poesia lingua inglese

Franco Dionesalvi, The Valley of Thought

Valley

 

 

Franco Dionesalvi, The Valley of Thought. Translated by Catia Mele, Gradiva Publications 2015

La poesia di Franco Dionesalvi procede con passo agile e sicuro in The Valley of Thought, “La valle del pensiero”. Il volumetto di carattere antologico, pubblicato in questo anno 2015 dalla casa editrice Gradiva Publications, che da anni ha il merito di far conoscere testi significativi della poesia italiana anche in traduzione, presenta componimenti tratti da cinque raccolte di Dionesalvi e proposti qui nell’originale e nella traduzione in inglese di Catia Mele.
Di questa valle Dionesalvi attraversa sentieri, contempla sorgenti che scaturiscono dalla roccia, a ritmo di danza oltrepassa ruscelli, individua le impronte di chi ha preceduto, sosta a raccogliere rocce e foglie, segni silenziosi di presenze, cerca e scova nomi per sogni e per fenomeni, per visioni che si materializzano e per manifestazioni che hanno il potere di evocare mondi.
È una poesia che respira ed emana classicità, questa, una classicità che va intesa in senso finalmente ampio, senza nessun prefisso vetero-, senza contrapposizioni artefatte e fuorvianti: nella ricerca costante degli “universali” della poesia, vale a dire dell’idioma schietto e diretto, e pur sempre complesso e profondo dei luoghi dell’umano riconoscersi e del riconoscersi umani, i versi di Dionesalvi additano le fonti alle quali si sono abbeverati; sono sì fonti molteplici, che disegnano archi audaci – almeno da Dante a Mario Luzi passando per Allen Ginsberg − e reti ampie, ma lo stile che li caratterizza denota il movimento spedito di chi ha trovato il proprio dettato, la propria voce, vivendo e cercando, leggendo e ascoltando.
Il pensiero di questa valle, la valle del pensiero, appunto, esplorata e da esplorare,  si rivela come ricerca della parola, è logos, è tensione feconda all’unità di pensiero e linguaggio. Tensione, aspirazione, che si concretizzano in un dettato poetico che alterna forme libere a metri della tradizione poetica italiana resi con cadenza e melodia esperte. La traduzione di Catia Mele coglie e interpreta la vocazione all’unità di pensiero ed eloquio, esaltando a sua volta la musicalità della lingua inglese. Ci sono passaggi che ne danno testimonianza evidente. Penso, in particolare, alla coppia di endecasillabi che conclude la lirica Ombre chiare, «Una forma più vaga di penombra / si irrugiada alle bocche dei cespugli», resa da Catia Mele con il distico, fortemente suggestivo, «A vaguer shape of shadow / turns dewy on the shrubs’ lips». (altro…)

Kenneth Koch – Variations at Home and Abroad

Variazioni a Casa e all’Estero

Ci vuole così tanto della vita di una persona
per essere francesi, inglesi, americani
o italiani. E per avere una certa età. E vivere in un certo tempo, qualunque esso sia.
Chi di origine polacche vive a Manhattan non è solo un rappresentante del
genere umano
e non lo è nemmeno questo pescatore siciliano che lega l’amo
o per essere maschio o femmina, per nascere un giorno, da qualche parte
Betty che tiene un grande piatto
Karen che accavalla le sue gambe da secondo dopoguerra
e sorride da una parte all’altra del tavolo
questi tre ragazzi italiani sulla ventina che gesticolano e parlano
e ridono dopo essere scesi dal treno
sembrano per un cinquanta percento italiani e per il resto più semplicemente
razza umana.
Oh il mistero di diventare adulti! Oh la storia di andare a scuola!
Oh amanti, Oh incanti!

