Poesia italiana contemporanea

Sonia Ciuffetelli, La farfalla sul pube

 

Sonia Ciuffetelli, La farfalla sul pube. Postfazione di Cinzia Marulli, Arcipelago itaca editore, 2018

 

Metamorfosi

Ingollata l’aria del tuo bacio
già era svenuto il cielo
e il riflesso della stella
nel tuo bicchiere pieno non tremava

né si muoveva il vento
tra le dita vestite di luce

lo spazio d’un break
diventò il tempo di una eternità

durata il sorso di un boccale
di vodka e limone

il più bel sorriso fu quello del finale
te lo proposi tra lacrime e perdita
mentre attraversavo il viale gonfio
d’aria grigia e vapori dismessi e riciclati
senza guardare…

————————-[ero troppo giovane per capire, troppo
—————————————–grande per saper ignorare]

quando ti ritrovai
casualmente flottando
tra cirri e tempesta

eri pietra e radice
nel giardino di statue.

 

Pensiero II

E mentre sorridi arriva tutta
la tua malinconia
quella tristezza che sprizza
oltre il tuo gesto
al di là di te.

 

Atmosfere 2017

Gente spaventata, pochi negozi, in anemia,
locali brilli del centro, un infinito cantiere.
Le notti fredde e la Fontana bianca e ghiacciata,
sullo sfondo il Gran Sasso.
Un monumento al clima sotto un cielo perfetto.
Un traffico di timori e paure,
un traffico di parole ricomposte e di speranze lese.
Le notti.
Piumini e stivali pronti sulle soglie,
cellulari e caricatori in vista, torce ed elmetti,
oggetti messi in fila sulla via di fuga.
Le notizie.
Intorno le voci, gli allarmi, le previsioni,
le rassicurazioni in un frullato che diventa sempre più denso,
sempre più carico.
Intorno le opinioni di tutti contro tutti,
di tutti solidali e soli.
Questa volta è diverso.
Il coro è stonato, mescolato, grande.
Noi dentro, centri-fugati.
E in questo atollo di demoni e povera gente,
il girone di chi è in perenne fuga
e di chi giace in attesa degli eventi.

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Franco Costantini, Cinque poesie da #Scorporare

 

L’occhiata bieca sotto
.                         le impalcature
incontra la mia immagine residua
in cerca di caffè
e gli operai afgani
.                             nel cortile.
La tua dolcezza è pure un imbarazzo
e certo
in qualche modo
turbine e gomitolo.
Lascia al gioco il tempo che si deve
e non si sfila.
Rimane un’accortezza
la mela nella gabbia
il mestolo nel freezer.

Per i topi anche
alternavamo le uccisioni
per spartire gli anni
e le domande che ci porranno
in Purgatorio.
É un chiasmo il tuo sorriso
e ai bordi l’essenziale:
ricaduta dei miei occhi sul tuo autunno
passato, prossimo
ma mai attuale.

 

 

Il sole ci ha disintegrato i giorni
non è più lo stesso, neanche lui.
Tutti i sogni mi sono
.                   equidistanti
e io sto in mezzo
.                       e vado avanti
e loro tutti insieme a me
senza alcuna familiarità.

Non credevo che il mio tempo
ti venisse incontro.

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Antonella Taravella, Cinque poesie da “Il silenzio onesto delle cose” (Carteggi Letterari 2019)

Antonella Taravella, Il silenzio onesto delle cose, Carteggi Letterari Le Edizioni 2019

 

raccontare del taglio fresco delle impronte
nel suono aperto delle finestre
sbadigliando contromare – per farsi raccolto
affondando le mani in tasche bucate dal sale
(non ci sono altri rumori
solo silenzio che scroscia forte come pioggia)

 

 

c’è dell’ombra dentro ogni parola
e nel suono rovescio del freddo
a battere denti
nei tronchi nudi degli alberi
mentre la luce
invade la gola come un taglio

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Iuri Lombardi, “Giornale di lotta” e altre poesie nuove

