Poesia italiana contemporanea

Inediti di Ksenja Laginja

È strano come la pioggia
li faccia sparire tutti.

Un colpo per alzarli
un altro per farli cadere.

Qui abitiamo la terra
senza conoscerne il nome
esonerati dall’assenza
ma è lì che dovremmo scavare
piantare semi nella notte
per colmare i vuoti col buio.

 

*

Una volta c’era la casa
e tutto quello che portavamo dentro
poi c’era il tavolo senza le sedie
e sotto i libri le nostre vite appese.
Li usavamo per scaldarci
ma il più delle volte non bastavano
così ci toccava uscire tra i lupi
strappare le radici infilate nei denti
bruciarle vive. (altro…)

Andrea Mella, Il Misantropo dei Sargassi (nota di Emilia Barbato)

Andrea Mella, Il Misantropo dei Sargassi, Edizioni del Foglio Clandestino 2018

Il titolo della raccolta di Andrea Mella, Il Misantropo dei Sargassi, rimanda a due riflessioni. L’uomo e il luogo.
L’uomo disconosce i rapporti sociali e la realtà chiudendosi in un oceano di silenzio, lasciando vigile solo la mente e lo sguardo. Un poeta distante da tutto e in disparte da tutti decide di abbandonarsi a pensieri ampi, nella speranza che questi risolvano e denuncino un’umanità indifferente. Misantropo, dunque, che pensa e scrive in una stanza come in fondo al mare.
Il luogo, quello stesso mare dei Sargassi, compreso tra le grandi Antille e le Azzorre, di cui parla Jules Verne in Ventimila Leghe sotto i Mari. Una zona particolarmente pericolosa, «un’autentica prateria col tappeto folto d’alghe, di fucus natans, di uva del Tropico, a volte così compatto da poter essere tagliato dalla prua di una nave solo a stento.».
Attraverso il titolo, l’autore ci anticipa un viaggio in acque difficili da navigare chiarendo sin da subito la sua scelta di riportare i fatti accaduti senza lasciarsi coinvolgere.
La raccolta si divide in tre sezioni: Incerte Maree, Transito e Il Misantropo dei Sargassi.
Nella prima, ciascuna poesia ha un titolo, come se Mella volesse nominare la realtà che tratta, trovare una ragione alle cose. L’elemento che unisce i frammenti di vita è l’acqua. Un liquido che accoglie ogni tipo di natura, gli umori umani (la saliva che cola dalla bocca, le lacrime le cure dell’addio), l’evanescenza e la fragilità delle relazioni (eri nebbia) oppure lo stesso mare: «il mare è un tratto chiuso/ e l’infinito/ una menzogna intollerabile.” E ancora “e le occhiaie sono brocche/ che tengon dentro l’acqua/ fino all’orlo e “L’adriatico è uno stormo, io/ credo: abbandonato, cesellato, nell’azzurro/Chiamarlo sipario si può». (altro…)

Poesie di Claudia Fofi dalla raccolta inedita “Il delta della lingua”

Foto di Andrea Cancellotti

PARTE I

1.
è notte quando arriviamo. al tropico fa caldo. i morti li tengono in celle che danno sulla strada
la saracinesca del garage
fa il rumore che mi aspetto
le celle sono tutte uguali
così l’uomo sbaglia cadavere
viene fuori un tailandese giovane
sbiancato dallo spavento
no, no, è tutto un coro
no non è lui
un morto non vale l’altro
poi aprono la tua cella
babbo
ti tocco senza paura
le sopracciglia nere, curiose al tatto
il corpo massiccio pieno di
stupore agro
schiacciato dal peso
senza pensieri

2.
al funerale i fiori
solo bianchi viola verde chiaro
qualche punto di corallo
intorno alla tua fotografia

4.
tu sei nel legno, chiuso dentro
il tuo corpo non ti contiene più
ora è stretto lo spazio
per ciò che lo animava

(altro…)