Il soggetto non è finito perché è finita la foto.
Il fotografo si siede. Murnau fa il film.
Tutto è un po’ fuori, eppure ha una sua nazionalità.
Le ostriche non aiuteranno i profughi a scendere dalle barche,
altre creature umane lo faranno. Squilla il telefono e il nazionalista
albanese si siede.
Quando si alza non è diventato un émigré russo né un clown del circo
tedesco
una donna porta una cesta – una bella vista! È in
tutto e per tutto del Madagascar.
Il poliziotto malese in divisa fiuta il barile di birra che i fratelli di
Ludwig gli avvicinano.
A tutti gli uomini piace ubriacarsi! Le differenze allora sono tutte in superficie?
Ma anche ogni superficie si riscalda
al sole. Può darsi che la superficie sia ciò che ci rende simili!
Ma uomo e donna dimostrano che non è vero.
Ce la caveremo, dopotutto. Il treno sbuffa in stazione
ma la stazione non sbuffa in treno. Questa differenza rende possibile un senso
di comunità
come quando le persone sono davvero felici di avere cani e gatti
e alcuni persino qualche topo nel camino. Non siamo soli
nell’universo e la diversità è motivo di conforto oltre che di difficoltà.
Per essere italiani ci vuole mezza giornata. Per essere cinesi ce ne vogliono i sette ottavi.
Solo di sera quando Chang Ho, a fine pasto, si siede a fumare
è esclusivamente umano, nella maniera in cui il treno è esclusivamente il treno quando è
in movimento.
Quando ci si innamora si può tornare, diciamo, di un venti percento indietro
verso l’universalità, anche se è tutto probabilmente. Quando poi l’amore è finito
cresce la propria nigerianità o la qualità di essere del Nepal.
Un americano potrebbe cominciare a desiderare
di essere tutti o che tutti siano uguali
il che per almeno l’ottanta percento ne fa un americano o un’americana. Dixit Charles
Peguy, circa 1912,
“Il buon Dio ha creato i francesi così che certi aspetti della Sua creazione
non passassero inosservati.” Come il sapore del frumento, canaglia! O il giapponese.
Così che da qualche parte sulla terra ci fosse gente
a scrivere haiku. Ma pensa al corpo umano con le braccia
il naso, gli occhi, il cervello spesso in preda a preoccupazioni
pensa a quanta energia, quanto tempo e lavoro lo hanno attraversato,
per darci un così variegato genere di umanità!
Ci vogliono quindici secondi stamattina per essere un uomo.
Venti per essere un vecchio, quattro per essere un americano,
due per essere un diplomato e quattro o cinque ore per scriverlo.
E in più, ti amo! Mezzora di ogni singola ora per settimane o mesi per
questo;
Novecento secondi per essere un estimatore della pittura rinascimentale italiana,
sedici ore per essere uno sveglio.
Si è riconoscibilmente americani, maschi, e di una certa generazione. Niente
cancella questi segni.

Anche se vivo in Indonesia come un indigeno in una capanna, qualcuno verrà fuori
da lì
e certo ansimando dirà Perché sei un americano!
Il mio ottimismo, la mia apertura, la mia mancanza di senso della storia,
i miei muscoli facciali così caratteristici, pronti a farmi sembrare arrabbiato o triste o comprensivo
fra un attimo e non so affatto dove andare;
il mio assumere che è tutto possibile, il mio profondo senso di superiorità
ed inferiorità allo stesso tempo; la mia mancanza di cultura,
eccetto quella libresca; il mio modo di recitare col cane, vieni qui
Spotty! Dannazione!
Tutto questo e centinaia di altre cose dichiarano che sono quello che sono.
È gravoso ma è anche inevitabile. Penso di si.
Gli espatriati hanno avuto un certo successo con la chirurgia plastica
dell’assenza e della partenza. Ma non è mai assoluta. E poi devono sopportare
anche la nuova identità.

Irlandesi o russi, in loro l’individualità è spesso scambiata per nazionalità.
Il russo che trova un’anima nell’ufficiale dell’esercito, l’irlandese che in lui trova
qualcuno con cui bere.
Considera il barcaiolo sul Volga? Si può solo tirare a indovinare
ma probabilmente russo per circa il novanta percento, ottanta percento uomo e trenta
percento barcaiolo, russo, uomo e barcaiolo,
una persona giusta per quel lavoro, un uomo russo del fiume.
Questo cane è per due quinti un lupo e per meno di un millesimo un marito o un
padre.
I cani resistono alla nazionalità essendo razze. Questo è semplicemente alsaziano.
Anche se in futuro potrebbe essere padre di un cucciolo
che sembra totalmente qualcos’altro se per esempio lui (l’alsaziano) è attratto
da un barboncino con un potente DNA. Il cucciolo corre incontro ai ragazzi italiani
che sorridono
pensando che sarebbe divertente portarlo a Taormina
dove lavorano in un albergo e addestrarlo.
Una donna francese si stupisce davanti a questa scena.
La donna si abbassa verso il cane e gli parla in francese.
È incoraggiante e divertente. Per il cane tutte le lingue umane sono una nebbia
profumata.
Scodinzola e si alza sulle zampe posteriori. Un ragazzo italiano lo elogia, “Bravo!
Canino!”
Sotto passa il boato della metropolitana. Il ragazzo guarda
la donna.
La vita offre loro questi momenti intricati come – chi? – passa in bicicletta
davanti.
È un congolese con la savana sulle spalle
e il cielo nel cuore, ma le sue parole quando passa sono in francese—
“Bonjour, m’sieu dames,” e va via sempre più veloce con la sua identità,
la sua congolese, millennale individualità che cambia e ricambia posto.

Variations at Home and Abroad

It takes a lot of a person’s life
To be French, or English, or American
Or Italian. And to be at any age. To live at any certain time.
The Polish-born resident of Manhattan is not merely a representative of
general humanity
And neither is this Sicilian fisherman stringing his bait
Or to be any gender, born where or when
Betty holding a big plate
Karen crossing her post-World War Two legs
And smiling across the table
These three Italian boys age about twenty gesturing and talking
And laughing after they get off the train
Seem fifty percent Italian and the rest percent just plain
Human race.
O mystery of growing up! O history of going to school!
O lovers O enchantments!

