poesia traduzioni

Colin Herd, ‘Keats e l’imbarazzo’ e l’imbarazzo… (trad. di A. Brusa)

Colin Herd (photo by Chris Scott)

KEATS E L’IMBARAZZO E L’IMBARAZZO

La melma è l’imbarazzo dell’acqua.

Una perversa e beffarda posta del cuore
che non ha mai ricevuto lettere.
L’edentulia (persino nei bambini)
è cosa così delicata da provarne quasi
vergogna, avvolta com’è in una morbosa
attenzione da mettere in difficoltà.

È imbarazzante scrivere del cibo.
La tovaglia macchiata è imbarazzante
per la tavola. Andare a capo è imbarazzante
per il verso. Tutti i film che vedrai nella tua vita
ti metteranno in imbarazzo. Fatta eccezione
per il primo Paul Verhoeven che ti si addice.

Non puoi mettere nulla in imbarazzo senza dover
fare grandi sforzi e fare quegli sforzi è imbarazzante.
Mangiare in pubblico è imbarazzante. Anche una banana
che non sia matura o un piccolo vassoio di mirtillini.

Le raccolte di poesia sono imbarazzanti
per la poesia. Alcune più di altre.
Le metafore mettono in imbarazzo la lingua.
Instagram è l’imbarazzo di qualunque cosa.
Instagram mette in imbarazzo se stesso.
Ecco perché la sua icona è rossa.

Imbarazzo per un libro è la sua
copertina ed imbarazzante per la
copertina è la fascetta. Ed il dorso.
E soprattutto i numeri delle pagine
quando ci sono, messi in un angolo come
discoli in punizione. Le parole “testo” e “lavoro”,
usate per evitare l’imbarazzo della parola “libro”
sono esse stesse imbarazzantemente intime.

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Coriandoli a Natale #15: Georg Trakl, Nascita

trakl_poesie

 

Nascita

Montagne: nero, silenzio e neve.
Rossa dal bosco scende la caccia;
Oh, che sguardi muscosi hanno le bestie.

Silenzio della madre; sotto pini neri
S’aprono le mani addormentate
Quando incolore appare la fredda luna.

Oh, la nascita dell’uomo. Notturna fruscia
Acqua azzurra al piede delle rocce;
Tra i sospiri guarda l’angelo caduto la sua immagine,

Si desta un lividore in stanza sorda.
Due lune,
Lucono gli occhi alla vecchia di pietra.

Ahi, il grido della partoriente. Con ala nera
Sfiora la notte le tempie del fanciullo,
Neve che cade piano dalla nube porpora.

Georg Trakl
Trad. di Enrico De Angelis in: G.T., Poesie. A cura di Grazia Pulvirenti, Marsilio 1999, p. 257

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Poesie per l’estate #18 – Selma Meerbaum-Eisinger, Agosto

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza. In questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

Meerbaum-Eisinger_Florilegio

August

Es ist so kalt –
Geistergestalt
Sitz ich da.
Der Regen weint
Mit mir vereint
Fern und nah.

Die Sehnsucht blaut
Mir nah’ vertraut
Und bekannt.
Sie ist in mir
Und blickt zu dir,
Wie gebannt.

Von Tränen schwer
Gespentisch leer
Ist mein Blick.
Er sieht dich an
Voll Leid und kann
Nicht zurück.

30.VI.941

Agosto

Fa così freddo –
Come uno spettro
Qui siedo.
Lontano e vicino,
Piange la pioggia
Con me.

Accanto a me l’attesa
Illividisce, nota
E familiare.
Essa è in me
E guarda te,
Stregata.

Oppresso dal pianto
È vuoto il mio sguardo,
Spettrale.
Su di te si posa
Dolente e più tornare
Non sa.

30.VI.941

Selma Meerbaum-Eisinger
(traduzione di Francesca Paolino)

da: Selma Meerbaum-Eisinger, Florilegio. A cura di Francesca Paolino, Edizioni Forme Libere 2015

Poesie per l’estate #2 – Hilde Domin, Nell’antro di Polifemo

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza, in questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

Domin_Il_coltello_che_ricorda

IN DER HÖHLE DES POLYPHEM

Der blinde Riese greift wieder nach mir.
Seine Hand zählt die Schafe.

