Poesia italiana contemporanea

Laura Rainieri, In altre stanze

Laura Rainieri, In altre stanze. Prefazione di Mario Melis. Postfazione di Giorgio Linguaglossa, Edizioni Cofine 2018

Che cosa è necessario perché la poesia possa accedere e muoversi In altre stanze, come recita il titolo del libro più recente di Laura Rainieri? A quali altre stanze si fa riferimento? Anche da questi interrogativi sono animati i testi di una raccolta dotta e ricca di vie di accesso, diritte e impervie che siano, ad altre stanze.
È del tutto legittimo supporre che il termine “stanza” vada letto qui in più accezioni, o, ancor più precisamente, con sfaccettature che trovano tra di esse punti di intersezione: dimora, luogo di sosta e riparo, camera segreta, strofa di un componimento. Tenendo fermo, dunque, l’assunto del carattere plurivoco del vocabolo “stanze”, carattere reso ancora più complesso dall’aggettivo abbinato, “altre”,  mi accingo a delineare alcuni possibili percorsi all’interno dell’opera di Rainieri oggetto di queste considerazioni e a trovare in essa risposte agli interrogativi espressi in apertura.
La ricorrenza della congiunzione “se”, la sua frequenza come sillaba di attacco di numerose anafore, rivela come il dispiegarsi di ipotesi, l’esprimere determinate condizioni – siano pure, tali condizioni, di marcato azzardo e rischio – si attestino come presupposti, dunque come varchi di accesso ad altre stanze e, allo stesso tempo, come riconoscimento e accettazione di limiti, oltre che come sfida a saggiare costantemente la resistenza di tali barriere: «Se affonda con i pioppi riflessi», «se nello smottamento confonde case (Con i pioppi riflessi), «Se qualcuno furtivamente ti fa un dono/ e più splendido lo dice di un diamante?». «Se lo scopri che è un fuoco d’artificio […]?», «E se un canestro è vaporoso […]?», «Se qualcuno dice – Mio dolce amore -» « Se qualcuno il cui tronco ha tanti giri/ osa dire – Mio dolce amore -», «Se il giorno è avaro», «Se un corpo abbiamo un corpo» (In altre stanze),«Se il sogno incontra il sogno» (Questa serenità), «Se cerchi di spezzare un filo» (Otre), «…eppure se l’uno esiste» (… eppure se l’uno esiste), «Se tutto è stato detto nel vuoto vortice» (Il detto), «Non è morbida la neve/ se ha uno zoccolo/ di ghiaccio stratificato.» (Il tempo della neve), «E se piove il verde è cupo» (E se piove il verde è cupo), «se recitando dice la verità» (La lontananza), «Se non ha ali per volare» (Un’estate).
Altra chiave di accesso alle altre stanze è senza dubbio il paesaggio, carico di affetti e valenze, che sia esso radicato nell’anima, illuminazione nell’incontro di un giorno o esposto alla devastazione degli umani. In tal senso si può affermare che la dimensione geografica – dalla natia Bassa e dal «Taro fangoso» (abbinato a questo aggettivo il fiume delle origini ricorre in più di un testo) al quartiere Alessandrino di Roma – di questa poesia costituisce un tratto identificativo di primaria importanza e che il testo di apertura, Con i pioppi riflessi, raccoglie in maniera esemplare aspetti e moti di una animata geografia che è anche geografia dell’esistenza.
Sempre nella poesia che apre la raccolta, Con i pioppi riflessi, si fa strada, dapprima timidamente, poi con un carattere deciso che occupa quasi con prepotenza la scena, una tavolozza di colori che spiccano per il loro doppio legame, da un lato al paesaggio nel quale si manifestano, dall’altro al significato simbolico al quale tendono: «dire a che serve/ che il sole inanella il bucaneve/ e tenta la viola timida l’uscita?/ Il sole rosso di fuoco beffardo/ si affaccia a quasi notte:/ una sortita/ sulla china dell’argine». L’azzurro ricorre con il suo carico potentissimo di connotazioni e con gradazioni varie di intensità, per alternarsi talvolta al giallo, con esiti vivaci e corrispondenze con le arti figurative (la pittura di Paul Klee in Passaggio). E il giallo si intreccia al rosso per effetto del sole a novembre in Lucania antica (Latronico). (altro…)

Francesca Del Moro, Una piccolissima morte

 

Francesca Del Moro, Una piccolissima morte – poesie -, Edizionifolli, Milano e Bologna 2017

