poesie da riscoprire

Il dire celeste – Giuseppe Bonaviri – quaderni della fenice 51 – Guanda Editore – 1979 (post di post di natàlia castaldi)

Giuseppe Bonaviri

Giuseppe Bonaviri

Nasce a Mineo, in provincia di Catania nel 1924 dove vive fino al conseguimento della Laurea in medicina a 24 anni d’età; una volta laureato si reca a Frosinone, dove vive esercitando la professione di medico condotto fino alla sua scomparsa, avvenuta esattamente quattro anni fa: il 21 marzo del 2009.
Ancorato alla sacralità di un’appartenenza metafisica, più che fisica, all’isola che gli diede i natali e che, come egli stesso afferma, in sé serba le fascinazioni delle terre di conquista: arabe, bastarde e selvagge per destino e geografica connotazione naturale; Bonaviri fonde, attraverso la sua esperienza letteraria – come rilevato da Elio Vittorini, suo primo estimatore e scopritore – la sua arcana, ancestrale e onirica visione degli elementi naturali con lo studio d’essi scientificamente affrontato e sperimentato, dando luogo e vita così ad un guazzabuglio letterario di fantasie e infantili reminiscenze, capaci di coabitare, fondendovisi perfettamente, al razionalismo empiricamente più scientifico che, partendo dalla meraviglia del mistero biologico, caratterizzano e ne fanno sua l’arte, il lavoro e la condivisione della conoscenza, con quella balzana – e ormai evidentemente antiquata – idea, ch’essa possa servire al progredire del genere umano, serbandone tradizione, memoria e storia.

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“Il dire celeste”

da “la partenza”

Le donne chiesero Castità e Povertà
come luna duplicata nei topazi
e, in melodia, nei legni dei mandorli.
I bambini morti furono deposti
sui ciottoli fluviali in abbondanza di luce.
Algazèlia, signora delle rupi, quando
il giorno morì in un unicorno disse
di cercare la prima acqua che non ha zuffa d’onda.

* (altro…)

Paolo Valesio – poesie (da riscoprire) – “prose in poesia”* (post di Natàlia Castaldi)

Paolo Valesio

Paolo Valesio

Soli,  si  è  ridicoli.

Uno che si prende cura di se stesso, che si ordina

le cose buone;

quando è in compagnia:  è  complice, è  piacevole.

Ma quando è solo e fa così, sta fra lo schifo e

il patetico.

Il solitario che si prende metodica mente cura

di se stesso,

è come uno che si spazzi il culo con biglietti da

diecimila.

Per esempio, la cameriera ti sta di fronte

(in una trattoria in fondo a una calle)

e ti recita il loro repertorio di primi e secondi

ed ammennicoli vari.

In compagnia, scegliere sarebbe un piccolo rito

irto (di  delicatezze e sottintesi),

ma al fondo divertente

(diverte da più gravi cure).

Ma da solo?

Stai con il dito sospeso in aria, pronto a

proferire,  professorale.

E all’imporvviso  ti

(scarto di pochi secondi, la cameriera non ha

ancora cominciato ad impazientirsi)

chiedi:

Ma che sto a fare con questo ci-ci-ci?

Ci-ci, voglio la bieta coll’olio,

no vorrei l’insalataverde ci-ci che buona,

anzi no gradirei la cicoria all’agro.

Ma chi se ne importa, di quello che gradisci?

Se comincia ad importarne troppo a te,

ha inizio la tua scivolata nelle tenebre,

lungo l’asse inclinato e unto di sapone.

La scivolata, la corsa a diventare uno zitello

maniaco.

Sempre il solito –

Professore come sta? –

angolino, con il portatovaglioli personale.

Tutte le finezze piccole:

riporre in frigidario il bicchiere di succo di pompelmo

appena spremuto così da berlo poco dopo bene

ghiacciato.

O al contrario riscaldare bene la teiera

sciacquandola con acqua calda prima di introdurvi le

fogliette e sopravversarvi l’acqua bollente per l’infusione.

