poesia latinoamericana

Vicente Huidobro, Poesie

Vicente Huidobro
Poesie

Traduzione di Gianni Darconza

 

LA POESÍA ES UN ATENTADO CELESTE

Yo estoy ausente pero en el fondo de esta ausencia
Hay la espera de mí mismo
Y esta espera es otro modo de presencia
La espera de mi retorno
Yo estoy en otros objetos
Ando en viaje dando un poco de mi vida
A ciertos árboles y a ciertas piedras
Que me han esperado muchos años
Se cansaron de esperarme y se sentaron

Yo no estoy y estoy
Estoy ausente y estoy presente en estado de espera
Ellos querrían mi lenguaje para expresarse
Y yo querría el de ellos para expresarlos
He aquí el equívoco el atroz equívoco

Angustioso lamentable
Me voy adentrando en estas plantas
Voy dejando mis ropas
Se me van cayendo las carnes
Y mi esqueleto se va revistiendo de cortezas

Me estoy haciendo árbol
Cuántas veces me he ido convirtiendo en otras cosas…
Es doloroso y lleno de ternura

Podría dar un grito pero se espantaría la transubstanciación
Hay que guardar silencio Esperar en silencio

LA POESIA È UN ATTENTATO CELESTE

Io sono assente però in fondo a questa assenza
C’è l’attesa di me stesso
E questa attesa è un altro modo di presenza
L’attesa del mio ritorno
Io sono in altri oggetti
Vado in viaggio dando un po’ della mia vita
A certi alberi e a certe pietre
Che mi hanno atteso per molti anni
Si sono stancati d’aspettarmi e si sono seduti

Io sono e non sono
Sono assente e sono presente in stato d’attesa
Loro vorrebbero il mio linguaggio per esprimersi
E io vorrei il loro per esprimerli
Da qui l’equivoco l’atroce equivoco

Angoscioso lamentevole
Mi addentro in queste piante
Lascio i miei vestiti
Mi cadono le carni
E il mio scheletro si riveste di cortecce

Mi faccio albero
Quante volte mi sono trasformato in altre cose…
È doloroso e pieno di tenerezza

Potrei lanciare un grido ma si spaventerebbe la transustanziazione
Bisogna mantenere il silenzio Aspettare in silenzio

 

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Juan Villoro, El puño en alto

opera di Ettore Sottsass, foto di Gianni Montieri

 

Eres del lugar donde recoges
la basura.
Donde dos rayos caen
en el mismo sitio.
Porque viste el primero,
esperas el segundo.
Y aquí sigues.
Donde la tierra se abre
y la gente se junta.

Otra vez llegaste tarde:
estás vivo por impuntual,
por no asistir a la cita que
a las 13:14 te había
dado la muerte,
treinta y dos años después
de la otra cita, a la que
tampoco llegaste
a tiempo.
Eres la víctima omitida.
El edificio se cimbró y no
viste pasar la vida ante
tus ojos, como sucede
en las películas.
Te dolió una parte del cuerpo
que no sabías que existía:
La piel de la memoria,
que no traía escenas
de tu vida, sino del
animal que oye crujir
a la materia.
También el agua recordó
lo que fue cuando
era dueña de este sitio.
Tembló en los ríos.
Tembló en las casas
que inventamos en los ríos.
Recogiste los libros de otro
tiempo, el que fuiste
hace mucho ante
esas páginas.
Llovió sobre mojado
después de las fiestas
de la patria,
Más cercanas al jolgorio
que a la grandeza.
¿Queda cupo para los héroes
en septiembre?
Tienes miedo.
Tienes el valor de tener miedo.
No sabes qué hacer,
pero haces algo.
No fundaste la ciudad
ni la defendiste de invasores.

Eres, si acaso, un pordiosero
de la historia.
El que recoge desperdicios
después de la tragedia.
El que acomoda ladrillos,
junta piedras,
encuentra un peine,
dos zapatos que no hacen juego,
una cartera con fotografías.
El que ordena partes sueltas,
trozos de trozos,
restos, sólo restos.
Lo que cabe en las manos.

El que no tiene guantes.
El que reparte agua.
El que regala sus medicinas
porque ya se curó de espanto.
El que vio la luna y soñó
cosas raras, pero no
supo interpretarlas.
El que oyó maullar a su gato
media hora antes y sólo
lo entendió con la primera
sacudida, cuando el agua
salía del excusado.
El que rezó en una lengua
extraña porque olvidó
cómo se reza.
El que recordó quién estaba
en qué lugar.
El que fue por sus hijos
a la escuela.
El que pensó en los que
tenían hijos en la escuela.
El que se quedó sin pila.
El que salió a la calle a ofrecer
su celular.
El que entró a robar a un
comercio abandonado
y se arrepintió en
un centro de acopio.
El que supo que salía sobrando.
El que estuvo despierto para
que los demás durmieran.

El que es de aquí.
El que acaba de llegar
y ya es de aquí.
El que dice “ciudad” por decir
tú y yo y Pedro y Marta
y Francisco y Guadalupe.
El que lleva dos días sin luz
ni agua.
El que todavía respira.
El que levantó un puño
para pedir silencio.
Los que le hicieron caso.
Los que levantaron el puño.
Los que levantaron el puño
para escuchar
si alguien vivía.
Los que levantaron el puño para
escuchar si alguien
vivía y oyeron
un murmullo.
Los que no dejan de escuchar.