Una piccolissima morte, raccolta preziosa nella cura di forma e sostanza, non è soltanto testimone e terapia e dramma – un atto unico in più quadri – ma è anche raffigurazione efficace di due moti in costante e fecondo conflitto nella poesia di Francesca Del Moro: spalancarsi e sottrarsi, offrire il petto e rannicchiarsi, incantarsi fino all’annullamento e vedersi spietatamente, perfino attraverso gli occhi di un dio irascibile o indifferente, un big brother stanco dal ventre gonfio di birra, sul quale pende tra il desolato e il divertito, il disperato e lo scanzonato, il sospetto di essere stato l’ispiratore della pellicola di Jaco Van Dormael Le Tout Nouveau Testament (nella versione italiana Dio esiste e vive a Bruxelles).
In molti versi, in più di una composizione, ho ritrovato, con accenti insieme dolenti e dissacranti, Francesca Del Moro della raccolta che è stata per me guida e accesso originario alla sua poesia, vale a dire Le conseguenze della musica; ho ricevuto dunque la conferma di una scrittura nella quale efficacia ed espressività si incontrano in una forma compiuta. Dinanzi ad altri passaggi, ad altre composizioni, ancora, gli occhi hanno sorriso alla mente che diceva all’orecchio: fermati, dove corri, non vedi che la bellezza è qui?

© Anna Maria Curci

Dentro le chiese vuote
l’aria è cosi ferma e la luce,
anche la fiamma che trema,
sembra prigioniera.
In belle terracotte ammiro
la passione di Cristo
ma la mia piccola passione
mi fa perdere il filo.
Non credo in niente
ma accendo una candela
e per poterti ritrovare qui
dico perfino una preghiera. (altro…)

Lorenzo Poggi, Se questo è canto

Lorenzo Poggi, Se questo è canto, Controluna 2018

Se questo è canto conferma, con voce e moto resi saldi da una cura quotidiana, le qualità della poesia di Lorenzo Poggi: invito sonoro a “restare umani”, lode del dubbio al cospetto di slogan e di adunate di massa, sguardo attento alla natura, che è radice, è vita, è insegnamento. Nuovi, vale a dire più espliciti, più vividi, sono la consapevolezza circa i propri strumenti poetici (Ciò che so fare), le passioni, le predilezioni, perfino i sogni (Senari appassionati, Paesaggi montani, Oltre il fosso) e il risalto dato alla riflessione su natura e funzione del dire in poesia, del ‘canto’, dunque, come annuncia il titolo della raccolta. Consapevolezza e vibrante esercizio di discernimento sono le fonti di una luce efficace e feconda per chi legge, che sia essa cruda nella ripetizione cruenta sul palcoscenico devastato, sulla tolda ‘calcata’ della storia, o gentile, nel quieto riaffermare la propria dignità, il proprio compito controcorrente (Poeti).

© Anna Maria Curci

 

Ciò che so fare

So gettare parole nel fondo di bottiglia
agitare per bene e leggere
ardite composizioni d’inesplicabile valore.
So pure appallottolare idee
nel deserto di pagine bianche
e osservare origami mal-nati.
Oppure comporre musiche
strizzando fiori di loto,
scolpire croci nella pietra
ed orme sprecate nel letto di fiumi.
So anche rimestare nella spazzatura
frasi non dette, assonanze perdute,
versi senza ali che
hanno provato a volare.

(altro…)

Bende: inediti di Francesca Genti

BENDE

sondare la sintassi per cercare
un suono che faccia innamorare

se della persona io potessi
conoscere soltanto il corpo astrale
vedere l’animale che traspare
sotto bende di pelle e di parole
allora: si scioglierebbe il sole
la pietra sopra il cuore
si asciugherebbe
diventerebbe sabbia
poi granello

e la incastonerei sopra un anello
.

*** (altro…)

Biancamaria Frabotta e la “trilogia della quarta stagione”

biancamaria_frabotta

Biancamaria Frabotta, foto di Dino Ignani

 

È da poco uscito per “Lo specchio” Mondadori il volume che ripercorre la produzione poetica di Biancamaria Frabotta, Tutte le poesie 1971-2017. Il libro, bellissimo anche nella fattura e dal permanente profumo di ottima carta, è un oggetto prezioso anche per chi della mia generazione abbia la fortuna di possedere tutte le singole raccolte. Si apre con Il rumore bianco (1982), «un libro stipato e compresso, simile al clima sovraeccitato di cui in qualche modo dava un suo stravolto resoconto»,¹ e si chiude con una silloge inedita, La materia prima, dal timbro completamente diverso e che compone con le due precedenti, La pianta del pane (2003) e Da mani mortali (2012), quella che l’autrice stessa chiama «trilogia della mia quarta stagione».²
Basterebbe far brillare le parole dei titoli, a partire da quello di cattaneiana memoria, per intuire la monade di questa “stagione” tutta dedita alla testimonianza di un ritmo più vasto rispetto al “clima storico sovraeccitato” con cui il tomo si apre. E comprendere fino in fondo la necessità di una virata di stile in cui il verso si addolcisce e si appiana e l’occhio, con una giravolta del cristallino, allunga la propria gittata proprio posandosi su quanto è paradossalmente più accanto. «Insomma non da ogni seme nasce una pianta, ma se accade, non c’è altro da sperare, malinconicamente, che essa ci sopravviva. Capivo ormai che la poesia è tale quando, anche nel sottostante disegno allegorico, si sottopone docilmente alla verifica della parafrasi».³  (altro…)

