Poesia italiana contemporanea

Accogliere il mistero nella storia: la poesia di Luca Benassi

Accogliere il mistero nella storia: la poesia di Luca Benassi

L’onore della polvere, puntoacapo Editrice 2009; Di me diranno, CFR 2011

Accogliere il mistero: disposizione, questa, dinanzi alla quale gran parte degli umani si mostra riluttante, al punto da negarlo completamente a sé e agli altri, facendo di sé e dei propri simili dei “separati”, in eterno autoesclusi (Rilke additava, al proposito, la tenacia e la persistenza del mistero, quando scriveva, in quella da Worpswede, datata 16 luglio 1903, tra le Lettere a un giovane poeta: «E quelli che vivono il mistero in modo sbagliato e male (e sono moltissimi) lo perdono solo per sé e tuttavia lo trasmettono come una lettera ben sigillata, senza saperlo.»; la traduzione è mia). La poesia di Luca Benassi parte invece dalla scelta – libertà e responsabilità – di accogliere il mistero e già questo principio, nel principio, bereshit, la rende poesia autentica. Accogliere il mistero non equivale a lasciarlo, supinamente, su una rocca inaccessibile e, di conseguenza, ininfluente sulle minuzie quotidiane che ingombrano, soffocandolo, ogni respiro, che precludono non solo ogni aspirazione alla trascendenza, ma già soltanto l’esercizio dell’intelletto, del guardare dentro, del guardare a fondo. Accogliere il mistero significa per Luca Benassi avvicinarvisi, costeggiarlo, corteggiarlo, non indietreggiare dinanzi allo sforzo costante di comprenderlo, procedendo con un metodo simile a quello talmudico che Ottavio Di Grazia, nell’introduzione a Le Dieci Parole di Marc Alain Ouaknin, definisce “vertiginosamente interpretativo”.
Non stupisca, fin dall’attacco di queste mie considerazioni, che siano due elementi ad accompagnare la citazione di Rilke, vale a dire il riferimento esplicito all’Antico Testamento, così come quello, meno palese, a Paul Celan e, in particolare, a La rosa di nessuno; non stupisca, dunque, la volontà di intendere l’interpretazione della parola come atto di creazione. A partire dal titolo, infatti, la “polvere” appare come richiamo biblico a Genesi, 2, 7: «Allora Jahve Dio plasmò l’uomo con la polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita». Si tratta proprio di quel richiamo che Celan rovesciò in Salmo (da La rosa di nessuno, appunto: « Nessuno torna a plasmarci da terra e fango,/ nessuno dà voce alla nostra polvere.»; la traduzione è mia) e che ne L’onore della polvere prende consistenza e si manifesta nella prima sezione, Il nome e il battito. I cinque testi che la compongono portano il titolo Ecografia del… con l’indicazione della data e dicono della meraviglia della vita che si forma, dicono della sacralità del grembo materno, dicono, per usare le parole di Ouaknin, della «matrialità» dell’Eterno:

Ti vorrei capovolta nel tempo
come fossi tu a dover crescere
osservando la vita
da una membrana sottile di carne.
E invece con pazienza
distilli il senso della creazione
ti fai grande volta celeste, mare
e vento che già sussurra il nome
della nostra discendenza.

(altro…)

Alessandro Brusa, In tagli ripidi

Esce oggi In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta) di Alessandro Brusa, la nuova raccolta di poesie del poeta bolognese. Propongo le prime tre poesie della raccolta (tratte dalla prima sessione, Il vento che insegue veloce) e alcuni passaggi dalla prefazione, che ho avuto il piacere di scrivere.
Ma prima di lasciarvi alla lettura mi preme fare due ulteriori considerazioni che non hanno trovato luogo nella prefazione. La prima considerazione è semplice: questa nuova raccolta chiude un ciclo, come dice Brusa stesso, e lascia già intravedere una nuova fase, diversa, della sua scrittura. Lo scarto con Il cobra e la farfalla prima, e con La raccolta del sale poi, è evidente poiché è chiaro che si è chiusa la fase di formazione della scrittura, mentre si è trovato il proprio segno. La seconda considerazione invece è di Marco Simonelli, che firma la postfazione, e per questo non poteva figurare nella mia prefazione. Simonelli fa subito notare che chi decide di abitare un corpo «accetta di viverlo anche in punta, vale a dire nei suoi aspetti più aguzzi e pungenti», e molto probabilmente questa poesia «nasce da un graffio, una puntura della realtà che scalfisce l’epidermide e provoca una ferita». E a dircelo, fa notare sempre Simonelli, è la poesia stessa («più Nemesi che Musa») che si pronuncia nel primo componimento. Come un poeta classico, Brusa cerca un «contatto diretto con il lettore» attraverso la poesia e il suo codice, che è codice del corpo. (fm)

Alessandro Brusa, In tagli ripidi

Alessandro Brusa, In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta). Prefazione di Fabio Michieli. Postfazione di Marco Simonelli, Giulio Perrone Editore, 2017

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D’uso io annuso l’aria che tira

: perché ho memoria

perché ricordo ogni emozione
.    che porti

perché scandaglio la storia
.    ed ogni tua percezione
e scatto come grilletto
.    cercando lo scontro
o cercando la fuga

.

non sono nata
.    per le cose del mondo
ma per giudicare l’ingiusto
ed il peso con cui ti stira le membra

perché sono l’emozione grezza
.    che non capirai mai
ed è per me che avrai
.    salva la vita.