Ecco, se queste fossero arruffianate per una donna che si

porta a casa per la prima volta,

bene. Ma quando sei tu che le fai a te,

è così triste,

da esser venata di pazzia,

cosa.

E pure, che scivolata nel buio, che altra

scarpata, quando il solo comincia a lasciarsi andare.

Avvisaglia che la fine è lentamente incominciata:

Quando il solo –

in caffetterie o posti, per pasti, di ristoro –

non più ordina piatti, ma addirittura fa le ordinazioni.

Cioè, il povero solo parla con lo stesso gergo che i camerieri

usano tra loro:

<<Due prosciutto, per favore>>.

Ma come osi, ma che lingua usi?

L’uomo deve impiegare le parole senza ellissi,

scandirle tutte:

<<Due (pausa) panini (pausa) al (pausa) prosciutto (pausa)

per (pausa) favore>>.

Altrimenti, uno comincia a non farsi più risuolare le scarpe,

ed è la fine.

Oppure, l’altra sera al caffè, un uomo di quelli che la

crudele voce del popolo chiama <<ometti>>.

E’ al telefono, e all’altro capo del filo debbono avergli

chiesto il nome:

<<Dica che ci sarebbe un certo Colliva>>

Senza ironia lo diceva, giuraddio, senz’ombra di scherzo.

<<Ci sarebbe>>! <<Un certo>>!

Così si è già, dimessamente, assassinato.

Lei diceva in una sua lettera

(tiposcritta, a differenza delle altre manoscritte):

Niente a me sembra più personale della solitudine

(penso però all’Atto della Morte) comunque scusa il tono

bizzarro ne do la colpa alla luna.

Sono quei pensieri fondi

che è vero anche

(nausea di vertigine)

il loro contrario:

chi è solo perde la verifica

nei volti degli altri,

perde la sua persona.

Non essere mai guardati

è pochi passi al di qua dell’orrore di essere ciechi.

E non essere ascoltati?

Si racconta che un giorno,

mentre il futuro grande archeologo Enrico Schliemann

quattordicenne

lavorava da garzone nella drogheria di un piccolo paese

tedesco Fürstenberg,

entrò un vagabondo e ubriacone.

Si appoggiò al bancone;

drappeggiandosi sopra come se fosse un grande tappeto

sudicio gettato di traverso su un letto.

Cominciò a recitare versi con tonante voce

e con la scandita enfasi sprezzante

di chi sa di non essere ascoltato

né per questo rinunzia a parlare il meglio che può,

a far suonare la sua tromba nel vuoto.

Ma questa volta il vuoto era abitato:

Schliemann ascoltava,

rapito ancor prima di capire.

Domandò: i versi erano dall’Iliade.

Da quel giorno il garzone risparmiava i centesimi

così da poter pagare al vagabondo,

ogni volta che, slam!, egli compariva sulla soglia aperta

battendo la porta,

un bicchiere d’acquavite:

che lo persuadeva a ripetere quei versi.

Così il giovane assetato di più che acquavite

pagava per ascoltare.

Fiamma pura,

desiderio di sapere?

Sì; forse; anche.

Ma non tutto è trasparente in questo ascoltare a bocca

semiaperta intento.

Molti uomini, sulla collottola il grasso gli si ispessisce,

mentre crescono i loro anni,

s’ingrassano i loro portafogli,

molti uomini sovente pagano per ascoltare.

Ma, Enrico Schliemann?

Sperimentò che si può anche pagare per essere

ascoltati.

Ventiduenne ad Amsterdam, commerciante,

insegnava la lingua russa a se stesso; con:

una vecchia grammatica

un vocabolario

una traduzione del Telemaco.

Studiava su questi, dunque, libri –

da solo; mandava il Telemaco a memoria.

Ma così forte gridava in declamarlo

che la voce

(doveva essere un taurino,

un sanguigno)

rimbombava fra le pareti della sua stanza nuda

(uomo ossesso dalla sua idea,

non badava dove viveva;

bivaccava in un deserto di mobili).