Irene Sabetta, Inconcludendo

La dolente indolenza della contemporaneità: Inconcludendo di Irene Sabetta

Nel segno del «dilemma del prefisso», Inconcludendo, plaquette di  Irene Sabetta, acquista vigore là dove la forma poetica diventa epifania di ciò che vorrei chiamare ‘la dolente indolenza della contemporaneità’. È allora che, liberandosi dai grumi e dai tic incontrollati del tributo, la forma, divenuta più sorvegliata, sa fondere, di-vertire, mescidare e fecondamente mutare di senso e funzioni fenomenologie del quotidiano e incontri letterari – anch’essi, per molti versi, parte integrante del quotidiano dell’autrice, insegnante di lingua e letteratura inglese –, tanto da giungere a creare una interessante mitopoiesi, insieme familiare e straniante. In quale tempo, su quale schermo – o schermati da che cosa – si incontrano high tech e urna greca, Facebook e John Keats,  da quale sistema binario (autopoietico?) spunta, sgorga, rompe gli argini il binomio «verità-bellezza bellezza-verità»?  Il riferimento all’ora del tè non è soltanto, allora, un inchino – irriverente riverenza – a Lewis Carroll, ma si avvale di una formidabile ‘addizione’ etica. Se la parola “addizione” sia da interpretare come aggiunta o se essa sia imparentata all’inglese ‘addiction’, a una qualche forma di dipendenza, resta una questione aperta, e l’uscio è lasciato socchiuso da colei che scrive. Certo è che questa ‘addizione etica’ è  irrobustita dal richiamo non esplicito, ma avvertibile da chi ne voglia cogliere gli indizi, a quel passaggio di Aqualung dei Jethro Tull, che già nel 1971 denunciava la ‘dolente indolenza’ delle magre azioni civili: “salvation à la mode and a cup of tea”.

© Anna Maria Curci

ContemporaneaMente

Voce del verbo mentire.
Narciso ha ucciso il camaleonte.
Elogio al frammento lungo, lunghissimo
che almeno tenti di dire.
Discorso facebook illimitato, plurimo e connettivo
o rutto d’insieme sincopato.
Autopoiesi in un post.
Il tweet del tordo nella siepe in 140 caratteri.
Non vorrei non-essere
altamente non contemporanea
ma un po’ di differita…
Non per googlare, lo giuro,
per essere enciclopedica e on and on
ma: pensare!
RomanticaMente,
come J.K. che a 25 anni
prossimo alla morte e sommo poeta
sente la bellezza dei fiori dipinti sul soffitto e della fine.
Capacità di negarsi,
sparire senza i fifteen of fame
rinunciando alle donne e agli uomini, come il principe.
Riferirsi ad altro.
High tech for metaphysics:
schermo uguale urna greca,
verità-bellezza, bellezza-verità. (altro…)

Su “Alla luce della luce” di F. Davoli (di L. Cenacchi)

Davoli_Alla luce della luceFilippo Davoli
Alla luce della Luce

di Luca Cenacchi

 

Sin dalla compagine linguistica Alla luce della luce (1996) di Filippo Davoli si rivela una raccolta compatta ma allo stesso tempo estremamente sfaccettata.
Difatti, quasi in ogni lirica, abbiamo la compresenza di regionalismi che vanno ad affiancare reminiscenze letterarie anche trecentesche[1] senza paura di sconfinare in rari innesti di terminologia teologica e una più vasta azione sul tessuto della parola di stampo latineggiante.[2]
Questo, unito ad alcune reminiscenze della grammatica ermetica, permette di inserire Davoli in una genealogia precisa che vede in Luzi[3] forse l’interlocutore più presente, anche se non sono da adombrare le influenze del Sereni più gnomico.[4]
In perfetta concordanza con alcuni principi della retorica cristiana, Davoli non teme la commistione di generi a livello linguistico. Anche a livello figurativo le liriche sono depositarie di questa compresenza e si registra un moto agogico, come del resto detto già da Morasso nella prefazione all’auto-antologia Poesie (1986-2016), uscita per Transeuropa (2018), che si concretizza come andamento ascendente e trasfigurativo; questo espediente riesce ad aprire il dato reale al mistero:

CARPI

Lo gridano pure le grondaie
a forza tra le chincaglierie
e le fabbriche

                               piazza

che raccogli le piogge
della Liberazione.

Torna al rione, nevica
solo cenere
da quella volta.