Fortgehn schon wieder
unter dem Bauch des Widders.
Schon einmal
unter der zählenden Hand.

Die fortgehn
lassen alles zurück
die fortgehn
unter der zählenden Hand.

Die fliehen
vor dem Riesen
nehmen nichts mit
als die Flucht.

NELL’ANTRO DI POLIFEMO

Il gigante cieco torna a ghermirmi.
La sua mano conta le pecore.

Andarsene di nuovo
sotto la pancia dell’ariete.
Già una volta
sotto la mano che conta.

Quelli che se ne vanno
lasciano indietro tutto
quelli che se ne vanno
sotto la mano che conta.

Quelli che fuggono
dal gigante
non portano con sé null’altro
che la fuga.

Hilde Domin
(traduzione di Anna Maria Curci)

da: Hilde Domin, Il coltello che ricorda. A cura di Paola Del Zoppo, Del Vecchio editore (in uscita prossimamente). Qui una lettura della poesia.

Poesia latinoamericana #10: José Lezama Lima

Poesia latinoamericana
Grandi autori del secolo XX

Il decimo e ultimo appuntamento con la poesia latinoamericana ci riporta a Cuba con José Lezama Lima. Termina così il nostro breve ma ricco viaggio tra le voci e le terre della poesia latinoamericana dello scorso secolo. Rimane però l’attesa che il progetto antologico di Raffaelli Editore, curato da Gianni DarconzaMario Meléndez, si materializzi nelle nostre mani, e continui il dialogo qui avviato. [fm]

José Lezama Lima

JOSÉ LEZAMA LIMA

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

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José Lezama Lima (Cuba, 1910 – 1976). Poeta e saggista. È autore di un’opera culterana popolata di enigmi, chiavi, allegorie. La sua estetica è caratterizzata da una tempra erotica che soggiace in ogni verso. Fu contemporaneo di una generazione notevole di autori tra i quali si segnalano Gastón Baquero, Cintio Vitier, Eliseo Diego e Virgilio Piñera. Nel 1966 vide la luce il romanzo Paradiso, considerato il suo capolavoro, nel quale espone in forma rotonda ed estrema un immaginario che si alimenta nel barocco e nel simbolico. Tra i suoi libri di poesia figurano: Muerte de Narciso (1937), Enemigo rumor (1941), La fijeza (1949), Dador (1960), Antología de la poesía cubana (1965), Obras completas (1975) e Fragmentos a su imán (1978), pubblicato postumo.

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AH, QUE TÚ ESCAPES

 

Ah, que tú escapes en el instante
en el que ya habías alcanzado tu definición mejor.
Ah, mi amiga, que tú no quieras creer
las preguntas de esa estrella recién cortada,
que va mojando sus puntas en otra estrella enemiga.

Ah, si pudiera ser cierto que a la hora del baño,
cuando en una misma agua discursiva
se bañan el inmóvil paisaje y los animales más finos:
antílopes, serpientes de pasos breves, de pasos evaporados
parecen entre sueños, sin ansias levantar
los más extensos cabellos y el agua más recordada.
Ah, mi amiga, si en el puro mármol de los adioses
hubieras dejado la estatua que nos podía acompañar,
pues el viento, el viento gracioso,
se extiende como un gato para dejarse definir.

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AH, CHE TU SCAPPI

Ah, che tu scappi nell’istante
in cui avevi già raggiunto la tua definizione migliore,
Ah, amica mia, che tu non voglia credere
alle domande di quella stella appena tagliata,
che sta bagnando le sue punte su un’altra stella nemica.

Ah, se potessi essere certo che all’ora del bagno,
quando in una stessa acqua discorsiva
si bagnano l’immobile paesaggio e gli animali più fini:
antilopi, serpenti dal passo breve, dal passo evaporato
paiono tra i sogni, senza ansie sollevare
i più estesi capelli e l’acqua più ricordata.
Ah, amica mia, se nel puro marmo degli addii
avessi lasciato la statua che ci poteva accompagnare,
poiché il vento, il vento grazioso,
si estende come un gatto per lasciarsi definire.

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UNA OSCURA PRADERA ME CONVIDA

 

Una oscura pradera me convida,
sus manteles estables y ceñidos,
giran en mí, en mi balcón se aduermen.
Dominan su extensión, su indefinida
cúpula de alabastro se recrea.
Sobre las aguas del espejo,
breve la voz en mitad de cien caminos,
mi memoria prepara su sorpresa:
gamo en el cielo, rocío, llamarada.
Sin sentir que me llaman
penetro en la pradera despacioso,
ufano en nuevo laberinto derretido.