Chiara Bellaveglia, Cucire le rotte

Chiara Bellaveglia, Cucire le rotte

Chiara Bellaveglia ha vent’anni, è studente universitaria, non ha alcuna esperienza editoriale, neanche in rete. È un’esordiente pura, una terra inesplorata e verde, e appartiene a quella categoria di scrittori che i critici guardano con sospetto, in attesa che le prime prove si trasformino in approdi più sicuri. Sennonché Bellaveglia mostra già in questi versi una padronanza di scrittura che affonda le radici nello studio profondo della letteratura classica e nella lettura appassionata degli autori moderni (su tutti Pier Paolo Pasolini e Mario Luzi) e contemporanei. La lingua è netta e pulita, e se deve ancora liberarsi da certi residui di cultura scolastica, non cede mai alla retorica, alla poesia fine a sé stessa, all’emozione spuria. Bellaveglia ha strumenti affilati e ben curati, e questo le consente di affidare alla poesia il meglio di sé, la parte più intima, dolorosa, ma anche coraggiosa e piena di vita. È una ricerca di maturità umana, prima ancora che letteraria, nella quale non sono esenti lo stordimento e il naufragio: «dormiremo naufraghi vicini/ tra l’odore delle basse maree/ che spinsero le nostre prore/ a cucire le rotte». Desiderio e purezza combattono un continuo duello nel recinto segnato da questi versi, raccontando di una ragazza chi si fa donna e si rivolge a un Tu nel quale poter scorgere, di volta in volta, le tracce dell’amore, della passione, dell’amicizia, dell’affetto, del desiderio del divino, della relazione che si fa fondamento di speranza. Bellaveglia mostra di aver già compreso che la poesia è prima di tutto un’esperienza fisica, un ricercare dentro i brividi e le pieghe della gioia e del dolore. Il corpo si affaccia con tutte le sue potenzialità di senso dentro questi versi e la poesia diventa porta e sigillo «sui miei contorni inquieti,/ sulle mie cavità a coprire i fondi», mostrando una maturità e una forza premesse di fecondi sviluppi. (Luca Benassi)

 

Caterina

Creatura bella,
nuda di carta velina,
che lasci a terra pelli di leone,
dimmi se il mare
che ti riempie il cuore
e corrode le dodici coste
talvolta sorride allo sterno.

Vorrei sapere adesso,
piccolo corpo inciso,
se vive ancora il ricordo
nelle tue strade violate,
se ti parlano ancora le farfalle
o se invece il vento
ha strappato le ali ai loro voli,
se t’insinua il sole.

E mentre la gabbia toracica
ti tiene reclusa
respira un sentore di vita
nell’iride vago
che vince la nera pupilla.

E ridi del vuoto. (altro…)

Maria Grazia Insinga, Ophrys (rec. di Giorgio Galli)

Maria Grazia Insinga scrive poesia con una volontà di ferro – affermazione di una voluta ambiguità sintattica, perché la volontà appartiene sia all’autrice che alla poesia; a chi fa, come anche al fare stesso. Ophrys (Anterem Edizioni, 2017) è più di “una raccolta poetica”: è la costruzione di un campo semantico nuovo, che risemantizza ogni parola impiegata e istituisce nuovi nessi. Un’opera difficilissima da leggere, di qualcuno che vuole buttare giù il mondo così com’è per rifarne uno nuovo. Insinga cerca la parola pura, e a volte la trova. Frattura linguaggio e senso per originare un senso inedito. Ma quello che presenta non è solo un campo semantico: è un corpo, scandito dai titoli delle sezioni nelle sue parti anatomiche. Non è “solo” parola la sua: è un mondo, con tutto il dolore del mondo.
Il tragitto poetico parte dal momento irreparabile in cui un velo si squarcia e la vita si separa dalla non-vita. Quel momento, oggi, si dà come venire al mondo in un mondo dove l’essere umano è disgiunto dalla sua terra-madre, in cui un umano atomizzato ha consumato un delitto contro la comune origine – l’origine animale e terrestre, ma anche l’origine della scintilla razionale. Attraverso slogature sintattiche e sluogature geografiche, la poesia evoca moti contrastanti, suscita asce bipenni, canta un umano mozzato e un mondo significante che sta cessando di significare, perché significati e significanti vanno in direzioni contrastanti e squartano l’asse semantico. Questa scomposizione è però sia morte che rigenerazione: è rinascita poetica e psichica, sacrificio rituale.  E’ poesia assoluta e arrabbiata quella di Maria Grazia Insinga. Nelle poesie centrali, Dio e Nike, sono presenti due elementi primordiali: acqua e fuoco. Elementi di distruzione e di rinascita. Ma anche di paura. In un poema strutturato come un corpo, la posizione centrale di questi elementi suggerisce una paura dell’umano. Una folla di reietti appare dietro la cortina dei versi, una folla breugheliana di lacerti. Il Dio di Insinga non è un Dio buono: è un principio di oppressione, possessore di corpi, dispensatore di morti. È un principio maschile di stampo patriarcale e fascista. Sotto di lui si vive una condiziona innaturale di non-libertà, di non-sé, di “moncanza”. Sotto il suo dominio c’è una donna sottratta alla creazione. Un essere precario nel mondo, eppure vivo, inquieto. Che si rivolta, uccide, si trasforma da rosa in acqua oscura. La parola è lo strumento che uccidere il mondo vecchio e ne fa uno nuovo, risemantizzandolo. L’altra poesia centrale, Nike, presenta un archetipo femminile opposto a quello oppresso dal dio: è archetipo di vittoria, di libertà dalle catene dell’appartenenza: è vittoria sulla competizione come male originario che provoca la schiera dei vinti. (altro…)