Nella seconda strofa si può notare come Davoli utilizzi la metafora come tropo prediletto e riesca a ottenere questa trasfigurazione facendo perno su innesti tematologici di biblica eredità.
Altra formula interessante, che ci porterà a considerare il ritmo particolare utilizzato dall’autore, è il richiamo ad alcune figure classiche della compositio che conferiscono ad alcune liriche una struttura simmetrica; espediente che darebbe al testo quella salmodia propria delle consecutio dei canti gregoriani, o quei poliptoti nelle prose dei clerici medievali. Dico darebbero perché Davoli infrange la progressione altrimenti armoniosa di questa strategia ponendo il termine richiamato a fine verso senza inarcatura.

DUE ZIE

3.

È stata una donna magra
come un macigno, secca come
le battute infelici. Una donna
di pietra come il suo nome
che si sbucciava poco. Soffriva?

La mancanza dell’inarcatura nel secondo verso, istoriato in un chiasmo, figura che viene ripresa poi nel primo emistichio del 4° verso, tende a rompere la contiguità della struttura da cui deriverebbe il ritmo salmodiante, anche a causa del fatto che il verso successivo tende a venire legato al 6° appoggiandosi alla cesura dopo la 5° sede, facendo sì quadrare il verso, ma allo stesso tempo ‘danneggiando’ il flusso logico.
Per questo credo che si possa parlare di una salmodia infranta, se non per tutta, sicuramente per questo frangente della poesia di Davoli. (altro…)

Francesco Lorusso, Il secchio e lo specchio

Francesco Lorusso, Il secchio e lo specchio. Nota di Guido Oldani, Manni 2018

Il secchio e lo specchio, raccolta pubblicata nel marzo 2018, è una conferma della solidità del percorso poetico di Francesco Lorusso. Le cinque sezioni che la compongono – Il secchio e lo specchio, Sette interpunzioni strette, Erosioni marine, Bottino dei naviganti, Se torna il temporale – sono testimonianza di una cura anche nell’architettura di un’opera che già nel suo titolo scopre le carte: essa è giocata, infatti, sulla mescolanza di suoni contigui e sulla pluralità di significati, sul potere evocativo delle parole e, ancor prima, sulla loro capacità di farsi specchio – immagine riflessa, ma anche specchio ustorio – di un mondo da tempo ormai secchio, vale a dire portato di scorte e di scorie. Più riuscita appare l’espressione là dove allitterazioni, assonanze e richiami interni ed esterni trovano esito felice in un respiro del verso meno contratto dall’umor nero, più duraturo e universale pur nella constatazione, necessariamente malinconica, dell’avvenuta ovvero dell’imminente perdita, come avviene nel verso finale, nel magistrale endecasillabo del III componimento della prima sezione: «da una balbuzie digiuna e diversa» o nell’ossimoro rivelatore del VII componimento della stessa sezione: «dentro gli specchi doppi oramai grigi di luce».
Le cronache dell’oramai: questo potrebbe essere un sottotitolo alla raccolta, che, tuttavia, non di rado sa donare lucentezza, proprio per contrasto e per una sapiente composizione del contrasto, alla “parola alla deriva”. Sì, perché è chiaro, che è il logos, tutto parola e pensiero insieme, di cui si narrano naufragi, erosione, risucchiare di gorghi, impantanamenti in infida fanghiglia, sfracellarsi su scogli. Lo specchio contiene anche coscienza del rischio del narcisismo, o, per essere più precisi, del compiaciuto permanere tra le secche della fine. E su questo limite Il secchio e lo specchio di Francesco Lorusso sa conservare un suo equilibrio, delicato e allo stesso tempo allenato da un esercizio quotidiano di osservazione e riflessione.

© Anna Maria Curci

 

Rapsodie diffuse silenziano la notte
ti trascinano fuori dalle acque aperte
da questo fiato inceppato nell’onda.

Sono i corpi che muovono la paura
sul mare delle parole marchiate
da una balbuzie digiuna e diversa. (altro…)

Alessandra Fichera, “Per vederti fiorire”. Nota e scelta a cura di D. Campanari

copert (1)Per vederti fiorire
di Alessandra Fichera

 

 

Alessandra Fichera è giovane. Essere giovani – e poeti – è una fortuna se si possiede uno sguardo attento e concentrato sulle cose che accadono: «Tu mi guardi, con il viso del crociato […] la fierezza di aver conquistato/ la tua Gerusalemme», dice Alessandra in una poesia che guarda a se stessa, che inizia con «Mi hai devastata dall’interno». Come a dire che nessuna conquista è possibile se non c’è stata, prima, devastazione, se tutto non è riportato all’origine. In questo caso, nel caso dei versi in questione, a rendere mansueti gli organi – riconducendoli allo stato iniziale – è «la delicatezza della mantide che succhia […] fino al sangue».
Una netta contrapposizione sta al significato delle parole come all’utilizzo che se ne fa. I versi allora colpiscono come in un’equazione devastante, appunto: devastatadelicatezzasangue; dove sangue e devastata trattengono una X che è proprio la delicatezza.
In questa traduzione della tragedia – a che livello, poi, si vedrà – appare una costante della letteratura in versi o prosaica come la morte. È la morte della vergine, una bambola con le labbra tumefatte, che raccoglie – soprattutto da senza vita – tutti intorno.