Giornale di lotta

Marzo arriva con l’avvento silenzioso,
apparecchia sulla tovaglia gli strumenti
delle morte; un trionfo afono di profumo
si apre oltre la sommaria recensione
come uno spasimo di amore non saputo,
consapevole solo nel corpo che lo esprime;
nella lineare sua bellezza – con indosso
solo una giacchetta mal ridotta, dismessa
nel tessuto, nella consistenza livida di una
prossima flagellazione inevitabile della
delicata carne.
Marzo vivido nell’incertezza di giorni
puliti, algebrici e chiari di luce vissuta
di una pasqua di sangue e resurrezione;
apparecchia, sulla tovaglia dell’erba,
sporca, macchiata di peccato e di sangue,
le croci sul poggio nella passione terrena,
sbancato dalle pale affamate, dalle trivelle
benedette dai rosari, nei vespri lividi
nel dolce alternarsi di un giorno di pioggia
e di sole.
Gli strumenti della lotta, nei corsivi
polemici di un pater nostrem decisi
dall’ingegneria della mente la cui trama
ha lo stesso valore di un pezzo di pane-
raffermo. Struggente avvento silenzioso
di una morte che si attorciglia attorno
l’ultimo lembo del legno tanto sacro
quanto crudele, la cui ombra mena gelida
il gioco sottile di parvenze sul suolo deriso.
Dopo di te dovremmo fare i conti, come
dopo ogni dopo, ma il prima? Compromessa
è la poesia sublime del prima, la spensierata
leggerezza giovanile che prepotente mi hai
scippato e ora da derubato mi è dato sapere
la scienza che la tua apparizione – taciuta,
ma avvenuta in una risma di gente, tra echi
lontani e risate e bevute, forse vissuta?
O soltanto creduta – inevitabilmente
mi trascina verso gli inferi più feroci,
verso la morte che ebbi a credere,
tra le luci sparse di uno spettacolo –
senza la moltitudine solita degli spettatori,
di cui solo io mi flagellavo nell’apprenderne
il significato, gli intrecci che (s)magrano
la consistenza grassa della storia – non possibile;
anche se fu vita sospesa, il cui peso, fu
sospeso dagli ardori della carne, attraverso
la tua magrezza, il colore dei tuoi occhi
in cui scorgo il nudo paesaggio urbano
depredato d’ogni luce che lo anima nel mezzo
accecante del giorno: in cui affiora ogni
diversità, ogni profilo esile o gonfio, le
impalcature eterne che imbavagliano
la cattedrale che mai finita ebbe ad edificarsi.
Crudo come il buio che livella la notte,
in cui un breve ed effimero nodo di vento,
pettina i profumati (come uno spasimo d’amore
mai saputo) balsami erbosi e le erranze
vagabonde dei cani che in ore tarde si aggirano
come me tra le case cercando un cenno
della tua antica presenza:
notte che cala ad agio come un lenzuolo
sulla terra smessa del giorno, lercia nell’uso
d’ogni vita, e che si fa casta tra i panni
stesi, gonfi ad ogni alito, profumati
di pane e di resurrezione, di lavande
domestiche e di fiori germogliati
dagli aridi geli dell’inverno trascorso,
tra i panni stessi sino a l’ultimo estremo
straccio che a morte avvenuta poserà
sepolcrale, vuoi per pietas vuoi per amore,
sul tuo essere non più animato.

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Doris Emilia Bragagnini, Claustrofonia

Doris Emilia Bragagnini, Claustrofonia. sfarfallii – armati – sottoluce. Prefazione di Plinio Perilli. Postfazione di Laura Caccia, Giuliano Ladolfi editore 2018