.

*

Del corpo non
.    ho ragione
e del fiato corto o
.    del pelo
che cresce a dispetto

ho cercato il mio viso
per nominare la curva
.    delle spalle
e una scusa per
.    l’inclinazione del naso
o l’arco che tiene
.    l’occhio sinistro come
.    quello di mio padre

ho consumato il tempo
nella distanza di un corpo
.    che chiedeva compassione

perché appartengo alle ossa
che conoscono parola. (altro…)

#StefanoBortolussi #ILabiliConfini

Stefano Bortolussi, I labili confini, Interno Poesia, 2016

recensione di Carlo Tosetti

.

Stefano Bortolussi, I labili confiniStefano Bortolussi, scrittore, poeta e traduttore, dopo Califia (Jaca Book 2014), ritorna nell’amata terra di California (Califia è il nome dato alla California da Cortés) con I labili confini (Interno Poesia Editore, 2016).
Il libro è diviso in due sezioni: la prima, La scelta del plantigrado (un noir in versi) è un atipico poema in ottave, nel quale il protagonista – detective – accetta l’incarico di ritrovare una ragazza scomparsa, tale Gazelle.
La seconda sezione, Di altri spiriti guida, è composta da sei poesie, che trattano di sei animali “in odor di sciamanesimo” (la Velella Velella è una colonia di idrozoi della famiglia Porpitidae), mantenendo l’intero libro immerso nell’atmosfera del culto dei nativi, scintilla e linfa anche al susseguirsi degli eventi narrati nella prima parte.

Lungi da me smentire lo stesso autore, ma la sottotitolazione della prima sezione, come “Un noir in versi” potrebbe disorientare un neofita lettore di Bortolussi: quanto proposto è molto di più. La poesia, a verso libero, narrativa, è una sovrapposizione, una commistione, di diversi mondi (natura, metropoli, mitologia, sciamanesimo), in un unicum fascinoso e fluidamente allucinato.
In alcuni passaggi, per la coloritura del testo, gli ambienti e i ritmi, sorge in me il ricordo del sax impazzito di Ornette Coleman, che musicò con Howard Shore il film Naked lunch di David Cronenberg (1991), trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di William S. Burroughs (1959), a dimostrazione della varietà di riferimenti e spunti condensati e risonanti da e con Bortolussi.
Qui si riversa la profonda conoscenza e passione dell’autore per questa terra, la California, che trova ragione anche nella sua affermata attività di traduttore di grandi scrittori americani (Bill Bryson, Don Carpenter, James Ellroy, Stephen King, per citarne alcuni). Vi sono echi poundiani mediati dal continuo e martellante tema della metamorfosi e, come già nel precedente lavoro, aleggia fra le pagine il nume di Walt Whitman.

Nell’approcciarsi alla lettura, sia la prefazione – a firma Roberto Mussapi (fra i due è vivo un sodalizio artistico) – che la poesia/introduzione dell’autore, ci avvertono che il libro è una germogliazione del precedente Califia:

Le sventurate imprese che di seguito si cantano
hanno un inizio che non è di queste pagine:
affonda le radici in terra di Califia
e nel libro che le è proprio, e narra
l’innato autolesionismo del plantigrado
che da detective e spione d’albergo
negli spenti corridoi del Marmont,
irretito da una rossa di miele d’acacia, 

prese troppo sul serio il proprio incarico […] (I Labili confini, p. 15)

È pacifico: il lettore, se già introdotto nel complesso labirinto intellettuale di Bortolussi, potrebbe avere delle chiavi di lettura utili a gettare luce su alcuni interrogativi, inevitabilmente stimolati dal nuovo lavoro, quando affrontato da digiuni. (altro…)

Paolo Polvani, Il mondo come un clamoroso errore

IL CROLLO

Il tema della recita è il cordoglio. In una nuvola
d’incenso il vescovo canta. L’ora del crollo:
dodici e ventidue. La città riscopre
l’ululato delle sirene, il tufo
dei poveri. È una mattina giovane.
La sorpresa è il tonfo che germoglia
e i morti che d’improvviso hanno fame,
sussurrano parole indecifrabili.

I fotografi sbatacchiano ai piedi dell’altare.
I flash rincorrono. Le ruspe
arrugginiscono in silenzio.
Un’afasia nel brivido
delle navate, un balbettio sommesso,
ma chi è che farfuglia, perché
non stanno zitti i morti? vogliono parlare
ma non c’è tempo, si sono udite le promesse,
le minacce a tutti quelli che.