© Daniele Campanari

da Per vederti fiorire, CartaCanta, 2017

 

Mi hai devastata dall’interno,
la delicatezza della mantide che succhia
dal fiore il suo frutto, fino al sangue.

La cesura tra me e te è stata abbattuta:
vinta mi accascio a ricompormi,
stiro le gambe per rimetterle in vita.

Tu mi guardi, con il viso del crociato
vittorioso che torna a casa.
la fierezza di aver conquistato
la tua Gerusalemme.

 

La morte della vergine

Eravamo tutti attorno a quella bambola
a toccarne per l’ultima volta la dolcezza
a sistemare i capelli
mettere il rossetto
spruzzare il profumo.

Morivano le labbra tumefatte
sotto quel rosso fatale
e gonfio era il ventre.

Non più respiro –
non più un nome
da quella bocca che tanto aveva riso:
sembrava solo un lieto ricordo
le ore di sole lontane dal letto
le candeline, i compleanni
e ogni anno la preghiera
di ritrovarti sempre.

 

alessandra fichera fotoAlessandra Fichera. Nata a Caltagirone (CT) il 4 novembre del 1994, si è laureata in Storia dell’Arte presso l’Università degli Studi di Siena. Segnalatasi in occasione di vari concorsi e premi di poesia, Per vederti fiorire (CantaCarta, 2017) è la sua prima raccolta di poesia.

Lella De Marchi, Paesaggio con ossa

Lella De Marchi, Paesaggio con ossa, Arcipelago Itaca 2017

Da un incontro che l’autrice stessa definisce nell’introduzione, con le parole del famoso saggio di Freud, “perturbante”, sgorga il flusso di Paesaggio con ossa di Lella De Marchi. È l’incontro con Malina, o, per essere più precisi, la visione di Malina, «nuda e distesa nella roulotte», il punto dal quale si diramano le considerazioni che vanno a comporre un poema, il cui titolo, così come si ma­nifesta fin dal primo componimento, altro non è se non la natura di questa visione: «Malina nuda e distesa nella roulotte è un immenso paesaggio/ con ossa, vita che vive senza ornamenti, vita che vi­ve solo di sé.» Oltre il dato di fatto, vale a dire l’aver portato del cibo, nel contesto dello svolgimen­to di lavori socialmente utili, a una giovane tossicodipendente, dal corpo magrissimo e coperto di ecchimosi a causa di un recente stupro, ospitata temporaneamente in una roulotte, su “un giaciglio malsano”, si innalza e si modula la testimonianza di una contesa sfiancante e permanente tra bellez­za e sfacelo, tra puro e turpe. Malina «sembrava la regina dolente di un regno invivibile», afferma Lella De Marchi nell’introduzione. Il poema che narra di questa regina e di questo regno, narra an­che di chi ha visto e ne dà testimonianza.
Vivido e vuoto sono aggettivi che si alternano, si affiancano in questa visione rivelatrice e rinnova­ta, con esplicita allitterazione o con tacito richiamo. Vita nonostante il vuoto, la deprivazione di ogni ornamento, vita che vive di una bellezza che si afferma per contrasto, rovescio e capovolgi­mento di ogni orpello. Quel nome, Malina, giunge alle mie orecchie con un carico antico e un fasci­no sempre nuovo, dalla fiaba Jungfrau Maleen (La vergine Malvina), che apparve fin dall’edizione del 1850 delle Fiabe dei fratelli Grimm. Malvina è una principessa bellissima, punita per il suo amore e costretta, da una sentenza del proprio padre, tanto crudele quanto ingiusta, a trascorrere set­te anni murata, nell’oscurità e con la sola compagnia di un’altra fanciulla, l’affezionata cameriera, nella stanza di una torre. Quando insieme all’amica – resistenza e tenacia si daranno il cambio per sostenersi vicendevolmente – riuscirà ad aprire una breccia nel muro e insieme, oltre le rovine del mondo in cui erano state murate, cercheranno e non troveranno accoglienza, si nutriranno di ortiche, diventeranno sguattere, gli stenti e le privazioni non avranno turbato la bellezza di Maleen/Malvina. Sia il suo silenzio, sia il suo canto distingueranno il suo cammino fino all’avventuroso incontro con l’amato. Paesaggio con ossa – il richiamo ai montaliani Ossi di seppia, come ricorda Caterina Da­vinio nella sua nota Il corpo come paesaggio, postfazione al libro, è una delle numerose e feconde suggestioni di questo libro – di Lella De Marchi, proprio come la fiaba riportata dai fratelli Grimm, ha l’incanto doloroso di un viaggio di scoperta che si nutre dell’incontro, dell’accadere del prodi­gioso, di ciò che suscita stupore e meraviglia. Davvero si ha l’impressione che l’io lirico, dal prolo­go menzionato in apertura, Malina distesa nella roulotte è svegliata da noi dal nostro, per tutte le quattro parti, Movimenti, Astuzie, Deliri, Gesti, che compongono il poema e precedono l’Appendice, si configuri progressivamente come quella compagna di sventure e avventure di Maleen/Malvina nella fiaba, dalla prigionia, agli stenti, alla testimonianza di una bellezza inusuale e misconosciuta, di una gloria calpestata, ma non annullata. (altro…)