Anna Maria Bonfiglio, Di tanto vivere

 

Anna Maria Bonfiglio, Di tanto vivere. Prefazione di Valentina Meloni, Caosfera Edizioni 2018

di vita discorremmo,
dunque d’amore
(amc)

 

Mi piace immaginare l’universo delle parole poetiche come esplosione di varietà di luoghi, conformazioni e specie: il riparo delle ‘stanze’, la policromia dei giardini, i confini e i varchi delle soglie, e ancora fonti, canali sotterranei, grovigli di lamiere e spuntoni di rocce, balconi fioriti e terrazzini abbandonati con tettucci di plastica smangiucchiata, ciuffi d’erbe odorose impertinenti nel paesaggio arrugginito di uno sfasciacarrozze. Luoghi, conformazioni e specie che attraggono per incanto, oppure, al contrario, per attrito, che avvinghiano, che urtano, che sostentano, che svuotano.
Di tanto vivere di Anna Maria Bonfiglio è il libro di poesie che, con un’aspirazione che correva avanti alla coscienza, attendevo da tempo. Nell’universo delle parole poetiche è la promessa, che, qui realizzata, si manifesta con impeccabile chiarezza, quasi fosse la prima volta. È la promessa dell’angolo della conversazione che non teme per la propria esistenza, perché sa resistere, guardando di volta in volta in faccia “l’ostile”, all’aggressione, al contesto, al lavorio della disgregazione.
A dispetto di interruzioni e lontananze, anche se scaraventata in luoghi e in tempi aspri e arcigni, è conversazione che accoglie, ascolta, canta, sorride, esamina e rilancia, tanto da rendere sempre vivo e nuovo il fluire di contributi dall’una e dall’altra parte. A chi legge la scelta, di verso in verso, di testo in testo, dell’adesione per intima affinità, dello stupore della scoperta, della contemplazione attiva.
Centrale – vessillo e simbolo della poetica di Anna Maria Bonfiglio in questa sua raccolta – mi sembra allora il componimento Discorsi, sia per la struttura e l’articolazione, entrambe distese e allo stesso tempo animate da un desiderio di interlocuzione, sia per un dettato poetico che alterna i tempi verbali del presente e del passato remoto, della constatazione e della rievocazione, in una convivenza – di tanto vivere, sì! – di lucidità e di incanto: «e scrivere di te è pozzo e luna/ ora che un atroce medioevo/ ringhia furore sui deserti giorni». (altro…)

Emilia Barbato, Il rigo tra i rami di sambuco (rec. di C. Tosetti)

Coraggio non è l’assenza di paura, dice Osho, in realtà è la “totale” presenza della paura, con il coraggio di affrontarla.
Osho, Il coraggio, Edizioni Riza, 2003

