poesia inedita

Gianfranco Barcella, inediti da “La migrazione”

 

LA MIGRAZIONE

Devo rassegnarmi all’annegamento
anche se non mi par vero.
Sarà solo un tragico momento
con l’occhio che s’ostinerà a dire
che la vita in superficie è bella
ed ogni sogno mai avvizzirà nel naufragio.

Non ho responsabilità e così sono sereno
di fronte a quella morte che conosco appena.
Appena qualche anno addietro
ero bambino che annaspava in riva al mare,
ignaro delle sfide da assaporare
ed ora con un chiostro di capelli grigiastri in capo,
sono fermo nell’attesa del mistero.

Anche la schiuma ai piedi dell’onda
si dirada come una piccola nullità
che si dissolve nella notte
per ricongiungersi alla buia infinità.
L’unico dolore che mi avvince
è quello di non poter più vivere
nell’affioro della primitiva vastità.
Ho galleggiato a stento senza un certo sostegno
con l’affanno di mancare l’appiglio di quella verità
che appariva come ciambella d’alloro senza età.

.

SULLA PARETE DI GHIACCIO

……………………………………………….a Mauro Corona

Sospeso sul crepaccio
con il piede puntato nel ghiaccio
mi sono affidato
ad una corda di sicurezza
senza un saldo intreccio.

Aveva la trama di chi spera:
pareva invisibile
ma la salvezza c’era.

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Carlo Di Legge, Elea (inedito)

Carlo Di Legge. Sullo sfondo: Stupa a Sarnath.

 

Elea

I.

Sulla costa, di luglio avanzato
nel tempo breve dei giorni o delle ore
le correnti iniziano senz’avviso o cessano
vicino a riva
e in quest’acqua, che diresti tranquilla,
ti sorprendono e portano via.
Oppure s’alza l’onda, e là dove inesperto di mare
ti diresti in salvo,
si frange, e toglie il ritorno.

II.

Morte e vita qui mostrano e nascondono l’immediato contatto
alla folla degli arenili, ai giovani di bronzo noncuranti,
ma le ambulanze vanno e vengono urlando.

III.

Dalla stanza aperta osservo il pomeriggio,
e si mostra la torre mezzo rovinata, costruita cinque o sei secoli fa,
per avvistamenti e segnali di cui adesso non c’è ragione.

Da questa parte, sul terrapieno da cui spuntano piante su piante,
lo spigolo verticale netto, i turni della luce e dell’ombra,
scolpiscono le fasi del giorno: lato est, ombra,
occidente, intensa luce pomeridiana,
ancora parecchio al tramonto.

Morte e vita, veglia e sonno, giorno e notte,
altri lo definì il divenire, e lo paragonò al fluire d’un fiume,
ma il sapiente della baia disse: essere è per sempre, e niente non è.

IV.

I miei occhi, la mente che osserva le ore del giorno
servendosi dei punti cardinali e della visione dei cambiamenti,
non torneranno;
eppure tutto sembra si ripeta,
molti hanno guardato la vicenda del teatro azzurro,
i sipari dell’alba e del tramonto aprirsi e chiudersi,
un mare immateriale li portò alla riva delle nascite,
poi una corrente li trascinò nelle strade senza ritorno.

Altri sono stati e saranno, un numero che non sai.
D’improvviso il niente del non ancora si fa qualcosa,
d’improvviso è il non più,
nella corrente tutto sembra per un istante. (altro…)

PoEstate Silva: Poesie inedite di Alessandro Canzian

 

da Olga

Di domenica mattina Olga
ascolta musica anni ottanta,
credo di quand’era una bambina.
La sento ballare coi piedi scalzi,
lo smalto rosso e un’unghia rotta.
La vita ritirata come un ragno.

 

 

Olga la sera investe
tutta se stessa in un divano,
una telefonata a sua madre,
uno schianto. La distanza
degli anni è come ortica.
È tutto ciò che resta.

 

 

da Carlo

Carlo è il ragazzo della porta
accanto. Vive solo. Grida
qualche volta di notte perché
tutto ciò che è trattenuto
alla fine esplode, butta
le immondizie la sera, come
la vita, una volta alla settimana.