Maria Grazia Insinga, Etcetera (doppia nota di lettura)

 

Maria Grazia Insinga, Etcetera, Fiorina edizioni
Doppia nota di lettura

 

Etcetera di Maria Grazia Insinga dischiude cieli e lande e flutti situati – e scovati – in luoghi discosti. Da altri relegate, forse per pavido sentire, da altri messe al bando, “tutte le altre cose” si manifestano qui come metamorfosi moltiplicate, oltre le rassicuranti versioni ufficiali, al di là dei miti addomesticati e delle dicerie annacquate. A chi spetta il compito di esplorare maschere e forme di presenze, correntemente designate – così da poter essere riconosciute come ‘altre’ (et cetera!) – come “il mostro”, “la dea”, “la bestia”, “l’avvelenatrice”? Da dove vengono “tutte le altre cose” qui narrate? I quesiti sono leciti e affiancano la lettura di un’opera che merita il sottotitolo “Ex ceteris”; essa proviene infatti da “tutte le altre cose”, che esistano in natura o no (si veda la citazione in esergo da Rilke), che siano filiazioni di menti individuali oppure di sentire comune. Per ciascuno dei componimenti qui raccolti, le postazioni dalle quali si narra, oppure si descrive, o, ancora, si rivela, sono molteplici («dentro il nicchio di ulivo preservate»; «un intero bosco di bestemmie silvestri»; «in un mar rosso/ in cerca della coralligena»; «in extremis»; «dall’altro/ capo»; «assi di legno tappeto di foglie i miei piedi»; «il suo tappeto è interdetto ai morti»; «non era la tromba del giudizio erano/ scale a spirale sul nulla»; «in questa fogna») e non di rado tanto difformi da risultare sonoramente, oltre che intenzionalmente, spiazzanti.
Occorre allora accettare l’invito a un viaggio vertiginoso tra alture e abissi, sprofondare nella terra e lanciarsi a «succhiare l’ultima acqua dell’ultimo fiume», se si vuole – e questo è, ai miei occhi, l’invito, qui sfida, della vera poesia – riemergere trasformati, più consapevoli di «tutte le altre cose».

© Anna Maria Curci

 

Poche settimane fa, durante una presentazione a Palermo, la poesia di Maria Grazia Insinga, e in particolare quella della sua ultima opera Etcetera, è stata accusata da uno spettatore di mancare di tragicità. Un rischio che può correre un tipo di scrittura che non propone dichiarazioni perentorie sul mondo, ma segue le traiettorie dei significanti aspettando che significati inattesi si dischiudano nell’après-coup («le insepolte in extremis le stremate»; «terribile tutto ciò che inizia/ con terra e finisce con moto/ e con bile e terreo con ore»). Ma il punto è che la poesia della Insinga non abdica affatto alla tragicità del senso, anzi la fonda proprio nell’impossibilità di chiudere il discorso, di esprimere una verità almeno parziale, di risolversi in sentenza. Questi versi resistono insomma alla tentazione di una poesia sapienziale, apodittica, in fondo rassicurante. L’indagine resta invece per sempre e drammaticamente sospesa, come il titolo, tutt’altro che minimalista, vuole annunciare: «in empiterno fararsi etcetera etcetera».
Proprio a ridosso del punto di afasia e sparizione ricorre l’immagine dell’animale, della belva, del mostro, di matrice rilkiana, come la citazione iniziale rivela («Oh, questo è l’animale che non v’è in natura./ Non lo si sapeva, ma egualmente è stato/ – il collo, il portamento, l’andatura,/ fino alla calma luce dello sguardo amato.»); quel testo dai Sonetti di Orfeo (II, 4) andrebbe accostato al Rilke delle Elegie Duinesi, che nell’ottava elegia accerchia l’inesprimibile con un dispositivo figurale molto simile: «Con tutti gli occhi vede la creatura/ l’aperto […] Poiché vicino a morte più non si vede morte,/ si guarda fisso fuori, forse con sguardo grande d’animale». La scrittura tragica della Insinga si muove lungo lo stesso recinto sacro, di una sacralità negativa, fatta di cose che non sapremo: «dentro il nicchio di ulivo preservate/ il sacro corpo da sacrilegi vari» (Il mostro). Come in Rilke, questa retorica orfica e magica serve soprattutto a esprimere i limiti percettivi del soggetto, e la sua sofferenza rispetto a questa limitatezza; da cui immagini di vertigine, accecamento, morte: «l’altra è incoronata senza testa e corona/ da quel momento cammina sulla tigre»; «non era la tromba del giudizio erano/ scale a spirale sul nulla o l’orecchio/ della bestia meravigliosa» (La bestia); «e prima di tutto dice mostro a maturare di luce» (L’avvelenatrice); «è solo oscuro il baio» (Sigillo). Ne deriva l’eloquenza inceppata di una poesia che “non sa dire”, che comincia dove finisce l’animale e viceversa: «manca l’animale che non c’è/ la visibile felicità la non visibile/ insieme tiene il simbolo e insieme/ non sopravvive alla poesia». Per dirla con un antico adagio, hic sunt leones, qui si ferma il discorso comune e perfino quello poetico, prolungato di un soffio dalla reticenza di un etcetera.