Allí se ven, ilustres restos,
cien cabezas, cornetas, mil funciones
abren su cielo, su girasol callando.
Extraña la sorpresa en este cielo,
donde sin querer vuelven pisadas
y suenan las voces en su centro henchido.
Una oscura pradera va pasando.
Entre los dos, viento o fino papel,
el viento, herido viento de esta muerte
mágica, una y despedida.
Un pájaro y otro ya no tiemblan.

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UN OSCURO PRATO MI INVITA

Un oscuro prato mi invita,
le sue tovaglie stabili e attillate,
girano in me, nel mio balcone s’addormentano.
Dominano la sua estensione, la sua indefinita
cupola di alabastro si ricrea.
Sopra le acque dello specchio,
breve la voce in mezzo a cento cammini,
la mia memoria prepara la sua sorpresa:
daino nel cielo, rugiada, fiammata.
Senza sentire che mi chiamano
penetro nella prato lentamente,
risoluto in nuovo labirinto disciolto.

Lì si vedono, illustri resti,
cento teste, cornette, mille funzioni
aprono il suo cielo, il suo girasole tacendo.
Strana la sorpresa in questo cielo,
dove senza volerlo tornano impronte
e suonano le voci nel loro centro colmato.
Un oscuro prato sta passando.
Tra i due, vento o fine carta,
il vento, ferito vento di questa morte
magica, una e licenziata.
Un uccello e un altro più non tremano.

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UNA BATALLA CHINA

 

Separados por la colina ondulante,
dos ejércitos enmascarados
lanzan interminables aleluyas de combate.
El jefe, en su tienda de campaña,
interpreta las ancestrales furias de su pueblo.
El otro, fijándose en la línea del río,
ve su sombra en otro cuerpo, desconociéndose.
Las músicas creciendo con la sangre
precipitan la marcha hacia la muerte.
Los dos ejércitos, como envueltos por las nubes,
se adormecen borrando los escarceos temporales.
Los dos jefes se han quedado como petrificados.
Después cuentan las sombras que huyeron del cuerpo,
cuentan los cuerpos que huyeron por el río.
Uno de los ejércitos logró mantener
unida su sombra con su cuerpo,
su cuerpo con la fugacidad del río.
El otro fue vencido por un inmenso desierto somnoliento.
Su jefe rinde su espada con orgullo.

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UNA BATTAGLIA CINESE

Separati dalla collina ondulante,
due eserciti mascherati
lanciano interminabili alleluia di combattimento.
Il capo, nella sua tenda di campagna,
interpreta le ancestrali furie del suo popolo.
L’altro, osservando la linea del fiume,
vede la sua ombra in un altro corpo, senza riconoscersi.
Le musiche crescendo con il sangue
precipitano la marcia verso la morte.
I due eserciti, come avvolti dalle nubi,
s’addormentano cancellando le digressioni temporali.
I due capi sono rimasti come pietrificati.
Dopo contano le ombre che sono fuggite dal corpo,
contano i corpi che sono fuggiti lungo il fiume.
Uno dei due eserciti è riuscito a mantenere
unita la sua ombra con il corpo,
il suo corpo con la fugacità del fiume.
L’altro è stato sconfitto da un immenso deserto sonnolento.
Il suo capo consegna la propria spada con orgoglio.

Poesia latinoamericana #2: Alejandra Pizarnik

Poesia latinoamericana
Grandi autori del secolo XX

Prosegue con i versi di Alejandra Pizarnik la serie di finestre che si aprono sulla poesia latinoamericana dello scroso secolo, e che anticipano il prossimo progetto antologico di Raffaelli Editore, curato da Gianni DarconzaMario Meléndezun’antologia di voci poco note, le più, ai lettori italiani. Una buona occasione per colmare un vuoto e aprire un dialogo. [fm]

