Poesia italiana contemporanea

I poeti della domenica #188: Dario Bellezza, Un nemico della poesia

bellezza-colosseo

Un nemico della poesia

Che i poeti meritino il disprezzo universale se ancora
si occupano dei loro malcerti amori e fissazioni stravaganti,
eros di minoranza nel viaggio comune verso l’indocile
bestia che possiede e avanza verso la rovina. Predichino
piuttosto il salto, lo svelamento, la conclusione nelle braccia
della modernità a tutti i costi.

.

da Colosseo e altri luoghi, Edizioni Seam, 2013

I poeti della domenica #184: Nicola Gardini, Qualcosa

Qualcosa

Forse qualcosa in quell’acqua
per la prima volta che chiama
come se fosse l’ultima volta
di là da qualsiasi chiarore

di ogni chiarissimo nome –
Qualcosa che è la stessa cosa
che chiama irrimediabilmente
eppure non vuole farsi ricordare –

Scherzi dell’acqua sfiorata
dallo sguardo e non capita
che forse non era un’acqua

neppure e in quel qualcosa
comunque continuerà, ancora
per nessuno tenterà una parola.

.

Nicola Gardini, Le nuvole, Crocetti, Milano, 2007

I poeti della domenica #183: Roberto Carifi, Drieu

Drieu

Ho guardato la polvere,
nient’altro che la polvere, il diario
e l’arma vicino al cuore.
Quando racconta c’è una lampada al neon,
una lampada che colpisce.
Dice voltatevi dalla parte giusta,
verso codesto esilio,
lo so che saremo interrogati,
che questa luce è finta.

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Roberto Carifi, Nel ferro dei balocchi. Poesie 1983-2000, Crocetti, Milano, 2008

La parabola amorosa fra due culture di “In Tagli Ripidi” (di L. Cenacchi)

Prima di iniziare ad occuparci della poetica di Brusa alla luce del suo ultimo libro credo sia necessaria, da parte mia, una premessa di metodo volta a inquadrare meglio gli argomenti di questo intervento. Ritengo che, nelle poetiche degli autori, riesca a risuonare più di quello che le loro letture immediate farebbero supporre. Perché? perché ogni autore legge e leggendo assorbe anche elementi non direttamente inediti della poetica di chi sta leggendo; ovvero tutte quelle scorze rimaste dal confronto che a sua volta l’autore letto ha fatto con altri. Può anche accadere che, cercando di sviluppare temi personali, ritenuti una propria inventiva, questi, intrecciandosi con altre istanze, portino al medesimo risultato di quelli già trattati in modo similare nel corso della storia.[1]
Così la poetica di un autore sarebbe simile a una pianta radicata in un particolare terreno di letture scelte. Ogni terreno, tuttavia, ha anche altre componenti oltre se stesso, che finiscono per alimentare e costituire la struttura della pianta.

Ma veniamo a noi. Con la pubblicazione di In Tagli Ripidi Alessandro Brusa chiude una “trilogia” iniziata con il Cobra e la Farfalla (romanzo) e La raccolta del Sale (poesia).
Se la struttura della nuova raccolta[2] è stata ben trattata negli interventi all’interno del libro, per cui sarebbe superfluo, a mio avviso, tornare ulteriormente su di essa, sarà comunque indicativamente utile sin d’ora tenere presente la dimensione fondamentale, ma non totalizzante, del corpo in questa raccolta, come ha ben espresso Fabio Michieli: «[…] corpo inteso in senso fisico (membra), sia in senso metafisico come limite della comune percezione da valicare.»
È necessario parlare preventivamente anche della multiculturalità rilevata come uno dei possibili caratteri fondanti di questo libro. Io credo che la commistione, del tutto istintiva, di due tradizioni[3] lontane (taoismo e la lirica delle origini mediata da infiltrazioni boccaccesche)[4] sia il risultato naturale di una necessità come alternativa alla cristianità tradizionale: la ricerca di una sacralità terrestre (immanente)e genuina fondata sulla esperienza, che non può che essere quella personale dell’autore. Necessità naturale in qualsiasi persona che sia dotata di sensibilità e viva nella modernità liquida. Questo bisogno trova soddisfazione proprio nel momento letterario, da sempre territorio fertile per l’incontro di culture diverse con l’obbiettivo di superare determinate “patologie” che affliggono l’animo umano in determinati momenti storici: fra le tante la perdita del senso del sacro. (altro…)