The subject is not over because the photograph is over.
The photographer sits down. Murnau makes the movie.
Everything is a little bit off, but has a nationality.
The oysters won’t help the refugees off the boats,
Only other human creatures will. The phone rings and the Albanian
nationalist sits down.
When he gets up he hasn’t become a Russian émigré or a German circus
clown
A woman is carrying a basket—a beautiful sight! She is in and of
Madagascar.
The uniformed Malay policeman sniffs the beer barrel that the brothers of
Ludwig are bringing close to him.
All humanity likes to get drunk! Are differences then all on the surface?
But even every surface gets hot
In the sun. It may be that the surface is where we are all alike!
But man and woman show that this isn’t true.
We will get by, though. The train is puffing at the station
But the station isn’t puffing at the train. This difference allows for a sense
of community
As when people feel really glad to have cats and dogs
And some even a few mice in the chimney. We are not alone
In the universe, and the diversity causes comfort as well as difficulty.
To be Italian takes at least half the day. To be Chinese seven-eighths of it.
Only at evening when Chang Ho, repast over, sits down to smoke
Is he exclusively human, in the way the train is exclusively itself when it is
in motion
But that’s to say it wrongly. His being human is also his being seven-eighths
Chinese.
Falling in love one may get, say, twenty percent back
Toward universality, though that is probably all. Then when love’s gone
One’s Nigerianness increases, or one’s quality of being of Nepal.
An American may start out wishing
To be everybody or that everybody were the same
Which makes him or her at least eighty percent American. Dixit Charles
Peguy, circa 1912,
“The good Lord created the French so that certain aspects of His creation
Wouldn’t go unnoticed.” Like the taste of wheat, sirrah! Or the Japanese.
So that someplace on earth there would be people who were
Writing haiku. But think of the human body with its arms
Its nose, its eyes, its brain often subject to alarms
Think how much energy, work, and time have gone into it,
To give us such a variegated kind of humanity!
It takes fifteen seconds this morning to be a man,
Twenty to be an old one, four to be an American,
Two to be a college graduate and four or five hours to write.
And what’s more, I love you! half of every hour for weeks or months for
this;
Nine hundred seconds to be an admirer of Italian Renaissance painting,
Sixteen hours to be someone awake.
One is recognizably American, male, and of a certain generation. Nothing
takes these markers away.

Even if I live in Indonesia as a native in a hut, someone coming through
there
Will certainly gasp and say Why you’re an American!
My optimism, my openness, my lack of a sense of history,
My distinctive facial muscles ready to look angry or sad or sympathetic
In a moment and not quite know where to go from there;
My assuming that anything is possible, my deep sense of superiority
And inferiority at the same time; my lack of culture,
Except for the bookish kind; my way of acting with the dog, come here
Spotty! God damn!
All these and hundreds more declare me to be what I am.
It’s burdensome but also inevitable. I think so.
Expatriates have had some success with the plastic surgery
Of absence and departure. But it is never absolute. And then they must bear
the new identity as well.

Irish or Russian, the individuality in them is often mistaken for nationality.
The Russian finding a soul in the army officer, the Irishman finding in him
someone with whom he can drink.
Consider the Volga boatman? One can only guess
But probably about ninety percent Russian, eighty percent man, and thirty
percent boatman, Russian, man, and boatman,
A good person for the job, a Russian man of the river.
This dog is two-fifths wolf and less than one-thousandth a husband or
father.
Dogs resist nationality by being breeds. This one is simply Alsatian.
Though he may father forth a puppy
Who seems totally something else if for example he (the Alsatian) is attracted
To a poodle with powerful DNA. The puppy runs up to the Italian boys
who smile
Thinking it would be fun to take it to Taormina
Where they work in the hotel and to teach it tricks.
A Frenchwoman marvels at this scene.
The woman bends down to the dog and speaks to it in French.
This is hopeful and funny. To the dog all human languages are a perfumed
fog.
He wags and rises on his back legs. One Italian boy praises him, “Bravo!
canino!”
Underneath there is the rumble of the metro train. The boy looks at the
woman.
Life offers them these entangling moments as—who?—on a bicycle goes
past.
It is a Congolese with the savannah on his shoulders
And the sky in his heart, but his words as he passes are in French—
“Bonjour, m’sieu dames,” and goes speeding off with his identity,
His Congolese, millennial selfhood unchanging and changing place.

Traduzione di Giovanni Catalano

 

Variazioni a Casa e all’Estero

 

Ci vuole così tanto della vita di una persona

per essere francesi, inglesi, americani

o italiani. E per avere una certa età. E vivere in un certo tempo, qualunque esso sia.

Chi di origine polacche vive a Manhattan non è solo un rappresentante del

genere umano

e non lo è nemmeno questo pescatore siciliano che lega l’amo

o per essere maschio o femmina, per nascere un giorno, da qualche parte

Betty che tiene un grande piatto

Karen che accavalla le sue gambe da secondo dopoguerra

e sorride da una parte all’altra del tavolo

questi tre ragazzi italiani sulla ventina che gesticolano e parlano

e ridono dopo essere scesi dal treno

sembrano per un cinquanta percento italiani e per il resto più semplicemente

razza umana.