Il vescovo è nella bocca del canto, in una nuvola
d’incenso. Il sindaco ha la fascia.

Di fuori le rondini schiamazzano.
L’autunno è troppo acerbo per partire.
Dal campanile partono i rintocchi.
Il sangue raggrumato. Le foto sui giornali. Tutti
dicono amen.

Ma che hanno ancora da parlare, hanno
le loro bare, il cordoglio,
ma perché
i morti non se ne stanno zitti?

..
LA FILA

Il fondo della fila si allontana, come la giovinezza.
Qualcuno ride e sfoggia una dentiera scintillante,
un altro mostra gengive indurite ma ancora vive. Invece uno
ha il figlio morto, anzi precipitato dalle impalcature secondo
la definizione del giornale. Un altro ha la moglie
con l’alzheimer e la lega quando viene qui
per la pensione. Amico attento, a quest’ora
si svegliano i colombi e te la fanno in testa.
Rispetto? che senso ha questa parola?
Intanto uno esce col suo bel gruzzolo in tasca e pensa
che quel desiderio di parmigiano anche per questo mese
resta nell’elenco. E uno gli fa: l’a
strousc tutt ch’i m’nenn, in dialetto, allegro,
li spenderai con le ragazze, tutti. Ma quello è intento
a stringerli dentro la tasca, fatica a sorridere.
Eppure nessuno appare triste, sembrano scolari,
con quei giacconi troppo grandi e i pantaloni
spaiati dell’abito del matrimonio.


IL TUO SORRISO È UNA BANDIERA

A Laura, postina a Parma

Che ne sa il granducato di Parma
del tuo accento di barese tosta,
che ne sanno i pervicaci ciclisti del campo di fave
di tuo padre ferroviere, che ne sanno dei carciofi
acquattati dentro un mite novembre,
che ne sanno i teatri e le piazze delle perfidie,
degli sguardi biechi di Montrone e Canneto,

e le finestre ariose, i tetti rossi
sospettano la grazia agreste di un filare di vigna?

Il tuo sorriso è una bandiera. Vedrai,
un giorno ti regalano una mucca, un campo
di girasoli, un ciliegeto, per il tuo giubbotto giallo,
per le raccomandate, per il tuo sguardo di bambina
buona, per la tua voce di postina saggia, vedrai.

Un giorno torni a casa col trattore, con la falciatrice,
torni a casa con l’ape, il motocarro, vestita
del tuo sorriso, del bianco polveroso della Panda,
con la borsa vuota e la fatica della posta consegnata.

Vedrai, Laura, un giorno lo sguardo di Parma si riempirà di gratitudine.
Tu, Laura, sei una compagna con gli occhi umidi e le poesie
sul comodino, i romanzi della Feltrinelli,
sei una compagna con la sciarpa e la voce buona.
Che ne sa il granducato del tuo sorriso, eppure tutto
ne risplende.


A PINO CHE SE NE VA

Così sei morto. Sul pavimento il cacciavite
aspetta le tue mani sporche di grasso e i colpi di tosse
del motore.

È nella stanza accanto, dice qualcuno.

Se fosse vero ci daresti un segno: una pinza
che cade, uno sportello che si chiude, una valvola
col minimo rotolio che l’accompagna.
Un colpo sulla scocca.

Ma tu sei morto e tutti ti voltano le spalle, anche i tuoi figli
non ti riconoscono, non riconoscono il tuo silenzio.

Tu continui a guardarli rigirando un sorriso
stranito tra le mani, impacciato
davanti a tanta incomprensione.

La vita ti ha condotto fin qui e adesso
non sta bene che continuiamo a parlarti

sei sceso senza domandare
sei sceso con la faccia buona
quasi chiedendo scusa

e non c’è niente da ridere
niente da ridere.

PURCHÉ VINCA LA GIUVE

Che il mondo vada a scatafascio, le guerre inaspriscano il pianeta,
i barconi facciano naufragio, i migranti a picco, i padri accoltellino
nel sonno, s’impennino i femminicidi, l’acqua scarseggi e tutta
sia di pochi, la crisi spiazzi, che l’ultima goccia di petrolio schizzi,
tutto questo per te non fa una piega, purché si vada avanti
con la liga, purché si faccia il coro, purché la curva ostenti
lo striscione, purché si salti sugli spalti, purché
il gregge veneri il pastore, purché viva la Giuve, purché risplenda
quella fede antica, la divinità più amica, purché viva la fica,
che il mondo scarti, scivoli, cada a precipizio, la bomba
faccia un’ecatombe, a Gaza i razzi squarcino i bambini, il paese
deragli, affoghi alluvionato, ma non si tocchi il campionato, purché
viva la Giuve, resti alto il vessillo del credo che anestetizza,
favorisce il sonno, confonde il senno, ottunde, vaneggia, mistifica, purché
viva la fica. Il mondo crolli, si sfracelli, ma che la curva
urli, il delirio deliri, il fanatismo scrosci e rimpiazzi
i residui sprazzi di lucidità, tutto finisca, si esaurisca il mondo, purché vinca la Giuve.