Ancora su Annamaria Ferramosca, Andare per salti

fotografia di Dino Ignani

Se la sfida è cercare, nell’andare per salti, un filo conduttore, ebbene la sfida è raccolta.
La raccolta di Annamaria Ferramosca, Andare per salti (Arcipelago itaca edizioni 2017), delicatissima nella scrittura quanto visionaria nelle immagini, dà l’impressione a lettura conclusa di aver ruotato senza mai perdere l’orientamento attorno a un tema preciso. Un tema assieme sconsolato e amorevole, perché Annamaria Ferramosca non si limita a puntare il dito contro la stortura che il suo occhio sensibile denuncia, ma ne fornisce alcune ipotesi di medicina. La stortura è quella forma di cocciutaggine autodistruttiva che quello che l’autrice chiama homo insipiens si ostina a mettere in atto contro se stesso, consegnandosi a un isolamento mascherato da ipersocialità, e contro il pianeta, con forme attive come la guerra ma anche più passive quali una progressiva, stolida indifferenza, un’incapacità a essere parte armonica di un tutto naturale. Le medicine sono semplici, e per questo estremamente credibili. Sono la comunione, l’ascolto, il passaggio di testimone di una sapienza che a volte può anche risalire le generazioni, come accade con le poesie a Nicole, oltre che discenderle. E la poesia, di cui questo libro dà una magnifica definizione: «un chiamarsi tra loro – pianissimo – delle cose// e quella nostra stramba contentezza/ nell’ascoltare».
(altro…)

Giovanna Cristina Vivinetto: 3+3

Giovanna Cristina Vivinetto
3 poesie inedite e 3 poesie edite

 

Poesie inedite
Dalle sezioni La traccia del passaggio e Dolore minimo

 

Anche l’organo ritrovato
è una ferita che si apre in verticale
il vessillo di un corpo-bosco
che muore e rinasce a pezzi.
Ho imparato l’arte del mettere
da parte – giorni, anni, parti
del corpo in disuso, nomi, mani
trattenuti in un solo posto.
Li ho liberati con quel taglio
che si protende da parte a parte
– un parto che si compie dormendo.
Ho vendicato, ho svuotato,
qualcosa ho perso, ho ritrovato
ma due mani a volte non bastano
a richiudere i lembi, due mani
che mimano nel vuoto quello
che appariva un tempo
a volte non sono abbastanza.

Così anche l’organo ritrovato
è una ferita.

***

L’altra notte, sai – adesso ricordo –
oltre l’amore paziente che mi hai dato
c’era qualcos’altro. Tu forse
non ci hai fatto caso, tu pensi
forse che due corpi non abbiano
altro da darsi che i loro corpi;
ma l’altra notte – ne sono sicura –
c’era qualcos’altro.

Non so come l’avessi proprio tu
quello che in vent’anni andavo cercando
perché proprio tu e non un altro
– così caro verso questa carne
che a stento si riconosce –
ma per sbaglio nella tasca destra
dei tuoi pantaloni, prima di andartene
appallottolato ho trovato il mio nome.

Ed è così buffo sapere che ti appartenga
prima ancora d’appartenere a me.

***

Non ho figli da dare – non potrò.
Non ho tube che si gonfiano
né ovuli da spargere per il mondo.
Non ho vulve da tenere fra due
dita – da schiudere tra le valve
delle gambe non ho niente.

Ma tu mi sfiori, continui a toccarmi
a perlustrare con le dita questo
corpo imploso, risucchiato tutto
all’interno, fuggito senza lasciare
tracce. E tu persisti a sfiorarmi
per trovare il punto che possa
darti piacere – che possa
consolarti, farti sentire uomo.
Non te lo dico, ma non c’è.