Oh il mistero di diventare adulti! Oh la storia di andare a scuola!

Oh amanti, Oh incanti!

 

Il soggetto non è finito perché è finita la foto.

Il fotografo si siede. Murnau fa il film.

Tutto è un po’ fuori, eppure ha una sua nazionalità.

Le ostriche non aiuteranno i profughi a scendere dalle barche,

altre creature umane lo faranno. Squilla il telefono e il nazionalista

albanese si siede.

Quando si alza non è diventato un émigré russo né un clown del circo

tedesco

una donna porta una cesta – una bella vista! È in

tutto e per tutto del Madagascar.

Il poliziotto malese in divisa fiuta il barile di birra che i fratelli di

Ludwig gli avvicinano.

A tutti gli uomini piace ubriacarsi! Le differenze allora sono tutte in superficie?

Ma anche ogni superficie si riscalda

al sole. Può darsi che la superficie sia ciò che ci rende simili!

Ma uomo e donna dimostrano che non è vero.

Ce la caveremo, dopotutto. Il treno sbuffa in stazione

ma la stazione non sbuffa in treno. Questa differenza rende possibile un senso

di comunità

come quando le persone sono davvero felici di avere cani e gatti

e alcuni persino qualche topo nel camino. Non siamo soli

nell’universo e la diversità è motivo di conforto oltre che di difficoltà.

Per essere italiani ci vuole mezza giornata. Per essere cinesi ce ne vogliono i sette ottavi.

Solo di sera quando Chang Ho, a fine pasto, si siede a fumare

è esclusivamente umano, nella maniera in cui il treno è esclusivamente il treno quando è

in movimento.

Quando ci si innamora si può tornare, diciamo, di un venti percento indietro

verso l’universalità, anche se è tutto probabilmente. Quando poi l’amore è finito

cresce la propria nigerianità o la qualità di essere del Nepal.

Un americano potrebbe cominciare a desiderare

di essere tutti o che tutti siano uguali

il che per almeno l’ottanta percento ne fa un americano o un’americana. Dixit Charles

Peguy, circa 1912,

“Il buon Dio ha creato i francesi così che certi aspetti della Sua creazione

non passassero inosservati.” Come il sapore del frumento, canaglia! O il giapponese.

Così che da qualche parte sulla terra ci fosse gente

a scrivere haiku. Ma pensa al corpo umano con le braccia

il naso, gli occhi, il cervello spesso in preda a preoccupazioni

pensa a quanta energia, quanto tempo e lavoro lo hanno attraversato,

per darci un così variegato genere di umanità!

Ci vogliono quindici secondi stamattina per essere un uomo.

Venti per essere un vecchio, quattro per essere un americano,

due per essere un diplomato e quattro o cinque ore per scriverlo.

E in più, ti amo! Mezzora di ogni singola ora per settimane o mesi per

questo;

Novecento secondi per essere un estimatore della pittura rinascimentale italiana,

sedici ore per essere uno sveglio.

Si è riconoscibilmente americani, maschi, e di una certa generazione. Niente

cancella questi segni.

 

Anche se vivo in Indonesia come un indigeno in una capanna, qualcuno verrà fuori

da lì

e certo ansimando dirà Perché sei un americano!

Il mio ottimismo, la mia apertura, la mia mancanza di senso della storia,

i miei muscoli facciali così caratteristici, pronti a farmi sembrare arrabbiato o triste o comprensivo

fra un attimo e non so affatto dove andare;

il mio assumere che è tutto possibile, il mio profondo senso di superiorità

ed inferiorità allo stesso tempo; la mia mancanza di cultura,

eccetto quella libresca; il mio modo di recitare col cane, vieni qui

Spotty! Dannazione!

Tutte questo e centinaia di altre cose dichiarano che sono quello che sono.

È gravoso ma è anche inevitabile. Penso di si.

Gli espatriati hanno avuto un certo successo con la chirurgia plastica

dell’assenza e della partenza. Ma non è mai assoluta. E poi devono sopportare

anche la nuova identità.

 

Irlandesi o russi, in loro l’individualità è spesso scambiata per nazionalità.

Il russo che trova un’anima nell’ufficiale dell’esercito, l’irlandese che in lui trova

qualcuno con cui bere.

Considera il barcaiolo sul Volga? Si può solo tirare a indovinare

ma probabilmente russo per circa il novanta percento, ottanta percento uomo e trenta

percento barcaiolo, russo, uomo e barcaiolo,

una persona giusta per quel lavoro, un uomo russo del fiume.

Questo cane è per due quinti un lupo e per meno di un millesimo un marito o un

padre.

I cani resistono alla nazionalità essendo razze. Questo è semplicemente alsaziano.

Anche se in futuro potrebbe essere padre di un cucciolo

che sembra totalmente qualcos’altro se per esempio lui (l’alsaziano) è attratto

da un barboncino con un potente DNA. Il cucciolo corre incontro ai ragazzi italiani

che sorridono

pensando che sarebbe divertente portarlo a Taormina

dove lavorano in un albergo e addestrarlo.

Una donna francese si stupisce davanti a questa scena.