 Alejandra Pizarnik

ALEJANDRA PIZARNIK

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

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Alejandra Pizarnik (Argentina, 1936 ‑ 1972). Considerata una delle maggiori poetesse dell’America Latina, la sua influenza è stata enorme per le nuove generazioni di scrittori. Il crescente interesse risvegliato da questa poetessa è sottolineato dagli innumerevoli studi e saggi dedicati alla sua opera. Nel 1960 viaggia a Parigi dove entra in contatto con grandi intellettuali dell’epoca, come Sartre, Simone de Beauvoir e Marguerite Duras, oltre che con scrittori del calibro di Octavio Paz e Julio Cortázar. Tra i suoi libri si ricordano: La tierra más ajena (1955), La última inocencia (1956), Las aventuras perdidas (1958), Árbol de Diana (1962), Los trabajos y las noches (1965), Extracción de la piedra de la locura (1968) e El infierno musical (1971). Muore suicida il 25 settembre del 1972, a causa di una overdose di seconal. Nel 2000 la casa editrice Lumen pubblica la sua Poesía completa, e nel 2002 appare, sempre ad opera della stessa casa editrice, la sua Prosa completa.

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ÁRBOL DE DIANA

14

El poema que no digo,
el que no merezco.
Miedo de ser dos
camino del espejo:
alguien en mí dormido
me come y me bebe.

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16

Has construido tu casa,
has emplumado tus pájaros,
has golpeado al viento
con tus propios huesos.
Has terminado sola
lo que nadie comenzó.

. (altro…)

Poesia latinoamericana #1: Nicanor Parra

Poesia latinoamericana
Grandi autori del secolo XX

Inizia con i versi di Nicanor Parra una serie di finestre che si aprono sulla poesia latinoamericana dello scorso secolo, e che anticipano il prossimo progetto antologico di Raffaelli Editore, curato da Gianni DarconzaMario Meléndezun’antologia di voci poco note, le più, ai lettori italiani. Una buona occasione per colmare un vuoto e aprire un dialogo. [fm]

 Nicanor Parra

NICANOR PARRA

 

Traduzione di Gianni Darconza

Selezione di Mario Meléndez

 

Nicanor Parra (Cile, 1914). È poeta e professore di fisica e matematica. Tra i suoi libri si segnalano: Poemas y antipoemas (1954), La cueca larga (1958), Versos de salón (1962), Obra gruesa (1969), Artefactos (1972), Sermones y prédicas del Cristo de Elqui (1977), Hojas de Parra (1985) e Poemas para combatir la calvicie (1993). Tra le distinzioni più importanti ricevute per la sua opera si contano il Premio Nazionale di Letteratura (1969), il Premio Juan Rulfo (1991), il Premio Reina Sofía (2001), il Premio Cervantes (2011) e il Premio Iberoamericano di Poesia Pablo Neruda (2012). È considerato una delle voci più importanti e influenti della poesia ispanoamericana della seconda metà del Novecento.

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CARTAS A UNA DESCONOCIDA

Cuando pasen los años, cuando pasen
Los años y el aire haya cavado un foso
Entre tu alma y la mía; cuando pasen los años
Y yo sólo sea un hombre que amó, un ser que se detuvo
Un instante frente a tus labios,
Un pobre hombre cansado de andar por los jardines,
¿Dónde estarás tú? ¡Dónde
Estarás, oh hija de mis besos!

. (altro…)

Claude Esteban, il giorno appena scritto – a cura di Lucetta Frisa

Esteban

Claude Esteban, il giorno appena scritto

 

a cura di Lucetta Frisa

 

 

Quello che non parla
io l’ascolto.
Quello che non ha luogo
Io lo ritrovo
nel suo luogo.
A quello che cade
io mi rimetto al suo posto.
Io vedo vivere
tutto quello che muore.
Sparisco
con quello che resta.

(altro…)

Dai margini # 1 – Christine Lavant

Con la rubrica “Dai margini”, che si apre oggi qui con Christine Lavant, Poetarum Silva si propone di diffondere la conoscenza di autori che hanno seguito percorsi inconsueti, ai margini delle correnti più diffuse.