Il mondo come un clamoroso errore di Paolo Polvani è una raccolta di poesie che mette insieme una serie di ritratti e di piccole storie sul destino di alcuni marginali. Nel loro drammatico o ironico arrabattarsi, sempre descritto con penna lieve, carezzevole, animata da commossa partecipazione, i protagonisti di questi versi descrivono un mondo brulicante di vita e un destino che per quanto già scritto non si arrende alla parola fine.

Paolo Polvani è nato nel 1951 a Barletta, dove vive. Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: Nuvole balene (Antico mercato saraceno, 1998); La via del pane (Oceano, 1999); Alfabeto delle pietre (La fenice, 1999); Trasporti urbani, (Altrimedia, 2006); Compagni di viaggio (Fonema, 2009); Gli anni delle donne, (Edizioni del Calatino, 2012); Un inventario della luce (Helicon 2013); Cucine abitabili (ME editori, 2014); Una fame chiara (Terra d’ulivi, 2014); Il mondo come un clamoroso errore (Pietre Vive Editore, 2017). È inoltre presente in molte antologie. È tra i fondatori e redattori della rivista on line Versante ripido.

 

Lucianna Argentino, Inediti #2

Lucianna Argentino, Inediti #2

Abbiamo attraversato la notte in ginocchio
perché la misericordia divina
ci trovasse preparati per un nuovo impasto
e un respiro più prudente e giusto
ci fosse alitato nelle narici.
Officianti il sacramento
di quelli cancellati dalle mappe
ma ai quali è affidato il compito
di testimoniare la grazia
– quelli a cui molto sarà perdonato
perché molto hanno amato.

***

C’è voluto tutto il tempo e una gelosa cura
perché il giorno trovasse la sua voce
e una grazia acerba lo battezzasse col suo vero nome
vero sì, ma distante ancora.
Ancora nell’avvenire, ancora dove lo vorrei
pelle del mio abisso e senza distanza dirgli:
toccami, ripassami l’anima con le tue mani,
il corpo con i tuoi occhi; fammi il tuo genitivo
di pertinenza, riscrivimi la desinenza.

***

Scontata la pena da pagare,
offro in sacrificio la decima del mio coraggio
per il riemergere di lui dalle carni
– dannazione e salvezza
a testimonianza dell’indivisibilità di spazio e tempo
per me che l’ho aspettato
confidando di conoscere la mia verità
attraversando la sua. Guardando negli occhi
gli occhi opachi del suo passato,
mentre mi cresceva lontano, ma già veniva,
già si avvicinava. Ma non finiva – mai finita –
l’attesa di lui che mi possiede.

(altro…)

Simonetta Sambiase, L’ingombro

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Simonetta Sambiase, L’ingombro, Le voci della luna 2016

È avvolta in «abiti fagotti» l’anima che percorre, cantando di sé e dell’universo circostante, L’ingombro, la raccolta di Simonetta Sambiase vincitrice del Premio Internazionale “Renato Giorgi” nel 2016, e in quello stesso anno pubblicata da “Le voci della luna”. Pur edotta – indubbiamente – su dicerie di salvezza e dispositivi di sopravvivenza, non abbocca a illusioni fatue, ma “passa avanti e canta”. Mi preme innanzitutto sottolineare questi due verbi, passare avanti e cantare, che prendo in prestito dalla poesia Scrivendo di Marie Luise Kaschnitz, perché il grande impatto esercitato da L’ingombro su chi legge scaturisce a mio avviso da un verso dal suo procedere a ritmo serrato e, nel contempo, sensibile a ogni variazione di oggetti, contesti e fogge, dall’altro dalla bellezza del dettato poetico, incurante di qualsiasi canone, ma invigorito da una forza fondante tale da creare un canone nuovo e dotato di piena autonomia.
Sorprende, come fa notare Maria Luisa Vezzali nel saggio introduttivo, la compattezza della raccolta. Colpisce la naturalezza del suo snodarsi in tre movimenti, che corrispondono ai titoli delle sezioni che la compongono: Fuori, Altrove e Dentro, ma dentro assaje. Cinque anni fa, scrivendo di Coniugazione singolare di Simonetta Sambiase, ne sottolineai il carattere di singolare originalità, carattere che emerge, con accenti ulteriormente sviluppati, anche in questa raccolta. L’aggettivo “singolare” è da intendersi qui in varie accezioni, ivi compresa quella della presa d’atto di una condizione di solitudine rispetto a quella che potremmo chiamare ‘l’onda comoda dei consenzienti’ e di attenzione, d’altro canto, a tutto ciò e a tutti coloro che sono considerati «ingombro». Se di sé l’io lirico scriveva allora, novello Desdichado (Nerval), «Mi chiamo Perturbata», adesso fa un ulteriore passo avanti: «meglio stare al difuori e zitta e mosca». Zitta, sì, ma scrivente. E la sua scrittura – in questa raccolta dedicata a colei che viene letta e indicata come maestra, Jolanda Insana – lascia un segno profondo. (altro…)

