ha fatto “psst”.
Il gatto le ha sfiorato la caviglia con l’orecchio.
Avevano tutti e due
voglia di scherzare.
*

La mia vicina

Stamattina gli uccellini facevano
un gran concerto
così sono uscito sul terrazzo
e c’era la mia vicina che sistemava
le scope.
Tirava vento
e il suo naso a rampa tremolava
aggrappato alla faccia.
Sono rientrato
poi sono andato in bagno.
Ho aperto la finestra.
Nel bidè c’era un lazzo bianco
a mollo
e quando è entrato il vento
si è mossa solo l’acqua.
***

Un euro

Camminavo per il parco.
A un certo punto mi sono accorto
che stavo scalciando le margherite.
Allora sono andato sulla strada.
Dopo un po’ ho visto un barbone
steso sull’asfalto
tra il cassonetto della carta e quello della plastica.
Mi sono avvicinato
e gli ho dato un euro.
Mi sono sentito
uguale a quel giorno
che per appendere un calzino al filo
avevo usato due mollette,
una verde e una viola.
*

I polsi

Una ventina di bambini
facevano la partita notturna
nella piazza più grande d’Europa.
Io mi sono steso
su una panchina
perché ero stanco.
La prima estate
m’incurvava i polsi.
Poi due donne hanno radunato i bambini
e hanno cominciato a contarli
ma la conta non tornava.
Anche la gru
al di là della strada
mancava la luna
per mezzo metro.
*

L’opera

Mio babbo
ha parlato di Trump
per tutta la cena.
Mia mamma
ha comprato la panna per
le fragole, e io
ce ne ho messa
un quintale.
Mi sono riempito la bocca per
non sentire niente.
Dopo mangiato,
ho fatto avanti e indietro dal terrazzo
per delle ore.
Era come se l’opera
mi suonasse nelle orecchie.
Ho fumato, bevuto acqua frizzante.
Poi, verso l’una di notte
un gran botto è venuto dalla parallela.
Era il figlio del macellaio
che ha fatto esplodere
un petardo
nella tromba di scale
del suo condominio.
*

Il soffitto

È appena l’alba.
Entra dalle fessure delle tapparelle
e galleggia sull’armadio
come quelle meduse
fosforescenti
del Giappone.
Mi piacevi di più
quando non mi vedevi.
Adesso devo nuotare verso il soffitto,
buttare la testa fuori
e prendere il respiro
più grande che ci sia.
Asciugare le guance al sole
e smetterla
di ripetermi il tuo nome.

.

Luca Tosi, ha 26 anni e studia presso il Master in Sceneggiatura “Carlo Mazzacurati” all’Università di Padova. Nel 2013 ha ricevuto il Primo Premio Internazionale Extro per la silloge di poesie Flanella, edita da Eretica Edizioni (prefazione di Franz Krausphenaar). Con la sceneggiatura per corto La seconda punta ha ricevuto il Primo Premio al Festival Corto e Cultura di Manfredonia 2016 e il Premio Miglior Sceneggiatura Giovane alla Biennale Cinegiovani 2016 (giuria presieduta da Alberto Fasulo e Marc’Aurelio d’Oro, al Festival del Cinema di Roma). Sempre nel 2016, con il racconto Continua si è visto scelto tra i cinque Detective Selvaggi del bando indetto dal Festival Internazionale Santarcangelo dei Teatri. Con racconti e poesie è stati pubblicato in antologie e blog letterari (Nottetempo, Il Rumore delle Cose).

Riccardo Canaletti, Poesie inedite

*
immagina la camera
a spalla, come nei film
che ami tanto. inquadratura
traballante delle mani
mentre lavi i piedi. senza
musica, il rumore dell’acqua.
potrebbe essere la nostra sera
una come tante, poco forse
per quel che vale.

.

*
oggi fa più freddo
ma è da tempo
che ci prepariamo
al grande gelo, abbiamo
pelli pesanti e grasso

badammo al gregge
immobile nel parco
come un’illusione
tanto cotone su steli
di liquirizia.

oggi è più freddo
.                          e lo sento

dio, s’impressiona il cielo
e come insiste l’inverno.

.

*
suona Für Elise
siede su di me, le mani
sul piano

le mie su di lei
.    sulle gambe, che imitano
il gesto.
e nella pausa il palmo sfiora
sottende il vizio

le labbra sul collo scoperto
dove l’odore di pelle è più forte
e ricorda quello di madre

quello del sangue che scende
che perde
.         che genera. stretto
sulle ciglia del giorno
il cielo si fa pesto

il canto finisce nel canto
.    di luce, la durata fu l’unico vespro.

.

*
vieni, aspettiamo l’auto
sul muretto, hai la scusa
di indossare le mie mani
perché hai freddo
e io ti tremo accanto.

ai vecchi lampioni
le vene ricordano le nervature
stanche delle foglie, sai quelle
gonfie e verdi

te le appoggio sull’addome tiepido
come tracciandoti un sentiero.

.