La donna si abbassa verso il cane e gli parla in francese.

È incoraggiante e divertente. Per il cane tutte le lingue umane sono una nebbia

profumata.

Scodinzola e si alza sulle zampe posteriori. Un ragazzo italiano lo elogia, “Bravo!

Canino!”

Sotto passa il boato della metropolitana. Il ragazzo guarda

la donna.

La vita offre loro questi momenti intricati come – chi? – passa in bicicletta

davanti.

È un congolese con la savana sulle spalle

e il cielo nel cuore, ma le sue parole quando passa sono in francese—

“Bonjour, m’sieu dames,” e va via sempre più veloce con la sua identità,

la sua congolese, millennale individualità che cambia e ricambia posto.

 

 

 

 

Variation at Home and Abroad

 

It takes a lot of a person’s life

To be French, or English, or American

Or Italian. And to be at any age. To live at any certain time.

The Polish-born resident of Manhattan is not merely a representative of

general humanity

And neither is this Sicilian fisherman stringing his bait

Or to be any gender, born where or when

Betty holding a big plate

Karen crossing her post-World War Two legs

And smiling across the table

These three Italian boys age about twenty gesturing and talking

And laughing after they get off the train

Seem fifty percent Italian and the rest percent just plain

Human race.

O mystery of growing up! O history of going to school!

O lovers O enchantments!

 

The subject is not over because the photograph is over.

The photographer sits down. Murnau makes the movie.

Everything is a little bit off, but has a nationality.

The oysters won’t help the refugees off the boats,

Only other human creatures will. The phone rings and the Albanian

nationalist sits down.

When he gets up he hasn’t become a Russian émigré or a German circus

clown

A woman is carrying a basket—a beautiful sight! She is in and of

Madagascar.

The uniformed Malay policeman sniffs the beer barrel that the brothers of

Ludwig are bringing close to him.

All humanity likes to get drunk! Are differences then all on the surface?

But even every surface gets hot

In the sun. It may be that the surface is where we are all alike!

But man and woman show that this isn’t true.

We will get by, though. The train is puffing at the station

But the station isn’t puffing at the train. This difference allows for a sense

of community

As when people feel really glad to have cats and dogs

And some even a few mice in the chimney. We are not alone

In the universe, and the diversity causes comfort as well as difficulty.

To be Italian takes at least half the day. To be Chinese seven-eighths of it.

Only at evening when Chang Ho, repast over, sits down to smoke

Is he exclusively human, in the way the train is exclusively itself when it is

in motion

But that’s to say it wrongly. His being human is also his being seven-eighths

Chinese.

Falling in love one may get, say, twenty percent back

Toward universality, though that is probably all. Then when love’s gone

One’s Nigerianness increases, or one’s quality of being of Nepal.

An American may start out wishing

To be everybody or that everybody were the same

Which makes him or her at least eighty percent American. Dixit Charles

Peguy, circa 1912,

“The good Lord created the French so that certain aspects of His creation

Wouldn’t go unnoticed.” Like the taste of wheat, sirrah! Or the Japanese.

So that someplace on earth there would be people who were

Writing haiku. But think of the human body with its arms

Its nose, its eyes, its brain often subject to alarms

Think how much energy, work, and time have gone into it,

To give us such a variegated kind of humanity!

It takes fifteen seconds this morning to be a man,

Twenty to be an old one, four to be an American,

Two to be a college graduate and four or five hours to write.

And what’s more, I love you! half of every hour for weeks or months for

this;

Nine hundred seconds to be an admirer of Italian Renaissance painting,

Sixteen hours to be someone awake.

One is recognizably American, male, and of a certain generation. Nothing

takes these markers away.

 

Even if I live in Indonesia as a native in a hut, someone coming through

there

Will certainly gasp and say Why you’re an American!

My optimism, my openness, my lack of a sense of history,

My distinctive facial muscles ready to look angry or sad or sympathetic

In a moment and not quite know where to go from there;

My assuming that anything is possible, my deep sense of superiority

And inferiority at the same time; my lack of culture,

Except for the bookish kind; my way of acting with the dog, come here

Spotty! God damn!

All these and hundreds more declare me to be what I am.

It’s burdensome but also inevitable. I think so.

Expatriates have had some success with the plastic surgery

Of absence and departure. But it is never absolute. And then they must bear

the new identity as well.

 

Irish or Russian, the individuality in them is often mistaken for nationality.

The Russian finding a soul in the army officer, the Irishman finding in him

someone with whom he can drink.

Consider the Volga boatman? One can only guess

But probably about ninety percent Russian, eighty percent man, and thirty

percent boatman, Russian, man, and boatman,

A good person for the job, a Russian man of the river.

This dog is two-fifths wolf and less than one-thousandth a husband or

father.

Dogs resist nationality by being breeds. This one is simply Alsatian.

Though he may father forth a puppy

Who seems totally something else if for example he (the Alsatian) is attracted

To a poodle with powerful DNA. The puppy runs up to the Italian boys

who smile

Thinking it would be fun to take it to Taormina

Where they work in the hotel and to teach it tricks.