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Dai margini # 1 – Christine Lavant
di Anna Maria Curci

Di lei scrisse Thomas Bernhard: «è la testimonianza semplicissima di una persona che subì la violenza di tutti i buoni spiriti, sotto forma di grande poesia, una poesia che non è ancora conosciuta nel mondo come meriterebbe.» Ho conosciuto Christine Lavant leggendo di lei nel museo che a Klagenfurt custodisce testimonianze di e su scrittori noti della Carinzia, dove le sue tracce si trovano accanto, per essere più espliciti, a due illustri figli di Klagenfurt, Robert Musil e Ingeborg Bachmann. Dapprima mi sono accostata alla prosa di Christine Lavant, leggendo i racconti pubblicati in traduzione italiana da Zandonai nel volume Nell. In quella occasione, tramite il saggio introduttivo «Ho bisogno di un essere umano, finché non avrò Dio». Il linguaggio salvifico di Christine Lavant, è avvenuto anche il mio primo incontro con l’autrice del saggio, Marica Bodrožić, di cui ho letto, subito incuriosita, prosa e poesia. Ho rivolto poi lo sguardo alla  poesia, che ho provato a rendere in italiano, di Christine Lavant. La sua è una scrittura che racchiude gli opposti: quieta e potente, lieve e incisiva, ascetica e concreta, è preghiera umile e ribelle. Alla ricerca del volto di Dio, lo sguardo si sofferma sull’esistente con slancio estatico e acume critico, visionarietà vertiginosa e sinestesie corpose. Sguardo ossimorico, questo, che si conferma nei suoi Appunti da un manicomio.  In una lettera non datata alla poetessa Hilde Domin, che Marica Bodrožić nel saggio menzionato definisce “sua amica fidata”, Lavant scrive: «Nulla cambia nell’esistente: per uno dei molti canali della creatività che si occlude, se ne aprono sempre di nuovi.» (altro…)

Ombretta Ciurnelli, Scaline

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Ombretta Ciurnelli, Scaline

Appunti di lettura e ascolto di Anna Maria Curci

 

Quando ho letto la prima volta, qualche mese fa, La città del vento. Poesie in lingua perugina (Edizioni Cofine, Roma, 2013) di Ombretta Ciurnelli, ho scelto immediatamente questa poesia, Scaline, per la ‘mia’ lettura, che prende sovente le forme e i suoni di una trasposizione in lingua tedesca. Davvero questi versi rendono in maniera esemplare la musica e l’architettura della raccolta. La città del vento ha una voce che canta più melodie, spazia su tonalità diverse, come diverse sono le misure degli intervalli che comprende, dei passaggi o, per essere più precisi, degli intrecci tra maggiore e minore. Delle scalette che si inerpicano lente su per il colle ascoltiamo il respiro, la tensione e l’estensione della cassa armonica; la similitudine prima, e la seconda, introdotta da una disgiuntiva che è un invito alla facoltà immaginativa di chi legge e ascolta,  fanno volgere gli occhi alle pieghe di un organetto o a quelle di un ventaglio. Mantici e vezzi, bellezza e fatica quotidiana salgono fianco a fianco. Poi, nella quartina finale, sosta, ironia, contrasto e riflessione hanno i timbri ora gravi ora tintinnanti di tetti, di una ringhiera, dei sogni sbeffeggiati, del tiro mancino e preciso dell’onnipresente tramontana.

Scaline

Sajono lente
ji scaline ntol colle
che da millanne
’l chiameno del Sole
birate come fusson
’n organetto stirato
da le man de ’n sonatore
(o figurte sinnò
ventaje granne
merlette ormò scordate
e nute pietra)

Poggiata su pi tette
na lindiera
ncla tramontana
che canzona i súmmie

Scalette

Salgono lente
le scalette sul colle
che da secoli
chiamano del Sole
piegate come fossero
un organetto disteso
dalle mani di un suonatore
(o immagina se no
ventagli grandi
trine ormai dimenticate
e diventate pietra)

Appoggiata sui tetti
una ringhiera
con la tramontana
che si burla dei sogni

Treppchen

Langsam steigen
die Treppchen den Hügel hinauf,
den man seit Jahrhunderten
von der Sonne nennt,
gefaltet, als ob sie
ein kleines Akkordeon wären,
das von den Händen eines Spielers ausgedehnt wird
(sonst stell dir
große Fächer vor
nunmehr vergessene
und jetzt Stein gewordene Spitzen)

An die Dächer gelehnt
ein Geländer
beim Nordwind,
der sich über die Träume lustig macht

Ombretta Ciurnelli

(traduzione in tedesco di Anna Maria Curci)

Qui è possibile ascoltare la versione in tedesco di Scaline