poesia inedita

Poesie di Vernalda Di Tanna

 

Mi fruga un raggio ogni ferita
tra le ciglia, il sale disinfetta
smista sogni. Sulle guance
si perdono i confini delle barche
restano vele lontane dalla resa.
Dov’è Itaca? Forse è labile contorno
nella cerniera d’un tramonto, finestra
schiusa assieme a labbra d’ortica
screpolate a primavera?

 

Nelle chiuse case un silenzio giace –
dove ho lasciato anni ad annaspare
e la felpa ad asciugare, chiamano
sbagli le cose che abbiamo
amato. Beve ultimo un respiro
sciabordio di fumo e nuvole –
risorge un male da tutto questo miele.

 

Già sarai senza rumore
sui cuscini ombra, fiore abile che disfa
sbocciato le lenzuola. Profumi
resteranno nodi impigliati
tra i miei capelli che costringi
spartiti oltre il silenzio.

 

Il trabocco se ne sta in punta
di piedi come il profeta, ligneo
sulle acque immobile sospeso
screziato, sulla pelle del mare
resta di gabbiano un urlo
di bambino un canto ad invertire
rotta ai pescatori:
è la premonizione del mattino
nella fiamma delle stelle.

 

Vernalda Di Tanna (Vasto, 1997) è studentessa di Lettere Moderne presso l’Università “Gabriele d’Annunzio” di Chieti. Nel 2017 è tra i vincitori del contest “Scrivi come sei. Poetry Life Together” indetto da Terranova. Ha collaborato con Alessandro Quasimodo al progetto promosso dalla «Rivista Orizzonti», Alessandro Quasimodo legge I Poeti Italiani Contemporanei. Vol. 1 (Aletti Editore, 2018). Recensisce libri di poesia su «Laboratori Poesia» e «Redazione Idee». Suoi testi sono apparsi sulla rivista «clanDestino».

L’ostinato amore di Umberto Piersanti. Nota per il suo compleanno, con un inedito

(foto di Giandomenico Papa)

Era già chiaro dagli inediti pubblicati nel fascicolo di giugno 2018 di «Poesia» (n. 338) che la più recente fase della poesia di Umberto Piersanti fosse caratterizzata da una frammentazione interna della propria voce, una sorta di parcellizzazione, atomizzazione del proprio percepire, del proprio dettato, quasi egli volesse isolare in questo modo momenti unici del vissuto passato, singoli episodi, anche lontani, per ricostruire una memoria altra, diversa. Perché è innegabile che il ricorso alla memoria, messo in atto oggi da Piersanti, sia un ricorso sui generis, volutamente incanalato all’interno di un discorso che in realtà è rivolto al ritrovamento delle tracce di sé nel tempo attuale. E ciò non dovrebbe destare stupore nel lettore di Piersanti, perché apparteneva già alla poesia dell’esordio – datato 1967 – questo procedere attraverso la lente dell’esperienza, della narrazione del ricordo; questa costituzione di una personale mitografia entro la quale agiscono figure che simboleggiano il patrimonio dell’oralità tramandata con lo solo scopo di preservare una cultura insidiata dall’esterno chiassoso, come lo fu il bisnonno Madìo. Solo che ora questa funzione “ancestrale” è riservata a sé stesso.
Scrive Daniele Piccini che l’universo di Piersanti è immerso «progressivamente, e con maggiore evidenza, nella nebbia di un tempo che lo sfoca, che lo fa apparire balenante e malfermo, quasi immagine fantastica cavata da una camera interiore delle meraviglie» («Poesia», n. 338, cit., p. 52); e in effetti sia ha pure la sensazione, leggendo gli ultimi testi, ai quali appartiene a pieno titolo anche l’inedito proposto alla fine, di entrare in un mondo fantastico, altamente allegorico, e quindi non solo allusivo, dove la fa da padrona la memoria, con tutti i suoi «inganni prospettici» – ancora Piccini –, non ultimo quello di un’immagine di un passato edenico, costantemente messo sotto assedio dalla storia. I ricordi d’infanzia, l’infanzia felice, non nascondono la minaccia degli anni di guerra, che insidiavano i sentieri boschivi delle amate Cesane; l’ortus conclusus eternamente minacciato dall’insania umana, di virgiliana memoria, con la mediazione di Pascoli, sempre presente in Piersanti, fino all’attuale frammentazione ritmica del verso, è non solo rifugio ma punto costante di osservazione; perché il poeta è vigile, non è isolato dal mondo.
Sono i luoghi perduti – “persi” come nel titolo della raccolta del 1994, o come pure le anime del recente libro di racconti pubblicato per Marcos y Marcos (vd. qui) – a costituire i punti di una tavola cartografica dell’esistenza: dalla rievocazione dell’amata madre, fino all’inarrivabile figlio Jacopo, chiuso nel suo mondo, chiuso nel suo autismo, eppure, come Piersanti dice proprio in una delle poesie pubblicate in «Poesia», sempre parte della sua dolorosa «bella famiglia/ d’erbe e animali»; ed è certamente sintomatica la citazione, senza dislocazione, del verso foscoliano da Dei Sepolcri, perché tenta di ricostruire un ordine là dove governa un altro ordine che non include. Ma è la poesia di Piersanti a essere inclusiva, perché abbraccia l’universo, ogni individuo e ogni manifestazione della natura, nel suo sguardo. Quanta parte abbia in tutto ciò la lezione di Leopardi non sta a me dirlo. Spetta sempre al lettore ricomporre ogni tessera.