A Frenchwoman marvels at this scene.

The woman bends down to the dog and speaks to it in French.

This is hopeful and funny. To the dog all human languages are a perfumed

fog.

He wags and rises on his back legs. One Italian boy praises him, “Bravo!

canino!”

Underneath there is the rumble of the metro train. The boy looks at the

woman.

Life offers them these entangling moments as—who?—on a bicycle goes

past.

It is a Congolese with the savannah on his shoulders

And the sky in his heart, but his words as he passes are in French—

“Bonjour, m’sieu dames,” and goes speeding off with his identity,

His Congolese, millennial selfhood unchanging and changing place.

 

Kenneth Koch – Tre poesie

Insieme a Daniele Gennaro, presentiamo tre poesie di Kenneth Koch.
Un ringraziamento speciale va a Riccardo Duranti per i suoi sempre importanti suggerimenti e preziosi incoraggiamenti nel corso di queste traduzioni.

Un treno può nasconderne un altro

(cartello di un passaggio a livello in Kenya)

In una poesia, un verso può nasconderne un altro,
come a un passaggio a livello, un treno può nascondere un altro treno.
Ovvero, se aspetti per attraversare
i binari, aspetta un momento
almeno dopo che il primo treno è passato. E così quando leggi
aspetta di aver letto il verso successivo–
dopo di che puoi andare avanti con la lettura.
In una famiglia una sorella può nasconderne un’altra.
Così, quando le fai la corte, è meglio averle entrambe sott’occhio
altrimenti vieni a trovarne una, ma potresti innamorarti dell’altra.
Un padre o un fratello possono nascondere l’uomo,
se sei una donna, che stavi aspettando di amare.
Così davanti a qualcosa c’è sempre dell’altro
come le parole stanno davanti agli oggetti, ai sentimenti e alle idee.
Un desiderio può nasconderne un altro. E la reputazione di una persona può nascondere
la reputazione di un’altra persona. Un cane può nascondere l’altro
Su un prato, così se scappi dal primo non è detto che tu sia al sicuro;
Un lillà può nascondere l’altro e poi tanti altri lillà e sull’Appia
Antica una tomba
può nascondere un certo numero di altre tombe. In amore, un rimprovero può nasconderne un altro,
una piccola lamentela può nasconderne una più grande.
Un’ingiustizia può nascondere l’altra — un coloniale può nasconderne un altro,
Una vistosa uniforme rossa un’altra e un’altra ancora, un’intera fila. Un bagno
può nascondere un altro bagno
come quando, dopo il bagno, si esce sotto la pioggia.
Un’idea può nasconderne un’altra: la vita è semplice
nasconde la vita è incredibilmente complessa, come nella prosa di Gertrude Stein
una frase nasconde l’altra ed è pure un’altra frase. E in laboratorio
un’invenzione può nascondere un’altra invenzione,
una sera può nasconderne un’altra, un’ombra, un nido di ombre.
Una d’un rosso scuro o una blu o una viola — questo è un quadro
di qualcuno che copia Matisse. Uno aspetta ai binari che passino,
questi doppi nascosti o, talvolta, queste somiglianze. Un gemello identico
può nascondere l’altro. E possono essercene dentro anche di più! L’ostetrica
fissa la Valle del Var. Vivevamo lì, io e mia moglie, ma
una vita ha nascosto un’altra vita. E adesso lei se ne è andata e io sono qui.
Una moglie vivace nasconde una figlia goffa. La figlia a sua volta
nasconde la propria figlia vivace. Sono in
una stazione ferroviaria e la figlia tiene una borsa
più grande della borsa della madre e riesce a nasconderla.
Offrendosi di prendere la borsa della figlia ci si ritrova ad affrontare
quella della madre
e si deve portare, anche quella. Così un autostoppista
può deliberatamente nascondere l’altro e anche una tazza di caffè
un’altra, finché uno si innervosisce. Un amore può nascondere un altro amore
o lo stesso amore
come quando “Ti amo” all’improvviso suona falso e si scopre
che l’amore migliore è rimasto dietro, come quando “Sono pieno di dubbi”
nasconde “Sono certo di qualcosa ed è che”
e anche un sogno può nasconderne un altro come è noto, da sempre. Nel
Giardino dell’Eden
Adamo ed Eva possono nascondere i veri Adamo ed Eva.
Gerusalemme può nascondere un’altra Gerusalemme.
Quando arrivi a qualcosa, fermati per lasciarla passare
così puoi vedere cos’altro c’è. A casa, non importa dove,
anche i binari interni rappresentano un pericolo: un ricordo
di certo ne nasconde un altro, dal momento che il ricordo è proprio questo,
l’eterna successione inversa delle entità contemplate. Leggendo
Un viaggio sentimentale guardati attorno
quando hai finito, cerca Tristram Shandy, per vedere
se sta lì, dovrebbe esserci, e anche migliore
e più profondo e fino a quel momento nascosto come Santa Maria Maggiore
può essere nascosta da altre chiese simili a Roma. Un marciapiede
può nasconderne un altro, come quando ti ci addormenti e
una canzone nasconde un’altra canzone; un martellio al piano di sopra
nasconde il battito dei tamburi. Un amico può nasconderne un altro, ti siedi ai
piedi di un albero
con uno e quando ti alzi per andartene ce n’è un altro
con cui avresti preferito stare a parlare. Un insegnante,
un dottore, un’estasi, una malattia, una donna, un uomo
possono nasconderne altri. Fa’ una pausa per lasciar passare il primo.
Tu pensi, Adesso è sicuro attraversare e vieni colpito dal successivo. Può
essere importante
aver atteso almeno un momento per vedere cos’era già lì.

