Poesia italiana contemporanea

“Creatura breve” di Gabriele Galloni. Nota di Mary Barbara Tolusso

Creatura breve di Gabriele Galloni, classe 1995, presente nella terna dei finalisti del Premio Maconi sezione Giovane, si avvale di un montaggio accurato. Emerge una precisa sensibilità linguistica, capace di coniugare a una dimensione classica una più minimalista, a tratti provocatoria, che è anche il tratto più peculiare del poeta. C’è, in Creatura breve, l’alternarsi di quadri contrastanti: tra concretezza e visionarietà, profondità e leggerezza, descrizione e intuizione sensibile e sensoriale – sonorità, tatto, voyeurismo – che di volta in volta suggeriscono un dettaglio di osservazione. Galloni nei suoi versi applica un’intersezione, un innesto tra il grande movimento della morte e la piccola porzione di vita che procede anche per sospensioni e mancanze. I morti, in fondo, come insegna Giovanni Giudici, divengono un pretesto per parlare dei vivi e del mondo che si fa cosa sensibile. Una scrittura che ha anche la capacità di raffreddarsi procedendo per sottrazioni e spiazzamenti rivelando un senso dell’esistere, quasi sempre in difetto, ma proprio dall’assenza, dalla privazione a cui l’esistenza sarà soggetta, Galloni riesce a evocare quella realtà pregressa che ci indicava la fine già nell’inizio: l’acqua per esempio, secolarmente simbolo di vita, diviene anche “la cosa che ti anticipa e ti chiude”. Versi misurati e in equilibrio. In questo modo l’autore elabora una trama collettiva di vivi e di morti che si sovrappongono, rispettivamente mai esauriti nel loro stato, così i morti continuano a vivere quanto i vivi non lo sono mai del tutto. Una poesia che fa della decostruzione – talvolta non senza una sobria ironia – la sua forza, cogliendo i punti di crisi, il disagio e i cedimenti di senso dell’esistenza.

© Mary Barbara Tolusso

 

Gabriele Galloni, Creatura breve, Edizioni Ensemble 2018

Raffaela Fazio, Midbar

Raffaela Fazio, Midbar. Prefazione di Massimo Morasso, Raffaelli editore 2019

Già in apertura, Midbar di Raffaela Fazio offre e propone una via di accesso, vale a dire proprio la parola ebraica che dà il titolo alla raccolta. Midbar vuol dire deserto, ci avverte Raffaela Fazio.
La potenza evocativa di questa parola libera immediatamente una serie, ovvero, per essere più precisi, una rete di associazioni: attraversare il deserto, mettersi alla prova della rinuncia al superfluo e della ricerca dell’essenziale, “fare deserto”, meditare sull’essenza; ancora: porgere l’orecchio al soffio, alla voce di “uno che grida”, agli echi del profeta, di chi pro-nuncia la parola e, soprattutto, a quel “suono silenzio sottile” nel quale (non nel vento impetuoso, non nel terremoto, non nel fuoco) Elia sul monte Oreb (I libro dei Re) riconosce e ritrova Dio. In questa raccolta non mi sembra affatto casuale che tale episodio abbia un posto importante, nel penultimo componimento, che si intitola Qol demamah daqah (letteralmente: suono silenzio sottile, voce silenziosa, che dalla traduzione dei Settanta in poi è diventata, sminuendo la grandiosità dell’originale, “mormorio di brezza leggera).
Davvero MiDBaR, deserto, e DaBaR, parola, sono allacciati intimamente, tanto che il termine per deserto può essere letto proprio come “luogo della parola”. DaBaR è anche “evento”: nel deserto, luogo della parola, cade il suono, e il suo accadere si concretizza in un tempo, cade e inciampa negli ostacoli di qualsiasi incontro, cade e prosegue, cammina, sempre in viaggio, «forte del proprio inciampo» e, aggiungo io, forte di quell’accadere amplificato nel deserto, forte di quel manifestarsi del Verbo nella storia che si compie nella Shekinah, dimora, presenza divina nel mondo, tenda nel deserto.
Il componimento Dabar,  che apre la raccolta, si palesa come ouverture e programma della sinfonia della parola nel deserto che è Midbar di Raffaela Fazio.
La ricerca della Parola, la rivelazione della Parola, la dimora della Parola, l’interpretazione della Parola: tutto questo si incarna nel mondo, nella storia – Giovanni, all’inizio del Vangelo che è stato tramandato con il suo nome, usa proprio il termine ἐσκήνωσεν, “eskenosen” – e che solo del particolare e dell’immanente sia data conoscenza, ma non certo dell’origine, è ben consapevole Raffaela Fazio, proprio in un passaggio fondamentale del primo dei tre movimenti (L’albero, gli altri due sono La donna e la domanda) che compongono il poemetto In origine, nella III sezione di Midbar, Di buio e di fiato: «Da me si passa/ per morire./ La donna lo sapeva:/ per generare/ barattò l’eterno con la storia/ s’iscrisse nella fine / e offrì un inizio». (altro…)