© Fabio Michieli

 

Campi d’ostinato amore

I cori che vanno eterni
tra la terra e il cielo,

ma tu li ascolti
Jacopo quei cosi?
ho visto
il falco in volo
con la serpe
trafitta nella gola
dai curvi artigli,
l’estremo pigolio dell’uccelletto
che la biscia verdastra
afferra e ingoia,
tra i rami non s’aggirano
le ninfe,
un giorno le incontrai
in remoti boschi,
l’assurdo poco oscura
nevi e foglie
non scolora i bei crochi
nei greppi folti,
ma il tuo male
figlio delicato,
quel pianto che non sai
se riso, stridulo
che la gola t’afferra
più d’ogni artiglio,
questa bella famiglia
d’erbe e animali
fa cupa
e senza senso
e dolorosa

siamo scesi un giorno
nei greppi folti,
abbiamo colto more
tra gli spini,
ora tu stai rinchiuso
nelle stanze
e il mio ginocchio che si piega
e cede
a quei campi amati,
d’un amore ostinato,
sbarra l’entrata

aspetto i favagelli
del febbraio,
tiepidi contro il gelo
sbucare fuori

febbraio 2017
(«Poesia», n. 338 [giugno 2018])

(altro…)

Inediti di Ksenja Laginja

È strano come la pioggia
li faccia sparire tutti.

Un colpo per alzarli
un altro per farli cadere.

Qui abitiamo la terra
senza conoscerne il nome
esonerati dall’assenza
ma è lì che dovremmo scavare
piantare semi nella notte
per colmare i vuoti col buio.

 

*

Una volta c’era la casa
e tutto quello che portavamo dentro
poi c’era il tavolo senza le sedie
e sotto i libri le nostre vite appese.
Li usavamo per scaldarci
ma il più delle volte non bastavano
così ci toccava uscire tra i lupi
strappare le radici infilate nei denti
bruciarle vive. (altro…)

Elena Cattaneo: poesie da “Quasi un compleanno” (raccolta inedita)

da Quasi un compleanno

 

Tanatosi

Entrare nella cosa è morirne.

Perdere contatto dal cavallo in corsa,
abbandonare la vela gonfia in approdo,
leccare sale dalle mani e farsi ciottolo.
Poco prima di tutto, fermarsi e dondolare.

Là dove germinava un dubbio
Ofelia ha reciso il ranuncolo.
Di eterno si era imbellettata,
annodando un bacio a tampone
fingendosi viva e vegetale.
Il bacio non ha retto, ingenua paratia.

Entrare nella cosa è accettarne la fine.

A volte, Amleto caro, si soffre.