Villa Dominica Balbinot, Inediti 2016

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Villa Dominica Balbinot, Inediti 2016

 

18 FEBBRAIO 2016
LEI SAPEVA CHE LO SPLENDORE ERA FRAGILE

“In quel vasto paesaggio silente
(in quella fredda desolata gola)
spiccavano,
le austere cime scure
dei grandi alberi
e lei aveva negli occhi
una terribile dolcezza”

La brezza finalmente cadde
l’acqua divenne immota…
Lei sapeva che lo splendore
era fragile,
ben presto sarebbero ripresi gli stridii
– i ronzii 
i minuscoli movimenti
– quelle uccisioni –
e in quell’ordine universale e verticale
calante poi dall’alto
– fino nel corpo del delirio
– fin in quel silenzio epilettico
e dalla finalità cupa
.
E nei trapassi tematici della pena
bisognava forse scegliere la più sottile
– e la più solida –
– e la più grigia
delle correnti del pensiero,
attaccarsi ad essa come a un prete cieco…

 

 

21 MARZO 2016
ERA POI SEMPRE QUELLA STESSA ALBA

Una luce grigio-perla
continuò a essere diffusa
ostinatamente nel cielo,
al di sopra di stradine fiancheggiate
da faggi purpurei,
– e mutevoli siepi
(ahh quell’attrattiva suprema
dell’essere fugaci!)

Fu proprio per questo presagio di mortalità
( e per la sua vita
– involuta e sotterranea 
con un languore tutto spirituale)

che poi auscultò il mondo della realtà:
era poi sempre quella stessa alba,
vi era un gran silenzio,
e tutto era assolutamente perfetto,
in un rapporto sinistro e formidabile
come una sorta di istruzione sul silenziato omicidio,
a riprendere quel filo rosso della violenza
che passava per ogni nuova cosa
che imparava.
[Oh potere andare a valutare
i danni della devastazione
-su quegli sconfitti-
come se vi potesse magari essere
una qualche opposizione a tutte le sue asserzioni
(Lei aveva gli occhi selvaggi,
– e tutte quelle ferite puntorie)]

 

 

17 aprile
IN UNA EVOCAZIONE DI ACQUE FRESCHE – E PERICOLOSE

Lungo la riva del fiume
le candele dei sommacchi
bruciano di un rosso opaco,
in una evocazione di acque
fresche – e pericolose

In quei tramonti opulenti
(essi chiusi nel loro vuoto risplendente,
nel loro pallore

  • e tra le dune fredde)
    lei era sabbia, lei era neve
    scritta riscritta spianata
    (sotto sotto bruciante sempre)
    lei che martirizzava poi quanto la legava a loro
    tra folgorazioni sorde
    qualche nuovo – feroce – atto di dio
    (“inutilmente crudele” – dice lei con tono freddo)
    e le carnarie mosche
    sommerse
    in tutti quei fossati che producevano
    soltanto giaggioli selvatici.

 

 

23 maggio
SA DI ESSERE ALLA MERCÉ DEGLI EVENTI

…[Sa di essere alla mercé degli eventi
sa che gli eventi non hanno pietà…
Ora è preparata alla lacerazione…]…

Da la realtà banale – e infettiva 
(assumendo l’opportuno atteggiamento
di afflizione)
torna nel regno della follia metafisica

della infinita speculazione
In una regione crepuscolare
– senza cielo (con troppo cielo)
ecco la allucinazione lunga:
i fiori del castagno divampano
eppure ovunque vi è qualcosa di blu
forse la fosforescenza
della neve nell’ombra
quella sommersione gessosa
– e ubiquitaria (e massiva) –
che divora.

 

19 luglio
ERA BELLO TROVARE UN PRATO BIANCO

Era bello trovare un prato
bianco
(sotto la luce della luna)
– e qua e là degli assetati fiori celesti

Essi pensavano che lei fosse triste,
di una tristezza violacea
( eppure fragile squisita)
nelle sue digressioni fredde

e tra tutti quei reliquati
– della tossina magnifica
– del terribile silenzio
– della funeraria estraneità
Aveva invece una certa magnificenza
una sua interna voce pallida – da prima comunione –
nel pensare a come quelle sue labbra amate
erano meravigliosamente fredde
ma una parte del suo corpo tremante
(allora allora –
quando lei osava sopportare
la perfezione che agghiaccia)

 

 

16 agosto
PERCHÉ POI SI ACCETTASSE LA SPOGLIAZIONE

Le piante di sorbo circondavano la casa
come fiamme di un rosso rame
e in mezzo l’erba era morbida
come muschio o crescione
(e ogni cosa sembrava in attesa:
gli animali uccisi, gli alberi,
i campi, e tutti quei monti…)

In una regione crepuscolare senza cielo
tutto le appariva secco
distorto immobile,
perché poi si accettasse la spogliazione
come cosa naturale.
In quella debole colorazione ossidata
– di un metallico paesaggio 
perdersi così era come mettersi coi morti,
tra le impedimenta,
l’insanguinarsi,
il ripassarsi la lapide
nell’atroce ascetismo.
(Come può essere calma e immota la natura
– lei pensa –
come se sempre fosse un monco inizio,
livido e sontuoso e torbido
uno sguardo maniaco
– e nel presentimento selvaggio
 e nelle esalazioni secche della terra).