In Claustrofonia, la raccolta più recente di Doris Emilia Bragagnini, colpisce, fin dal primo percorso di lettura e di ascolto, il situarsi dei testi e, nei testi, dei singoli versi, sulla terra smossa di confini e avamposti, di stazioni e di sentieri al bivio.
È una terra smossa che accoglie e addensa, accostandole e facendone non di rado stridere i contrasti e brillare gli urti, percezioni provenienti da fonti e canali sensoriali diversi. Il componimento che dà il titolo alla raccolta e che la apre può essere considerato a tal proposito un prologo programmatico: «ogni tanto un urto di temperatura/ differente, a porte chiuse ] tolte le dita/ da maniglie ingoiate a sorsi uscite laterali […] la risalita dei ricordi sfida il cemento/ dell’anima in guardiola, divelta e sugosa/  chiaroscuro del Merisi».
In Settima pagina, che, come Claustrofonia, è un testo collocato nella prima sezione della raccolta, sfarfallii – armati – sottoluce, leggiamo: «Si procede con i sandali di gomma». Le suole aderiscono al terreno impervio, la tomaia ci lascia scoperti, la precarietà dell’appoggio fa esplodere l’insofferenza nei confronti di «metafore seriali», dinanzi a snocciolamenti di associazioni prese in prestito e mai realmente attraversate. Restano allora, quelle «– catenazioni –» (tale appellativo accompagna in Settima pagina le «metafore seriali») una tanto chiassosa quanto vana mercanzia, perché, avverte Bragagnini con un «ne ho abbastanza», si è voluta escludere la via dell’attraversamento, del dolore così come dello stupore, della rivelazione così come del  mistero inesausto, del pieno così come del vuoto: «il vuoto manca almeno quanto il pieno».
Aneliamo, scrive Doris Emilia Bragagnini (e riporta chi legge a Freies Geleit di Ingeborg Bachmann) a un lasciapassare, a un Salvacondotto – «come si ottiene una tregua un lasciapassare uno scatto al traguardo» –, ma già sappiamo, anche per ostinata fissazione su un solo punto di vista, quello suggerito dall’autocompiacimento («come si altera un presidio dell’io così non disposto a recedere/ ad ammettersi altro che non identico a sé»), di non avere scampo da tranelli e cadute o, semplicemente, da una agghiacciante stagnazione.
Che cosa resta, allora? Resta L’offerta – così il titolo di una poesia che conclude la penultima sezione, Ricreazione – di rimandi a «visioni di voce notturna/ sedata solo dal tempo distante». La sfida che viene lanciata con Claustrofonia è quella di una scrittura poetica che fa della divagazione un’arma del dissenso e che volge lo sguardo al tratto amatoriale, da alcuni negato, da altri rinfacciato, come si guarda al nutrimento che nasce dalla gratuità, in piena consapevolezza dei muri moltiplicati e degli usci chiusi.

© Anna Maria Curci

 

Claustrofonia

il muro tace, non risponde più
si lascia guardare angolandosi
in riproduzioni lessicali nei passi
o sfarfallii – armati – sottoluce

ogni tanto un urto di temperatura
differente, a porte chiuse ] tolte le dita
da maniglie ingoiate a sorsi uscite laterali
agglomerate al bolo circolante, contropelle

la risalita dei ricordi sfida il cemento
dell’anima in guardiola, divelta e sugosa
chiaroscuro del Merisi

stretto chicco d’uva fragola come fosse un uragano
moltiplicato a schizzi su pareti in guanti bianchi
divaricate  a terra  ora

“… tu aprimi al tuo fiato singultato, viola di Tchaikovsky

 

Settima pagina

si procede con i sandali di gomma
occhi alle chele del passato
passi indietro del continuo pungolare

ne ho abbastanza di metafore seriali
– catenazioni – degli oggetti presi in prestito
il vuoto manca almeno quanto il pieno
di contrappeso vedo le gambe /tagliate/ nella foto

[un quadrettino] unico tassello
di una vita respingente nei polpacci grossi
i figli come spere         smessi               ai lati

ma quella con la bocca chiusa già lo grida
di quante amputazioni parallele mantenga la soffitta
dei cipressi – fuori l’estate sigillava i contorni  (altro…)

Raffaela Fazio, da “Midbar”

Raffaela Fazio, Midbar. Prefazione di Massimo Morasso, Raffaelli 2019

 

Qol demamah daqah

“E un vento fortissimo che spacca montagne e spezza le rocce era davanti al Signore. Non nel vento, l’Eterno. E dopo il vento, un terremoto. Non nel terremoto, l’Eterno. E dopo il terremoto, un fuoco. Non nel fuoco, l’Eterno. E dopo il fuoco, un suono di silenzio sottile. Come l’udì, Elia s’avvolse il viso nel mantello e uscì sulla soglia della grotta” (1 Re 19, 11-13).