 

Sei del luogo dove raccogli
l’immondizia.
Dove due fulmini cadono
nello stesso punto.
Hai visto il primo, perciò
aspetti il secondo.
E qui resti.
Dove la terra si apre
e la gente si unisce.

Sei arrivato in ritardo, di nuovo:
per grazia di impuntualità sei
vivo, per mancare all’appuntamento
che alle ore 13:14 ti avrebbe
dato la morte,
trentadue anni dopo l’altro
appuntamento, al quale pure
non arrivasti
in tempo.
Sei la vittima omessa.
L’edificio oscillò e tu non
hai visto passare la vita
davanti ai tuoi occhi, come
accade nei film.
Ti fece male una parte del corpo
che non sapevi esistesse:
la pelle della memoria
che non evocò scene
della tua vita, ma
dell’animale che sente
scricchiolare
la materia.
Anche l’acqua si ricordò
ciò che fu quando
era padrona di questo luogo.
Tremò nei fiumi.
Tremò nelle case
che inventammo nei fiumi.
Hai raccolto i libri di un altro
tempo, quel che eri
molto prima di queste
pagine.
Piovve sul bagnato
dopo le feste
della patria,
più vicine alla baldoria
che alla grandezza.
C’è spazio per gli eroi
in settembre?
Hai paura.
Hai il coraggio di avere paura.
Non sai che fare,
ma fai qualcosa.
Non hai fondato la città
né l’hai difesa dagli invasori.

Semmai, sei un mendicante
della storia.
Sei chi raccoglie rifiuti
dopo la tragedia,
chi sistema mattoni,
unisce pietre,
trova un pettine,
due scarpe spaiate,
un portafogli con delle fotografie.
Chi ordina parti sciolte,
pezzi di pezzi,
resti, solo resti,
quel che ci sta tra le mani.

Sei chi non ha guanti,
chi distribuisce acqua,
chi regala le sue medicine
perché è già guarito dall’orrore.
Chi vide la luna e sognò
cose strane, ma non
seppe interpretarle,
chi sentì miagolare
il suo gatto mezz’ora
in anticipo e lo comprese
solo alla prima
scossa, quando l’acqua
salì dal water.
Chi pregò in una lingua
straniera perché aveva dimenticato
come si prega.
Chi ricordò chi stava
dove.
Chi corse dai suoi figli
a scuola.
Chi pensò a coloro che
avevano figli a scuola.
Chi rimase senza batteria.
Chi scese in strada per offrire
il proprio cellulare.
Chi entrò a rubare in un
negozio abbandonato
e se ne pentì in
un centro di raccolta.
Sei chi sapeva di essere di troppo.
Chi stette sveglio affinché
gli altri dormissero.

Chi è di qui.
Chi è appena arrivato
e già è di qui.
Chi dice “città” per dire
tu, e io, e Pedro, e Marta,
e Francisco, e Guadalupe.
Chi resta due giorni senza luce
né acqua.
Chi ancora respira.
Chi alzò il pugno
per chiedere il silenzio.
Coloro che se ne accorsero.
Coloro che alzarono il pugno.
Coloro che alzarono il pugno
per sentire
se qualcuno fosse vivo.
Coloro che alzarono il pugno per
sentire se qualcuno
fosse vivo e udirono
un mormorio.
Coloro che non smettono di ascoltare.

© Juan Villoro 

traduzione di Chiara Caradonna  
un grazie a Carmen Gallo

 

 

Juan Villoro

Nato a Città del Messico nel 1956, è autore di saggi, racconti e romanzi, e una delle figure più importanti nel panorama letterario messicano contemporaneo. Il 22 settembre 2017, tre giorni dopo il violento sisma (7.1 della scala Richter) che ha colpito la zona centrale del Messico mietendo numerose vittime anche nella capitale, Villoro pubblica sul quotidiano Reforma, al posto del suo regolare contributo, la poesia El puño en alto. Il testo viene condiviso, diventa un fenomeno virale. “A dire il vero non mi considero poeta”, dice Villoro in un’intervista. Il suo poema, una “litania del dolore”, nasce perché vengono meno le parole. È – aggiunge – un’omaggio immediato e istintivo alla solidarietà dimostrata dalla popolazione subito dopo il terremoto. Di questa solidarietà il pugno in alto è – come dimostrano le immagini scattate in quei giorni – a tal punto espressione concreta da trasformarsi a sua volta in simbolo di unità e perseveranza dal basso, che agisce indipendentemente dalle autorità. Nel suo contesto specifico il pugno in alto significa, come osserva Villoro: “restiamo in silenzio per dedicarci all’altro”, a chi ancora è seppellito sotto le macerie. Assume però anche un senso sociale e umano più ampio: “mettersi in ascolto di ciò che deve essere sentito”. Per Villoro il pugno in alto non è un gesto di potere, ma di ascolto.
Il sisma del 19 settembre scorso ha riportato alla memoria il terremoto che nello stesso giorno del 1985 distrusse Città del Messico. È questo l’appuntamento mancato cui fa riferimento la seconda strofa.

*

Chiara Caradonna è nata a Brescia nel 1986. Vive e lavora a Gerusalemme, dove è ricercatrice in letterature comparate presso la Hebrew University.

