Poesia russa

«Come amo questi suoni». Appunti di una riflessione sull’architettura dell’esilio in Iosif Brodskij

Brodskij

«Ma la sonatina delle macchine per scrivere
non è che l’ombra di quella musica potente»
Osip Mandel’štam

 

Per lo slavista – ma potremmo dire anche per il lettore non specialista – Iosif Brodskij (1940-1996) è stato uno dei più grandi poeti russi contemporanei e tale è stato dal momento in cui scrisse poesie che cominciarono a diffondersi negli ambienti patri, sebbene sotto spoglie apocrife, anonime. Conviene qui tracciare una differenza: per lo specialista accedere all’opera del poeta sin dalle origini (fermo restando la reperibilità dei testi, punto di partenza per un’adeguata ricerca filologico-letteraria), la sua ricerca e la sua competenza gli permettono, tenendo conto delle effettive difficoltà che questo comporta, di giungere alla voce scritta del poeta. Il non-esperto, l’estimatore che non abbia ancora gustato la diretta ricchezza della lingua russa, lo conosce in traduzione. Di certo la limitazione sta lì, nella parziale carezza a dei versi che sussurrano al nostro orecchio in una lingua a noi misteriosa, ma la traduzione riguadagna il suo valore determinante di trasferire, laddove la lingua di arrivo lo permetta, un anàlogon dell’originale. In Italia, come sappiamo, Brodskij comincia a esser noto al lettore con le edizioni Adelphi a partire dal 1986, nonostante alcune sue poesie fossero già apparse sulla rivista La primavera di Mosca (Jaca Book, 1979).[1] Le Poesie curate da G. Buttafava, la prima raccolta edita in Italia, recano una data precisa (1972-1985) che ci permette di spostare cronologicamente il terminus a quo per rilevare del poeta, se non le origini, almeno un periodo più preciso della sua vita.

 

L’esilio

Incontriamo Iosif Brodskij in un momento di passaggio, dalla primavera del 1972 in poi, l’anno del suo esilio dalla patria russa per giungere negli Stati Uniti che nel 1977 gli daranno la cittadinanza americana, il nome naturalizzato in Joseph Brodsky. Cominciamo a conoscerlo in modo più approfondito durante il transito che dalla Liteinij Prospekt 24, da dove poteva osservare il fiume Neva – il fiume cantato da Tjutčev («Guardavo dalle rive della Neva | rilucere la cupola dorata | là del gigante Sant’Isacco | nel buio della fredda nebbia», «sulla pensosa Neva solo | si versa lo splendore della luna») – lo condusse al 44 di Morton Street a New York. Se è vero che omnia mea mecum porto ricorda un detto antico, «tutto ciò che di buono ho, lo porto con me», all’epoca Brodskij portò con sé la dignità e la lingua.[2] Leggiamo un poeta già maturo, un poeta collocato in un determinato momento storico, nel vivo di una vicenda non solo soggettiva ma universale: lo leggiamo quindi in medias res. Per riprendere dalla prefazione di Buttafava, nel 1972 il poeta «lascia dietro di sé puzza di bruciato», come troviamo nei versi di Ninnananna di Cape Cod:

Come l’onnipossente Scià tradire può
le mogli innumeri dell’harem solo con un altro harem,
io ho cambiato impero. E questo passo fu
dettato dal fatto che – dio ne scampi –
veniva puzza di bruciato da quattro, anzi cinque parti,
dal punto di vista del corvo.

(Ninnananna di Cape Cod, II, p. 85)