 

 

da © Alessandro Canzian, Condominio S.I.M. (raccolta inedita)

 

Sono brevi componimenti questi di Alessandro Canzian, dal sapore epigrammatico; quasi istantanee dell’ascolto e dell’auscultazione dei tempi, dell’oggi. Condominio S.I.M., raccolta inedita e sulla quale ancora verte il lavoro di lima (come attestano le note sulla copia che ho ricevuto in lettura), non vuole essere una Spoon River della verticalità condominiale perché qui si ritraggono vite in corso, per quanto siano condensate e racchiuse nei loro tic meccanici. Vite che appaiono anonime malgrado le sezioni portino il nome del condomino della porta accanto, perché le nostre vite sono così oggi: sconosciute nel rapporto diretto e note nell’osservazione e nella ricostruzione dall’altra parte della parete, del corridoio. (fm)

PoEstate Silva: Umberto Piersanti, Tre poesie inedite

(foto di Dino Ignani)

 

Giugno 1944

danzano le lepri
sulle radure
nelle notti d’estate
quando la luna è colma
e forte splende?
questo narra l’Antico
e il giovane pastore
serra il suo branco
nella stalla odorosa
di paglia ed erbe,
s’avvia verso la macchia
che sopra il Fontanino si distende,
nel mezzo una radura
vasta e quadra,
forse la luna
proprio sopra pende

stanno le lepri
chiare dentro
l’erbe scure,
immobili, col capo
in alto volto,
la luna s’ intravede
ma è lontana

dopo un frusciare
avverti nella macchia,
strisciano quelli
col ferro calato
quasi agli occhi,
in mano hanno fucili
corti, da mitraglia

fuggono le lepri
tra ceppi folti,
e la danza?
se l’Antico ha ragione
non può saperlo

dopo s’odono spari
su al Convento
quello coi muri rotti
e diroccati,
dicono che è il rifugio
dei partigiani

la sera dopo
siedono alla panca,
di grascioletti e lardo
la tavola colma,
l’acetilene splende,
non soffia il vento,
ma quelli su al convento
sono morti

Agosto 2019

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PoEstate Silva: Gianluca Del Prete, Tre poesie per l’estate

 

Tre poesie per l’estate

 

Fossero i miei bronchi
larghe sponde di fiume
un pomeriggio qualsiasi
andrei – senza un attimo

di fermo, a specchiarmi
nel Sole e nell’ombra,
con sete di foce

diventare io, vastità.

 

 

Un bisogno di trasparenza
e di blu,
una carezza leggera
che dal fondale salga

sulle braccia dei ragazzi,
rami di vento acerbo
di giovinezza abbacinata nel nitore

come rovi di more
e poche spine –
senza pungere

lontani gli affanni
i nostri rami bianchi
li stendiamo nel sole di giugno.

 

 

Ieri ho fatto il primo bagno,
sono nato su un’isola
appena sento tutto lo spazio d’acqua
il mare attorno al mio corpo

qualcosa di incontenibile mi vivifica
e fa tornare
sullo scoglio dove erano gare di tuffi
giornate intere

ad abitare rive, spiagge, scogliere
avere bocche di sale, teste increspate
senza fermarsi, solo saltare, gridare, nuotare
andare sott’acqua!

E poi le zie con i panini,
la pasta fredda, i cocomeri,
le pesche giganti, sbucciate,
lo zucchero che s’impastava
nella bocca, con tutto quel sale.

 

 

Gianluca Del Prete è nato a Napoli nel ’94, vive in Toscana. La terra sotto i piedi è la sua prima raccolta di poesie. Alcune poesie si possono leggere in rete; varie le sedi, tra le quali: Versante ripido, Carte sensibili, LaRecherche.it, la pagina Facebook Poesia Portale Sud, e altri. Partecipa a eventi e rassegne di poesia.

PoEstate Silva: Luca Picco, Tre poesie inedite

 

Ascoltiamoci. I cani questa notte
abbaiano alle foglie di platano
in volo; e come formule matematiche
promettiamoci. Sicuramente io e te
domani all’amore ancora staremo
ordinati come eleganti proporzioni.