Proteste dei vicini:

due mutamenti d’alloggio.

Pensò allora che un ascoltatore lo avrebbe,

con la sua presenza mera,

aiutato;

a moderare il tono della voce,

a entrare nella civiltà,

a essere più umano più conversativo.

Ma chi avrebbe mai voluto ascoltare lui zoppicante in russo?

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Paolo Valesio nasce a Bologna nel 1939. Attualmente risiede  New York dove insegna Lingua e Letteratura italiana alla Columbia University.

Tra le sue pubblicazioni ricordiamo:

L’ospedale di Manhattan, romanzo, Editori Riuniti, Roma 1978;

Il regno doloroso, romanzo, Spirali, 1983;

Prose in poesia, raccolta di versi, Guanda, Milano 1979;

NightchantSnowapple Press, 1995;

Every Afternoon Can Make the World Stand StillGradiva, 2002;

Per approfondimenti e aggiornamenti si rimanda al SITO INTERNET dello stesso Valesio.

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*la dicitura “Prose in poesia” era inizialmente stata apposta quale sottotitolo alla raccolta “V ae” dallo stesso Valesio.

Raúl González Tuñón – poesie da riscoprire (quarta puntata) (post di natàlia castaldi)

Raúl González Tuñón, Buenos Aires, 1905–1974

[La muerte en Madrid – La Libertad y un homenaje]

La Libertà non ha nome,
non ha statua né parenti.
La Libertà è feroce.
La Libertà è delicata.
La Libertà è semplicemente
la Libertà.
Essa si ciba di morti.
Gli eroi caddero per Lei.
Senza angoscia non c’è Libertà,
senza allegria neppure.
Tra le due la Libertà
è l’armonioso equilibrio.

Noi abbiamo vergogna,
la Libertà non ne ha,
la Libertà va nuda
(E Gesù Cristo disse
che il regno di Dio verrà
quando andremo di nuovo nudi
senza vergogna)

Fratelli, noi sappiamo,
ma la Libertà non sa.
*
II
Bisogna essere pietra o puro fiore o acqua,
Conoscere il segreto viola della polvere,
Aver visto morire davanti il lampo,
Conoscere l’importanza dell’aglio e la lavanda,
camminare al sole, sotto la pioggia, al freddo,
aver visto un soldato con il fucile ardente,
cantando, tuttavia, la Libertà amata.
Viva l’amore, la forte vita,
la morte creatrice di odori penetranti
e questo perchè uno muore e resuscita,
la luce sui tetti dell’aurora,
sulle torri del petrolio,
sui terrazzi delle messi,
sugli alberi maestri del formaggio e del vino,
sulle piramidi del cuoio e del pane,
la gente ritornando,
una finestra con la bandiera casereccia
e l’esatta ambulanza con feriti
cantando, tuttavia, la Libertà amata.
Bisogna essere come il ponte necessario,
naturale come il giglio, come il toro,
saper giungere al fondo del silenzio,
nel sottosuolo del germoglio ed alla radice del grido,
bisogna aver conosciuto la paura e il coraggio,
aver visto una mano che agita una lanterna
di notte, verso il distante nido di mitragliatori,
bisogna aver visto un morto cicatrizzato e solo
cantando, tuttavia, La Libertà amata.
*
III
Di colpo entrò la Libertà.
Dormivamo tutti
alcuni sotto gli alberi,
altri sopra i fiumi,
alcuni ancora tra il cemento,
altri più sottoterra.

Di colpo entrò la Libertà
con una torcia in mano.
Stavamo tutti svegli,
alcuni con picconi e pale,
altri con un paralume verde,
alcuni ancora tra i libri
altri trascinandosi, soli.
Di colpo entrò la Libertà
con una spada in mano.
Dormivamo tutti,
eravamo tutti svegli
e c’erano l’amore e l’odio
più in là dei teschi.
Di colpo entrò la Libertà,
non portava nulla in mano.

La Libertà chiuse il pugno.
Ahi! Allora…..