 

Juana Bignozzi, Per un fantasma intimo e segreto. Poesie

Juana Bignozzi Per un fantasma COPERTINApiatta

Juana Bignozzi, Per un fantasma intimo e segreto, Lietocolle, 2015, € 13,00 (trad. di Stefano Berardinelli)

*

Soy una mujer sin problemas

Todos lo saben
y entonces buscan mi compañía para charlar por las noches.
Sin embargo yo conozco a alguien que quiere morir en paz
consigo mismo
y me produce estremecimientos, insomnio, soledad,
porque la paz conmigo misma sería una guerra sin fin,
dos o tres asesinatos inevitables y alguna entrega desmedida
que no entra en mis planes.
Sin embargo yo sueño por las noches
con un jardín inmenso donde los muertos se levantan para saludarme;
yo sueño con un hombre que me inquieta y como lo ignora
me habla amigablemente del resto del mundo
y de mis múltiples amores, tan simpáticos,
tan apropiados como tema de conversación.

 

Sono una donna senza problemi

Tutti lo sanno
e quindi cercano la mia compagnia per chiacchierare le notti.
Però io conosco qualcuno che vuol morire in pace con se stesso
e che mi provoca sussulti, insonnia, solitudine,
perché la pace con me stessa sarebbe una guerra senza fine,
due o tre assassinii inevitabili e qualche resa smisurata
che non rientra nei miei piani.
Però io di notte sogno
un giardino immenso dove i morti si alzano per salutarmi;
io sogno un uomo che mi inquieta e siccome lo ignora
mi parla amichevolmente del resto del mondo
e dei miei molteplici amori, così simpatici,
così appropriati come argomento di conversazione.

*

Soy una mujer trabajada por los fantasmas…

Soy una mujer trabajada por los fantasmas
clavada a cuatro clavos por detentar valores cuestionados
marcada por haber intentado pensar claro
sola y algo errante en esta reencarnación
sin un manto bálsamo otro alguien
por haber comprendido a largo plazo
los amigos están lejos los espejos cerca
he perdido un código dolorosamente conseguido
y ahora entender sólo significa
iluminar una vía real de piedra
sin pasos que huyan o se acerquen
sin paso ninguno

 

Sono una donna lavorata dai fantasmi…

Sono una donna lavorata dai fantasmi
inchiodata a quattro chiodi perché detiene valori screditati
marchiata per aver cercato di pensare chiaro
sola e un po’ errante in questa reincarnazione
senza un mantello balsamo qualcun altro
per aver compreso a lungo termine
gli amici sono lontani gli specchi vicini
ho perso un codice dolorosamente conquistato
e ora capire significa soltanto
illuminare una via reale di pietra
senza passi che fuggano o si avvicinino
senza passo alcuno

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Poesia latinoamericana #10: José Lezama Lima

Poesia latinoamericana
Grandi autori del secolo XX

Il decimo e ultimo appuntamento con la poesia latinoamericana ci riporta a Cuba con José Lezama Lima. Termina così il nostro breve ma ricco viaggio tra le voci e le terre della poesia latinoamericana dello scorso secolo. Rimane però l’attesa che il progetto antologico di Raffaelli Editore, curato da Gianni DarconzaMario Meléndez, si materializzi nelle nostre mani, e continui il dialogo qui avviato. [fm]

José Lezama Lima

JOSÉ LEZAMA LIMA

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

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José Lezama Lima (Cuba, 1910 – 1976). Poeta e saggista. È autore di un’opera culterana popolata di enigmi, chiavi, allegorie. La sua estetica è caratterizzata da una tempra erotica che soggiace in ogni verso. Fu contemporaneo di una generazione notevole di autori tra i quali si segnalano Gastón Baquero, Cintio Vitier, Eliseo Diego e Virgilio Piñera. Nel 1966 vide la luce il romanzo Paradiso, considerato il suo capolavoro, nel quale espone in forma rotonda ed estrema un immaginario che si alimenta nel barocco e nel simbolico. Tra i suoi libri di poesia figurano: Muerte de Narciso (1937), Enemigo rumor (1941), La fijeza (1949), Dador (1960), Antología de la poesía cubana (1965), Obras completas (1975) e Fragmentos a su imán (1978), pubblicato postumo.

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AH, QUE TÚ ESCAPES

 

Ah, que tú escapes en el instante
en el que ya habías alcanzado tu definición mejor.
Ah, mi amiga, que tú no quieras creer
las preguntas de esa estrella recién cortada,
que va mojando sus puntas en otra estrella enemiga.

Ah, si pudiera ser cierto que a la hora del baño,
cuando en una misma agua discursiva
se bañan el inmóvil paisaje y los animales más finos:
antílopes, serpientes de pasos breves, de pasos evaporados
parecen entre sueños, sin ansias levantar
los más extensos cabellos y el agua más recordada.
Ah, mi amiga, si en el puro mármol de los adioses
hubieras dejado la estatua que nos podía acompañar,
pues el viento, el viento gracioso,
se extiende como un gato para dejarse definir.

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AH, CHE TU SCAPPI

Ah, che tu scappi nell’istante
in cui avevi già raggiunto la tua definizione migliore,
Ah, amica mia, che tu non voglia credere
alle domande di quella stella appena tagliata,
che sta bagnando le sue punte su un’altra stella nemica.