Eppure tutta questa tua goffa
illusione, quest’avventatezza
nel proiettarti verso il dato certo
per un attimo mi restituisce
tutto ciò che mi manca – e al tuo miracolo
questa sera mi faccio donna
completamente.

*

Poesie edite in Atelier (giugno 2017)
Dalla sezione Cespugli d’infanzia (altro…)

Luca Pizzolitto, Il silenzio necessario

Luca Pizzolitto, Il silenzio necessario, Transeuropa edizioni, 2017

Ho letto più di una volta Il silenzio necessario, la raccolta più recente di Luca Pizzolitto: la parola che trasporta la ricerca schietta, quella che non nasconde l’affanno sotto il cerone, richiede attenzione raddoppiata. Eccomi allora qui, dopo rinnovata lettura, a dire del disarmo e del disincanto, dalle cui postazioni si sporge questa poesia. La postazione è mobile, perché l’altalena di rabbia e di speranza è percorsa come un tragitto, quello da Torino a Pordenone (nella poesia Torino-Pordenone in questa raccolta), che attira e che lacera, e perché è pur sempre su un abisso che ci si sporge. L’amata solitudine è scossa, turbata – vuole esserlo, sembra – dagli incontri, con gli umani, con il cielo, con quel che vive, scivola, si trascina, sorvola sulla terra; il pensiero corre, allora, al ‘se’ delle altre vie e delle altre vite percorribili e mancate. Si sporge, sì, e da quella sospensione può scorgere quello che non tutti riescono a scorgere, fiori blu e fiori appassiti, il futuro che già si sa irrealizzato e l’epilogo già pervaso di nostalgia (e viene da pensare alla poesia Trockne Blumen, “fiori secchi”, di Wilhelm Müller, divenuta poi il diciottesimo dei Lieder del ciclo Die schöne Müllerin musicato da Franz Schubert).
L’amore è l’amore delle “notti trasandate”, è l’Amore, come potrebbero pensarlo i parlanti di quelle lingue in cui il sostantivo per designare l’amore è di genere femminile. Sono incontri che hanno i connotati, a volte, dell’epifania, come avviene nella Notte di dicembre, che porta lo stesso titolo di una celebre poesia di Alfred De Musset, nella quale viene svelata l’identità della persona “vestita di nero” che appare all’io lirico, a cadenzare le fasi della sua vita, come affine, “fratello”, come presenza enigmatica e familiare allo stesso tempo. Se nell’omonima poesia di De Musset, dunque, la ricorrente apparizione svela, alla fine, la sua identità, nella Notte di dicembre di questa raccolta lo slancio e il mistero si concentrano su un “tu” che resta senza nome.
Disarmo, disincanto, resa, rabbia, speranza sono vissuti, tutti, nella dimensione dell’attesa, sulla quale il poeta insiste con la consapevolezza del più che probabile fallimento dell’impresa e, ciononostante, con notevole tenacia. Quell’attendere, la pazienza o il dolore bruciante, aprono la porta a un’ipotesi, vale a dire che il silenzio sia necessario, come rivela il componimento finale, che ribadisce, nonostante l’incanto-vortice del nulla, un sì alle parole-cose-sentimenti che non si possono, non si vogliono sopprimere. Allora, forse, quell’avvento che si ripete ossessivamente e che non fiorisce in un Natale, potrà trasformarsi nell’elenco, in positivo, delle “piccole cose” (nella poesia Le piccole cose), che richiama apertamente la poesia Piaceri di Brecht e che si riveste, tuttavia, dell’universo del “se”, dell’ipotesi, della promessa, della ricerca di pienezza.

© Anna Maria Curci

***

Avvolto in un’alba di luce e rovina

Avvolto in un’alba di luce e rovina
precipizio e salvezza per l’anima
che mendica un tozzo di quiete
– la porta dell’attesa, mancano
argomenti non c’è parola necessaria
per scandire l’infinito per tracciare
il confine del nulla col nulla.