Non vento di bufera
frastuono
non fuoco o tremore
non guerra, non pace

ma bocca che si apre
senza suono.

L’Eterno
——–è silenzio sottile
che ti vuole e che non rivela
niente: solo
ti concede un respiro
e un’ansia più mansueta.

Rinunci a capire:
è il tuo modo
di attendere il futuro

perché la conoscenza
è un’illusione.

Il vero si fa strada
se i sensi sono arresi
complici del dubbio.
E mantice
———l’assenza.

 

Le prime tavole

“Mosè si voltò e scese dal monte con in mano le due tavole della Testimonianza, tavole scritte sui due lati, da una parte e dall’altra […]. Quando si fu avvicinato all’accampamento, vide il vitello e le danze. Allora l’ira di Mosè si accese: egli scagliò dalle mani le tavole, spezzandole ai piedi della montagna” (Es 32,15-16.19).

Lo schianto
della pietra sulla pietra.
——————-E poi il silenzio

vuoto di vento dopo la scossa.

Si spezza la materia:
sventa il possesso
———affida
le parole al volo.

Altre le seguiranno
solcheranno il tempo
———orfano di un lato.

Ma le prime
dove sono
se non nel fiato
che le cerca? Nella mente
———o nell’inesistenza?

Il loro dono è
———l’incertezza, il sogno
del frammento che si è perso
———l’affanno
che non si rassegna

e come l’ala
che si getta nel nulla e si sente
sorretta
———la libertà:

non arriva
all’antica lacuna
ma ne varia
tra i segni la distanza

e riscrive
daccapo la memoria. (altro…)

Martina Campi, Quasi radiante

Martina Campi, Quasi radiante. Prefazione di Fabio Michieli. Postfazione di Sonia Caporossi, Tempo al libro 2019

 

Deserto anacoluto

I

Io l’attendevo la pioggia purché facesse
da sé tutto il nero scompiglio
di cielo severo, pomeriggio inflessibile
lucido viscerale e disperato,
per i fondi bucati nelle giacche,
gli aggettivi, eccetera
ossa, che avevano gettato la spugna.

II

La fine frusta di una sera
al confine, a fare il nulla
e sembrarsi confusi
da strozzarsi la gola,
per osmosi
carne defunta
nei rimorsi a porta aperta.

III

Tenevo il tempo al collo
solo per vedere l’alba
e scesi io stessa
nel giardino soffrendo d’aria,
l’ombra dei (mai) nati (mai) morti
non ancora impossibile,
tanta solitudine.

(altro…)

Poesie di Roberto Crinò, Le coincidenze significative. Canti di Anomalie e Resilienza

La fenice

E Ciàula riemerse,
guidato dalla chiarìa lunare
tornò in superficie,
appena fuori dal tunnel,
posò a terra il pesante carico.

E Ciaùla corse,
nella campagna d’argento,
finalmente consapevole,
si portò il fardello delle ferite,
ma non si voltò più indietro.

……………..Dice che partì per l’America,
……………..feroce come un leone,
……………..rinato come la fenice.

……………..Dice che si mise su un treno,
……………..quello che solo la notte,
……………..attraversa i sogni umani.

E Ciaùla sorrise,
il pensiero rivolto oltre,
carico di tutti i sospiri
e le sconfitte dei suoi antenati,
celebrò la vita.

E Ciaùla pianse,
per tutta la gioia fin lì ignota,
scrutò il grande placido astro
e gli prestò giuramento solenne,
sarebbe stata sempre sua guida,
scintilla, lanterna, nuovo inizio… la Luna!

In quell’oceano di luminoso silenzio,
non aveva più paura del buio,
perché non se lo portava più dentro.
E Ciaùla, se ne andò,
via!