*** *** ***

[La calle del agujero en la media]

Io conosco una strada che è in qualche città
e la donna che amo con un basco blu.

Io conosco la musica di un capannone da fiera
barchette in bottiglia e fumo all’orizzonte.

Io conosco una strada che è in ogni città,
sulle labbra chiuse di un vecchio che canta
nel cartellone spento dalla grottesca armatura
una tela di ragno il mondo, per il mio cuore.

Nelle luci che sempre se ne vanno con altri  uomini
in ginocchia nude dalle braccia stese.

Teneva  quei pochi sogni uguali ai sogni
che accarezzano di notte i bambini addormentati.

Aveva il risplendere di una felicità
e vedeva il mio viso fissato nelle vetrine
e  in un luogo del mondo era l’uomo felice.

Conosce paesaggi dipinti sui vetri?

E  bambole di pezza con cappelli colorati?

E soldati  che marciano insieme alla mattina
a carri di verdura con colori allegri?

Io conosco una  strada di una città qualunque
e la mia anima tanto lontana si avvicina
e ridendo della morte e della sorte è
felice come un ramo di vento in primavera.

Il cieco sta cantando. Ti dico: Amo la guerra!

Questo è semplice, cara, come il globo di luce
dell’hotel in cui vivi. Io salgo la scala
e la musica viene al mio  fianco, la musica.

Tutti e due siamo zingari di una troupe vagabonda,
allegri nell’alto di una strada qualunque.

Allegre le campane  hanno una nuova voce.

Tu credi ancora nella rivoluzione
e attraverso il buco che cuci nella tua calza
il sole sale e riempie di luce tutta la stanza.

Io conosco una strada che è in ogni città,
una strada che nessuno conosce ma ciascuno marcia.

Solo io vado col mio dolore nudo,
solo, con il ricordo di una donna cara.

Si trova in un porto. Un porto? Io ho conosciuto un porto.

E dire “io ho conosciuto” è come dire “qualcosa è morto”.

*** *** ***

.
[Le brigate d’urto, 1933]

1.
Prima fu la presa della terra da parte della femmina
e del maschio.
Dopo venne la tristezza della civiltà.
Prima fu il campo libero, il cielo libero, la libera unione.
Dopo le cattive leggi dell’uomo
che fecero le cattive leggi di dio.
Oggi, come il prete pazzo di Kent, mi domando io:
– Quando Eva filava e Adamo cantava, chi era il padrone?
*
2.
Non pretendo realizzare soltanto il poema politico.
Non pretendo che i miei compagni seguano quella strada.
Che ognuno coltivi nella sua intimità il dio che vuole.
Ma richiamo di ciascuno l’atteggiamento rivoluzionario di fronte alla vita,
ma richiamo il pugno chiuso di fronte alla borghesia.
Ho riconquistato il fervore e ho qualcosa da dire:
si chiama brigate d’urto alle avanguardie lucide
degli operai specializzati.
Nell’URSS, nome caro al nostro spirito.
Formiamo noi, vicina già l’alba delle sommosse,
le Brigate d’Urto della Poesia.
Diamo alla dialettica materialista il volo lirico della nostra fantasia.
Specializziamoci nel romanticismo della Rivoluzione!
*
3.
La mia voce per cantare e per gridare la mia voce,
la mia voce per sgozzarsi nelle bandieruole impazzite.
La mia voce per urlare, la mia voce per salire – unica,
degna rampicante –
e spaventare i borghesi sprovveduti con la bocca delle
fogne.
La mia voce per dire l’antipoesia
all’angolo delle fabbriche,
all’uscita delle sartine,
alle portefalse dei teatri,
nei fondi delle officine,
nelle portinerie della civiltà borghese,
il grande castello vacillante.
I cinegiornali affogano anche ruggiti, latrati
– nascondo le manifestazioni bastonate
– i nazisti che violentano le figlie degli ebrei
– i policemen che bloccano il corteo dei tessitori
– la Generalidad che carica i sindacalisti
– la gendarmeria che circonda con cinture di fuoco i
soci del John Reed Club
e i gas lacrimogeni della polizia di Buenos Aires
che sciolgono comizi nei portoni
dei frigoriferi stranieri.