 

Orto

il dramma del corpo
che arretra
in ogni linea vitale

è novembre che ci dice della verza ghiacciata
turgida e mesta ai piedi dei cachi d’oro
trafitti su rami neri
le fragole d’agosto come lacci alle caviglie
e ranuncoli a bottone

un ordine cerchi padre
una appartenenza al suolo
il senso che bussa sotto l’ignoranza
tra le lumache gravide di lattuga giovane

non saremo redenti
e luglio l’ibrido ci inganna
siediti padre
attendi settembre

osserviamo lenti e sospesi
le nostre mani nella terra
semino fiori e frutti che mai
saranno dipinti di Willem Kalf

c’è poco nutrimento

non mi hai protetto, padre

da oriente sorge uno stelo ingarbugliato

(altro…)

PoEstate Silva #9: Demetrio Marra, inediti

Con pubblicità (o Don, my boy)

Fallo entrare
dagli da bere nel vetro
fagli capire col pomo d’Adamo quando deve
andare via.
Nel frattempo,
le pareti sono di plastica
tutti devono saperlo:
non c’è religione e
bisogna dare decisioni che sembrino affrettate
tutto è imminente.
E invece si straparla di rivoluzione alla tv,
è accesa, fanno calcoli di balistica.
Lo so che finirà tutto con delle pratiche di divorzio,
perché sulla strada
l’America è un paesaggio
la città è ovunque europea.

 

L’aquila reale della Olivetti

In Aspromonte le coppie di rapaci
procreano
nidificano sulle rocce.
……………….(L’interruzione di Ottavio
su l’avifauna
……………….Ottavio
è cenere. Sul becco non c’è
l’impero del creatore).
Ho conosciuto il nome
dell’Arciprete: Antonio Ottavio.
[…]
Non si pronuncia
il nome di Zio, invano
…………………………..O del figlio?
Chi (Ottavio…) nidifica sul cemento della cassa,
sul ciglio del camposanto?
…………………………………..Un’aquila. (altro…)

Alfredo De Palchi: Ipotesi, Venerdì 13 e Regolare 13 (inedito)

Alfredo de Palchi, 1957 On the road Mississipi River (da http://www.alfredodepalchi.com)

IPOTESI, VENERDÌ 13 E REGOLARE 13
22- 31 agosto 2016

1
L’antropoide massa varia di razze, manie, sacrifici, capri espiatori e di altre norme disoneste immorali e illegali… si veste di nefande religioni colorate e culti per dare importanza al fondo inventivo da cui le azioni criminali si scambiano per giustizia divina… sacrificio che appare a pezzi nel tegame… perché non accadano disgrazie e sfortune… mania di sangue di capra sgozzata gettato contro i muri dell’ovile… animali vivi d’ogni categoria domestica spinti dentro vulcani… perché non l’antropoide che gode del malefico?… I luoghi diffusi di lordura… di colpevolezza religiosa… di torture… luoghi dove specularmente il venerdì 13 significa disgrazia sfortuna e maleficio… altrove il numero 13 non esiste per non influire una forza immaginata a scadere di venerdì 13… portatore di disastri, miserie e gravi sfortune…

2
con variazioni astrologiche fuori corso si spiega che mia madre futura che nasce il 13 dicembre era già stata scelta scellerata nella pancia di sua madre… si spiega che conoscendo a 13 anni il coetaneo di 13 anni mio futuro padre percorre la strada contraria… si spiega che io per nascere di venerdì 13 dicembre da una ventitreenne sagittario sono il singolare esempio di sagittario dell’infelicità… non si spiega che io sagittario con mia mami ritenga una fortuna che il padre si nasconda nelle mutande della propria madre… non si spiega che io illegittimo non grida e non pianga alla luce… per scaramanzia contraria mia madre mai tocca il ferro del letto o il tavolo di legno…