Nella postfazione di Ivan Fedeli al libro Il rigo tra i rami del sambuco (Edizioni Pietre Vive, 2018), di Emilia Barbato, leggiamo: «Dicono che il sambuco nasconda in sé l’energia primordiale di una trinità mistica che ingloba alcune delle forze vitali della natura: la verginità, nel candore dei fiori, la maternità, nello splendore verde delle foglie, la morte, nella tinta cupa delle bacche. | Questa forza archetipica e, nel contempo, naturale e ambivalente, anima l’ultima produzione di Emila Barbato, Il rigo tra i rami del sambuco.»
La stessa autrice, nella poesia a pag. 12 (le poesie non hanno titolo), cita la trina simbologia della pianta:

Il sambuco stormisce
con una voce dimenticata
di campagna un oscillare
di foglie lieve per l’oscura
la rigogliosa e la vergine,
qualcuno strilla parole remote
di una bellezza senza fiducia.
La terra brucia
e genera e si accuccia,
un piccolo animale che scava
che ti somiglia,
una tazza che si sbreccia.

Mi permetto di aggiungere altre proprietà del sambuco, queste apprese direttamente, dialogando con un vecchio montanaro, conoscitore del bosco: leggerezza e resistenza.
Il sambuco più vecchio, che porta rami consistenti e dal legno che negli anni rimane leggerissimo, viene ancora utilizzato per ricavare i manici di vanga e badile, utensili la cui impugnatura – una leva – è soggetta a fortissime tensioni e sollecitazioni.
Il sambuco, allora, è simbolo e incarnazione della resistenza, del coraggio e del suo aspetto paradossale: l’apparente passività.
La raccolta di Emilia Barbato (che ha vinto il primo premio al concorso Luce a Sud Est – concorso di scrittura sociale, organizzato da Pietre Vive Editore e dall’Associazione Culturale “Il tre ruote ebbro”) è passivamente contrassegnata dal coraggio e questa atmosfera spero giustifichi lo stralcio posto a introduzione di questo articolo, tratto da un libro di Osho. (altro…)

I poeti della domenica #322: Mariangela Gualtieri, Sento il tuo disordine…

Sento il tuo disordine
e lo comparo al mio. C’è
somiglianza. C’è lo stesso slabbro
di ferite identiche. C’è tutta la voglia
di un passo largo in una terra
sgombra che non troviamo.
Sento il tuo respiro schiacciato
lo sento somigliante
ti sento piano morire
come me che non controllo
l’accensione del sangue.

Anch’io cerco una libertà che mi
sbandieri, una falcata
perfetta, uno stacco d’uccello
dal suo ramo, quando si butta
improvviso e poi plana.

 

Mariangela Gualtieri, Senza polvere senza peso, Einaudi, 2006

I poeti della domenica #321: Stefano D’Arrigo, Pregreca

 

PREGRECA

Gli altri migravano: per mari
celesti, supini, su navi solari
migravano nella eternità.
I siciliani emigravano invece.
Alle marine, nel fragore illune
delle onde, per nuvole e dune
a spirale di pallide ceneri
di vulcani, alla radice del sale,
discesi dall’alto al basso
mondo, figurati sul piede
dell’imbarco come per simbolo
della meridionale specie,
spatriavano, il passo di pece
avanzato a più nere sponde,
al tenebroso, oceanico
oltremare, al loro antico
avverso futuro di vivi.

Isola, sole e luna e moventi
mortali, misteriosi paradigmi
di sfingi, puma, leoni ruggenti
con faccia d’uomo, profilo d’enigmi
rugosi sotto palpebre di belva,
appostati in una oscura parola,
nella loro stessa ombra, in una selva
colore di funebre lava viola.

. . . . .

da Lipari, Milazzo, Caucana,
dal Conzo, dalla Favignana,
dalle miniere di Monte Tabuto
(le gallerie di selci come greti
di fiumi discesi insino
all’aldilà, navigati sepolcreti),
da Monte Pellegrino, nelle grotte
dove qualcuno chiese aiuto
nella profonda notte,
da Levanzo, da Stentinello,
da Megara Hyblea, da Paceco,
da Naxos, per ogni budello
d’arenaria dove la vita un’eco
lasciò fuggendo, una bava
di lumaca sull’ocra, sulla lava,
una frana di formica, un cieco
verso d’uccello, un’impronta digitale
sopra un vaso a spirale,
lo stampo della vita
rigato da un polpastrello,
un grido, un graffio: quello e quello