 

 

Nelle nostre intimità
i rudi inverni mai più
saranno esamini stagioni
fin quando un tuo bacio
simile a formica ubriaca
saprà diradare la macaia
di nubi e ghiaia grigia
depositata su noi due.

 

 

Prima di vederci, ricordo
vestivamo di pelle d’oca
e sorrisi; ma già allora
inesauribile era la poesia
mangiata, non saziava
bevuta, non dissetava
lottava contro la parte di noi
che odiava la parte che amava
odiare ancora amarci.

 

Luca Picco, nato a Udine nel 1981. Laureato in Lettere e in Storia della Scienza, lavora quotidianamente le parole per professione e passione. Ha pubblicato Verso Walden, sua prima raccolta poetica, nel 2018 in cinquanta volumi unici, rilegati a mano e numerati per una scelta di autoproduzione totale. È curatore di Incroci, un progetto di artigianalità editoriale.

PoEstate Silva: Victor A. Campagna, Poesie inedite

 

Terzo

Quando eravamo ancora nella mantellina
di pianeti progressivi, ecco, eravamo là.

A un certo punto, abbiamo evaporato il pianeta,
e ci siamo dovuti infliggere la nostalgia di partire,
avevamo raggiunto una ventata tecnologica incredibile
e abbiamo colonizzato un pianeta. Qua v’erano
ominidi che specchiati mugugnavano e intessevano
con le lance il loro cibo.

Noi li abbiamo guardati da esseri viventi e loro
ci scambiarono per dei. Eravamo invece dei cretini,
delle bestie idiote, abbiamo distrutto le nostre case,
ucciso tutto quello che avevamo e ora,
guardate che ne è rimasto: metano, gas,
carbonio assoluto, vita zero, residui di acque, crateri.

Non è rimasto più nulla. Nemmeno gli dei.
E io, Pan, sono qui a raccontarvelo.

Ho deciso di farmi tra gli uomini per questo.
Rimanere nella foresta, denudarmi, ero il più
particolare tra gli illuminati. Non a caso diwos
significa luce. Venivamo da luci accecanti,
spondiliti del cielo.

A me faceva senso volare.

 

 

Ci sono aree di destino
come disegnate su porticcioli, moli,
intessuti di catrame e disperazione.

Io mi sono spesso ritrovato a passeggiarvi accanto
e vi ho trovato ogni giorno casi disparati,
avvolti talvolta in mantelline, felpe, maglioni,
maglie scolorite, digesti allargati, disturbi
apocalittici intorniati di qualcosa, di qualche
disinibita attenzione al dettaglio, alla macula
specchiata di una vuota rotatoria,
dove poche macchine, sole, si allargavano
in un abbaglio di natura, coi navigatori accesi
l’urlo di una tecnologia Bluetooth.

Da quest’assenza di contatto,
che si passa in aria, come pandemia,
mi sono ritrovato immischiato.

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Simone Consorti, Tre poesie inedite

Simone Consorti ritratto da Valeria Fraticelli

 

Schiele

Se fossi uno scrittore
lascerei ogni pagina bianca
per poterla dipingere
cancellerei qualsiasi sillaba
anche la più scolorita
e me ne resterei a guardare
questa ragazza invisibile
avvicinarsi e prendere forma
orma dopo orma

Se fossi uno scrittore
non le chiederei il nome
e non le farei fare cose
tipo l’odio o l’amore
La lascerei sedere accanto a me
ferma ma non in posa
immobile ma non come una cosa
muta ma non silenziosa

La metterei al posto mio
fino a coincidere
di anima e profilo
affinché possa vedersi
sul foglio come in un occhio
e guardando avanti
si scoprisse nel mio specchio

Se fossi uno scrittore
le storcerei le spalle
le flagellerei la pelle
le incendierei le pupille
I capelli glieli farei elettrici
e infine la esporrei
la esporrei a tutti i venti

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Poesie (inedite) di Federico Preziosi