Ah, se potessi essere certo che all’ora del bagno,
quando in una stessa acqua discorsiva
si bagnano l’immobile paesaggio e gli animali più fini:
antilopi, serpenti dal passo breve, dal passo evaporato
paiono tra i sogni, senza ansie sollevare
i più estesi capelli e l’acqua più ricordata.
Ah, amica mia, se nel puro marmo degli addii
avessi lasciato la statua che ci poteva accompagnare,
poiché il vento, il vento grazioso,
si estende come un gatto per lasciarsi definire.

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UNA OSCURA PRADERA ME CONVIDA

 

Una oscura pradera me convida,
sus manteles estables y ceñidos,
giran en mí, en mi balcón se aduermen.
Dominan su extensión, su indefinida
cúpula de alabastro se recrea.
Sobre las aguas del espejo,
breve la voz en mitad de cien caminos,
mi memoria prepara su sorpresa:
gamo en el cielo, rocío, llamarada.
Sin sentir que me llaman
penetro en la pradera despacioso,
ufano en nuevo laberinto derretido.

Allí se ven, ilustres restos,
cien cabezas, cornetas, mil funciones
abren su cielo, su girasol callando.
Extraña la sorpresa en este cielo,
donde sin querer vuelven pisadas
y suenan las voces en su centro henchido.
Una oscura pradera va pasando.
Entre los dos, viento o fino papel,
el viento, herido viento de esta muerte
mágica, una y despedida.
Un pájaro y otro ya no tiemblan.

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UN OSCURO PRATO MI INVITA

Un oscuro prato mi invita,
le sue tovaglie stabili e attillate,
girano in me, nel mio balcone s’addormentano.
Dominano la sua estensione, la sua indefinita
cupola di alabastro si ricrea.
Sopra le acque dello specchio,
breve la voce in mezzo a cento cammini,
la mia memoria prepara la sua sorpresa:
daino nel cielo, rugiada, fiammata.
Senza sentire che mi chiamano
penetro nella prato lentamente,
risoluto in nuovo labirinto disciolto.

Lì si vedono, illustri resti,
cento teste, cornette, mille funzioni
aprono il suo cielo, il suo girasole tacendo.
Strana la sorpresa in questo cielo,
dove senza volerlo tornano impronte
e suonano le voci nel loro centro colmato.
Un oscuro prato sta passando.
Tra i due, vento o fine carta,
il vento, ferito vento di questa morte
magica, una e licenziata.
Un uccello e un altro più non tremano.

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UNA BATALLA CHINA

 

Separados por la colina ondulante,
dos ejércitos enmascarados
lanzan interminables aleluyas de combate.
El jefe, en su tienda de campaña,
interpreta las ancestrales furias de su pueblo.
El otro, fijándose en la línea del río,
ve su sombra en otro cuerpo, desconociéndose.
Las músicas creciendo con la sangre
precipitan la marcha hacia la muerte.
Los dos ejércitos, como envueltos por las nubes,
se adormecen borrando los escarceos temporales.
Los dos jefes se han quedado como petrificados.
Después cuentan las sombras que huyeron del cuerpo,
cuentan los cuerpos que huyeron por el río.
Uno de los ejércitos logró mantener
unida su sombra con su cuerpo,
su cuerpo con la fugacidad del río.
El otro fue vencido por un inmenso desierto somnoliento.
Su jefe rinde su espada con orgullo.

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UNA BATTAGLIA CINESE

Separati dalla collina ondulante,
due eserciti mascherati
lanciano interminabili alleluia di combattimento.
Il capo, nella sua tenda di campagna,
interpreta le ancestrali furie del suo popolo.
L’altro, osservando la linea del fiume,
vede la sua ombra in un altro corpo, senza riconoscersi.
Le musiche crescendo con il sangue
precipitano la marcia verso la morte.
I due eserciti, come avvolti dalle nubi,
s’addormentano cancellando le digressioni temporali.
I due capi sono rimasti come pietrificati.
Dopo contano le ombre che sono fuggite dal corpo,
contano i corpi che sono fuggiti lungo il fiume.
Uno dei due eserciti è riuscito a mantenere
unita la sua ombra con il corpo,
il suo corpo con la fugacità del fiume.
L’altro è stato sconfitto da un immenso deserto sonnolento.
Il suo capo consegna la propria spada con orgoglio.

Poesia latinoamericana #9: Roberto Juarroz

Poesia latinoamericana
Grandi autori del secolo XX

Il nono appuntamento con la poesia latinoamericana ci riporta in Argentina con Roberto Juarroz. Si avvia verso la conclusione il nostro viaggio tra le voci e le terre della poesia latinoamericana dello scorso secolo; viaggio che anticipa il prossimo progetto antologico di Raffaelli Editore, curato da Gianni DarconzaMario Meléndezun’antologia di voci poco note, le più, ai lettori italiani. Una buona occasione per colmare un vuoto e aprire un dialogo. [fm]

Roberto Juarroz
ROBERTO JUARROZ

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

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Roberto Juarroz (Argentina, 1925 – 1995). Poeta, saggista, bibliotecario e critico letterario. È stato membro dell’Academia Argentina de Letras. Ha ricevuto diversi riconoscimenti tra i quali vale la pena menzionare il premio Esteban Echavarría nel 1984, il premio Jean Malrieu a Marsiglia nel 1992, e il premio della Biennale Internazionale di Poesia a Liegi, in Belgio, nel medesimo anno. La sua opera è riunita sotto il titolo Poesía Vertical (14 volumi) ed è stata tradotta in diverse lingue. Dei suoi saggi vale la pena citare Poesía y creación (dialoghi con Guillermo Boido); Poesía y Realidad e Poesía, literatura y hermenéutica (conversazioni con Teresita Saguí).