 

 

22 settembre
I FIORI ERANO FERMI E LONTANI

L’immenso abbandono degli uomini era intorno a lei
– e tutta quella ostinata vocazione alla assenza:
i fiori erano fermi e lontani
come fossero dipinti
(forse erano gigli di palude
grigi e azzurri)

Nel vasto mondo crepuscolare
aperto da ogni parte
oltre la – vasta – opacità diffusa
si intuiva il mare tragico,
i lontani tumulti allucinali
dell’orizzonte,
e il freddo aveva un che di immobile
– di angosciastico 
si vedevano scintillare cupi angoli.
Perfino l’alba fu modesta e pallida,
una prima visione lucida vetrosa,
con lo sboccio lontano dei fiori notturni,
l’ultima forma coagulata…
Lei voleva essere sempre
segretamente furiosa:
nella sovrapposizione dei flagelli,
– dei teratologici casi –
gli occhi morti, la lingua persa
quelle – sue – cogitazioni proibite
la nudità nella sua paurosa concisione…

 

14 ottobre
LA LINEA DEI COLLI È PRECISA – E NETTA

La linea dei colli è precisa – e netta
tra quelle valli celestiali
(minate):
e sono infocate tutte quelle morte vie…

Lei allora passa,
alla dissezione delle cose maestose,
nel tempo neutro
– in questo recesso –
negli anni vuoti,
anni di espiazione e delle cerimonie esequiali
(dove tutto è essenziale esatto nudo preciso corretto).
Ogni cosa pareva avere una brusca amara bellezza
in un suo certo estetismo nero e profetico:
i colori,pressanti e sanguigni
come la corolla di un fiore morto

il consuntore morbo,
forse una qualche lapidazione vera
la ossatura a sconnettere,
– tutta tutta la solitudine delle grandi pietre sgocciolanti
(tra le nubi di un bianco cretaceo,
a sorreggere quel mondo di silenzio
e di una strana disperata pietà)

 

Questi inediti di Villa Dominica Balbinot, tutti composti nel 2016, gettano una luce che non teme di essere cruda sulla «agghiacciante perfezione» della pallida, straniata bellezza nel mondo dissestato, funestato, infestato da «consuntore morbo», punture, dissezioni. Per questo, e non soltanto per il rosso-rame del faggio purpureo e per il rosso ‘insolente’, dallo splendore incurante, del sorbo, che qui si manifesta e che richiama Cespugli di sorbo del poeta tedesco, questi inediti riportano alla mente Gottfried Benn, non a caso annoverato da Cristina Campo tra i suoi “imperdonabili”. (Anna Maria Curci)

Passione poesia

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PASSIONE POESIA – Letture di poesia contemporanea 1990-2015.
A cura di Sebastiano Aglieco, Luigi Cannillo, Nino Iacovella, Edizioni CFR/Gianmario Lucini, 2016

Confino ancora con una parola e con un’altra terra,
confino, per quanto poco, con tutto, sempre più,

boemo, cantore nomade, che non ha nulla, che nulla trattiene,
con il solo talento del mare oramai, ch’è controverso, terra mia eletta da vedere.

Ingeborg Bachmann
(da La Boemia è sul mare, trad. di A.M. Curci)

 

Già nel titolo e nella terna di agili saggi introduttivi, i curatori di Passione poesia, Sebastiano Aglieco, Luigi Cannillo e Nino Iacovella, manifestano una chiarezza di intenti e una correttezza nel metodo che sarà mantenuta per tutto il volume. L’equilibrio, appassionato e lucido allo stesso tem­po, tra principio di piacere e principio di realtà, si fa incontro a chi legge fin dalla dedica: «I curatori dedicano questo libro alla memoria di Gianmario Lucini, poeta e illuminato editore che ha sempre contribuito con entusiasmo alla divulgazione della poesia contemporanea.» Proprio con entusiasmo e operosità illuminata il volume, che viene non a caso presentato come “progetto”, raccoglie il te­stimone che Gianmario Lucini ci ha consegnato con tutta la sua opera e in particolare con la serie di Poeti e poetiche.