Marina I. Cvetaeva – poesie da riscoprire (terza puntata)(post di natàlia castaldi)

I versi crescono come le stelle e come le rose,
come la bellezza - inutile in famiglia.
E, alle corone e alle apoteosi -
solo una risposta: "Di dove questo mi viene?"
.
Noi dormiamo, ed ecco, oltre le lastre di pietra,
il celeste ospite, in quattro petali.
Mondo, cerca di capire! Il poeta - nel sonno - scopre
la legge della stella e la formula del fiore.
(14 agosto 1918)
*
.
La spensieratezza è un caro peccato,
caro compagno di strada e nemico mio caro!
Tu negli occhi m'hai spruzzato il riso
e la mazurca mi hai spruzzato nelle vene.
Poiché mi hai insegnato a non serbare l'anello,
con chiunque la vita mi sposasse.
A cominciare alla ventura - dalla fine,
e a finire - ancor prima di cominciare.
A essere come uno stelo, ad essere come l'acciaio.
Nella vita, in cui così poco possiamo,
a curare la tristezza con la cioccolata
e a ridere in faccia ai passanti.

(1918)
*
.
All'Achmatova
.
Non puoi restare indietro. Io sono il galeotto.
Tu sei la scorta. Un solo destino.
E un comune foglio di via ci è dato
nel vuoto senza contenuto.
.
La mia indole è tranquilla!
Ma sono chiari i miei occhi!
Lasciami dunque, mia scorta,
fare due passi fino a quel pino!

(26 giugno 1916)
*
.
Un bianco sole e basse, basse nubi,
lungo gli orti - dietro il muro bianco - un cimitero.
E sulla sabbia file di spauracchi di paglia
sotto le traverse a statura d'uomo.
.
E, penzolandomi oltre i paletti dello steccato,
vedo: strade, alberi, soldati sbandati.
Una vecchia contadina, cosparso di sale grosso
mastica e mastica un tozzo di pane nero...
.
Come hanno potuto incollerirci queste nere capanne,
Signore! e perché a tanti mitragliare il petto?
Passa un treno e ulula, e si mettono a ululare i soldati,
e leva polvere, leva polvere la strada che indietreggia...
.
- No, Morire! Meglio non essere mai nati,
che questo lamentoso, penoso, carcerario ululato
per le belle dalle nere ciglia. - Ah, e pure cantano
adesso i soldati!? Oh, Signore, Dio mio!

(3 luglio 1916)
*
.
Un mondiale nomadismo è cominciato nel buio:
sono gli alberi che vagano sulla terra notturna.
Sono i grappoli che fermentano in vino dorato,
sono le stelle che di casa in casa peregrinano,
sono i fiumi che il cammino cominciano a ritroso!
E io ho voglia di venire da te sul petto - a dormire.

(14 gennaio 1917)

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traduzioni a cura di Pietro A. Zveteremich
(Marina I. Cvetaeva - Poesie - I classici Feltrinelli)
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Poesie da riscoprire:
Wilcock (prima parte)
Wilcock (seconda puntata)

J.R. Wilcock: poesie da riscoprire (seconda puntata) (post di natàlia castaldi)

[poesie da riscoprire: prima parte]

***

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7. p. 64

Dall’erba verso il cielo slanciati steli
alzano ombrelle, complesse simmetrie
gialle con semi sullo sfondo azzurro.
Eppure laggiù, si stende la città
come una malattia della pianura,
con le sue file di case biancosporche.

E in ogni stanza un apparecchio
di metallo e di vetro con antenne:
tetri lemuri, spiriti folletti
ballano e cantano intrecciando il messaggio
segreto sullo schermo che colgono gli idioti:
non si è felici se non si è idioti.

In una gabbia del giardino zoologico
è stato visto l’ultimo animale;
nelle altre qualche schema ideologico
fa la parte del cane e del maiale.