LA VIDA DIBUJA UN ÁRBOL…

 

La vida dibuja un árbol
y la muerte dibuja otro.
La vida dibuja un nido
y la muerte lo copia.
La vida dibuja un pájaro
para que habite el nido
y la muerte de inmediato
dibuja otro pájaro.

Una mano que no dibuja nada
se pasea entre todos los dibujos
y cada tanto cambia uno de sitio.
Por ejemplo:
el pájaro de la vida
ocupa el nido de la muerte
sobre el árbol dibujado por la vida.

Otras veces
la mano que no dibuja nada
borra un dibujo de la serie.
Por ejemplo:
el árbol de la muerte
sostiene el nido de la muerte,
pero no lo ocupa ningún pájaro.

Y otras veces
la mano que no dibuja nada
se convierte a sí misma
en imagen sobrante,
con figura de pájaro,
con figura de árbol,
con figura de nido.

Y entonces, sólo entonces,
no falta ni sobra nada.
Por ejemplo:
dos pájaros
ocupan el nido de la vida
sobre el árbol de la muerte.

O el árbol de la vida
sostiene dos nidos
en los que habita un solo pájaro.

O un pájaro único
habita un solo nido
sobre el árbol de la vida
y el árbol de la muerte.

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Poesia latinoamericana #8: Rosarios Castellanos

Poesia latinoamericana
Grandi autori del secolo XX

L’ottavo appuntamento con la poesia latinoamericana è dedicato a Rosario Castellanos, poeta messicana. Prosegue con lei questo viaggio attraverso le voci e le terre della poesia latinoamericana dello scorso secolo; viaggio che anticipa il prossimo progetto antologico di Raffaelli Editore, curato da Gianni DarconzaMario Meléndezun’antologia di voci poco note, le più, ai lettori italiani. Una buona occasione per colmare un vuoto e aprire un dialogo. [fm]

Rosario Castellanos

ROSARIO CASTELLANOS

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

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Rosario Castellanos (Messico, 1925 – Israele, 1974). Poetessa, narratrice, saggista, drammaturga e diplomatica. È stata una delle voci più rilevanti della poesia messicana del secolo XX. Per il suo lavoro ha ottenuto importanti riconoscimenti, come il Premio Xavier Villaurrutia (1961), il Sor Juana Inés de la Cruz (1962), il Premio Carlos Trouyet per la Letteratura (1967) e il Premio Elías Sourasky per la Letteratura (1972). Tra i suoi libri di poesie si segnalano Trayectoria del polvo (1948), De la vigilia estéril (1950), Al pie de la letra (1959), Lívida luz (1960), La tierra de en medio (1969), Materia memorable (1969), e Poesía eres tú (Opera poetica completa, 1972).

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PRESENCIA

 

Algún día lo sabré. Este cuerpo que ha sido
mi albergue, mi prisión, mi hospital, es mi tumba.

Esto que uní alrededor de un ansia,
de un dolor, de un recuerdo,
desertará buscando el agua, la hoja,
la espora original y aun lo inerte y la piedra.

Este nudo que fui (de cóleras,
traiciones, esperanzas,
vislumbres repentinos, abandonos,
hambres, gritos de miedo y desamparo
y alegría fulgiendo en las tinieblas
y palabras y amor y amor y amores)
lo cortarán los años.

Nadie verá la destrucción. Ninguno
recogerá la página inconclusa.
Entre el puñado de actos
dispersos, aventados al azar, no habrá uno
al que pongan aparte como a perla preciosa.
Y sin embargo, hermano, amante, hijo,
amigo, antepasado,
no hay soledad, no hay muerte
aunque yo olvide y aunque yo me acabe.

Hombre, donde tú estás, donde tú vives
permaneceremos todos.

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Poesia latinoamericana #7: Gonzalo Rojas

Poesia latinoamericana
Grandi autori del secolo XX

Il settimo appuntamento con la poesia latinoamericana è dedicata a Gonzalo Rojas, poeta cileno. Continua così il nostro viaggio attraverso le voci e le terre della poesia latinoamericana dello scorso secolo; viaggio che anticipa il prossimo progetto antologico di Raffaelli Editore, curato da Gianni DarconzaMario Meléndezun’antologia di voci poco note, le più, ai lettori italiani. Una buona occasione per colmare un vuoto e aprire un dialogo. [fm]

Gonzalo Rojas

GONZALO ROJAS

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

Gonzalo Rojas (Cile, 1917 ‑ 2011). È uno dei grandi punti di riferimento della poesia cilena del Novecento. Tra le sue opere si segnalano: La miseria del hombre (1948), Contra la muerte (1964), Oscuro (1977), Del relámpago (1981), El alumbrado (1986), Antología de aire (1991), Río turbio (1996) e Metamorfosis de lo mismo (2000). A partire dal 1958 ha organizzato i famosi Congressi di Scrittori a Concepción, dove si riunivano, come lui amava affermare, i suoi compaesani di Latinoamericana. Per la sua opera ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra i quali vale la pena menzionare il Premio Reina Sofía in Spagna, il Premio Octavio Paz in Messico, il José Hernández in Argentina, il Premio Nazionale di Letteratura e il Premio Cervantes.