Di ciascuno dei tre saggi introduttivi mi sembra utile riportare qui alcune considerazioni che co­stituiscono una valida bussola per orientarsi nel «mare oramai, ch’è controverso, terra mia eletta da ve­dere» – ricorro al verso conclusivo della poesia La Boemia è sul mare Ingeborg Bachmann – di Passione Poesia, che raccoglie le letture di oltre cento (115) poeti e critici su altrettante composizioni di autori scelti in un arco temporale che abbraccia un quarto di secolo, dall’indomani della “ca­duta” del muro di Berlino alla metà degli anni Dieci del terzo millennio, dal 1990 al 2015. Nel suo saggio Giro di boa, Luigi Cannillo declina le diverse nature della poesia, che è ai suoi occhi (e sot­toscrivo) «pensiero, evocazione, gioia, ricerca, parola» e sottolinea l’empatia tra chi legge e chi scrive. Troppo poco? Troppo vago? Talu­no storce la bocca? Talaltro invoca la critica militante “che ha perduto e che ha sì cara”? Anche qui, con un ammirevole equilibrio tra principio di piacere e principio di realtà, tra slancio e constatazione di con­fini e limiti, la passione è definita, dinamica­mente (ancora una volta, una promessa che poi viene man­tenuta) come «processo che unisce impul­so, attrazione e mutamento nel lettore». In Poesia e critica d’oggi, Sebastiano Aglieco richiama momenti di incontro e scontro tra poesia e critica, tratteggia, a partire da Voltaire e dalla sua apo­strofe, “barbara”, alla poesia di Shakespeare, i momenti salienti di una storia del­la critica fino a oggi e rivendica alla critica la natura di «libero esercizio del cuore e della mente». In Marginalità della poesia, poesia marginale, Nino Iacovella ritorna sulla questione dei confini e della emarginazio­ne e di critica e di poesia. Ricostruisce un contesto di manifestazione e attività di poeti e poesia che si sottrae, come ricordava Zanzotto, alla definizione tout court. Con un sonoro “eppure”, che riecheg­gia la parola scelta da Hilde Domin, autrice di raccolte di poesie e di saggi che hanno a pieno diritto rappre­sentato un punto fondamentale di (ri)partenza per la “passione poesia”, Iacovella conferisce tuttavia proprio a questa il carattere di argine alla valanga dell’effimero che rischia di travolgere in poltiglia indi­stinta la perenne “fuga” (Zanzotto) della parola poetica. (altro…)

#DanieleCiacci, Poesie da #InfinitiSvolgimenti

ciacci

Attending Bebop

 

Con voce fioca, a casa nostra, un tempo
mi soffiasti tra le labbra un ev’rything
is a mistery, for us.

La tragedia dell’ottone di Coltrane
col basso sommesso del trombone), le scintille
tra i roveti dei deserti, e gli intervalli
d’armonia tra una sesta e un’eccedente.
Spiriti enigmi se siete i segnali
di una verità martoriata.

Ho impostato la risposta su altri dischi
ma mi pareva che
non ti interessasse.
Hai mosso la mano, un gemito
aureo nel vuoto, e più niente.
E il silenzio,
era l’eco delle nostre domande.

.

A funny valentine

 

Volevo dirti che non eri sola
in quel lungo giardino che varcava
la serra degli aceri e delle
fredde camelie, al sole
sopito di metà ottobre,

quando era casa (ma ancora straniera
nelle sempre nuove terre
– a desolare –
che ti ricordavano gli assoli di violino
ed i passi calcati sui mosaici
di fine ottocento, i muri liberty
ma decorati di foglie d’autunno
– il sangue dell’Agnello-)

la tua anima nella mia anima stanca
– perché eri casa ed àncora straniera –
aperta al mondo. Ed eri sempre tu
che torni in me
che torni per sostare,
per mantenere fede alle promesse.

.

Suite lituana, tra amanti

D.

 

«Dalla città dalle stelle sui laghi
osservo senza angoscia la tua luna
che si appoggia sulla bianca
e fumibonda sera
da contrada lituana.

Perché sei comunque amore quando muori.
Fai e vai e senza darne credito
ti acconci alla mia festa come sposa
e vergine gloriosa.
Poi andremo a cantare a danzare sul mare».

Paolo Ottaviani, inediti

UN SOLDATO MI DISSE NON SPARARE

Un soldato mi disse non sparare
tutti sulla collina sono morti
guarda oltre il campo spento il brulicare

delle ombre, incerte sagome, contorti
spiriti in cerca ancora di una pace,
non sono i vivi diversi dai morti

che di cenere coprono ogni brace.
Quasi tra sé cantava e controvento
(forse intravidi un suo ghigno fugace,

strano timore da spaesamento).
Parlo con i miei morti,
bisbiglio alle mie piante.
Credo finito il sogno negli assorti
volti dei cari, oltre il nudo versante.
Quale strana collina
ora ci accoglie? Siepi d’albaspina
lampeggiano nel bianco
felicemente bianco
il gelsomino nel chiaro orizzonte
poi mi risveglio e ritrovo Caronte.