Furono quegli incendi che costrinsero il poeta a prendere l’abito dell’esule. Grazie anche a documenti pubblicati solo qualche anno fa il lettore, insieme a questa poesia musicale e precisa, riesce meglio a comprendere cosa passò il poeta Brodskij, facendo un salto indietro nel tempo per scoprire degli antefatti che descrivono il regime dittatoriale di paesi come la Russia. Fra questi, nel 1964, un processo contro Brodskij lo accusò di «parassitismo sociale».[3] Troviamo tutti gli ingredienti per un capo d’imputazione pronto e confezionato: Brodskij dal 1956 cambiò lavoro per tredici volte, non dimostrò senso patriottico e soprattutto era un poeta. Al potere non piace la poesia perché è musicale e la musica conduce alla libertà, allora il potere non può concedere al poeta il lusso della scrittura perché il poeta spinge l’uomo alla libertà, una libertà che si prefigura come accusa a un regime. Di scrittori esuli la storia ne ha generati e ancora, ahinoi, ne genera, ognuno con un’idea di esilio sfaccettata, eppure credo tutte riconducibili a un’unica condizione: l’esilio non è solo fisico ma anche interiore. La ricerca di un senso, di un significato al suo esilio, è per uno scrittore o poeta «quasi invariabilmente la causa del suo esilio».[4] Brodskij ci ricorda che «[…] se c’è qualcosa di buono nell’esilio è che insegna l’umiltà. Si può perfino arrivare a dire che quella dell’esilio è la più alta lezione di umiltà, la lezione definitiva. Ed è tanto più preziosa per uno scrittore quanto gli apre la più ampia prospettiva possibile. […] Ammaina la tua vanità, dice l’esilio, non sei che un granello di sabbia nel deserto. Non ti confrontare con gli altri uomini di penna, ma con l’infinità umana: la quale è amara e triste più o meno quanto quella non umana. È questo che deve suggerirti le parole, non già la tua invidia, non già la tua ambizione.»[5] (altro…)

Un libro al giorno #19: Aleksej Vasil’evič Kol’cov, Poesie (3)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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RIFLESSIONI DI UN CONTADINO (1837)

Sedendomi a tavola
mi dico:
come si fa a vivere nel mondo
solo soletto?

[Non ha il giovanotto
una giovane moglie,
non ha il giovanotto
un’amica fedele.

Non ha denaro,
non ha un angolino caldo,
non ha un aratro,
non ha un cavallo…]

Ma insieme alla povertà,
il babbo mi ha dato
un solo dono,
una forza erculea.

[Ma anche questa
l’amara miseria
in mezzo a gente estranea
l’ha consumata.]

Sedendomi a tavola
mi dico:
come si fa a vivere al mondo
solo soletto?

da Aleksej Vasil’evič Kol’cov, Poesie, Edizioni Fussi, 1953.

Un libro al giorno #19: Aleksej Vasil’evič Kol’cov, Poesie (2)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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Perché dormi, o contadino mio?
Guarda che la primavera è già nel cortile.
Guarda che i tuoi vicini
lavorano da lungo tempo.

Alzati, svegliati, sorgi,
guardati un po’:
chi eri? e chi sei?
E cosa possiedi?

Sull’aia: non un covone.
Nel granaio: non un chicco.
Sull’erba del cortile
può ruzzolare una palla.

Dalla dispensa il folletto di casa
con la scopa ha portato via le spazzature;
ed i cavalli per pagare i debiti
ha diviso tra i vicini…

E sotto la panca il baule
rovesciato giace;
e incurvatasi, l’isba
come una vecchietta se ne sta.

da Aleksej Vasil’evič Kol’cov, Poesie, Edizioni Fussi, 1953.

Un libro al giorno #19: Aleksej Vasil’evič Kol’cov, Poesie (1)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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IL CANTO DELL’ARATORE (1831)

Eh, avanti, muoviti, sivka
attraverso il campo da arare,
imbiancheremo il vomero
colla terra umida.

L’aurora bellissima
nel cielo si è accesa,
dal vasto bosco
il sollecito sta per uscire.

Si sta bene nel campo;
Eh, avanti, muoviti, sivka!
Siamo noi due soli,
il servo ed il padrone.

Ecco che allegramente aggiusto
l’erpice e la vanga,
preparo il carro,
il grano vi spando.

Allegramente già rimiro
l’aia, i covoni,
macino e vaglio…
Eh, avanti, muoviti, sivka!

Il campo rapidamente
con svita l’areremo,
al chicco prepareremo
una culla santa.

L’abbevererà
la madre-terra umida,
spunterà dal campo l’erbetta,
eh, avanti, muoviti, sivka!

Spunterà nel campo l’eretta,
crescerà anche la spiga,
maturerà, si adornerà
di stoffa d’oro.

Scintillerà qui la nostra ronca,
risuoneranno qui le falci,
dolce sarà il riposo
sui covoni pesanti!

Eh, avanti, muoviti, sivka!
ti darò foraggio a sazietà,
ti abbevererò di acqua,
di acqua della fonte.

Con una silenziosa preghiera
io arerò, seminerò,
fecondami, Dio,
il grano, la mia ricchezza!