(trad. di G.C.) (altro…)

Rae Armantrout – Due, tre

Rae Armantrout (1947 -) è la poetessa americana che quest’anno ha vinto il premio Pulitzer. È stata senza dubbio una delle voci più interessanti del fenomeno “L=A=N=G=U=A=G=E poets”, movimento che prendendo il nome della rivista omonima è emerso tra gli anni ‘60 e ’70, portando avanti un discorso iniziato con Gertrude Stein e Louis Zufofsky, poi praticato dai New American Poets. Propongo un testo in cui è evidente l’enfasi anti-lirica e auto-referenziale che rende affascinante una poesia che a prima vista sembrerebbe contenuta ma che poi finisce col travolgere il lettore, trascinandolo al fondo della sua vertigine.

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Frank O’Hara – Secondo i piani

Francis Russell O’Hara (1926-1966) è stato forse l’epicentro della scuola di New York. Amico dei più grandi esponenti dell’espressionismo astratto, per un lungo periodo lavorò anche al MOMA. Investito da una dune buggy mentre dormiva sulla spiaggia, è morto a soli quarant’anni, lasciandoci alcune tra le pagine più belle della poesia americana di tutti i tempi.

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CORPOREA – Il corpo nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese

CORPOREA - Il corpo nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese - 2009 Le Voci della Luna Poesia


Morning Swim

Maxine Kumin



Into my empty head there come
a cotton beach, a dock wherefrom

I set out, oily and nude
through mist, in chilly solitude.

There was no line, no roof or floor
to tell the water from the air.

Night fog thick as terry cloth
closed me in its fuzzy growth.

I hang my bathrobe on two pegs.
I took the lake between my legs.

Invaded and invader, I
went overhand on that flat sky.

Fish twitched beneath me, quick and tame.
In their green zone they sang my name

and in the rhythm of the swim
I hummed a two-four-time slow hymn.

I hummed “Abide With Me.” The beat
rose in the fine thrash of my feet,

rose in the bubbles I put out
slantwise, trailing through my mouth.

My bones drank water; water fell
through all my doors. I was the well

that fed the lake that met my sea
in which I sang “Abide With Me.”



Nuotata mattutina

Maxine Kumin



Nella mia testa sgombra si profila
una spiaggia di cotone, una banchina

da cui partii, unta e denudata
tra la foschia, in solitudine gelata.

Linea non c’era, soffitto o fondale
a distinguere l’acqua dall’aere.

La nebbia della notte densa come un telo
racchiuse me nel suo spugnoso ordito.

A due gancetti l’accappatoio appesi,
fra le mie gambe il lago presi.

Invasore ed invasa, procedevo
a bracciate dentro quel piatto cielo.

Pesci rapidi e miti sotto di me a guizzare.
Dentro quel verde spazio il mio nome a cantare

e intonavo nel ritmo della bracciata
a due quarti una lenta ballata.

Mormoravo: “Assecondami”. La toccata
saliva dei miei piedi all’elegante falcata,

saliva fra le bolle che sgorgavano
di lato, dalla mia bocca spalancata.

Le ossa bevvero acqua, acqua cadente
da ogni mia porta. Io ero la sorgente

che nutriva il lago, che incontrava il mio mare
nel quale “Assecondami” cantavo.

Traduzione di Loredana Magazzeni



The Cruellest Season

Brenda Porster

“April is the cruellest month…”

Only slightly joking,
I said you were
my cruellest season
you never would
quite get the point,
although you could
great sperm-whale of the mind –
spout flashy geysers of remembered verse.

Not so long after
I understood
how earth might not desire
the softening rain,
her pain
at penetration, the stretch-marked crust’s
slow smoothing to the touch
of liquefying fingers,
the shyness of green shoots
just daring to suggest –
while toughened roots
already presage
oncoming drought.



La stagione più crudele

Brenda Porster

“Aprile è il mese più crudele…”

Scherzando, ma solo un poco,
ti ho detto che eri
la mia stagione più crudele
non hai mai voluto
capirlo del tutto,
sebbene tu sapessi
– grande capodoglio della mente –
schizzare vistosi geyser di versi a memoria.

Non molto tempo dopo
ho capito
come la terra possa non desiderare
la pioggia che ammorbidisce,
il suo dolore
mentre vi penetra, la crosta smagliata
che si spiana lentamente al tocco
di dita che sciolgono,
la timidezza dei verdi germogli
che osano appena insinuare –
mentre radici indurite
già presagiscono
siccità imminente.