Francesco Salvini: inediti da Il risveglio (poesie su Stonewall)

 

I

A volte basta il volo di una scarpa,
ciò che di solito rimane a terra
decide di acquisire un po’ di cielo.

Dopotutto è un azione minimale
se poi consideri la gravità
che in men che non si dica ti riporta

giù. L’esistenza è fatta di momenti
come questi che se non ripetuti
almeno a voce paiono dissolversi.

Però non sempre basta la parola;
a dirtelo qui è proprio una poesia
(e di parole in teoria dovrebbe

intendersene) che senza memoria
la spinta della carta resta storia.

.

II

Sento ancora l’odore di latrina,
impregna gli abiti, stupra la pelle;
cammino per le strade e mi sotterra
ciascun passo, dà tremiti improvvisi
per l’aria rarefatta che c’è fuori.
Ascolta: non è facile restare
scoperti se da sempre sei vissuto
nella fogna. La luce ti ferisce,
il lampione, falena, ti trafigge.
Però ricordi gli amori fuggiaschi,
la tenerezza da fuoco alle tue ali
sotto gli sguardi scolpiti di chi
giudica troppo. E per solo un secondo
appare quella lucciola nembosa
che il carapace teneva nascosta.

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I poeti della domenica #368: Vivian Lamarque, Sta dietro ai vetri

foto di Dino Ignani

 

Sta dietro ai vetri

Sta dietro ai vetri
un po’ più del normale
intendo i vetri di casa
se fossero vetrine
allora sì direste che è normale.

 

da Il tuo posto vuoto, ora in Poesie 1972-2002, Oscar Mondadori 2002

I poeti della domenica #367: Umberto Fiori, Mattino

foto di © Dino Ignani

Mattino

Luccica un vetro
– e un prato, più in alto –
in un palazzo là in fondo.

Sul mio terrazzo
sento che sole e casa
e mondo e sguardo
mi guardano da dietro.

 

da Esempi [1992], ora in Poesie 1986-2014, Oscar Mondadori 2014

Premio Internazionale Fortini – Premio Nazionale Lucini

 

Premio Letterario Internazionale
“Franco Fortini”

V edizione

Sondrio – Milano
30 novembre, 1 dicembre  2019

Bando di concorso

Franco Fortini (nato Lattes; Fortini è il cognome della madre), classe 1917.

Poeta, critico, traduttore e saggista. Fortini è stato uno dei più importanti e discussi, ma anche dei più colti e innovativi, intellettuali del Novecento. Il Premio intende rendere omaggio alla sua figura, tra le più alte e significative del secolo scorso.

Fondato nel 2009 il Premio letterario “Franco Fortini” viene oggi rinnovato dopo un’interruzione di cinque anni dovuta alla scomparsa del poeta Gianmario Lucini che ha curato le precedenti edizioni, dedicate alle raccolte inedite. Il premio prevede la partecipazione al concorso di opere di poesie in tutte le lingue, comprese quelle delle minoranze etnolinguistiche e delle parlate locali, purché accompagnate da una traduzione in italiano.