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AL SILENCIO

Oh voz, única voz: todo el hueco del mar,
todo el hueco del mar no bastaría,
todo el hueco del cielo,
toda la cavidad de la hermosura
no bastaría para contenerte,
y aunque el hombre callara y este mundo se hundiera
oh majestad, tú nunca,
tú nunca cesarías de estar en todas partes,
porque te sobra el tiempo y el ser, única voz,
porque estás y no estás, y casi eres mi Dios,
y casi eres mi padre cuando estoy más oscuro.

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AL SILENZIO

Oh voce, unica voce: tutto il vuoto del mare
tutto il vuoto del mare non basterebbe,
tutto il vuoto del cielo,
tutta la cavità della bellezza
non basterebbe per contenerti,
e anche se l’uomo tacesse e questo mondo affondasse
oh maestà, tu mai,
tu mai cesseresti di essere ovunque,
perché ti avanza il tempo e l’essere, unica voce,
perché ci sei e non ci sei, e sei quasi il mio Dio,
e sei quasi mio padre quando mi sento più oscuro.

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Poesia latinoamericana #6: Roque Dalton

Poesia latinoamericana
Grandi autori del secolo XX

La sesta finestra aperta sulla poesia latinoamericana è dedicata a Roque Dalton, poeta salvadoregno. Continua così il nostro viaggio attraverso le voci e le terre della poesia latinoamericana dello scorso secolo; viaggio che anticipa il prossimo progetto antologico di Raffaelli Editore, curato da Gianni DarconzaMario Meléndezun’antologia di voci poco note, le più, ai lettori italiani. Una buona occasione per colmare un vuoto e aprire un dialogo. [fm]

 Roque Dalton

ROQUE DALTON

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

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Roque Dalton (El Salvador, 1935 ‑ 1975). Poeta, narratore e saggista. Tra le sue opere figurano: La ventana en el rostro (1962), El turno del ofendido (1962), Los testimonios (1964), Taberna y otros lugares (Premio Casa de las Américas, 1969), Miguel Mármol. Los sucesos de 1932 en El Salvador (1972), Historias prohibidas del pulgarcito (1974), Pobrecito poeta que era yo… (1975), Poemas clandestinos (1975) e Un libro rojo para Lenin (1986, postumo). Nel 1956 fondò il Círculo Literario Universitario. Nel 1960 viene imprigionato e poi liberato nell’ottobre dello stesso anno, quando fu rovesciato il governo del presidente José María Lemus. A partire da allora ha viaggiato in diversi paesi. È stato assassinato nel maggio del 1975 dai suoi compagni dell’Esercito Rivoluzionario del Popolo.

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SOBRE DOLORES DE CABEZA

 

Es bello ser comunista,
aunque cause muchos dolores de cabeza.

Y es que el dolor de cabeza de los comunistas
se supone histórico, es decir
que no cede ante las tabletas analgésicas
sino sólo ante la realización del Paraíso en la tierra.
Así es la cosa.

Bajo el capitalismo nos duele la cabeza y nos arrancan la cabeza.
En la lucha por la Revolución la cabeza es una bomba de retardo.
En la construcción socialista planificamos el dolor de cabeza
lo cual no lo hace escasear, sino todo lo contrario.

El comunismo será, entre otras cosas,
Una aspirina del tamaño del sol.

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Poesia latinoamericana #5: Nicolás Guillén

Poesia latinoamericana
Grandi autori del secolo XX

Il quinto appuntamento con la poesia latinoamericana è dedicato a Nicolás Guillén, poeta cubano. Continua così la serie di finestre che si aprono sulla poesia latinoamericana dello scorso secolo, e che anticipano il prossimo progetto antologico di Raffaelli Editore, curato da Gianni DarconzaMario Meléndezun’antologia di voci poco note, le più, ai lettori italiani. Una buona occasione per colmare un vuoto e aprire un dialogo. [fm]

 Nicolás Guillén

NICOLÁS GUILLÉN

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

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Nicolás Guillén (Cuba, 1902 ‑ 1989). È considerato un genuino rappresentante della poesia nera del suo paese. È entrato nel partito comunista nel 1937 e dopo il trionfo della Rivoluzione cubana del 1959 ha assunto incarichi e missioni diplomatiche. Tra le sue opere vale la pena di segnalare: Motivos de son (1930), Sóngoro cosongo. Poemas mulatos (1931), West Indies Ltd. (1934), Cantos para soldados y sones para turistas (1937), Poema en cuatro angustias y una esperanza (1937), El son entero (1947), La paloma de vuelo popular (1958), Tengo (1964), Poemas de amor (1964), El gran zoo (1967), La rueda dentada (1972), El diario que a diario (1972) e Por el mar de las Antillas anda un barco de papel. Poemas para niños y mayores de edad (1977).

CANCIÓN

¡De qué callada manera
se me adentra usted sonriendo,
como si fuera la primavera !
¡Yo, muriendo!

Y de qué modo sutil
me derramo en la camisa
todas las flores de abril

¿Quién le dijo que yo era
risa siempre, nunca llanto,
como si fuera
la primavera?
¡No soy tanto!

En cambio, ¡Qué espiritual
que usted me brinde una rosa
de su rosal principal!