 

Il grande leviatano

Lettere dall’Inferno,
in encausto forgiate,
stanotte ho ricevuto.

Fiamme e lingue,
use al dileggio
del civile pensiero.

Schiere d’incatenati,
giannizzeri del servo
encomio cortigiano.

…………….La mia anima è
…………….una terra senza pace,
…………….il mio corpo è
…………….una terra desolata.

Negli abissi oscuri
dimora l’antica bestia,
il grande mostro.

E vedo scorrere
correnti d’anime perdute,
fiero pasto della belva.

Ingorde fauci,
rosseggianti d’odio,
contro il libero pensiero.

La mia anima è
una terra senza pace,
il mio corpo è
una terra desolata.

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Enrico Marià, da I figli dei cani

 

La resa delle onde
nel farsi mare calmo,
l’ultima supplica
morire di te
in un’innocenza d’infanzia.

 

 

Mamma non umiliarti con le guardie
non giurare loro di non vedermi da giorni
né di non avere idea di dove sia,
non raccontargli della tossicodipendenza
del Sert, che sono scappato dalla comunità,
tanto mi sai a Carignano
ad afferrare i manici di una borsa
il tirarli così forte da far cadere
e trascinare a terra
una donna che avrà i tuoi anni;
che penso al frigorifero
l’anima della casa
ai nipoti che lo aprono
al loro sorriso
alle bibite
quel recinto di luce:
eroina che altro non ti chiedo
iniziami alla pietà,
allo sguardo dei bambini
fratelli dei cani.

 

 

Schiuma di fiori
sugli scogli
con mia madre
io bambino restavo
primo orizzonte
il labbro del mare.

 

 

È ancora dare la bocca il culo
per un giubbotto un passaggio
qualche maglione,
ché il giorno è la notte più fredda
abbracciami forte come il mare:
tu il cielo scavata trincea,
tu la vita il morire
assedio d’amore.

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Maria Gabriella Canfarelli, inediti

 

Silenzi e piena luna

A grammi, a chili, a fili di pochi o molti
centimetri cadono e cadono
silenzio e vento, seguono numeri
al centro dell’insonnia
lettere nude in punta di piedi dai libri,
pagine orfane di costole reggenti.
Il sonno tarda.
La piena luna guarda dal mare
detto di tranquillità,
che da qui non si vede.

 

L’ora esatta

Talora incaglia e affatica la trama
il tic-tac a vista in cucina
l’orologio puntato all’ora esatta
che non conosci, si guarda il muro
cotto al vapore
su cui teniamo pure il tempo
di carta. Ci sorveglia e ammonisce
il dubbio della colpa
quando facciamo un po’ le nuvole cattive
quando il tremore imbottigliato forte
agita il cuore, lo spacca. Immaginare
sia bello il luogo dove stendere
la tenera lunghezza della quiete
che ci metta a dormire,
che ci slacci la pelle di dosso.

 

Ciò che resta

Tienilo a posto e a mente
ciò che resta del cuore,
tienile qui, le piccole o grandi,
le poche o molte stranite parole
– quelle che cercano il giorno
o spaurite striscianti sul muro
– o acquattate in un angolo retto
da dormiveglia e sonnolenza
da cui destarsi vestite a festa
o catturate di frode dal fondo
(amore, sogno).

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Parole nel transito, un dialogo sul silenzio. Franca Mancinelli e Giuseppe Martella

Odilon Redon, Il silenzio

 

Lo scambio che segue è frutto di un anno di parole con Franca Mancinelli (Fano, 1981). La sua prima raccolta si intitola Mala Kruna, uscita per Manni nel 2007, cui segue Pasta Madre, per l’editore Aragno, nel 2013. Il suo ultimo testo è Libretto di transito, uscito nel 2018 per Amos Edizioni.