*

.

9. p. 65-66

Chiudiamo gli occhi per attraversare la strada,
chiudiamoci gli orecchi per entrare in casa,
forse così riusciremo a ricordare
quella visione lontana di un mondo di foreste
e laghi e il sole tra le foglie,
autunni rossi, il rosso sotto i piedi,
crepitio di bestiole sui ramoscelli,
pensieri sparsi a caso ma privati.

E l’estate era l’uccello che cantava
dietro le persiane, nelle acque del silenzio.
Stridulo un grido, un richiamo di bambino,
non turbava le pagine del libro;
i pesci ghiotti nel fiume melmoso
disegnavano scatti, lampi d’oro.

Oggi il mare ci tende sulla riva
le sue mani rognose tra due fabbriche.

Ma ancora si può vivere, basta chiudere
gli occhi gli orecchi il naso e anche la bocca;
gettarsi avanti come sotto la pioggia,
dimentichi, protetti dai pensieri.

Le strade sono tutte polverose
le facciate delle case lebbrose
e gli urli dei figli dei portieri
tremanti ancora dell’atavico strazio,
come dapprima gli angeli, riempiono lo spazio.

L’uomo dall’uomo si difende uccidendo,
oppure, finché può, fuggendo.

*

.

LUOGHI COMUNI

2. p. 15

A chi giova il piacere dei sensi? All’intelletto,
che d’altronde sopporta dolori e infermità
indipendentemente dalla sua capacità
di godimento proprio; perché non è perfetto,
e sfoggia carne e peli come altri animali,
senza mai liberarsi degli ingombri carnali,
senza essere del tutto lieto neppure del tutto abietto;
lui che sognò di volare sul mare senza confine
con dietro le spalle un paio di ali turchine.

*

.

6. p. 17

Nonostante i trionfi della scienza applicata
gli strumenti migliori per osservare l’universo
sono ancora la penetrante lampada del verso,
la musica, la voce di una gola privilegiata,
oppure nella penombra delle candele sparse
il pulpito cosmatesco di diorite incrostata;
qualsiasi luce indicante dove un pensiero arse,
semplici torce o splendidi lampadari,
monasteri carpatici tra i boschi secolari,
rune d’Islanda con principi bruschi,
falli d’ambra nella foresta, sarcofaghi etruschi.
Alla luce di questi lumi l’uomo si muove più sicuro,
vede  tramonti, vede le rive del mare,
e pronuncia parole il cui senso oscuro
gli si comincia infine a rivelare.

*

.

9. p. 18-19

La nostra idea del tempo è ineffabile
e quella che ci vien proposta è quasi sempre puerile,
sia il tempo statico che quello misurabile,
quello che scorre all’inverso o il semplice tempo civile;
nessuna di queste ipotesi riesce abbastanza universale,
se si pensa, per esempio, a un morto o un animale.
Poiché la soluzione del problema la si trova in fondo a noi stessi,
non è facile scendere a questi recessi
il cui il tempo della materia e il tempo della coscienza
non conservano la stessa corrispondenza;
infatti non conservano alcuna relazione
accessibile alla comprensione.

***

.

2. p. 31

Talvolta ho visto alberi secchi che irti
sul tramonto imitavano
il fogliame degli alberi viventi.
Esuli, ignorano l’estate glauca
e a poco a poco li distrugge il vento.

*

.

3. p. 32

Questo silenzio che da me dipende,
echeggia pure d’infiniti dèi;
ci sono mille mondi sovrapposti
presso quell’albero fra gli alti cardi,
e questa foglia che mi vola innanzi
può sconfiggere u uomo, cancellare
un verso millenario, essere un sogno;
i mille dèi stanno a guardare l’albero
e ognuno vede un mondo, e non si vedono.

*

.

4. p. 32

Come quell’erte brulle, roccia nuda
dove l’erba che aprile ha suscitato
l’aridità d’agosto non consente,
né l’elitra vetrosa dell’insetto
svolazza morsa dall’uccello assente,
è il pensiero dell’uomo finché amore
con la sua grazia azzurra e gialla e rosa
non vi si posa.