. . . . .

cacciati di qua, dai ruggenti
enigmi, gli innocenti,
coi perduti averi, le vite,
le labbra per sempre cucite,
emigravano nell’aldilà. (altro…)

Cristina Bove, La simmetria del vuoto (rec. di Luigi Paraboschi)

Cristina Bove, La simmetria del vuoto, Arcipelago itaca 2018

Ho scelto come inizio di questo mio discorrere attorno all’ultima raccolta di Cristina Bove qualche verso che possiamo trovare  a pag. 14:

… starsene fermi/ su questo mondo che ci ruota attorno/perennemente in viaggio verso est/ e dirsi in versi/ forse nel tentativo di sottrarsi/ non solamente al male/ ma anche alla terribile bellezza/ che annichilisce e ammalia

perché mi sembra che  il loro insieme ritrae abbastanza bene la posizione interiore di questa multiforme artista che spazia tra la poesia, il romanzo, la pittura e la scultura.
Dalla frequentazione di queste varie forme espressive l’idea che traspare dai versi  e cioè che “la terra è un campo coltivato a sassi“ sia lo spunto dal quale ha di certo preso  l’avvio  tutto il suo lavoro poetico, e forse non solamente quello.
E quali saranno gli ausili espressivi per sondare quel ”campo coltivato a sassi”, dei quali essa  si serve lungo il suo cammino artistico?
Alcuni li troviamo a pag. 15, nel finale della poesia:

… mi allontano _spossata_ /vestita solamente del mio dire/ ché preferisco tinte delicate/ se proprio devo esprimere un pensiero// […].

Appare chiaro che la fuga da quella realtà frustrante che la circonda e  “annichilisce e ammalia“  la induce a rifiutare nella sua tavolozza linguistica  le tinte forti  perché come  sa chi conosce anche un minimo di pittura, è facile nascondere, o meglio coprire, i “pentimenti“ del pittore usando colori accesi, ma ho la sensazione che l’autrice non abbia avuto pentimenti scrivendo, anche se predilige le tinte delicate, perché il  suo dire è tutto celato dentro queste parole di pag. 24  “… ciò che nessuno vede per davvero/ è la prigione dove stagna il cuore“.
A volte sembra difficile accostarsi alla poesia come genere letterario a causa di una  presunta difficoltà interpretativa, ma i due versi riportati poco sopra sono la sfida per eccellenza per coloro che amano connettersi con il sentimento fondante di ogni autore, che nel caso della Bove, è “ la prigione dove stagna il cuore“.
E dove e da cosa è imprigionato il cuore della nostra autrice?
Si può identificare questa prigione con qualcosa accaduto lontano, molto lontano nel tempo, che deve avere imprigionato il suo animo allora e per sempre.
Scrive a pag. 20: ”… il trenta agosto di tanti anni fa/ sembra passato da un solo minuto“. E’ evidente quanto questa data è stata fondamentale per lei, come un giorno di  “morte/e/resurrezione“, per usare due termini di carattere religioso, e rintracciamo a pag. 83 il chiarimento essenziale per divaricare un poco quelle sbarre che le imprigionano il cuore: (altro…)

Miriam Bruni, poesie da “Così”

 

Come se non fosse
una pazzia totale
consegnare il cuore.

Sfilarsi via il pudore

– inutilmente –

– finché si muore –

restando a masticare
il buio con i piedi,
ormai privi di chiave.

 

 

È spesso l’impensato
ad accadere, proprio quello:
il paradosso a speronare.
Le parole ci provano a inseguire,
raccontare – Ma la vita
sfugge loro, e non resta
che il silenzio
ad inciderne il profilo
nel carminio
di un tramonto chiodicroce.