 

da Aleksej Vasil’evič Kol’cov, Poesie, Edizioni Fussi, 1953

I poeti della domenica #78: Marina Cvetaeva, Euridice a Orfeo (ЭВРИДИКА – ОРФЕЮ)

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EURIDICE A ORFEO

Per chi ha sciolto gli ultimi brandelli
del velo (né guance, né labbra!…)
non è forse abuso di potere
Orfeo che scende nell’Ade?

Per chi ha slegato gli ultimi anelli
del terrestre… e sul talamo ha lasciato
l’alta menzogna del vedere in volto
e in dentro guarda – il nuovo incontro è spada.

È già pagato – con tutte le rose
del sangue – questo dovizioso taglio
d’immortalità…
.                     Fino all’alto Lete
amante tu – io chiedo a te la pace

della smemoria… Giacché in questa casa
illusoria tu, vivo, sei fantasma, e vera
io, morta… Che posso dirti – oltre:
«Dimentica e abbandonami!»

Non riuscirai a turbarmi! Non mi farò portare!
Non ho neanche mani! Né labbra
da posare! Dal morso di vipera dell’immortalità
la passione di donna prende fine.

È già pagata – ricorda le mie urla! –
questa distesa estrema.
Orfeo non deve scendere a Euridice.
I fratelli – turbare le sorelle.

23 marzo 1923

.

ЭВРИДИКА – ОРФЕЮ

Для тех, отженивших последние клочья
Покрова (ни уст, ни ланит!…).
О, не превышение ли полномочий
Орфей, нисходящий в Аид?

Для тех, отрешивших последние звенья
Земного… На ложе из лож
Сложившим великую ложь лицезренья,
Внутрь зрящим – свидание нож.

Уплочено же – всеми розами крови
За этот просторный покрой
Бессмертья…
.                  До самых летейских верховий
Любивший – мне нужен покой

Беспамятности… Ибо в призрачном доме
Сем – призрак ты, сущий, а явь –
Я, мертвая… Что же скажу тебе, кроме:
«Ты это забудь и оставь!»

Ведь не растревожишь же! Не повлекуся!
Ни рук ведь! Ни уст, чтоб припасть
Устами! – С бессмертья змеиным укусом
Кончается женская страсть.

Уплочено же – вспомяни мои крики! –
За этот последний простор.
Не надо Орфею сходить к Эвридике
И братьям тревожить сестер.

23 марта 1923

da: Marina Cvetaeva, Dopo la Russia e altri versi, a cura di Serena Vitale, Mondadori, 1988

Osip Mandel’štam, La pietra (e la parola). Recensione di Pietro Russo

Osip Mandel’štam, La pietra (e la parola)

La pietra. Testo russo a fronte Osip Mandel'Stam Il Saggiatore Le silerchieTesto russo a fronte.
Traduzione ed edizione a cura di Gianfranco Lauretano
Il Saggiatore, Milano, 2014
€ 14,00

 

 

 

«Amate l’esistenza della cosa più della cosa stessa e il vostro essere più di voi stessi». Così Mandel’štam ne Il mattino dell’acmeismo, terzo manifesto in ordine cronologico (dopo quelli di Nikolaj Gumilëv e Sergej Gorodeckij) in cui si ritrovano teorizzate le linee-guida del movimento letterario sorto nella Russia del 1911 con il dichiarato intento di soppiantare gli ultimi rantoli di un simbolismo che del resto aveva dato i suoi esiti migliori nella stagione precedente. Anche se verrà pubblicato solo nel 1919, la stesura risale al 1913, annus mirabilis per il poeta russo che a questa altezza cronologica pubblica il suo primo libro, Kamen´ (La pietra), da poco riproposto in Italia per i tipi del Saggiatore.
Sulle intricate vicende di ricostruzione filologica di quest’opera si rimanda alla Nota finale di Gianfranco Lauretano, che di questo volume è traduttore e curatore. Qui si dica solo che la presente edizione è esemplata sul testo del 1916 (seconda edizione) che a differenza del primo recupera un buon numero delle poesie del periodo preacmeista (1908-1912). Precisazioni, queste, certamente puntigliose ma utili a comprendere la struttura nonché, se è passabile il termine, l’anima di questa raccolta, la quale in effetti mostra una cesura piuttosto evidente tra i testi composti prima del 1912 e quelli scritti successivamente.
Quella degli esordi di Mandel’štam è una poesia caratterizzata da un forte afflato che si potrebbe definire senza tanti indugi creaturale, tutta incentrata come è su una dialettica, espressivamente feconda, rumore/silenzio («Il rumore prudente e sordo/ del frutto, caduto dall’albero/ tra il canticchiare continuo / del silenzio profondo del bosco…»); sulla dimensione nostalgica della memoria («Che dondolavo in un lontano giardino/ […]/ mi ricordo in un delirio annebbiato»); su immagini e metafore eteree, senza spessore, non di rado unite da concatenazioni analogiche («Forse ciò che ho di più caro/ è una croce sottile e una strada segreta»; «E la barca frusciando con le onde/ come con le foglie»; «Il mattino, tenerezza senza fondo,/ semirealtà e semisogno/ assopimento indissetato»); sulla portata universale di sentimenti essenziali («Un’inesprimibile tristezza/ ha aperto due enormi occhi»; «Non occorre dire niente/ non occorre insegnare niente»; «il destino che bussa con ardore/ alla porta proibita per noi»); su una religio da intendere, desanctisianamente, alla stregua dell’Infinito di Leopardi, ovvero come stupore dell’essere umano di fronte al miracolo dell’essere e dell’esserci:

(altro…)

Un primordiale ardore. Le poesie di Fëdor Ivanovič Tjutčev

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Un primordiale ardore. Le poesie di Fëdor Ivanovič Tjutčev

«Schönheit also ist nichts anderes, als Freiheit in der Erscheinung»

La Bellezza altro non è che la libertà nel fenomeno

F. Schelling

Dentro te celi tutto un mondo
d’arcani, magici pensieri,
quali il fragore esterno introna,
quali il diurno raggio sperde:
ascolta il loro canto – e taci!

«Silentium!» Tjutčev

Ritrovino le mie labbra, recuperino
la mutezza lontana, primordiale,
simile a una nota di cristallo
che vibra, fin dal suo nascere, pura.

Silentium, Mandel’štam

Ai suoi versi si ispirò Osip Mandel’štam per la citata poesia Silentium (Osip Mandel’štam, Ottanta poesie, a cura di Remo Faccani, Einaudi 2009). Se è vero che gli scrittori russi, al pari dei trovatori medievali, sono cultori del richiamo evocativo ed intertestuale, è notoriamente risaputa la loro originalità. Nel caso di Tjutčev sorprende la sua sensibilità visionaria, e gli aspetti più sotterranei e trepidanti della sua poetica lo identificarono già come precursore del simbolismo. Il nostro poeta anticipò un’epoca, vivendo la propria, l’ottocento romantico, il periodo forse più florido della letteratura russa, pervaso da un clima di vigore creativo che porta i nomi di Puškin, Lermontov, Žukovskij. Tuttavia Tjutčev non partecipò alla vita letteraria – alcune sue poesie furono pubblicate nel 1836 con le sole iniziali “F.T.” su «Il contemporaneo», rivista fondata dall’autore de La dama di picche – e questo probabilmente spiegherebbe perché fino alla metà del secolo il suo nome non fosse noto al pubblico. L’Adelphi, mercé una recente edizione (2011), lo ripresenta nella traduzione di un altro grande poeta e scrittore italiano quale fu Tommaso Landolfi, confermando l’assunto secondo cui i poeti sono i traduttori dei poeti, generando nell’incontro un’affinità capace di cogliere il respiro del verso individuando e cercando di recuperare, per quanto possibile, l’evocazione analoga della lingua originale o ricreandola daccapo nella lingua di arrivo. Dalla versione landolfiana emerge un sentimento intenso e travolgente, calzante con gli stati d’animo dell’autore.
Di Tjutčev risalta, da quanto ripeschiamo dalla tradizione critica italo-slava, la cadenza retorica e solenne ispirata all’ode settecentesca (Mirskij, Storia della letteratura russa, Garzanti, 1965, p. 139-142), ma con un impianto di versi attraversato da una tensione metafisica, vibrazioni suggestive da una parte con vertiginose ascese verso l’alto e dall’altra con discese nella dimensione onirica. Colpisce per lo scorrere sotterraneo della parola che raggiunge esisti di naturale bellezza e di luminosità inaspettata:

Il passaggio dal classicismo al romanticismo, sotto l’influenza in parte di Žukovskij, ma prevalentemente del contatto diretto con la poesia romantica tedesca, è una decisa affermazione del tono lirico. Da una parte si sente l’influenza di Schiller di cui il poeta traduce, rielaborandolo, L’Inno alla gioia, dall’altra quella del Lamartine e anche del sentimentalismo inglese del Gray. A queste esercitazioni o esperimenti del proprio spirito poetico, se ne aggiunsero poi altri con le traduzioni di Goethe, Heine, Byron, Herder, fino a che il poeta sentì in sé la capacità di affidare tutto se stesso, nel senso di dare espressione poetica ad una propria concezione del mondo.

(Ettore Lo Gatto, Storia della letteratura russa, Sansoni, 1964, p. 285)

Suo riferimento filosofico fu Schelling, al quale è possibile correlare la personalissima Weltanschauung del poeta. Ma il «dominante intellettuale» dell’idealismo estetico fu figura referenziale anche per altri poeti coevi – le figure di Schelling e Goethe esercitarono un’influenza palese presso Baratynskij – soprattutto se si considera che Schelling postulava un ruolo fondamentale per l’artista, in particolare per il poeta il cui dovere, ci ricorda Colucci (Evgenjij Baratynskij, Liriche, Einaudi 1999, introduzione p. L), era di portare bellezza e verità. Purtuttavia, la poesia di Tjutčev non è assoggettata alla sola concezione idealistica, ma dischiude un universo vitale e sfolgorante:

Arcano, come il primo dì del mondo,
arde nel cielo senza fondo il coro
degli astri, s’ode musica lontana,
prossima fonte mormora più chiaro.
[…] (p. 42)

Oh come la fumata in alto splende
e scorre inafferrabile, giù, nell’ombra!…
«Ecco la nostra vita – mi dicesti –
non il fumo brillante nella luna,
ma quest’ombra dal fumo rifuggente…»
[…] (p. 71)

Prescindendo per un momento dai temi propri del poeta – il Caos e il Cosmo, la riflessione metafisica, le antitesi significative volte in scenari impressionanti (per es. il velo dorato dell’alba e l’abisso della notte) – si avverte un inquieto ardore che è un tratto rappresentativo, non solo in senso romantico, della sua scrittura:

D’un tratto tutto si turbò: un convulso
fremito corse i rami dei cipressi,
la fontana si tacque, ed un bisbiglio
strano sonò indistinto, come in sogno.

Cosa fu questo, amica? O non invano
la trista vita, ahimè, che in noi correva,
la trista vita col suo inquieto ardore,
varcato aveva la segreta soglia?

Villa italiana, Dicembre 1837 (p. 63)

Nei suoi versi tale ardore lo sentiamo combinato a qualcosa di primigenio, di originario, la parola poetica sembra riacquisire un senso primordiale e mitico. Simili illuminazioni di significato prorompono a tratti come sprazzi rapsodici:

Oh non cantare questi orrendi canti
tu, del caos antico, del natale!
(p. 51)

o in una cadenza continua e verdeggiante:

Dall’inverno, lo stregone,
incantata, sta la selva;
sotto là l’immota e muta
frangia della neve, brilla
di meravigliosa vita.
(p. 102)

È una discesa, una meditazione capace di carpire il silenzio dell’esperienza umana e trasportarla in un linguaggio magico e trascendente:

Pur nella nostra vita quotidiana
si dànno di iridati sogni:
in magica regione, in mondo ignoto,
a noi straniero ed intimo ad un tempo,
siamo d’un tratto trasportati.
(p. 114).

In altre parole, Tjutčev ci racconta, ci indica un’esperienza che sta fuori dal tempo, nascosta nella nostra vita e nella nostra interiorità, e pur se non riusciamo talvolta a strappare il velo del fato perché «le fatali parole non son chiare» (in questo pare rievocare la Sibilla),  questa regione ignota emana bagliori «come quando uno spirito ci parla».
L’intuizione mitica e originaria non è assente da altri poeti russi a lui successivi. Nel Viaggio in Armenia del citato Mandel’štam (a cura di Serena Vitale, Adelphi, 1988) si legge:

Scavarono una profonda trincea intorno all’albero. L’ascia si abbatté sulle indifferenti radici. Il lavoro del taglialegna richiede perizia. I volontari erano troppi. Si davano da fare intorno all’albero come inesperti esecutori di un’infame sentenza.
Io chiamai mia moglie:
«Vieni a vedere, ora cadrà».
E intanto l’albero resisteva con la forza di un essere pensante – sembrava che avesse completamente riacquistato la coscienza. Disprezzava i suoi carnefici e i denti da luccio della sega.
(p. 30)

e oltre, in una sua poesia dedicata alla lingua armena:

E amo la tua lingua di presagi
sinistri, le tue giovani tombe
dove ogni lettera è tenaglia,
ogni parola – uncino.
(p. 114)

in cui la coscienza del poeta si unisce alla percezione dell’albero che viene abbattuto e nella forma grafica della lingua armena. L’occhio di Mandel’štam è un occhio avido nel catturare immagini, e «una forza imperiosa lo spingeva a guardare al “romanzetto del presente” da una prospettiva antica, remota.» (postfazione di Serena Vitale, p. 177).

La vertigine rivelatrice della parola poetica trova una definizione profonda presso Iosif Brodskij, il quale nel suo saggio Fuga da Bisanzio scrive a proposito dello stesso Mandel’štam:

L’arte non è un’esistenza migliore, ma è una esistenza alternativa; non è un tentativo si sfuggire alla realtà, ma il contrario, un tentativo di animarla. È uno spirito che cerca la carne, ma trova parole.
(p. 72, a cura di Giovanni Buttafava, Adelphi, 1987)

In definitiva sentiamo preponderante e incontrovertibile non tanto l’affinità presente nei poeti sopraccitati – l’affinità resta sempre l’anima dell’intertestualità – quanto un linguaggio poetico comune e ardente, la cui finalità tende alla riconquista di un archetipo significativo che è alla base dell’evocazione, di quel mormorio antico che sta nel fondo della parola:

Sì, pure istanti sono
di cui non si può dire:
son benedetti istanti
di terreno abbandono.
(p. 110)

Mormorio consonante con la natura in Est in arundineis modulatio musica ripis:

È nell’onde marine melodia,
armonia nelle zuffe d’elementi,
e ben temprato, musicale fruscio
tra gli ondeggianti giunchi corre.

Costante accordo in ogni cosa,
piena nella natura è consonanza:
sol nella nostra libertà illusoria
disaccordo con essa ravvisiamo.

Tal disaccordo donde, come?
E perché mai nel generale coro
non canta il cuore ciò che il mare,
e leva voca la pensante canna?
(p. 127)

in cui il poeta afferra «l’oscura radice dell’esistenza del mondo» (Solov’ëv) e raggiunge ciò che Elémire Zolla definirà nel suo Archetipi (1994, 2005) come «l’esperienza metafisica», esperienza di cui la parola è ombra e mistero.

© Davide Zizza

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Fëdor Ivanovič Tjutčev (1803-1873) visse a lungo in missione diplomatica (1822-44) in Germania, dove conobbe F. W. J. Schelling e H. Heine. Un gruppo di 16 poesie furono pubblicate sul Sovremennik fondato da Puškin. Turgenev curò un’edizione delle sue liriche (1854). Del 1868 è la prima raccolta completa, Stichotvorenija (Versi). Con la nascita del movimento simbolista Tjutčev fu riconosciuto il maggior poeta del secolo dopo Puškin. In Italia fra i suoi curatori e traduttori troviamo Eridano Bazzanelli, Ettore Lo Gatto, Angelo Maria Ripellino e Renato Poggioli.

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Notte d’insonnia – Osip Mandel’stam

Notte d’insonnia – Osip Mandel’stam

Notte d’insonnia. Omero. Vele tese laggiù.
Ho letto, delle navi, fino a metà il catalogo:
questa lunga nidiata, questo corteo di gru
che dall’Ellade un giorno si levò e prese il largo.

Cuneo di gru diretto verso estranee frontiere –
bianca spuma divina sulle teste di re -,
per dove fate rotta? Per voi Troia senz’Elena
che cosa mai sarebbe, maschi guerrieri achei?

L’amore tutto muove – e Omero ed il suo mare.
A chi presterò ascolto? Ed ecco tace Omero,
ed enfaticamente strepita un mare nero
che con un greve rombo si addossa al capezzale.

[Agosto, 1915]