De qué callada manera
se me adentra usted sonriendo,
como si fuera la primavera
¡Yo, muriendo!

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CANZONE

In che silenziosa maniera
mi si addentra lei sorridendo
come fosse la primavera!
Io, morendo!

E in che modo sottile
mi rovescio sulla camicia
tutti i fiori di aprile

Chi le ha detto che io ero
riso sempre, mai pianto,
come fossi davvero
la primavera?
Non così tanto!

Però, com’è spirituale
che lei mi offra una rosa
del suo roseto principale

In che silenziosa maniera
mi si addentra lei sorridendo
come fosse la primavera!
Io, morendo!

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Poesia latinoamericana #4: Blanca Varela

Poesia latinoamericana
Grandi autori del secolo XX

Il quarto appuntamento con la poesia latinoamericana è dedicato a Blanca Varela, poeta peruviana. Continua con lei la serie di finestre che si aprono sulla poesia latinoamericana dello scorso secolo, e che anticipano il prossimo progetto antologico di Raffaelli Editore, curato da Gianni DarconzaMario Meléndezun’antologia di voci poco note, le più, ai lettori italiani. Una buona occasione per colmare un vuoto e aprire un dialogo. [fm]

 Blanca Varela

BLANCA VARELA

 Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

 

 

Blanca Varela (Perù, 1926 – 2009). È una delle voci più significative della poesia peruviana del Novecento. Studiò Lettere e Educazione presso l’Università di San Marcos a Lima. Nel 1949 si trasferisce a Parigi dove conosce Octavio Paz, destinato a diventare una figura decisiva nel suo sviluppo letterario. Successivamente visse a Firenze e a Washington. Tra le sue opere più rilevanti figurano: Ese puerto existe (1959), Luz de día (1963), Valses y otras confesiones (1971), Canto villano (prima raccolta della sua poesia, 1978), Como Dios en la nada (Antologia 1949 – 1998). Per la sua opera ottenne importanti riconoscimenti tra i quali vale la pena menzionare il Premio Octavio Paz per la Poesia e la Saggistica (2001), il Premio Ciudad de Granada (2006) e i premi García Lorca e Reina Sofía per la poesia ispanoamericana (2007).

 

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Poesia latinoamericana #3: EDUARDO LIZALDE

Poesia latinoamericana
Grandi autori del secolo XX

Prosegue con i versi di Edoardo Lizalde, poeta messicano, la serie di finestre che si aprono sulla poesia latinoamericana dello scorso secolo, e che anticipano il prossimo progetto antologico di Raffaelli Editore, curato da Gianni DarconzaMario Meléndezun’antologia di voci poco note, le più, ai lettori italiani. Una buona occasione per colmare un vuoto e aprire un dialogo. [fm]

 Eduardo Llizalde

EDUARDO LIZALDE

 Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

 

Eduardo Lizalde (Messico, 1929). Poeta, narratore e saggista. Studiò Filosofia e Musica presso la Universidad Nacional Autónoma de México. È uno dei grandi esponenti della poesia messicana del secolo XX. Attualmente dirige la Biblioteca Nazionale del Messico. Tra i suoi libri si segnalano: Cada cosa es Babel (1966), El tigre en la casa (1970), La zorra enferma (1974), Caza mayor (1979), Tabernarios y eróticos (1989), Rosas (1994) e Otros tigres (1995). Nel 1984 gli fu concessa una borsa di studio dalla Fondazione John Simon Guggenheim. La sua opera è stata insignita di importanti premi letterari, come il Premio Xavier Villaurrutia (1969), il Premio Nazionale di Poesia ad Aguascalientes (1974), il Premio Nazionale di Linguistica y Letteratura (1988), il Premio Iberoamericano di Poesia Ramón López Velarde (2002) e il Premio Federico García Lorca per la poesia (2014).

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GRANDE ES EL ODIO

1

Grande y dorado, amigos, es el odio.
Todo lo grande y lo dorado
viene del odio.
El tiempo es odio.
Dicen que Dios se odiaba en acto,
que se odiaba con fuerza
de los infinitos leones azules
del cosmos;
que se odiaba
para existir.
Nacen del odio, mundos,
óleos perfectísimos, revoluciones,
tabacos excelentes.
Cuando alguien sueña que nos odia, apenas,
dentro del sueño de alguien que nos ama,
ya vivimos el odio perfecto.
Nadie vacila, como en el amor,
a la hora del odio.
El odio es la sola prueba indudable
de la existencia.

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2

Y el miedo es una cosa grande como el odio.
El miedo hace existir a la tarántula,
la vuelve cosa digna de respeto,
la embellece en su desgracia,
rasura sus horrores.
Qué sería de la tarántula, pobre,
flor zoológica y triste,
si no pudiera ser ese tremendo
surtidor de miedo,
ese puño cortado
de un simio negro que enloquece de amor.
La tarántula, oh Bécquer,
que vive enamorada
de una tensa magnolia.
Dicen que mata a veces,
que descarga sus iras en conejos dormidos.
Es cierto,
pero muerde y descarga sus tinturas internas
contra otro,
porque no alcanza a morder sus propios miembros,
y le parece que el cuerpo del que pasa,
el que amaría si lo supiera,
es el suyo.