 

 

Se anche il mio nome
parla di altezze,
nella bruna terra venni
piantata. La sua brama per noi
è di ascesa incarnata, una
Cristologia sussurrata,
che dal basso risale
come scrisse anche Weil.
E quel basso son io!
Sono io quella pietra
battezzata da Dio. (altro…)

Danilo Mandolini, Anamorfiche

Danilo Mandolini, Anamorfiche, Arcipelago itaca 2018

Percepire dimensioni e condizioni dentro e fuori di noi, rendere queste percezioni è impresa costretta all’angolo, in un angolo limitato, se essa non abbraccia la pluralità di prospettive.
A questa condanna alla limitazione deformante, a questa proposta di apertura di prospettive fa riferimento, già nel titolo, Anamorfiche di Danilo Mandolini (Arcipelago itaca 2018), raccolta della quale, nel mese di marzo 2018, sono apparsi alcuni testi in anteprima su Poetarum Silva.
Oltre ad essere, dunque, proposta di apertura alla percezione e alla restituzione di diverse sfaccettature, della pur minima differenza di sfumature, Anamorfiche è proposta di apertura al superamento del limite individuale attraverso una ‘sinfonia psichedelica’ che si articola in numerose sezioni, alcune delle quali portano proprio il titolo di «psichedelie».
Dopo un’introduzione, che ha il titolo Altrove e un tono che sarebbe sbrigativo e ottusamente tranquillizzante definire apocalittico, tanto realistica è la descrizione della istupidita acquiescenza con la quale gli individui, tappati in case ammucchiate in un conglomerato urbano che inghiotte, novello Crono, qualsiasi forma di comunità, accolgono l’orrore del disgregarsi, parte la prima sezione di Anamorfiche, intitolata, appunto, Psichedelie dei rumori, delle voci, dei suoni e dei silenzi.
Le composizioni che si susseguono mantengono la promessa del titolo, ampliano, pertanto, la coscienza, orchestrano la domanda – angosciata, martellante, disperata sull’esito o, al contrario, pronta allo scontro, all’attrito, allo schiaffo – su essere e tempo, o meglio sull’esistere nel tempo, oltre il tempo, nonostante il tempo.
Gli effetti che si palesano a chi legge sono preparati da una progettazione attenta, da un gioco di squadra tra forme verbali nei modi finiti (in prevalenza l’indicativo, al tempo presente) e nei modi indefiniti (gerundio e infinito, quest’ultimo sovente nella versione sostantivata) e figure retoriche (con maggiore frequenza di anafora, metafora, allitterazione, anastrofe, figura etimologica, poliptoto, ossimoro).
Le psichedelie delle voci si estendono anche a quelle, non umane per fonti di emissione, umanoidi per imitazione, che accompagnano tuttavia il nostro quotidiano vagare qui e ora: «Una voce metallica di donna/ precisa dice:/ “Fra cinquecento metri svoltare a sinistra.”// Improvvisa la città/ si schiude allo sguardo,/ si fa osservare nel buio/ e con timore mostra/ (sfavillanti, scoscese)/ le sue insegne.».
Ecco che le psichedelie, anche delle voci metalliche registrate per farci da nocchiere nella metropoli senza soluzione di continuità, consentono di dilatare lo sguardo, di spostare più avanti il limite, di consentire una più lucida, seppure non pacificata, “rivelazione”.
Così come le Psichedelie dei rumori, delle voci, dei suoni. Uno (prima parte della prima sezione, erano introdotte dai versi di tre guide poetiche, Pasolini, Sereni, Campana, così le Psichedelie dei silenzi sono introdotte da una frase di Albert Camus, tratta da Le mythe de Sisyphe, che si allarga essa stessa a comprendere le “assurde” ragioni della poesia: «L’assurdo nasce dal confronto tra il richiamo umano e il silenzio irragionevole del mondo».
L’allargamento della coscienza, il dilatarsi della percezione si amplifica ulteriormente con il silenzio e grazie al silenzio. Si manifestano con chiarezza aneliti e aspirazioni: «[aspiro a conoscere a fondo,/ fino in fondo,/ l’essenza ultima e vera/ d’ogni stupore», lo sguardo muto individua «il varco senza voce», il risuonare, terso, dell’esortazione prende quota e coraggio (ebbene sì, “il faut imaginer Sisyphe heureux”): «Una volta al giorno/ (non è fondamentale quando,/ non serve di più)/ è appropriato, è consigliabile/ salvare una vertigine,/ serbarla con grande premura/ quasi fosse l’unica/ a disposizione di tutti». (altro…)