3
con la madre il 13 luglio 1936 visito Venezia che rimane la mia amata città in festa di bandiere banderuole canali vaporetti gondole gatti stupendi e gabbiani… il 13 dicembre 1939 a 13 anni abbandono lo studio della musica classica… il 13 dicembre 1944 vedo a terra il corpo di una spia triplogiochista sommariamente fucilata nell’oscurità a pochi passi dal fornaio che fuma alla porta… il 13 giugno 1945 la Corte d’Assise di Verona mi condanna all’ergastolo per aver accidentalmente visto la spia morta dopo l’esecuzione sommaria… il 13 settembre 1945 il mio sbarco è benvenuto dai prigionieri politici nel penitenziario di Procida… il 13 maggio 1946 incontro con amicizia il nuovo arrivato giovane ufficiale dell’esercito Ennio Contini poeta e mio maestro futuro… il 13 novembre 1946 la Corte d’Assise di Vicenza mi diminuisce la condanna a trent’anni… il 13 dicembre 1946 a Poggioreale di Napoli con un mozzicone di matita graffio sull’intonaco delle pareti della cella i miei primi versi… il 13 febbraio 1947 inizio a scrivere poesia su quaderni a righe… anni dopo la scarcerazione da Procida del Maresciallo Graziani, Junio Valerio Borghese, generali e gerarchi, il 13 giugno 1951 la legge mi mette in mezzo la strada… (altro…)

Un inedito, di Agostino Cornali

 

La poesia è dedicata al nonno Nunzio, amatissimo dal poeta. «A Milano, da piccolo – mi racconta Agostino – prima di dormire facevamo un gioco infantile: la lotta. Avevo 4-5 anni».
Abbiamo di fronte a noi uno spartito, che viene cantato. Un canto antico e presente, originario e in tensione: l’arena degli spettacoli, dei leoni, dei gladiatori. Vita o morte, come una stessa cosa.
Cornali però, «incubo dopo incubo», a un certo punto ci sorprende. Sceglie un’immagine religiosa a tutela del corpo della poesia scagliandola nel cuore del testo: la lotta di Giacobbe con Dio, dal Libro della Genesi, ovvero la lotta con l’angelo di Dio, come nel dipinto di Delacroix. Braccia, vene, polsi incarnano un’implorazione pronta a sprigionarsi: non cedere, non cadere, non crollare.
Rappresenta l’interlocuzione profonda che il cristiano autentico, così come l’ebreo, ha con il proprio Dio. Di fronte al Padre non ci si presenta come servi, ma come figli, quindi con Lui in aperta discussione, anche in lotta giustamente, perché il figlio prima di tutto è interprete di sé e per questo (naturalmente) ribelle. Si tratta di una ribellione amorosa, è chiaro. Il padre, in questo caso il nonno, implora il figlio di non smettere mai una contesa che – lo si sente bene – è qui più una forma (con apparente paradosso) di “protezione”, di cura. Protezione, quindi proiezione, che di uomo in uomo possa propagarsi. Proiezione e dunque: prolungamento. Così si spiegano le ombre tentacolari dell’inizio, sul soffitto.
Ora, stiamo parlando di stile, cioè di visione. Poi certo, c’è la tecnica che permette tutto questo. Sentiamo assonanze e consonanze rincorrersi, fluire: proietta che si lega a soffitto; letti – affiancati; forti – polsi. Una rima, una sola in tutta la poesia, importantissima, è incastrata a cavallo delle tue terzine iniziali: arena-scena. Avvertiamo come tutto il ritmo e il senso provengano da lì e poco oltre nel testo dalla centralità di significato dell’aggettivo «interminabile», attribuito alla lotta.
Tecnica è misura, sì, e conoscenza. Una successione di coppie di versi in ciascuna delle tre “stanze” rivela la specialissima cura del componimento, ne mostra la grammatica, lo spartito come si diceva: due splendidi endecasillabi, uno a maiore e il successivo a minore, dattilico, nella prima terzina; un settenario seguito da un novenario, entrambi significativamente sdruccioli nella seconda; e i due novenari che preparano il meraviglioso enjambement finale, imperativo e forte.
Questo è il canto. E al suo cantore va la nostra, profonda, gratitudine. (Cristiano Poletti)

Il lampadario di cristallo che proietta
ombre tentacolari sul soffitto
sopra l’arena dei letti affiancati…

in questa camera va in scena
incubo dopo incubo
la nostra lotta interminabile

come l’angelo di Giacobbe
hai le braccia ancora forti
con le vene azzurre in rilievo
e mi afferri i polsi, mi implori
di non cedere.

