poesia metafisica

Bustine di zucchero #12: John Donne

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Old Crumpled Paper

Sui versi di Congedo, a vietarle il lamento, e in particolare sul tema del compasso, in sede di critica poetica son stati effettuati vari accostamenti ad opere di altri letterati per tentare di individuare la fonte che avesse ispirato il simbolo al poeta metafisico. Fra questi incontriamo il persiano Omar Khayyam («My Soul, Thou and I are like unto a compass» recita una quartina nella traduzione inglese di J.H. Mccarthy, 1889), il nostro Dante (con riferimenti al “nobile circolo” nel Convivio e al “sesto” citato nel canto XIX del Paradiso), e persino il medico e alchimista Paracelso con il suo Paragranum. Ma un’altra poesia con cui il Congedo sembra presentare una più palese affinità è, secondo quanto riportato da Mario Praz, il madrigale Risposta dell’amante di G.B. Guarini pubblicato nel libro delle Rime («Son simile al compasso,/Ch’un piede in voi quasi mio centro i’ fermo/L’altro patisce di … i giri,/Ma non può far, che’ ntorno à voi non giri», 1598). Altra occasione in cui il decano di Saint Paul ricorre all’immagine, quasi a conferma di una profonda assimilazione, è un sermone a commento del Salmo 89, con una valenza tutta protesa al divino («Questa vita è un Cerchio, fatto con un Compasso che passa da punto a punto […] Di questo Cerchio, il Matematico è il nostro Dio, buono e grande»).
Nel
Congedo il poeta chiede all’amata di rifuggire i sospiri dovuti alla sua partenza; in un amore “raffinato” due anime  «non patiscono frattura ma espansione». La distanza, in tal caso, non può offuscare i pensieri dell’uno o dell’altra. Come le asticelle di un compasso, la donna rappresenta il punto fisso, il centro, e mentre l’uomo – il punto mobile – si allontana (seppur temporaneamente), la donna “si flette”, seguendolo finché l’uomo non fa ritorno al centro. Allora l’invito di Donne è a non versare lacrime, reprimere sentimenti di sofferenza, mantenendo lo sguardo verso quella dimensione superiore entro cui si ascrive l’unità spirituale dei due amanti. Perché lasciarsi andare alla tristezza, svelandola al mondo, vuol dire profanare una gioia d’amore, una gioia che si completerà con la ricomparsa dell’amato. È per questo che la separazione genera tensione, ma pure attesa capace di tradursi in pazienza. Ecco che in poesia, come in un tempo originario, incontriamo ancora una volta un Ulisse vagante per i mari e una Penelope ad attendere il suo ritorno.

Bibliografia in bustina
J. Donne, Poesie amorose. Poesie teologiche, Torino, Einaudi (trad. C. Campo), 1971, p. 29, rist. in Shakespeare e i poeti elisabettiani, Milano, Mondadori, 2012
G.B. Guarini, Rime, Venezia, Ciotti, 1598, p. 105
M. Praz, Seicentismo e marinismo in Inghilterra, Firenze, La Voce, 1925, p. 109
R.F. Fleissner, Donne and Dante: The Compass Figure Reinterpreted. Modern Language Notes, vol. 76, no. 4, 1961, pp. 315–320 (articolo presente su JSTOR a questo collegamento)

Claudia Zironi, Variazioni sul tema del tempo (rec. di G. Martella)

Claudia Zironi
Variazioni sul tema del tempo
Collana Versante Ripido, n. 2, 2018

Recensione di Giuseppe Martella

Ha ragione Paolo Polvani quando osserva, nella sua postfazione al volume, che in questa indagine sulle variazioni del tempo una presenza rilevante tocca anche allo spazio. Lo spazio come fondale delle vicende temporali vissute, pensate, evocate. Ha ragione, ma c’è di più, poiché qui si tratta anzitutto di una spazializzazione del tempo, intesa in molti modi. Quello della lingua, anzitutto, che cerca di ridurlo ai propri rapporti interni (o logoi), di ricondurre cioè l’intrattabile flusso dell’esperienza singolare a certe aree semantiche e concatenazioni logico-sintattiche, per trasformarlo infine in un “racconto” condivisibile (Ricoeur). Quello del linguaggio poetico in particolare che, a partire dalla spaziatura grafica del testo sulla pagina, cerca di cogliere, nella misura del verso, la specifica curvatura del tempo nell’evento ricreato, per tradurre l’ineffabile singolarità di ogni vissuto agli scarti meditati dell’idioletto poetico. C’è poi il tempo della psiche, certo, che lo vive come scenario di vette, spianate e precipizi, sentimenti di euforia, quiete o angoscia. E quello della storia, che si dispiega in mappe e racconti, lasciando però fuori campo (e per lo sguardo degli angeli) una scia di rovine. Infine c’è il tempo della fisica, che tenta di ridurlo a curve di probabilità, equazioni differenziali, calcolo statistico, per non dover soccombere alla vertigine delle galassie in espansione, all’attrazione fatale della materia oscura che spegne la luce o ai paradossi temporali del big bang.
Quello della “luce” che tenta disperatamente di emergere dall’orizzonte profondo degli eventi per svelare volti e profili, corpi e ombre, realtà e chimere, costituisce uno dei temi portanti di questa raccolta e un tratto decisivo della sua Stimmung. Volti e profili, immagini e corpi, anche solo desiderati o costruiti per ipotesi, more geometrico, come per obbedire a una sorta di progetto ontologico – una sintesi a priori della pulsione e del logos, quella fusione di pensiero e sentimento che T.S. Eliot attribuiva ai “poeti metafisici” inglesi del Seicento (che erano ancora in grado di «sentire il loro pensiero come il profumo di una rosa»), ma naturalmente trasposta ai giorni nostri e nel nostro linguaggio usurato (inflazionato, profanato), nelle nostre sfinite grammatiche della creazione, nelle nostre rime che non tengono, sfiancate dalla pletora di echi ingombranti che costituiscono lo stigma di ogni epigonismo, l’impronta dell’eccesso di storia nel linguaggio. Si tratta dunque di un’impresa ardita e oggi più che mai improbabile, quella di «rinnovare il dialetto della tribù», di ricostruire una sorta di Ursprache in grado di far scaturire (ora, ancora, sempre) il Logos dall’Eros. Per cui leggiamo: «Cosa potevamo fare/ quando fummo sete consumata/ lasciammo esauste/ gocciolare le parole/ l’impossibile, nel buio, la dimora/ di come fusi in una razza/ estinti di carezze/ senza poterci toccare./ inventammo/ per amarci, il pensiero.»
I versi brevi, rotti, ineguali, le rime imperfette, la domanda retorica protratta, rendono anche a livello strutturale la natura ambigua dell’Eros, figlio di Poros e Penia, dell’abbondanza e della povertà, (Platone: Simposio), quella carenza costitutiva che lo spinge alla ricerca del rapporto con l’Altro e dunque al miracolo della creazione di un cosmo e dell’invenzione di un logos. Questo è solo un esempio che può dare l’idea dell’impianto di questo discorso poetico, della dimensione cosmo-logica in cui si muove e in cui ci invita a recepirlo. Un discorso svolto con coerenza da una sezione all’altra e che culmina felicemente, mi pare, nell’ultima sezione Diacronie, dove l’allocuzione del sottotitolo ricapitola per noi l’intero piano della silloge: «Attraverso il tempo: progetterò per te un campato senso». Per te «hypocrite lecteur, mon semblable, mon frère» (Baudelaire). (altro…)