Per ricordare la figura di Franco Fortini, poeta, critico e studioso, e la figura di Gianmario Lucini, poeta, critico, editore e sostenitore della lotta alle mafie, l’Associazione POIEIN, con il contributo della Fondazione per la critica sociale, indice la V edizione del Premio Letterario Internazionale “Franco Fortini” e, al suo interno, indice la I edizione del Premio Letterario Nazionale “Gianmario Lucini”, sostenuto dal Comune di Piateda (Sondrio).

REGOLAMENTO – V edizione del Premio Letterario Internazionale “Franco Fortini”, 2019

Premio per la poesia edita

  1. Possono concorrere i libri di poesie editi nel periodo 1 gennaio 2018 – 30 settembre 2019.

I libri a concorso devono essere inviati esclusivamente in formato pdf (se in lingua diversa dall’italiano, i libri devono affiancare al testo originale la traduzione in italiano)

con posta elettronica a premiofortini@poiein.it entro la data del 30 settembre 2019; il formato pdf del libro deve essere accompagnato da una mail completa di nominativo, indirizzo, recapito telefonico e indirizzo email dell’autore.

Ai fini della corretta partecipazione, farà fede la data di spedizione delle opere. La Segreteria del Premio avrà cura di inviare a ogni partecipante una notifica di avvenuta ricezione della email.  Le opere inviate non verranno restituite.

Tutti i dati raccolti verranno trattati nel rispetto dell’art. 13 del D. Lgs 30 giugno 2003 n. 196 e dell’art. 13 del GDPR (Reg. UE 2016/679).

  1. Giuria

La Giuria è composta da: Maria BORIO, Bernardo DE LUCA, Tommaso DI DIO, Carmen GALLO, Luca LENZINI, Fabrizio LOMBARDO, Francesca MARICA, Luca MOZZACHIODI, Giuseppe NIBALI, Christian SINICCO, Francesco TERZAGO e Italo TESTA.

Il giudizio e l’operato della Giuria sono inappellabili e insindacabili.

  1. Premio

La Giuria premierà il primo classificato*:

il premio al vincitore consiste in euro 800,00.

*L’Associazione POIEIN si riserva la possibilità di aumentare l’ammontare del premio, dandone ampia e preventiva comunicazione, nonché istituire eventuali premi aggiuntivi anche per gli altri classificati. La Giuria si riserva altresì di segnalare le opere in concorso, la rosa di segnalati e finalisti, sui siti e le pagine del premio, nonché in quelle dei media partner.

  1. Premiazione

La premiazione si terrà domenica 1 dicembre 2019 a Milano.
Si avvisano i concorrenti che i premi in denaro dovranno essere ritirati personalmente durante la cerimonia di premiazione a Milano, pena la decadenza da ogni diritto inerente alla loro riscossione. I premiati e i finalisti verranno tempestivamente informati di persona dal Comitato organizzatore e saranno tenuti a confermare o meno la loro presenza alla cerimonia.

Tutti i partecipanti al Premio sono comunque invitati, fin d’ora, a intervenire alla premiazione.

Ulteriori informazioni sul Premio sono disponibili sul sito web poiein.it e sui siti dei mediapartner.

  1. La partecipazione al concorso implica l’accettazione di tutte le norme previste dal bando.

 

Premio Letterario Nazionale
GIANMARIO LUCINI

I edizione

Nell’ambito della V Edizione del Premio Letterario Internazionale “Franco Fortini” nasce nel 2019 il “Premio Gianmario Lucini”, in ricordo del poeta valtellinese, critico e editore scomparso nel 2014, che per anni ha diffuso i valori della poesia, in particolare quella di impegno civile e di contrasto alle mafie. Il Premio è sostenuto dal Comune di Piateda (Sondrio).