L’IoNoi

È tempo di sanare la frattura
sopire il molteplice
essere l’uno, se mi riesce
un gesso su cui scrivere frasi
da rompere con un martello
quando sotto la pelle sarà gialla.
Essere ancora mille
schegge impazzite estratte dalla forma
solide, liquide, evaporate
inalate come ossigeno e
tramutate in pensieri delle azioni
che non corrispondono,
costruire il Paradiso Perduto
abbracciando l’Inferno
perché c’è verità nella menzogna
quando le carezze tremano
sotto lo scossone degli occhi.
Sono tutte le parti
i giochi sono sfatti: il materasso
cigola al peso del russare e
il mio vicino si lamenta. Dice
vorrebbe che impari un sermone
e più ripeto e mi ripeto
non sono io, non siamo noi, forse
ormai da un po’.

 

 

Non abbastanza da non bruciare

Sono tornato
al postremo mercato al postremo ricordo
cercando l’inutile scempio
la panchina del cruccio
su cui strozzavo un cactus. Contavo
le spine nei palmi e aghi aghi aghi
erano parte di me, del delitto imperfetto.
Ho sempre curato il fondo, il vuoto
spremuto le ossa in quattro
poi cinque fino a nove fiumi
tra il chiasso dei pioppi un profluvio
di una rocchetta, da un altro filo
a fare da ponte quel bene da dove
la carne piangeva – parlavo di bene
la lingua arroccava – ma era del bene
e dagli aghi mi sono impigliato
sull’irto dei rami.
Eravamo un ardore troppo rapido
per farne un fuoco,
ma non abbastanza da non bruciare
lo scartafaccio innervato dai fiori
e le poesie maledette a toccare
le tue corde vocali sul mio canto.

 

 

Se folate spalmassero
dritto in faccia il sentito dire,
screpolate gole

sfilerebbero l’addome tra canne
di bambù insanguinate.

Resterebbe un cavo la lingua
ricucendo parole
di Madre preda, abbandonata cieca
alla pietas rupestre

le papille raspose
portano peli,
tacciono cune versato il latte.

 

 

Federico Preziosi nasce ad Atripalda (Av) nel 1984. Interessato da sempre alla musica, studia Musicologia e Beni musicali presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, laureandosi in Estetica e Filosofia della musica con una tesi su Béla Bartók. Suona il basso negli “Slow Motion Genocide”, con i quali pubblica l’omonimo ep e un disco, Unculture. Oggi vive in Ungheria dove insegna lingua e cultura italiana a Budapest. Si avvicina alla poesia grazie all’incontro con Armando Saveriano, con il quale fonda il gruppo facebook “Poienauti”. La frequentazione virtuale con numerosi poeti provenienti da tutta Italia porta alla costituzione di “Versipelle”, una comunità poetica che esprime la propria voce attraverso il sito www.versipelleblog.wordpress.com. Nell’aprile 2017 vede la luce il suo esordio, Il Beat sull’Inchiostro, poetry slam ideata su intrecci di rime e assonanze a ritmo di rap.
Federico Preziosi, oltre a gestire “Poienauti” con Armando Saveriano, è moderatore su Facebook del gruppo Poeti Italiani del ‘900 e contemporanei di Giuseppe Cerbino.
Le sue poesie, Coperte e Campo di colza sono state pubblicate rispettivamente su “La Repubblica – Milano e Napoli” nella rubrica “Bottega di poesia” di Maurizio Cucchi e Eugenio Lucrezi.

“giro dorsale”: poesie inedite di Jacopo Mecca, introdotte da Francesco Iannone

Immagine di © Jacopo Mecca

giro dorsale: poesie inedite di Jacopo Mecca

Nota di Francesco Iannone

 