 

Inediti. Poesie da “Il primo cassetto” di Eliana D. Langiu

 

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1

io sono il vuoto
io sono la casa
io sono lo scoglio
su cui batte l’acqua
io sono la pozzanghera
scivolosa di alghe
io sono il tuo primo cassetto
il tuo blocchetto di ricevute
aperto
il giorno esatto dell’ultima
.                      piega
di calcina piovutaci dentro
di un mazzetto di chiavi
.           uguali tutte per aprire
il primo cassetto

io sono il tuo primo ripiano
nella cabina armadio
dove c’è il diario che ha
legato e diviso e separato
.      sorella e fratello
.    sovrumana ragione
perderò anche forse quello

io sono il tuo costume blu
madreperla     sospeso
sul participio prestato
giace piegato nell’armadio
per questo presente anno prossimo
.                        da portare

io sono la casa vuota
la casa dei ricordi
la me minore non accompagnato
la me minore
che perde terreno

la casa del ripiano
non è la casa dei ricordi
ma il diario le lega
finché il mercato edilizio
non  riprende la corsa

allora sarò la tua casa
.           abbandonata sarò una casa
che guarda allo specchio
.            ovale
un buco che attraversi lo sguardo

che stenta a capire come la carne
.            continui la strada

e il cuore a battere
e il cervello questo cervello
.            a pensarti
e gli arti a muoversi
nella fatica di portare quel buco
senza più casa
senza diario
.           senza essere
.           vibrato dall’ultima lettera

dell’alfabeto
che non ho cancellato

. (altro…)

Mi disciplino al buono. Inediti di Francesca Ruth Brandes

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© Yasuzō Nojima, Nude from rear, 1930

 

Mi disciplino al buono
non quell’attimo aperto
non l’assenza di dolore

piuttosto lo scavare nella terra
campo arato carne arsa
nel fiato ripreso a stento

dammi la mano
mentre scavo
fammi luce con gli occhi

la vedi la vedi tu
quella noce dolente
tra le zolle

Il buono pesa
nel cavo del petto
e riluce.

    ***

 

Instabile
con grande impegno
nell’esercizio della gioia

rigorosa per scelta
nella grazia festiva
sto qui nel benedire
la fibra il tempo
l’occasione
i virtuosi per abilità
i fiori nutriti dal fondo
la lotta agli specchi.

Vorrei rispondere folle
mosca lieve pericolosa
e ballare per sempre
ai quotidiani miracoli

nonnulla di splendore

***

(altro…)

Marco Scarpa: inediti da “La colpa, il guscio”

Jānis Kreicbergs, 1972

Jānis Kreicbergs, 1972

di Marco Scarpa

Dalla raccolta inedita “La colpa, il guscio”

 

Gridavi ai quattro venti “Della vita

nulla mi importa, sono polvere

che rotola, sprazzo pulviscolare,

andirivieni di respiri, zigomi

e labbra e battesimi a perdere

dell’aldilà l’incanto. Che la vita

venga mangiata come i bruchi

fanno con la mela, che rimanga

scarno il nocciolo, rimanga l’osso

e noi sazi della polpa.

………………..Gridavi e quella rabbia

era fragile, aveva le stimmate,

gli adesivi attenti delle vetrine

nei giorni dei saldi, era la data

di scadenza, il termine ultimo

per addentare dei giorni le membra,

………………………………….il succo.

*

 

Gli occhi puntavano dritti alla scena finale

nell’abaco la misura, nei conti

……………………….la resa, il gioco ed il quesito

nella legge della scommessa “Ce la dovesse

mai fare, mancare il capitombolo, rialzarsi,

sarebbe un nuovo asse, un acuminato

punto di svolta”.

………………………Tra le sinapsi una ferita

aperta, un segno che avevamo visto

e le teorie riposavano ora nella terra

i passi sicuri sopra nuova memoria

e nuovi zeri all’orizzonte da cui ripartire.

*

 

Le più varie sensazioni, dall’ansia

allo stress, alla pigra depressione,

la concentrazione vana, la calcarea

idea di smarrimento.