REGOLAMENTO – I edizione del Premio Letterario Nazionale “Gianmario Lucini” , 2019

Il premio è articolato in due sezioni:

 

  • sezione A, raccolta inedita;
  • sezione B, poesia inedita (max 300 versi).

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Poesie (inedite) di Federico Preziosi

L’IoNoi

È tempo di sanare la frattura
sopire il molteplice
essere l’uno, se mi riesce
un gesso su cui scrivere frasi
da rompere con un martello
quando sotto la pelle sarà gialla.
Essere ancora mille
schegge impazzite estratte dalla forma
solide, liquide, evaporate
inalate come ossigeno e
tramutate in pensieri delle azioni
che non corrispondono,
costruire il Paradiso Perduto
abbracciando l’Inferno
perché c’è verità nella menzogna
quando le carezze tremano
sotto lo scossone degli occhi.
Sono tutte le parti
i giochi sono sfatti: il materasso
cigola al peso del russare e
il mio vicino si lamenta. Dice
vorrebbe che impari un sermone
e più ripeto e mi ripeto
non sono io, non siamo noi, forse
ormai da un po’.

 

 

Non abbastanza da non bruciare

Sono tornato
al postremo mercato al postremo ricordo
cercando l’inutile scempio
la panchina del cruccio
su cui strozzavo un cactus. Contavo
le spine nei palmi e aghi aghi aghi
erano parte di me, del delitto imperfetto.
Ho sempre curato il fondo, il vuoto
spremuto le ossa in quattro
poi cinque fino a nove fiumi
tra il chiasso dei pioppi un profluvio
di una rocchetta, da un altro filo
a fare da ponte quel bene da dove
la carne piangeva – parlavo di bene
la lingua arroccava – ma era del bene
e dagli aghi mi sono impigliato
sull’irto dei rami.
Eravamo un ardore troppo rapido
per farne un fuoco,
ma non abbastanza da non bruciare
lo scartafaccio innervato dai fiori
e le poesie maledette a toccare
le tue corde vocali sul mio canto.

 

 

Se folate spalmassero
dritto in faccia il sentito dire,
screpolate gole

sfilerebbero l’addome tra canne
di bambù insanguinate.

Resterebbe un cavo la lingua
ricucendo parole
di Madre preda, abbandonata cieca
alla pietas rupestre

le papille raspose
portano peli,
tacciono cune versato il latte.

 

 

Federico Preziosi nasce ad Atripalda (Av) nel 1984. Interessato da sempre alla musica, studia Musicologia e Beni musicali presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, laureandosi in Estetica e Filosofia della musica con una tesi su Béla Bartók. Suona il basso negli “Slow Motion Genocide”, con i quali pubblica l’omonimo ep e un disco, Unculture. Oggi vive in Ungheria dove insegna lingua e cultura italiana a Budapest. Si avvicina alla poesia grazie all’incontro con Armando Saveriano, con il quale fonda il gruppo facebook “Poienauti”. La frequentazione virtuale con numerosi poeti provenienti da tutta Italia porta alla costituzione di “Versipelle”, una comunità poetica che esprime la propria voce attraverso il sito www.versipelleblog.wordpress.com. Nell’aprile 2017 vede la luce il suo esordio, Il Beat sull’Inchiostro, poetry slam ideata su intrecci di rime e assonanze a ritmo di rap.
Federico Preziosi, oltre a gestire “Poienauti” con Armando Saveriano, è moderatore su Facebook del gruppo Poeti Italiani del ‘900 e contemporanei di Giuseppe Cerbino.
Le sue poesie, Coperte e Campo di colza sono state pubblicate rispettivamente su “La Repubblica – Milano e Napoli” nella rubrica “Bottega di poesia” di Maurizio Cucchi e Eugenio Lucrezi.