 

Giuseppe Martella: Nel nostro primo incontro, a Roma, credo tre anni fa ormai, o forse quattro mi parlavi degli ultimi passaggi di Pasta madre, la tua seconda raccolta di poesia, passaggi preliminari alla pubblicazione: mi descrivevi un pavimento con sopra tutte quante le poesie stese una accanto all’altra. Questo, se ricordo bene, perché volevi vedere come respirassero tra loro, se s’incontrassero in un respiro comune. A distanza di tempo, pubblichi una raccolta di prose brevi (di prose liriche) per Amos Edizioni, e lo intitoli Libretto di transito. Che orizzonte di senso ti sei ritrovata in queste prose? E da quale tipo di silenzio sono state precedute?

Franca Mancinelli: La costruzione di un libro ha a che fare con l’architettura e per questo ha bisogno di fondamenta salde. Mi siedo sul pavimento e inizio a comporre delle sequenze spostando i fogli, fino a che sento che si è creato uno spazio abitabile. Non posso vivere in un luogo buio, per questo nelle pareti apro delle finestre o porte finestre. Sono le pagine bianche che scandiscono il libro, lo spazio da cui ascolto, aspetto. Nella casa c’è molto spazio vuoto. Per gli ospiti. E per gli insetti.
Quando il lavoro è finito, è tempo di andare. Lasciare la casa a chi, passando, si sporgerà sulla soglia, sosterà nelle stanze, bivaccherà una notte o si fermerà più a lungo. Come uscire da un luogo che abbiamo creato con il nostro respiro? Da Pasta madre sono uscita lentamente e non so se il trasloco sia avvenuto del tutto. Sicuramente là dentro ho lasciato molto di ciò che mi appartiene. Il silenzio trascorso, da Pasta madre a Libretto di transito, potrebbe comporre alcuni libri di pagine bianche. Pensando alla tua domanda, credo tuttavia che l’orizzonte di senso non sia mutato. È la stessa attesa di un passaggio, di una metamorfosi… entrambi i libri si aprono e chiudono in un sonno che è ritorno e movimento verso una trasformazione.

GM: Il libro come una casa, come uno spazio di silenzio che accoglie. Un silenzio abitabile… Eppure mi sembra che questo silenzio abitabile sia la sola garanzia per la parola. Il silenzio tra le note, più che il silenzio delle note (ha scritto e detto Krishnamurti) è comunque l’aspetto che ora mi interessa di più della composizione. Per usare una espressione di Brian Eno, presa da una delle sue Strategie Oblique: la transizione tra le sezioni, più che le sezioni stesse. I tuoi primi libri sembrano ora riconfigurarsi come uno spazio di silenzio, e di ascolto, che si configura come uno spazio di transizione. Qualcosa di simile mi era stato fatto notare in merito a Nel centro della regola. Quando ero alla presentazione di questo mio primo (e inaspettato, quasi non voluto mi ridico ora) libro di poesie, un caro amico mi fece notare l’alta frequenza della parola: infanzia. Una condizione che durante la stesura dei testi non ho vissuto su un piano personale, o peggio ancora autobiografico. Direi, piuttosto, ad un livello cognitivo. Se non proprio esistenziale. È dal silenzio, e dal buio, del Caos e dell’Erebo che nasce la prima luce, o Dioniso. È attraverso il silenzio di una ninfa che la Natura parla, rendendoci tollerabile la sua terribilità. Un po’ come il canto delle Sirene. Un canto privo di parole, prelogico.

FM: Mi è molto vicino quello che dici. C’è un senso che ci raggiunge attraverso il ritmo e la materia stessa della lingua, prima ancora di cristallizzarsi in un significato. Quell’onda sonora che viene e torna nel silenzio, attraversa le parole e le fa vibrare schiudendo i semi di significato seminati nei secoli, tenuti in vita dalle bocche che li hanno pronunciati. Questo sentimento della lingua come materia viva che ci viene trasmessa, e che dobbiamo accogliere con la nostra attenzione e restituire in dono, era molto presente in me quando scrivevo Pasta madre. Era un’esperienza inconsapevole che stavo facendo, come affondando istintivamente in uno strato profondo della lingua in cui sono presenti, allo stato germinale, tante possibilità di vita e di significato che poi prenderanno forma, nel momento in cui vengono riconosciute e accolte. Credo che la parola poetica stia tutta in questa possibilità di attingere alla materia generatrice che è nella lingua. Sta lì quello che Florenskij chiama Il valore magico della parola, la nostra possibilità di entrare in contatto con una forza capace di modificare noi stessi e la realtà. È questa fede arcaica e infantile che ogni voce poetica, in modo più o meno consapevole, mantiene viva.