………Non è il quadro finale, le esequie,

il relitto, è l’inizio, l’ingombro lungo

questi anni nuovi, sintomi estesi

ai ragazzi, le nuove leve, dall’estraneo

impaurite, rinchiuse in casa, molli

nei corpi, con i passi controllati

Rimani nei paraggi, non ti allontanare,

che ti possa vedere e tu sentire la mia voce”.

 

…………..Diverge lo spazio, circoscritto

il luogo della ricerca, le scoperte frenate

dentro i pollici di uno schermo

che abbaglia ed è chiara la rinuncia,

la mancata esplorazione dei sentieri,

della natura, dell’urbano ambiente,

dei dettagli colmi, degli umani reperti.

*

 

Sono i giorni degli sconti, dei prezzi

deformati nelle vette. “Si può avere,

finalmente” proprio alla fine tra le ore

del disuso, nei momenti dell’intaglio,

del necessario raschiato male, piano

la retina si aguzza, slitta la rinuncia

e sghembe le ombre si diradano piccole

tra i traumi del vano possesso, l’unico

traguardo che si inclina al tocco.

 

*

Pubblichiamo oggi due estratti inediti dalla raccolta La colpa, il guscio di Marco Scarpa che ringrazio per averceli concessi. La scorsa settimana abbiamo proposto alcuni testi editi ed inediti dell’autore qui.
La sua è una poesia che definirei non di facile lettura e immediata interpretazione, sotto molti aspetti; è una poesia differentemente dialogica e tenterò di spiegare perché. Dapprima la indicherei come una poesia ‘materica’: quest’aggettivo ha molto a che fare con la sua bellezza che, a mio parere, non sta in nulla di ‘corporale’, anche se il corpo c’è, partecipa, e tuttavia risulta essere sempre scorciato e frammentato da punti di vista parziali, irregolari. La bellezza di questi versi risiede in qualcosa di ‘fisico’ che è, di fatto, presentificato dalla ‘parola’ e dall’uso che il poeta ne fa. Scarpa crea un’elencazione a non finire di ‘parole-oggetti’ ossia di sostantivi, aggettivi e verbi (per lo più all’infinito e all’impersonale) che diventano azioni e scandiscono il ritmo di versi, ponendo il lettore come spettatore dell’accadere o del non accadere delle cose, che non è altro che l’accadere delle parole:

Tutto si poteva fare

in maniera semplice e lo si guardava

accadere, a distanza.

Parliamo dei versi: quelli di Scarpa sono per lo più endecasillabi, talvolta settenari ma anche novenari posti in finale di strofa raramente versi più brevi; vi è dunque un’attenzione nei confronti della tradizione che pare rispettata sempre più dalle voci della generazione di Scarpa e dalle generazioni coeve. Questa scelta formale non sposta, comunque, l’attenzione dall’aspetto tematico che si lega anche all’immagine e alla musica scelte in occasione del primo post: con i versi di Scarpa siamo di fronte alla mancanza e alla sottrazione, a qualcosa di franto o che ‘viene a perdere’. Ogni particolare ‘materico’ e ‘materiale’ è ciò che resta di una visione d’insieme che non c’è più, si è rotta. Mostrarci le rovine, ecco quello che fa Scarpa, anche se detto in questi termini parrebbe quasi ‘romantico ed inappropriato’ perché quello che noi viviamo leggendo è uno scenario che ha valicato anche il confine del post-industriale, andando definitivamente ‘oltre’. Tematicamente, l’affinità più prossima trovo sia quella con La divisione della gioia di Italo Testa, di cui Gianni Montieri ha parlato anche qui (e che Testa ha letto per Virgole di poesia, qui); ma l’autore (dal titolo al contenuto) restituisce proprio un’atmosfera urbana com’è quella dei suoi amati Joy Division e quindi legata a tutto un immaginario ben codificato esteticamente, quello del post-punk e della new wave. L'”inquietudine di fondo” di Scarpa, invece, (così è detto quel rumore che rimbomba nel fondo dei versi di Scarpa da Sebastiano Gatto, autore della prefazione della raccolta per Raffaelli) si lega al captare, con la parola, appunto l’accadimento e fissarlo per sempre, come dicevo all’inizio. Le sue poesie ci trascinano in ‘resonant spaces’ o ‘urban soundscapes’ in cui il caos (tematico) è completamente ordinato o rielaborato in una strutture più o meno complesse, che reggono il peso della sostanza grazie alla forma dei versi ma anche ad un controllo più ampio della sintassi. Gli enjambement, infine, sono funzionali allo ‘spaesamento’ (peraltro citato come parola-chiave nei versi) che è di tutta la poetica dell’autore, a mio avviso. L’aggancio musicale qui esposto, tuttavia, funge d’aiuto per riferire almeno altre due cifre della poesia dell’autore: innanzitutto il ‘tu’ di riferimento che non c’è, o se c’è è un altrove, a creare una ulteriore dispersione; altro aspetto cruciale in questi versi è il tempo, anch’esso non definito o definito nell’altrove, spazio/luogo/momento/e tutto-insieme che chiarifica l’accadere della parola.