*

.

21. p. 126

Mettiamo che io fossi un cacciatore
come nei tempi, vestito di verde,
e fossi uscito a cacciare qualcosa
con un’arma, mettiamo, da fuoco antica
e un cavallo qualunque, nell’Alto Lazio
per i boschi che franano nell’argilla
e scendendo con gran difficoltà
per via del cavallo dietro un cinghiale
nei pressi di un ruscello a cascatelle
avessi visto te. Non so che dire,
la cosa sembra troppo straordinaria,
eppure accade, persino a Porta Furba:
com’è, lo sanno tutti, si apre il cielo,
cala una luce che cancella tutto
cavallo, cane, cinghiale e ruscello,
tutto tranne la luce che promani,
ma questa non è luce vera e propria,
piuttosto è un caldo che penetra dagli occhi,
un sentimento fatto forma visibile,
una metafora, un abbigliamento,
vai a descrivere il viso dell’amore,
sarà diverso per ogni cacciatore.

*

.

6. pag. 56

Ballano stanchi sfruttatori e sfruttati.
Con lunghe fruste girano intorno al cerchio
industriali, politici e pensatori,
ma la stanchezza di frustare è pari
alla stanchezza di dover ballare.
E nel centro, follemente contenti,
ballano i giovani, ignorando i lamenti.

Un sole rosso e una luna azzurra
accendono di sbieco la danza infernale.
Urla si levano: “Papé Satan aleppe!”
ma nessuno ne intende ormai il senso.
La gioia è acre in questo girone
come una smorfia di disperazione.

Arida è la terra, frastagliata da crepe,
e nelle crepe si annidano larve umane.
Rauchi, barbuti, frugano con le unghie
tra le rocce per funghi, esili insetti.
La peste li ha lasciati senza cervello,
nei crani vuoti sono entrati i ragni.
Ma loro non praticano la danza
ché sono stati già sfruttati abbastanza.

*

J.R. Wilcock: poesie da riscoprire (post di Natàlia Castaldi)

Ho letto così tanti poeti da doverne leggere ancora fin troppi, ma uno, uno in particolare, costituisce il mio punto fermo per fare boa e ricercare il riparo della terra ferma.

Il poeta di cui parlo è J.R. Wilcock, di cui vi ricopio una selezione di testi tratti dalla raccolta Adelphi del 1980, pag. 233.

buona lettura.

nc

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24.

Due case avevano per confine un ruscello,
di qua viveva una pazza, di là un bambino,
e si parlavano da una riva all’altra.
Quello è un racconto, leggilo, di amore puro
se qualcosa di puro c’è nell’amore.
Parlavano di piante e di furetti.

*

31.

Adesso sono completamente solo,
adesso che mi riempi l’universo,
questo allegro universo in espansione
con galassie, cefeidi, supernove,
e tu dietro ogni grado dello spazio,
che a una parola tua si rattrappisce
e si concentra nella tua sola persona
di nuovo come un astro in pulsazione;
non ho più amici, non ho più interessi,
sto qui a studiare la tua cosmografia,
le tue emissioni radio, le tue sizigie,
più esattamente la tua bocca ed i tuoi occhi,
più esattamente quel che c’è in fondo ai tuoi occhi,
e ancora più esattamente, te.

*

5.

L’amore che fa dolce chi aspro era
non si concede ai gregari.
L’amore che ordina le varie percezioni
non resiste alle musiche volgari.
L’amore che fa azzurri l’acqua e l’aria
non può tutto transustanziare.
L’amore che dà senso al mondo esterno
ama il silenzio, la solitudine, il mare.
Tu fuso di fuoco interno,
casta rosa radioattiva,
che il transitorio in eterno
muti nella fiamma viva,
effluvio della materia
per te spirito rifatta,
e della nostra miseria
singola ricchezza astratta,
tu brace di ghiaccio emani
la tua immortalità
solo a chi ha pure le mani
dalla comune viltà.