Riccardo Canaletti, nasce a San Severino Marche nel 1998 e risiede a Tolentino. Frequenta il V liceo scientifico; seppur giovanissimo, ha partecipato a vari concorsi di poesia e filosofia. Allievo di Nicola Bultrini, ha vinto, per la poesia, il “Premio Civitanova Marche”, dedicato a Sibilla Aleramo e presieduto da Umberto Piersanti, con il quale a oggi collabora. È in fase di pubblicazione la sua prima raccolta di poesia e sta avviando dei progetti in campo più strettamente filosofico.
Suoi testi sono apparsi in Pelagos letteratura e nel sito ufficiale di Poesia della Rai, blog di Luigia Sorrentino.

.

Milo De Angelis, due poesie inedite

 

foto di Viviana Nicodemo

foto di Viviana Nicodemo

*

Canzoncina per una bella ala sinistra

Aveva i calzettoni abbassati e la maglietta bianconera
e noi restammo di stucco: una bella, una vera
ragazza nella squadra avversaria! Sì, una ragazza
con i capelli a caschetto e un guizzo velocista,
un bel sorriso da folletto nel nostro Istituto
maschile per eccellenza. Non era lei a farci paura,
ma un’oscura presenza, un’eco di fiori e di sussurri,
di unghie rosse, di spose, di veli, erano quelle vorticose
onde del sangue, le minacce dall’ignoto, era il vuoto
che irrompeva nel cortile gesuita, era la vita!

(1967)

*

Un’altra busta poi ci sono le schede fa caldo
se non le hanno spostate la firma e tutti
i rinnovi cambiali in protesto una copertura
le proroghe tariffe che saltano
e la carta carbone dopo le polizze la faccenda
dei premi proroghe al timbro la garanzia
altre schede e le pratiche e: Carlo.
Andiamo in cortile
con le maglie e i compagni, tu
stai disegnando sul muro le porte.

(1968)

*

© Milo De Angelis

(Queste due poesie saranno inserite, con altri inediti, nel volume Tutte le poesie, Mondadori, che uscirà ad aprile 2017)

*

Un sabato mattina

Quando ascolto per la prima volta queste due poesie è mattina, e già questo è inusuale. Di solito i reading pubblici sono serali, o pomeridiani. È un sabato mattina umido e grigio di quelli che Milano ti mette addosso spiegandoti perché la ami, perché la ami ancora. Milo De Angelis legge questi testi, per la prima volta in pubblico, in un laboratorio nel cuore del quartiere cinese, durante una conversazione con Mario De Santis. Un incontro che è anch’esso una sorta di laboratorio, perché De Angelis racconta come sono nati alcuni testi e, più in generale, come nascono le sue poesie. Già questo basterebbe.

In quel sabato mattina di novembre, però, è accaduto qualcosa di più, una specie di miracolo. Le due poesie che De Angelis ha regalato a Poetarum Silva e che oggi potete leggere, sono rispettivamente del 1967 e del 1968, testi insieme ad altri esclusi da Somiglianze, libro che ha da poco compiuto quarant’anni. De Angelis ha letto e un commovente silenzio è calato sulle nostre teste, un silenzio bello che sembrava arrivare da molto lontano. E quel lontano non era questione di tempo, ma questione di spazio. Quel silenzio era una distanza che si accorciava. Era una scoperta. Ho avuto da subito la sensazione che i versi appena ascoltati andavano a collocarsi esattamente nello stesso luogo in cui si collocano i testi di Somiglianze e, per me, gran parte di tutti quelli scritti da De Angelis; un luogo che va a crearsi ogni volta che leggiamo o ascoltiamo, una città nuova che si edifica di parola in parola, che nasce nel tempo in cui siamo quando leggiamo. Ecco perché la ragazza che gioca a calcio nel cortile della scuola ci è così vicina, perché la vediamo adesso. Lei è. E la vita irrompe in noi, un’altra volta ancora. Poi arriva l’eccezionale straniamento della seconda poesia, quel salto da un quotidiano burocratico al cortile, al tempo giovane, che è quello delle possibilità, di quando un tu che conosciamo sta disegnando porte sopra i muri. Alla fine dell’incontro Mario De Santis ha chiesto se qualcuno avesse delle domande per De Angelis, ma nessuno ha aperto bocca, mi è sembrato che tutti i presenti fossero profondamente toccati, al punto da rimanere in silenzio perché nulla c’era da domandare. Dopo ho passeggiato da via Bramante al Monumentale e poi fino in via Farini, col passo sicuro di chi cammina sulle strade sue e con l’animo incerto di chi ha appena vissuto qualcosa di raro, una sorta di grazia.

© Gianni Montieri

I poeti della domenica #73: Pier Paolo Pasolini, La diversità che mi fece stupendo

garzanti_pasolini_lepoesie_poetarum

La diversità che mi fece stupendo
e colorò di tinte disperate
una vita non mia, ancora mi fa
sordo ai comuni istinti, fuori dalla
funzione che rende gli uomini servi
e liberi. Morta anche la dolente
speranza di rientrarvi, sono solo,
per essa, coscienza.
E poiché il mondo non è più necessario
a me, io non sono più necessario.

Pier Paolo Pasolini, La diversità che mi fece stupendo, in Poesie inedite (1950-1951), in Le poesie, Milano, «I Meridiani» Mondadori (Milano, Garzanti, 1975).