*

scarpaMarco Scarpa è nato a Treviso nel 1982. Laureato in Ingegneria Biomedica, lavora nel campo medicale. Per quanto concerne la poesia ha collaborato con il teatro Comunale di Vicenza, inserendo sue poesie collegate alla musica, nell’ambito della stagione di musica sinfonica 2011/2012. Ha pubblicato nel 2012 il libro Mac(‘)ero Raffaelli Editore (Rimini). Si dedica inoltre all’organizzazione di incontri di poesia in luoghi spesso inusuali, gravitando tra Treviso e la sua provincia.

Marco Scarpa: poesie da Mac(‘)ero e alcuni inediti da “Il Bene”

Anna Toscano - da "Marina delle fatiscenze", 2011

Anna Toscano – da “Marina delle fatiscenze”, 2011

 

Poesie tratte da Mac(‘)ero (Raffaelli Editore, 2012)

 

I crolli, le cadute, i cedimenti

la linea dorata che si spezza e i gesti

veloci a coprire gli ingombri, i segni

interi progetti tornati su due piani

e le colpe rimaste tra le ceneri e le crepe.

“Si poteva fare diversamente, gettare le assi

con più raziocinio, capire prima

cosa non avrebbe retto, lucidamente

prepararsi allo sgretolio”.

*

 

C’era spazio vuoto e si sono costruiti

incroci a perdersi, intrighi di metallo

tra zolle che sgusciavano via dal grezzo.

La perfezione, l’intaglio

…………………………………si limava

ogni angolo, ogni curva era viva

la vita priva di intralci.

…………………………….“Così non sbatti

da nessuna parte e dovesse capitare

non ti farai male”.

Le ossa, gli arti, le parti attive

fuori servizio, da pensionare:

lo scheletro era la casa forte

sicura, duro il metallo, spesse

le travi ma più nulla da temere,

nulla da sorreggere, i tessuti lassi,

la perfetta simmetria dei muscoli

al creatore.

………………Tutto si poteva fare

in maniera semplice e lo si guardava

accadere, a distanza.

 

*

Le case cadevano a pezzi, cedevoli

lo erano tutte e il crollo era una parte,

l’altra rimaneva attaccata ai mattoni storti

ai loro colori capitolati. La resa, la disfatta

non usciva allo scoperto, se ne stava

rintanata tra le pietre più basse, quelle

su cui frana tutto e da lì non si spostano.

 

(altro…)

Paolo Aldrovandi – Poesie S-consigliate

foto pabloNon c’è scampo tra i suoi versi: masticano gli atteggiamenti, inghiottiscono amarezze eppure sanno dire dell’amore nudo senza parere. Nessuna dichiarazione o affermazione. L’indecisione batte sul pensiero che si fa umile nelle domande, nelle pause. Nessuna risposta, eppure l’eco dell’assente ristagna in lettura e rimbalza facendosi nuova esperienza, nuova chiarezza e infine coscienza di un vivere perlopiù finto che ci accomuna.
Forse, non si dovrebbe leggere Paolo Aldrovandi, pena l’intima condivisione e quella punta di amarezza che pure non dovrebbe mancare mai a nessuno per mantenere limpido lo sguardo.

Clelia Pierangela Pieri

.

.

.