Disincanto che avanza nel disarmo
inesorabile, cieli infranti e
inesprimibile nostalgia.

Amo perché non conosco
amo perché sono folle incosciente
amo come si inciampa,
esondo nel mondo e divento
i tuoi occhi.

Sii per me riposo risveglio preghiera.

Riconoscerò la tua voce
e sarò pronto alla danza.
Corpi gratitudine pelle su pelle
alla deriva degli sguardi ti sfioro
appena e tanto mi basta.

Hai destato in me la veglia e il canto.

Attraverserò la notte
per regalarti un’altalena. (altro…)

Davide Carboni: inediti

Davide Carboni inediti

Ricordati del meno, della crepa
sul muro nel fondo oltre la rottura.
La sostanza
nella ferita e il sangue
………………..che non si ferma.

*

Affronteremo quello che dobbiamo
in un giro-vortice
forse iniquo mentre appare
scontato nel suo male.

E ogni volta cresce
la sofferenza
che porta bene
il partorire danno che riannoda.

*

Ti sottrai inutilmente

come se ogni erba
potesse mancare il suo verde.

*

La ricerca della Qualità

 

La quotidianità
del gesto
assume nel tempo
……la qualità
che la botte di rovere ha sul vino.
Il tentativo barricato quindi
di attaccamento
alle pareti
…………….degli anni.

* (altro…)

Asmundo, Cagnetta, Santoliquido: Trittico d’esordio

Elaborazione grafica su un particolare dell’opera Continuità (2007) di Marisa Fogliarini

 

Giovanni Asmundo, Francesco Cagnetta, Vito Santoliquido, Trittico d’esordio, a cura di Anna Maria Curci, Edizioni Cofine, Roma 2017

Canti di sponde, crateri e avamposti
Sulla poesia di Giovanni Asmundo, Francesco Cagnetta e Vito Santoliquido

Vengono da coste e da balze lontane gli Esordi dei tre poeti qui pubblicati, Giovanni Asmundo, Francesco  Cagnetta, Vito Santoliquido. Tutti e tre giovani, tutti e tre presenti con i loro inediti tra le opere di poesia pubblicate in rete e non ancora in un’autonoma raccolta cartacea,  tutti e tre di origine meridionale – siciliano Asmundo, pugliese Cagnetta, lucano Santoliquido – intonano con timbri diversi i loro ‘canti di sponde, crateri e avamposti’. La tensione tra amore vissuto quotidianamente per la poesia tutta, e in diverse fogge di classicità, e lo sguardo sulla realtà, altrettanto vissuto, sofferto e sognante, trasfigurato e pungente, si manifesta talvolta come il dispiegarsi non urlato di un contrasto, talaltra come lo sporgersi, con la chiara nozione del rischio mortale, su un orrido, talaltra, infine, come vera e propria zuffa.

Nella poesia di Giovanni Asmundo l’indicazione del volume del canto sembra sempre oscillare tra il piano e il pianissimo, indizio, questo, non certo di fragilità del dettato poetico, quanto piuttosto della volontà di colui che si definisce «figlio di scirocco» di opporre resistenza, per inaudito contrasto, al vociare del contingente. Il debito di riconoscenza alla tradizione della poesia italiana, gli echi foscoliani («Se e quando rivedrò la secca sponda») così come la presenza viva della mitologia classica, in questi testi un basso continuo che, più che manifestarsi per nomi ed esplicitazioni, è terreno fecondo sul quale la voce poetica muove i suoi passi, tutto ciò si fonde con una vista sul presente resa aguzza proprio dalla memoria serbata. Ne è una prova, in particolare, la poesia dedicata a Palermo: «Città di spigoli e smussi/ di cocente illusione/ di bocca secca./ Come l’ignoto che ha scritto quell’addio./ Ogni giorno a Palermo è un giungere/ e un levare. / Una speranza di scoperte e un lascito.». Mobile, dinamica, creatrice, la resistenza, non già all’erosione provocata dal mare, thàlassa, «voce gettata», ma a quella di detti vuoti e atti distruttivi, trasforma aggettivi e nomi in verbi che indicano un procedere, un evolversi: «azzurrare», «rumorerà». (altro…)