© Andrea Accardi

IL MOSTRO

Dentro il nicchio di ulivo preservate
il sacro corpo da sacrilegi vari e i rimanenti
murate la nicchia per pietà e rispetto
muratele il petto urlano i muti e i muti seni e l’altre cose
indicano dove scavare e finirà l’ossigeno etcetera
e il lume e la targhetta d’argento giurerà

è la testa della madre della madre
accorreranno nobili a dividerle il cranio e altre cose
all’altro capo barattare polvere con la terra
fuoco con altro fuoco a capo
una grazia con un fottutissimo grazie e niente
in empiterno fararsi etcetera etcetera (altro…)

Inediti di Matteo Vavassori (con nota di lettura)

..

multiplicasti gentem, non multiplicasti laetitiam. Le moins de vers qu’on peut faire, c’est toujours le mieux.

(Voltaire)

 

perdere

quando sgrano il tempo
come un baccello o
come un rosario
sempre vado in perdita,
son perdente tutto
rimane il niente,
guadagno il niente
ne ho piene le tasche e le borse
e scatole vasi
bicchieri bottiglie orecchie
calze buchi anfratti
come una slavina, come
un’evaporazione, un passaggio di stato
un passaggio da una menzogna a un’illusione.
Quando sgrano il tempo la memoria
è il falso di un imitatore inabile
e non trovo nulla
da raccontare
e trovo il nulla da raccontare
lo racconto per ore per giorni per mesi
mi dilungo narrando il nulla
in ogni dettaglio,
con scrupolo, nella sua interezza
completezza, totalità

***

Occorre terminare i discorsi
sulla corruzione delle membra
o su tempi trascorsi
che ognuno con pena rimembra

Occorre favellare senza memoria,
una amnesia confabulatoria,
narrando eventi mai accaduti
inventandosi la storia,
tracciare rotte migratorie
come anatre che volano
placide, appese al cielo

***

Fuggito dalla purezza del non fare,
dell’arte oblivionale:
perché? qual è il guadagno?

Il guadagno più grande è nella perdita,
in un piano inclinato su cui scivolare
come una cascata
senza sosta

***

chi c’ha preceduto ha
fatto cadere dalla sua
borsa (o forse ha perso
non consapevole)
delle pietre d’inciampo e
delle briciole, dei granelli
di polvere che ostacolano il cammino
di chi vien dopo, dei regali e
degli attrezzi da schivare
con passo svelto, pesanti
manufatti di ferro legno e silicio
che sono come un pegno o un auspicio

l’ossigeno brucia ed erode
alimenta il respiro ed esplode
e appena fuori dalle città vi
sono strade di zolle e di fango
ammassi di funghi d’alberi ed erba, cieli
ingrigiti screziati di foglie rosse
gialle verdi ocra arancio,
mazzi di chiavi arrugginite, sassi,
sterpaglie e filari di vite

***

Colore profondo

Si stacca la roccia dal picco
e sprofonda nell’abisso

Così incede per via
con vitalità rovinosa
energia tellurica emanando
con passo sismico
nelle città come nei boschi
sempre ebbro e lucidissimo

Lo vidi un giorno, forse
da lontano o forse riflesso,
tanto rovente da ardere il ricordo
incenerendolo e fissandosi come cicatrice

***

Deriva

La riva asfaltata del fiume
che attraversa la città:
un’automobile è parcheggiata là,
macchina fatta di macchine fatte
di macchine fatte di macchine
via via sempre più piccole
e minuscole, macchine di molecole

Le narici s’enfiano d’aria
gelida, in piedi di fronte
all’immane paesaggio e i monti
paiono immobili e le nevi
e i pini inalterabili – permanenti:
ma se guardi meglio, tutto vibra
e guizza, si succedono zero
e uno, meccaniche pulsazioni,
distensioni e ritenzioni,
scintillio pulviscolare, ritmi
d’alternanza che ci fanno
sparire e ricomparire