Certe città

Risale dal fondo del tuo barile
la voglia di farcela ubriaca.
E lo sai che c’è ?
Spinge forte ed è sorda
lo fa più di tutto il resto
come l’osceno dei tuoi occhi
che è attimo perduto
che si presenta a chi è intorno
a questi anni sporcati dal fango
mettendo parole sulla tua faccia
e maleodoranti pacche sulle spalle.
Tutto finisce tutto ricomincia
con la pelle nuova conciata a modo
del tuo nemico costante
rimasto volutamente indietro
per spazzolarti le spalle
cortesemente bugiardo
e tu lo senti, lo vedi, lo tocchi
hai già digerito le sue menzogne
come film rivisti o vecchi lavori
perciò sbronzo o cosa
parti e pianta chiodi se serve
anche bucando le pareti del barile
che sai non si offenderà,
di buchi ne hai già visti tanti.

.

*

Exploit per una lettera

Parte prima

Niente si confonde con il tuo sapore
ogni cosa è decisa e preme forte,
che mi sembra di soffocare nel sacchetto,
e m’immagino viola, nel Cuki doppio strato
depositato in cella con le speranze
restituito al forno quando servo alla fame
di chi ha la forza di starmi accanto
e di cucinare ciò che io sono
nei miei giorni, ogni giorno.
.

Parte seconda

Il tempo di fumare l’ultima e vado,
mi metto dove posso vedere
se la tua verità coincide con me
e se tutto quel sapere fatto di vita,
prende per il culo l’intuito che esce.

Magari il rifiuto fosse una parte dell’anima,
una di quelle che salta fuori
come un esplosione di colori,
sì, come quella dei cartoons che conosci bene
dove una nuvola nera ti sporca solamente
senza ammazzarti per davvero
che così, ti puoi rimettere in gioco.

Ma questo morde in diverso modo,
già sento la finzione sparire dal video,
che il mio film pare preludio di un poi
e chiude ogni porta gettandone la chiave,
fermando i mostri del risentimento in prima fila,

presenze eterne di guardiani inutili.
.

Parte terza

E con l’ansia di mescolarmi al suo sapore,
attraverso da sponda a sponda, rimandando i motivi,
come l’acqua scorro in mezzo
mi nutro della corrente, accetto i mulinelli e nuoto,
che vado a toccare la mia riva sinistra
e senza vincerne le sane paure,
camuffate da abili sentinelle nude,
minaccio splendide ossessioni
e anagrammi di parole irrisolte
sul tuo corpo lanciato con orgoglio
sparato dritto verso pensieri segreti
che sa alzare la posta in gioco
a questo tavolo mai imbandito e nero
dove la scommessa siede silente
e ci guarda, le pupille drogate
e la vita
che aspetta di sbancarci.

.

*

Paolo Aldrovandi è nato a Mantova nell’agosto del 1974. Il suo lavoro lo porta spesso a viaggiare in solitudine dandogli l’opportunità, ma soprattutto la curiosità analitica, di guardarsi intorno confrontandosi con realtà sconosciute e persone che quasi certamente non avrà più modo d’incontrare e proprio per questo attraggono il suo sguardo. La sua scrittura è cruda e reale, per meglio dire: quotidiana. Il nove novembre di quest’anno riceve il Secondo Premio al concorso Ambiart indetto dalla città di Milano, in qualità di concorso internazionale artistico letterario. Il testo vincitore è: Exploit 4.2 a ricordo di Jack Kerouac. Lo scrittore e poeta statunitense di origini franco-canadesi, è stato l’autore che ha influenzato parte della poetica di Paolo Aldrovandi, il quale ha condotto nel corso di parecchi anni uno studio accurato, non solamente sul metodo, ma anche sulla filosofia di Jack Kerouac uomo e libero pensatore.

Ecco alcune delle riviste sulle quali è possibile leggerlo.

http://www.lestroverso.it http://samgharivista.com http://versanteripido.wordpress.com http://www.verbumlandianews.com http://www.ass-cult-irumoridellanima.com http://caponnetto-poesiaperta.blogspot.it http://wordsocialforum.com http://www.collettivoidra.com http://controcomunebuonsenso.blogspot.it https://poetarumsilva.com/ http://www.lestroverso.it http://losguardonline.altervista.org http://issuu.com/pasticherivista