Sonia Lambertini, perlamara

 

Sonia Lambertini, perlamara, Marco Saya editore 2019

Recentemente uscito per i tipi di Marco Saya editore, perlamara di Sonia Lambertini è itinerario poetico nella ferita del tempo, nei giorni della spaccatura in tutte le sue gradazioni, dal graffio allo squarcio passando per la lacerazione. I giorni della spaccatura sono i giorni di un inverno tardivo e di una tarda primavera che si ostina a nascondersi.
Divisa in cinque sezioni, articolate a loro volta in quattro componimenti la prima e la seconda, in sei componimenti la terza, la quarta e la quinta, la raccolta perlamara colpisce e convince per la disposizione accurata e precisa delle parole e per il ricorso a strumenti espressivi che, nell’attraversamento dell’oscurità, permettono, come scrive Elio Grasso nelle considerazioni introduttive, dal titolo Fuori dall’epoca, di tirarsene fuori «per guardare in faccia qualcosa di gratificante […] perlamara, dopo aver innalzato rovine, rasenta novità formali senza tendere imboscate: parlando d’altro, parla esattamente – oltre che di scrittura – di poesia.»
All’interno di questa raffinata strumentazione mi sembra opportuno menzionare due elementi portanti: il ricorrere di alcune ‘presenze’ e, in particolare, di quella del merlo, e la scelta della densità e della concisione.
Il merlo – che in perlamara appare, sosta e vola – manifesta la persistenza dell’inverno quasi come condizione esistenziale e le sue ali che conoscono il dolore sono spiegate, tuttavia, dunque disposte allo stupore.
Non è un caso, allora, che nei giorni del taglio e nei giorni del merlo il becco che raccatta, raccoglie, sminuzza, lacera, perlustra, sia una tra le parole che ricorrono con maggior frequenza.
Anche la forma breve è testimonianza di una riduzione all’essenziale, di un taglio del superfluo, di tempi “scarni e ruvidi”. La punta aguzza che acuisce il dolore è avvertibile quasi fisicamente, come onda sonora, attraverso le rime interne e le allitterazioni, così come attraverso i verbi, passati al vaglio di una lettera ‘s’ iniziale che scarnifica, «sgrava», «scricchiola», «sbecca», «smagra», «sprofonda», «scardina», «squarcia». In questo senso il terzo componimento della quarta sezione è esemplare per il procedere acuminato e penetrante, in una battaglia continua che non lascia indenne alcuno e alcunché: «Staglia la lingua, battaglia/ striscia. Sottoterra bisbigliano/ sottoterra. Gridano i folli, s’incurva/ il merlo, sbecca, mutila il canto.» (altro…)

“giro dorsale”: poesie inedite di Jacopo Mecca, introdotte da Francesco Iannone

Immagine di © Jacopo Mecca

giro dorsale: poesie inedite di Jacopo Mecca

Nota di Francesco Iannone

 

La poesia di Jacopo Mecca è fatta di schegge, di muti frammenti che si concedono alla seduzione degli sguardi. Sono rinvenimenti (o, più semplicemente, scoperte) dello stupore e della meraviglia.
Versi che fissano in parole istantanee di una realtà commossa e che commuove in un incedere lento, propagato, che assomiglia alla resa di una massa che scava senza farsi sentire.
Versi del canto che chiedono un’intesa con il reale. Intesa possibile per intercessione di una fedeltà condizionata dalla predisposizione rituale dell’uomo di fronte al proprio mistero. Mecca raccoglie elementi apparentemente neutri, senza nessuna vibrazione mi(s)tica, pesca nelle distese del tangibile, dell’esperibile, registrando situazioni senza aggiungere ornamenti, restituendole nella loro verità ossuta. L’autore utilizza qui un dettato senza increspature che però non rinuncia a quella tensione che è anche accensione, messa in moto, di un desiderio. Già il titolo “giro dorsale” suggerisce l’idea dell’azione possibile, la propagazione del gesto nell’aria praticato per la difesa e per l’attacco, così come accade nel basket quando si ha bisogno di guadagnare spazio. E non è forse questa la forza della parola? Creare nuovi spazi abitati dai gesti. Rinsaldare la relazione affettiva fra il dettaglio e il mondo. I versi di Mecca (ri)velano un’ansia di localizzarsi, che è probabilmente la più umana delle aspettative. A me a tratti ha fatto pensare alla fulminante poesia di Umberto Fiori, e specialmente il testo Sui tram, ai semafori o in curva ne porta a mio avviso la traccia. Ed è nel testo Rimangono vuoti questi spazi che mi pare scorgere una dichiarazione di poetica: In questa attesa si è assediati dal crampo / contratto da ogni arresa. Nel vortice attesa/arresa il poeta compie i suoi giri, tesse le sue trame interiori, tenta una timida giravolta dello sguardo, produce i suoi sonori risucchi umorali, ed è lì, in quel viluppo, che si agita talvolta la vita e, dunque, la parola.