***

è esistito
un tempo
nella geologia privata
in cui un ceruleo sfondo invernale
era una pesante
lastra di vetro e ghiaccio
smerigliata e abbagliante
e l’aria polare
infiammava le narici
fin nei polmoni
invadendo il labirinto
dendritico degli alveoli
esplodendo in un fuoco arborizzato

e non vi erano lacrime
o ricordi né giudizi o confronti
il verde stinto dell’erba tendeva a spopolare
gli sguardi e spolpare le menti
niente era meglio niente era peggio
niente era necessario o superfluo

 

Nato nel 1979 in Brianza, me ne allontano quanto prima, subito dopo il diploma classico. Conduco studi di Filosofia a Bologna, dove entro in un circolo di studio raccolto attorno alla cattedra di Storia della Filosofia contemporanea, tenendo anche alcune lezioni in Università sui rapporti tra pensiero e arte. Successivamente, trovo impiego in diverse realtà dell’editoria milanese. Dal 2013 tengo lezioni serali di lingua italiana per stranieri, a titolo volontario.

 

Nota di lettura 

Leggendo le poesie di Matteo Vavassori, ancora inedite e senza un titolo che le racchiuda, l’impressione che se ne ricava potrebbe riassumersi in formule antifrastiche come: pienezza del vuoto, oppure: mancanza affollata. Incontriamo un io lirico che ha inevitabilmente molto vissuto alle spalle, sa di averlo ma stenta a riconoscerlo e simbolizzarlo come acquisito. Il sentimento saliente risulta dunque quello della perdita, ma comunque inseparabile da una ricchezza fatta di cose sapute, di esperienza. Il primo testo sviluppa proprio questa ambiguità: «quando sgrano il tempo/ come un baccello o/ come un rosario/ sempre vado in perdita,/ son perdente tutto/ rimane il niente,/ guadagno il niente […] e trovo il nulla da raccontare/ lo racconto per ore per giorni per mesi/ mi dilungo narrando il nulla/ in ogni dettaglio,/ con scrupolo, nella sua interezza/ completezza, totalità». Il conflitto è allora tra il vorticoso moto del tempo, del suo corso inevitabile, e l’interezza di un’identità che si costituisce soprattutto negli abbandoni e nelle perdite. Tra i testi leggiamo ancora: «Il guadagno più grande è nella perdita»; «Ogni volta che perdo la coda/ piango e rido insieme»; «Occorre favellare senza memoria,/ una amnesia confabulatoria,/ narrando eventi mai accaduti/ inventandosi la storia»; «un tuono muto/ un suono vuoto/ per riempire i buchi». Se ne ricava una tensione a tratti intollerabile, la cui improvvisa liberazione può passare attraverso immagini di catastrofe: «Perché in una temperata mattina/ d’aprile la tua mente/ ti conduce al pensiero di Hiroshima?»; «i calcinacci delle case cadere come meteore/ sulla folla inghiottita dalle voragini»; «Guardo il mondo che crolla/ le città non sono che colossali resti fossili». Altrimenti è il soggetto stesso a farsi fossile avulso dalla storia, e questa silloge in divenire si configura sempre di più come il racconto di una nevrosi, sospensione tra istanze opposte e nessuna prevalente, tra un’ansia di azione e il ricadere nella stasi: «La realtà era là/ vicina come un giardino/ assolato»; «Percepisco sullo sfondo/ il trasporto delle merci»; «tutto ciò che posso sentire/ è fatto di soglie/ che dovrei oltrepassare». Le parole lottano proprio contro questa contiguità impenetrabile, contro il senso di estraneità che emana dal mondo e dalla nostra stessa esistenza: «e io/ in quanti passati abito?»; «chi c’ha preceduto ha/ fatto cadere dalla sua/ borsa (o forse ha perso/ non consapevole)/ delle pietre d’inciampo e/ delle briciole, dei granelli/ di polvere che ostacolano il cammino/ di chi vien dopo»; «bambini invecchiati obsoleti frutti». Appare poi, ma è forse secondario, il rammarico di una propria responsabilità personale, come nella rima contraffatta di questi due versi: «Hai dimostrato grande responsabilità nel fuggire i doveri,/ i legami, le promesse, gli impegni. Ma prima dov’eri?», o nella minacciosa promessa contenuta nei Lacerti di un dialogo con un interlocutore ipotetico: «E ci troveremo tra tanti anni/ e faremo la conta dei danni/ e ognuno di noi porterà le proprie macerie/ fatte a nostra immagine e somiglianza». Da lettore mi auguro che il futuro libro di Vavassori possa configurarsi sempre di più come il romanzo di una coscienza, continuando a sviluppare quelle zone di opacità così faticose da vivere ma così feconde nella scrittura.

© Andrea Accardi