La poesia di Jacopo Mecca è fatta di schegge, di muti frammenti che si concedono alla seduzione degli sguardi. Sono rinvenimenti (o, più semplicemente, scoperte) dello stupore e della meraviglia.
Versi che fissano in parole istantanee di una realtà commossa e che commuove in un incedere lento, propagato, che assomiglia alla resa di una massa che scava senza farsi sentire.
Versi del canto che chiedono un’intesa con il reale. Intesa possibile per intercessione di una fedeltà condizionata dalla predisposizione rituale dell’uomo di fronte al proprio mistero. Mecca raccoglie elementi apparentemente neutri, senza nessuna vibrazione mi(s)tica, pesca nelle distese del tangibile, dell’esperibile, registrando situazioni senza aggiungere ornamenti, restituendole nella loro verità ossuta. L’autore utilizza qui un dettato senza increspature che però non rinuncia a quella tensione che è anche accensione, messa in moto, di un desiderio. Già il titolo “giro dorsale” suggerisce l’idea dell’azione possibile, la propagazione del gesto nell’aria praticato per la difesa e per l’attacco, così come accade nel basket quando si ha bisogno di guadagnare spazio. E non è forse questa la forza della parola? Creare nuovi spazi abitati dai gesti. Rinsaldare la relazione affettiva fra il dettaglio e il mondo. I versi di Mecca (ri)velano un’ansia di localizzarsi, che è probabilmente la più umana delle aspettative. A me a tratti ha fatto pensare alla fulminante poesia di Umberto Fiori, e specialmente il testo Sui tram, ai semafori o in curva ne porta a mio avviso la traccia. Ed è nel testo Rimangono vuoti questi spazi che mi pare scorgere una dichiarazione di poetica: In questa attesa si è assediati dal crampo / contratto da ogni arresa. Nel vortice attesa/arresa il poeta compie i suoi giri, tesse le sue trame interiori, tenta una timida giravolta dello sguardo, produce i suoi sonori risucchi umorali, ed è lì, in quel viluppo, che si agita talvolta la vita e, dunque, la parola.

giro dorsale
Jacopo Mecca

 

Le cose che stanno sulla mensola
stanno lì come per strada le statue,
i monumenti.
Tra la polvere e le pulizie del mese
lasciano il segno della loro fedeltà.
Così, anche se non ci fai caso,
non tradiscono mai, mai rinunciano
al loro gesto eroico: stare al proprio posto,
lì dove le rimetti.

 

 

Se la sera in treno guardi fuori
c’è buio.
Ma a tratti qualche luce muove la coda.
A volte, se ti sforzi a intuire
città o paesaggio
sul finestrino, nello specchiarti, ti disperi.
Così, tra gli occhi in su
e il silenzio degli altri
sale l’ansia di localizzarsi.

Prima o poi ti salva,
dall’alto, di colpo, l’annuncio
dell’imminente stazione.

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Franco Costantini, Cinque poesie da #Scorporare

 

L’occhiata bieca sotto
.                         le impalcature
incontra la mia immagine residua
in cerca di caffè
e gli operai afgani
.                             nel cortile.
La tua dolcezza è pure un imbarazzo
e certo
in qualche modo
turbine e gomitolo.
Lascia al gioco il tempo che si deve
e non si sfila.
Rimane un’accortezza
la mela nella gabbia
il mestolo nel freezer.

Per i topi anche
alternavamo le uccisioni
per spartire gli anni
e le domande che ci porranno
in Purgatorio.
É un chiasmo il tuo sorriso
e ai bordi l’essenziale:
ricaduta dei miei occhi sul tuo autunno
passato, prossimo
ma mai attuale.

 

 

Il sole ci ha disintegrato i giorni
non è più lo stesso, neanche lui.
Tutti i sogni mi sono
.                   equidistanti
e io sto in mezzo
.                       e vado avanti
e loro tutti insieme a me
senza alcuna familiarità.

Non credevo che il mio tempo
ti venisse incontro.

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Angelo Vannini. Tre inediti

 

Una volta

In fondo eravamo
fortunati, da noi si vedevano
le case sopra le colline, i fiumi
non ancora in secca. E l’acqua
che nel mare era ancora
calma, come una volta,
gradita, l’altra voce.

 

Oggi

Oggi vedo passare i pini. Sono
tanti, come una fila
sempreverde di scalzi, nudisti
magri nei giorni
dell’apocalisse. In fondo li credo
senza sonno, un po’ come me
e te, in qualche raggio di sole,
atterrati senza il mondo.

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