giro dorsale
Jacopo Mecca

 

Le cose che stanno sulla mensola
stanno lì come per strada le statue,
i monumenti.
Tra la polvere e le pulizie del mese
lasciano il segno della loro fedeltà.
Così, anche se non ci fai caso,
non tradiscono mai, mai rinunciano
al loro gesto eroico: stare al proprio posto,
lì dove le rimetti.

 

 

Se la sera in treno guardi fuori
c’è buio.
Ma a tratti qualche luce muove la coda.
A volte, se ti sforzi a intuire
città o paesaggio
sul finestrino, nello specchiarti, ti disperi.
Così, tra gli occhi in su
e il silenzio degli altri
sale l’ansia di localizzarsi.

Prima o poi ti salva,
dall’alto, di colpo, l’annuncio
dell’imminente stazione.

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Maria Lenti, Elena, Ecuba e le altre (rec. di Anna Maria Curci)

 

Maria Lenti, Elena, Ecuba e le altre. Prefazione di Alessandra Pigliaru, Arcipelago itaca 2019
 

Fammi essere Antigone, ti prego,
se ancora a questo gioco vuoi giocare.
Io raccolgo le spoglie abbandonate.
A te lascio i trofei da conciatore.

(Anna Maria Curci, 20 dicembre 2015)
 