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GRANDE È L’ODIO

1

Grande e dorato, amici, è l’odio.
Tutto ciò che è grande e dorato
viene dall’odio.
Il tempo è odio.
Dicono che Dio si odiava in atto,
che si odiava con forza
degli infiniti leoni azzurri
del cosmo;
che si odiava
per esistere.
Nascono dall’odio, mondi,
olii perfettissimi, rivoluzioni,
tabacchi eccellenti.
Quando qualcuno sogna di odiarci, appena,
dentro il sonno di qualcuno che ci ama,
viviamo già l’odio perfetto.
Nessuno vacilla, come nell’amore,
nell’ora dell’odio.
L’odio è la sola prova indubbia
dell’esistenza.

2

E la paura è una cosa grande come l’odio.
La paura fa esistere la tarantola,
la rende cosa degna di rispetto,
l’abbellisce nella sua disgrazia,
rade i suoi orrori.
Che ne sarebbe della tarantola, poverina,
fiore zoologico e triste,
se non potesse essere quel tremendo
fornitore di paura,
quel pugno tagliato
di una scimmia nera che impazzisce d’amore.
La tarantola, oh Bécquer,
che vive innamorata
di una tesa magnolia.
Dicono che a volte uccide,
che scarica le sue ire su conigli addormentati.
È vero,
però morde e scarica le sue tinture interne
contro un altro,
perché non riesce a mordere le proprie membra,
e gli sembra che il corpo che passa,
quello che amerebbe se lo sapesse,
è il suo.

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BELLÍSIMA

Y si uno de esos ángeles
me estrechara de pronto sobre su corazón,
yo sucumbiría ahogado por su existencia
más poderosa.
-Rilke, de nuevo-

Óigame usted, bellísima,
no soporto su amor.
Míreme, observe de qué modo
su amor daña y destruye.
Si fuera usted un poco menos bella,
si tuviera un defecto en algún sitio,
un dedo mutilado y evidente,
alguna cosa ríspida en la voz,
una pequeña cicatriz junto a esos labios
de fruta en movimiento,
una peca en el alma,
una mala pincelada imperceptible
en la sonrisa…
yo podría tolerarla.
Pero su cruel belleza es implacable,
bellísima;
no hay una fronda de reposo
para su hiriente luz
de estrella en permanente fuga
y desespera comprender
que aún la mutilación la haría más bella,
como a ciertas estatuas.

BELLISSIMA

E se uno di quegli angeli
mi stringesse all’improvviso sul suo cuore,
io soccomberei soffocato dalla sua esistenza
più potente.
– Rilke, di nuovo –

Mi ascolti lei, bellissima,
non sopporto il suo amore.
Mi guardi. Osservi in che modo
il suo amore danneggia e distrugge.
Se lei fosse un po’ meno bella,
se avesse un difetto in qualche posto,
un dito mutilato ed evidente,
qualche cosa di aspro nella voce,
una piccola cicatrice vicino a quelle labbra
di frutta in movimento,
un neo nell’anima,
una brutta pennellata impercettibile
nel sorriso…
io potrei tollerarla.
Ma la sua crudele bellezza è implacabile,
bellissima;
non c’è una fronda di sollievo
contro la sua infilzante luce
di stella in fuga permanente
e dispera a comprendere
che persino la mutilazione la renderebbe più bella,
come in certe statue.

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Poesia latinoamericana #1: Nicanor Parra

Poesia latinoamericana #2: Alejandra Pizarnik

Poesia latinoamericana #2: Alejandra Pizarnik

Poesia latinoamericana
Grandi autori del secolo XX

Prosegue con i versi di Alejandra Pizarnik la serie di finestre che si aprono sulla poesia latinoamericana dello scroso secolo, e che anticipano il prossimo progetto antologico di Raffaelli Editore, curato da Gianni DarconzaMario Meléndezun’antologia di voci poco note, le più, ai lettori italiani. Una buona occasione per colmare un vuoto e aprire un dialogo. [fm]

 Alejandra Pizarnik

ALEJANDRA PIZARNIK

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

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Alejandra Pizarnik (Argentina, 1936 ‑ 1972). Considerata una delle maggiori poetesse dell’America Latina, la sua influenza è stata enorme per le nuove generazioni di scrittori. Il crescente interesse risvegliato da questa poetessa è sottolineato dagli innumerevoli studi e saggi dedicati alla sua opera. Nel 1960 viaggia a Parigi dove entra in contatto con grandi intellettuali dell’epoca, come Sartre, Simone de Beauvoir e Marguerite Duras, oltre che con scrittori del calibro di Octavio Paz e Julio Cortázar. Tra i suoi libri si ricordano: La tierra más ajena (1955), La última inocencia (1956), Las aventuras perdidas (1958), Árbol de Diana (1962), Los trabajos y las noches (1965), Extracción de la piedra de la locura (1968) e El infierno musical (1971). Muore suicida il 25 settembre del 1972, a causa di una overdose di seconal. Nel 2000 la casa editrice Lumen pubblica la sua Poesía completa, e nel 2002 appare, sempre ad opera della stessa casa editrice, la sua Prosa completa.

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ÁRBOL DE DIANA

14

El poema que no digo,
el que no merezco.
Miedo de ser dos
camino del espejo:
alguien en mí dormido
me come y me bebe.

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16

Has construido tu casa,
has emplumado tus pájaros,
has golpeado al viento
con tus propios huesos.
Has terminado sola
lo que nadie comenzó.

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