*

4.

La saggezza non è un dono degli anni
bensì una qualità aristotelica
che si ha o non si ha fin dalla nascita,
un equilibrio fra il fattibile e l’impossibile,
una conoscenza previa alla conoscenza.
Non piove dal cielo ma con noi fiorisce;
non indifferenza ma trattenuta passione,
gioiosa e melancolica accettazione
dell’umana effimera fantastichezza.
Poche cose sa il saggio, ma le ricorda:
che l’uomo è al servizio della donna,
e questa al servizio della maternità,
e gli uni e le altre muovono perpetuati.
Inoltre esiste la parola,
con cui gli oggetti vengono nominati
e i concetti creati,
ciò che ci fa diversi dalle bestie,
un poco, ma non troppo.
Ma non è questa la sapienza da salvare
se ogni uomo in sé la può trovare.

*

3.

Non tutto è stato detto, e ciò che è stato detto
è stato tante volte dimenticato
che il mondo si direbbe appena nato
e la vita dell’uomo, e quella dell’insetto
un universo ancora da scoprire,
e il sole e l’albero che si ostina a fiorire:
tutto è così nuovo e così sorprendente
da sembrare creato di recente.
Ora viviamo con gli occhi nel passato
quasi fosse un futuro da raggiungere;
ma anche il passato è stato creato
qualche minuto prima del presente
non mèta ma ornamento, non precedente
ma complessa decorazione del minuto,
non giudice degli atti, ma teste muto.
Siamo qui dunque con la nostra esperienza
logoro strascico di pelurie e rifiuti
sulla soglia sempre dell’attimo rinnovato,
questo dono che a nessuno è negato
di scorgere un paesaggio ad ogni istante,
fra gli archi del presente un mondo luccicante
dove un’idea non fa soffrire,
nel mare immersi del puro percepire.

*

II

10.

Dobbiamo imitare i saggi della tribù,
gli anziani che impartiscono il segreto secolare;
e i saggi della folla non hanno alcun segreto
né da impartire né da occultare. Eppure:
ciascuno cerchi il suo modello,
quelli che non ne hanno sono schiavi,
come quelli che scelgono per un modello uno schiavo.
L’uomo libero insegna libertà,
il veritiero insegna verità,
il nobile insegna nobiltà.
La terra è piena di figli di nessuno;
eppure là, sulle vette dei secoli
si ergono come statue i grandi antenati
che a tanti morti diedero volto e voce.
Non troverete nel baratro un padre
ma in ciò che ancora non è stato travolto,
cospicua eredità rimasta senza eredi.

*

5.

Chi è legato alla carne deperisce,
come la carne che è in noi deperisce.
Ma la morte mentale avviene prima,
forse alla prima accettazione
di un ordine che non è concordia dei diversi
ma inganno e privilegio del potere.
Per non tradire bisogna avere cento occhi,
ma la ricompensa è la miseria.
Per non mentire bisogna avere cento braccia
ma la ricompensa è il disprezzo.
Per non essere leggeri bisogna essere leggeri
ma la ricompensa è il silenzio.
Per non essere crudeli bisogna essere crudeli
ma la ricompensa è la solitudine.
Seguire il Vangelo, non peccare in spirito
può portare in prigione, ma la prigione è aperta.

*

Spazio

Nella mia stanza non c’è nulla
tranne il fonografo e il letto:
e anche nel cuore non c’è nulla
tranne un figlio da me diverso.
Così c’è spazio per muoversi
sia nel cuore che nella stanza;
ho buttato gli stracci al fuoco,
i sentimeni li ho buttati in mare.
Non tutti hanno vuota la stanza,
non tutti hanno il cuore vuoto:
ci si può lasciare entrare
ogni mattino un mondo nuovo.

*

2.

Preghiera al caso

“Possa tutto mutare e non mutarci;
che i nostri cambiamenti siano identici,
le nostre morti simultanee”
Dev’essere un dolore intollerabile
sentir cessare la felicità.

*