Attraverso l’epica e il mito per una coscienza piena della storia, per una scelta alternativa alla sequela di violenze e sopraffazioni che pare ineluttabile e che come tale, nel corso dei tempi, è stata imposta. La riscrittura del mito come denuncia della menzogna e come costruzione di una convivenza pacifica ha avuto un’interprete che ha fatto scuola fin dagli anni Settanta del secolo scorso, Christa Wolf. A Cassandra e a Medea, alle voci loro conferite da Christa Wolf ha prestato attento ascolto Maria Lenti negli anni e, recentemente, con la sua raccolta Elena, Ecuba e le altre.
Ma dietro Christa Wolf ci sono altre autrici, altri autori, appassionatamente letti e ‘curati’: senza ombra di dubbio Karoline von Günderrode – penso al componimento Arianna a Nasso – la cui riscoperta ha preso l’avvio proprio da Christa Wolf, che ne curò l’antologia delle opere, Einstens lebt ich süßes Leben (tradotta in italiano con il titolo L’ombra di un sogno), e la pose al centro del racconto Nessun luogo. Da nessuna parte, insieme all’altro protagonista Heinrich von Kleist.
Lo stesso Kleist di Pentesilea, così come Goethe di Ifigenia in Tauride sono autori, come ha ben messo in evidenza Ruth Klüger in Frauen lesen anders (“Le donne leggono diversamente”), che hanno saputo dare espressione alla parte del pensiero umano che coltiva la pazienza e, soprattutto, il noi. Questo passaggio dall’io al noi, così limpidamente auspicato da Maxie Wander nelle pagine del suo diario, viene sottolineato, proprio a proposito della ‘scelta di metodo’ di Christa Wolf, dalla studiosa italiana Rita Calabrese, in un passaggio del suo libro Sconfinare. Percorsi femminili nella letteratura tedesca (Luciana Tufani Editrice, 2013): «L’IO va assumendo connotazioni femminili, mentre il NOI comincerà ad abbracciare le donne dell’una e dell’altra parte, nella comune oppressione patriarcale e nella stessa costruzione d’identità.»
La riscrittura di Christa Wolf colpisce per l’originalità degli accenti, per l’incisività del dettato, per l’acume nella lettura del presente: «A Corinto non ho mai sentito nessuno parlarne, ma un’osservazione accidentale di Acamante una notte mi ha fatto capire improvvisamente quel che Medea fa per lui, senza minimamente saperlo: gli dà la possibilità di dimostrarsi che può essere giusto, privo di pregiudizi e persino amichevole con una barbara. Assurdamente questo modo di essere è venuto di moda a corte, ma non tra il popolo basso, che estrinseca il suo odio per i barbari senza rimorsi e senza riserve» (Christa Wolf, Medea. Voci, trad. di Anita Raja, edizioni e/o, Roma 1996, 83-84).
Tutto questo si può dire a ragion veduta della scrittura di Maria Lenti in questa raccolta, ricchissima di echi e soluzioni e capovolgimenti. Sì, perché se la pazienza porta il discernimento, qui ci troviamo dinanzi a un repertorio molto ampio e poeticamente efficace di puntuali rettifiche rispetto a tradizioni e dicerie. Non è un caso se, nella bella prefazione, Alessandra Pigliaru riprende il filo di quel “discorrere del noi” che Rita Calabrese aveva individuato per Christa Wolf: «Si ritorna allo sguardo, alla fatica – impareggiabile di guadagni – nel sentirsi prossime. Le une alle altre. Dando avvio, che è sempre un proseguire, al percorso che si produce cominciando con una paroletta che è “io” e che ha tuttavia il senso di un agire. […] Queste sono Elena, Ecuba e le altre: fili perduti e ostinati di una storia a venire.». Un altro sguardo, allora, dal margine alla pienezza, è quello che nutre la poesia di Maria Lenti. (altro…)

Lorenzo Pataro, Inediti

Lorenzo Pataro, foto di Giorgia Certelli

Sto nella vita come un emigrante
dal corpo, lo osservo da fuori
come fossi morto,
parto per mesi e lontano,
qui forse ti saluta una mano,
la voce forse ti dice ti amo,
ma è tutto falso e sbagliato,
sono sempre stato straniero
di questo mio stato in luogo,
sono altrove, Altrove sono.

 

Dicono che ci passerà
questa pigrizia viscerale,
le lenzuola hanno la forma del corpo,
bianco il male ovattato nella stanza,
non sentiamo aria respirare
nemmeno da una mosca, dicono
che il seme disperso ha causato
nascite improvvise lì fuori,
la finestra ha favorito il passaggio
dei cromosomi, abbiamo bevuto
tutto il nettare dai seni sospesi
di Madre-Noia, dicono che non resta altro
se non piangere, far uscire dalle cosce
le lacrime, spingere fuori
dalle zampe una gioia di carne
come un animale il nascituro
e dargli un nome: Futuro.

(altro…)

I poeti della domenica #366: Annamaria Ferramosca, “errore: non essere rimasti accanto al fuoco di fila…”

 

errore: non essere rimasti accanto al fuoco di fila
con occhi di cane a implorare o – muso in alto – ad abbaiare

urgenza del mutare
un grido-scheggia che trapassi la retina
apra varchi inattesi
un tempuscolo stabile del coro
torre inattaccabile dove
le lingue si traducono solo sfiorandosi

così i fallimenti possono mutare
in categorie di seduzione
come la catena trasmessa dal seme al frutto
nonostante il marciume     il trambusto dei rami

 

 

Annamaria Ferramosca, Ciclica, La Vita Felice 2014