Traduzione di Andrea Sirotti



The Marriage

Anne Stevenson



They will fit, she thinks,
but only if her backbone
cuts exactly into his rib cage,
and only if his knees
dock exactly under her knees
and all four
agree on a common angle.

All would be well
if only
they could face each other.

Even as it is
there are compensations
for having to meet
nose to neck
chest to scapula
groin to rump
when they sleep.

They look, at least,
as if they were going
in the same direction.



Il matrimonio

Anne Stevenson



Funzionerà, lo sente,
ma solo se la spina dorsale di lei
combacia esattamente col torace di lui
e solo se le ginocchia di lui
approdano proprio sotto le sue
e tutt’e quattro
appartengono allo stesso angolo.

Tutto andrebbe bene
se solo
potessero guardarsi in viso.

Anche com’è adesso
c’è una ricompensa
nel dover far collimare
il naso con il collo
il busto con la scapola
l’inguine con il sedere
mentre stanno dormendo.

Hanno l’aria, almeno,
di stare andando
in una stessa direzione.

Traduzione di Loredana Magazzeni



A Woman in Another War

Mary Dorcey



Somedays when we kiss
we close our eyes.
Somedays when we close our eyes
we kiss.
Somedays we do not read the newspaper.

A woman was getting on a bus,
I was reading the newspaper.
The woman carried a baby in a carry cot –
Mind your step, another woman said,
and offered her a seat.

I was reading the newspaper –
I was reading the story
of a woman in another country,
a woman in another war.
The story of a woman
who was raped by soldiers.

The soldiers came into her town.
They ordered the women into the street,
they told them to lie on the ground.
They made them lie in rows
and the soldiers raped them
in rows.
One woman after another.
One soldier after another.

One of the women
had a baby,
a newborn baby.
It lay on the earth beside her.
It cried to be fed.
She heard it cry.
She asked the man who was raping her
to stop – to stop
long enough to let her
feed the child.

Bring me my child, she said.
The man stopped.
He got up from her body
and lifted the baby.
He carried it in his arms,
he held it over her.
He took out a knife,
he smiled.
He cut the child’s neck from his shoulders
and held the bleeding head
to the woman’s breast:
Here’s your baby, he said,
feed it.

There was a woman in another country,
a woman in another war.
The soldiers came into the town,
they ordered the women into the streets.
They raped them one after another,
row after row;
one soldier after another,
one woman after another.

The woman on the bus
was helped by another
to sit down.
She lifted the baby
from its cot.
You have to be careful of the head,
the other woman said.
Yes, the woman answered
and with her hand
she cradled the baby’s head.

Somedays when we kiss
we close our eyes.
Somedays when we close our eyes
we kiss.
Somedays we don’t read the newspaper.



Una donna in un’altra guerra

Mary Dorcey



Certi giorni quando ci baciamo
chiudiamo gli occhi.
Certi giorni quando chiudiamo gli occhi
ci baciamo.
Certi giorni non leggiamo il giornale.

Una donna saliva sull’autobus,
leggevo il giornale.
La donna portava un neonato in una culla portatile –
Fai attenzione, disse un’altra donna,
e le offrì il posto.

Leggevo il giornale –
leggevo la storia
di una donna in un altro paese,
una donna in un’altra guerra.
La storia di una donna
che fu violentata dai soldati.

I soldati vennero nella sua città.
Fecero uscire le donne nelle strade,
dissero loro di stendersi per terra.
Le fecero stendere in fila
e i soldati le violentarono
in fila.
Una donna dopo l’altra.
Un soldato dopo l’altro.

Una delle donne
aveva un bambino,
un bambino appena nato.
Stava per terra davanti a lei.
Piangeva perché voleva essere allattato.
Lei lo udì piangere.
Chiese all’uomo che la stava violentando
di fermarsi – di fermarsi
per lasciarle
allattare il bambino.

Portami il bambino, disse.
L’uomo si fermò.
Si alzò dal suo corpo
e sollevò il bambino.
Lo portò sulle braccia,
lo tenne sopra di lei.
Tirò fuori un coltello,
sorrise.
Recise la gola del bambino dalle spalle
e porse la testa sanguinante
al seno della donna:
Ecco il tuo bambino, disse,
allattalo.

C’era una donna in un altro paese,
una donna in un’altra guerra.
I soldati vennero nella città,
fecero uscire le donne nelle strade.
Le violentarono una dopo l’altra,
una fila dopo l’altra;
un soldato dopo l’altro,
una donna dopo l’altra.

La donna sull’autobus
è stata aiutata da un’altra
a sedersi.
Ha sollevato il bambino
dalla culla.
Devi stare attenta alla testa,
disse l’altra donna.
Sì, rispose la donna
e con la mano
tenne la testa del bambino.

Certi giorni quando ci baciamo
chiudiamo gli occhi.
Certi giorni quando chiudiamo gli occhi
ci baciamo.
Certi giorni non leggiamo il giornale.

Traduzione di Anna Maria Robustelli

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