GM: Poesia e magia, intitolava Anita Seppilli in un libro più che capitale… La forza della parola, della parola intesa come simbolo, prima struttura di significazione che è in grado di intervenire sulla realtà perché ne modifica la percezione. A una menade “bastava” il ritmo di un tamburello, e di un flauto, per uscire da sé e trovare la comunione con il dio. Una fede arcaica e stranamente infantile. Scrivo stranamente, perché l’infanzia è l’età in cui non c’è ancora parola, una età in cui non c’è ancora distinzione tra soggetto e oggetto: estasi semmai, che nasce prima dell’estetica. Eppure mi rimane l’impressione che il grande assente sia questo orizzonte di silenzio, di attesa cresce quando la parola, prima di essere espressa, abbia ancora e comunque bisogno di inabissarsi.

FM: La forza creatrice della parola credo sia data proprio da ciò che la precede. Quanto più ha potuto, come tu dici, inabissarsi e farsi ricettacolo di esperienza e di sentire, tanto più potrà, una volta affiorata, riverberare significato. Perciò bisogna lasciare che le parole dimorino nel nostro corpo, si accordino al ritmo del nostro respiro, prima di dare loro voce e di trasferirle sulla pagina. Quando, con il tempo, torneremo a leggere, riconosceremo il bagliore di qualcosa che è stato in noi e più grande di noi. Diversamente, quello che accade, è una riproduzione di segni, una decorazione del bianco. Invece di dare corpo e di portare alla vita, ci si lascia distrarre, e condurre nel circolo chiuso che produce altre scorie di quella parte di noi che cerca soltanto specchi.

© Giuseppe Martella

Gianni Ruscio, Interioranna

 

Gianni Ruscio, Interioranna, prefazione di Gabriella Montanari, Algra Editore 2017

L’attesa di una vita che si va formando sembra rinvigorire ogni volta la promessa di “fare nuove tutte le cose”. In Interioranna di Gianni Ruscio questo “tempo propizio dell’attesa” diventa viaggio nel grembo di Anna, compagna musa e madre.
Il corpo si rivela come antenna, allora: «Orientiamo l’antenna./ Il nostro corpo, l’antenna». Come già anticipato dal titolo della prima delle cinque sezioni che compongono Interioranna, Verso noi come corpo, il viaggio all’interno di un corpo che accoglie, che trasforma e si trasforma (Viaggio al termine della donna,  lo definisce Gabriella Montanari nella prefazione), è occasione comune, multipla e moltiplicata, per “riscoprire radici”, ridefinire i confini, riaprire a nuove possibilità il canto dell’amore e dello stupore, il concerto di logos e physis.
L’esplorazione si unisce così all’estasi e da questa unione, che passa, come per la nascita, per contrazioni e travaglio – i titoli delle sezioni, Verso noi come corpo, Crisalide di un uomo, Prima del nulla, la musica, Si dia inizio alla dolcissima detonazione, Logos siamo a te,  anime nude, lo dimostrano – si sprigionano nuovi quesiti («Chissà/ se ci mostrerai l’alchimia»), nuovo slancio («per rinvigorire/ i naviganti»), nuovi vertiginosi e fecondi ossimori: «Profondità della luce/ incommensurabile buio totale». (Anna Maria Curci)

 

Se respirate, da questi
polmoni, uscirà
neve e sogno.
Rumore
miserabile e solenne, permea
e devasta, ricostruiscici sublimi.

 

 

Corpo s’è fatto coperta
tanto non cresciamo più.
Corpo s’è fatto
vestito
per il corpo
fragile dell’altro.
Siamo cresciuti
dentro lo spirito,
corpi insieme, corpi di fiaba.

 

 

Il nostro fiato in questo verbo?
Infiniti mondi,
insenature da scolpire.

(altro…)