*

UN RAGAZZO LUNARE

Sorride in hora mortis una madre.
È il tempo inquieto del dolce vagare.
Precipitano rondini leggiadre

contro l’azzurro d’acciaio del mare.
È un po’ come morire – e sorridente
va in una luce incerta ad irrorare

di caldo sangue una radice ardente.
Nessuno in questo deserto s’inchina
a pregare e nessuno veemente

insulta il cielo sopra la collina.
Solo va pensieroso
un ragazzo lunare
e terrestre in cammino su un petroso
tratturo antico ove non può strappare
la carne del suo cuore
dalle rocce che il caso – o forse amore? –
in ogni angolo scaglia
senz’ordine o avvisaglia.
S’incurva sulla terra e sulla luna,
ritrova la sua luce in una cruna. (altro…)

Appunti per un omaggio a #NardaFattori

 

narda

Come Cristina Campo, Narda Fattori è stata tradita dal suo cuore malconcio. Come Cristina Campo, Narda Fattori se ne è andata improvvisamente, lasciando tutti sgomenti e sorpresi. Come Cristina Campo, Narda Fattori è morta a gennaio: l’11 gennaio, un giorno dopo la Campo. Come Cristina Campo, Narda Fattori ha sempre avuto lo sguardo e l’attenzione fermi sulla parola scritta e sul suo valore etico, e di conseguenza anche sulla bellezza come categoria estetica; una bellezza ottenuta e mantenuta tale anche quando la lingua sfiorava la mimesi (se non la parodia) del parlato, perché la realtà circostanziale non è mai stata estranea alla poesia di Narda Fattori. Detto questo, il parallelismo finisce qui perché all’aristo­cratico esclusivismo campiano Narda Fattori sostituì e perseguì la mirabile vocazione alla comprensione e alla accessibilità universale della sua poesia: ogni poesia scritta doveva essere chiara anche a chi non disponeva degli strumenti per comprenderla, per educazione e istruzione ricevute, di certo non per scon­tare la fatica di entrare nel testo, ma proprio per il motivo opposto: per entrare nel testo della poesia e scoprire che non c’erano sconti dalla vita all’individuo, all’uomo. La parole erano il suo strumento, da pla­smare una volta catturate lungo quel percorso che dal cuore sale alla mente per fissare il pensiero; quelle «parole sensate/ che dal ventre sono risalite alle anse/ di un cervello sconvolto di sinapsi/ che passano o trapassano messaggi/ che si confondono si inerpicano e cadono// povero pensiero e povere parole/ che culla scomoda e malconcia la mia testa». A questa tensione etica fa da controcanto un’aura d’infanzia che le permetteva di mantenere vivo lo stupore ingenuo di chi coglie il variare dei colori dei paesaggi romagnoli a lei cari, posti sempre a sfondo, quasi mai nominati direttamente. Quel mondo dell’infanzia – dove «i bam­bini hanno gambe come ali/ per correre dietro al vento» – che forse le era caro per affetto lontano: dalla sua infanzia caratte­rizzata anche dalle letture suggerite da un padre – “ombra timoniera” – sempre pronto a procurarle libri su libri. E questo è uno di quegli aspetti esterni della vita di Narda che ho appreso di recente. Perché in realtà di lei ben poco sapevo oltre la sua poesia.

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E dire che io ho conosciuto la sua poesia tardi, e molto poco conosco ancora. Galeotto fu l’editore, mi verrebbe da dire; e in effetti le cose andarono proprio così, poiché il mio incontro fu determinato dalla pubblicazione, nel novembre del 2011, della raccolta Le parole agre con L’arcolaio di Gianfranco Fabbri.
Sin dal titolo, come da più parti è stato indicato, era chiaro che la vita aveva presentato un conto salato alla poesia di Narda. Eppure lei non si era ritratta dalla sfida di raccontare i mali di questa società che ai suoi occhi, che essendo occhi di un poeta sono occhi dell’umanità, si schiantava sull’asfalto di strade percorse ad alte quanto inutili velocità, metafora di una frenesia del vivere che conduce all’annullamento di ogni cellula di umanità. Le parole agre è un libro fatto di condizioni difficilmente sopportabili (e tra i significati di “agro” ciò che è “difficile da sopportare” rientra a pieno diritto), come quelle presentate nella carrellata, nell’infilata, nella teoria, nel catalogo degno di un poema epico, di figure femminili, o meglio ancora di femminilità frammentata delle poesie raccolte in Frammenti di anatomia, la se­conda e ultima sezione del libro, che segue quella eponima alla raccolta. (altro…)

Tre poesie inedite di #UmbertoPiersanti

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Nel folle volo

 

c’era un dirupo
il più fondo e assoluto
e l’ombra che t’insegue
è così spessa
così forte e rapace
e senza nome,
planano bianchi uccelli
sulle acque,
eterni e indifferenti,
lì da sempre,
forse è lo stesso arciere
che t’insegue
alto e stagliato
nel cielo bianco
e cupo,
quello della tua notte
prima senza la madre,
e come allora
tu sei il più solo,
il mare è tutto azzurro
tutto atroce
nessuna baia c’è
nessuna rupe,
tu scruti la Gran Pozza
ma sei confuso,
nessun riparo scorgi
nel folle volo

dopo lo spazio
e l’ora come svaniti,
non sai se c’è una spiaggia
che t’accoglie
se l’arciere t’insegue
o torna indietro

 

Giugno 2016 (altro…)