I poeti della domenica #176: Attilio Lolini, Palle

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Palle

Quando viene tedioso il pomeriggio
fratello della sterile mattina
si fanno palle dei giornali

è pieno il sacco dei rifiuti
con i cartocci dei surgelati
che abbiamo aperto
e mangiucchiato
leggendo sulle gazzette
le cronache del mondo

ciò che parve bello e giusto
ben si presta ad esser ripudiato
nell’ora incerta che avanza
d’ogni cosa è ignoto il significato.

.

da Poesie futili, in Notizie dalla necropoli, Einaudi, 2005

I poeti della domenica #175: Attilio Lolini, L’acqua

L’acqua

Tutto è strano stamani
splende il sole
ma le strade sono buie

il vento soffia
dai portoni

come un uomo
che va a tentoni

il tempo è un volto
che increspa l’acqua

siamo in un retroscena
in uno spazio dissolto

forse volato
o sepolto

.

da Carte da sandwich, Einaudi, 2013

Annamaria Ferramosca, Andare per salti

 

Annamaria Ferramosca, Andare per salti. Introduzione di Caterina Davinio, Arcipelago Itaca edizioni 2017

Non è frequente incontrare una poesia che proprio nel suo procedere si fa universale, senza trala­sciare, tuttavia, di andare a fondo nell’esplorazione del particulare. Scrivo della storia di questo riu­scito incontro, scrivo di Andare per salti di Annamaria Ferramosca.
I testi che compongono la raccolta argomentano, manifestano, dispiegano, innanzitutto, il titolo che – lo scopriamo percorrendola con il batticuore per il ritmo che trascina e per il coinvolgimento che afferra insieme coscienza e affetti – è sia scelta, intenzione, programma di chi scrive, sia invito a chi legge.
Come non pensare, infatti, che il titolo suoni come una risposta, in contraddittorio, alla nota affer­mazione “Natura non fecit saltus”, come non pensare a un’opera che con quella affermazione intrecci un canto come poetico ‘contrasto’, tanto più che, si badi bene, ci troviamo dinanzi a  un’autrice che trae linfa poetica anche dalla sua formazione scientifica, e che, per essere più precisi, come sot­tolinea Caterina Davinio nell’ampia introduzione, Libertà e scienza nella poesia di Annamaria Ferramosca, ha uno sguardo sulla natura che si avvicina molto più al metodo sperimen­tale di Galilei che non, piuttosto, al punto di vista di Leopardi?
Si procede invece – e attraverso le tre sezioni Ferramosca addita varie possibilità di andature alter­native – Per salti, Per tumulti, Per spazi inaccessibili.
Ineludibile, dunque, la presenza di un pungolo incalzante, che scatena una danza di ribellione. Alla danza della poesia Ferramosca ci ha splendidamente abituati nelle raccolte precedenti. Ma se lì – in Ciclica, ad esempio, o, ancor prima, nel volume Other Signs, other Circles – la coreografia disegna­ta era preferibilmente una ronde armoniosa, ora il ballo è una «danzaturbine»; dismesso l’incanto, sopraggiungono «ancora altri corpi danzanti/ altra inquietudine» (taràn).
Ci siamo, è rivolta. Ma rivolta contro chi, contro che cosa? Le prime poesie della raccolta ne disse­minano gli indizi, i segnali, l’occhio estraneo (ostile?). Ecco che il particulare del sentore, del presagire l’accadimento inevitabile agli umani, si fa dire universale e spiega le scaturigini di Andare per salti: «sai la fine mi tiene d’occhio e voglio/ andare senza direzioni» (esterno con pioggia   in­terno con acquario); «tanto so che l’altrove/ mi tiene d’occhio e» (ora che mostro viso e braccia aperte). (altro…)