poesia dialettale

Un libro al giorno #20: Salvatore Di Giacomo, “Poesie” (3)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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da Vierze nuove

 

La strada. I – ‘E robbe vecchie

 

Panne, purtate ‘a tanta e tanta gente,

cammise ricamate e arrepezzate,

ca ncuollo a quacche povero pezzente

o ncuollo a na cocotta site state;

 

fazzulette ‘e batista, e muccature

viecchie, scuffie ‘e nutricce, e barrettine,

giubbe ‘e surdate, veste ‘e criature,

giacchette, mantesine, e suttanine,

 

add’o revennetore e panne usate

(sott’a n’angolo ‘e muro mmiez’a via)

ccà v’hanno strascenate e ammuntunate

‘o vizio ‘a famma, ‘a morte, ‘a malatia.

 

Quanta rumanze ‘e quanta e quanta gente!

Ma stu revennetore a stu puntone

nun ‘e capisce. Ndifferentemente

scose na cifra, o azzecca nu buttone. (altro…)

Un libro al giorno #20: Salvatore Di Giacomo, “Poesie” (2)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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da Vierze nuove

 

Si è Rosa ca mme vo’…

 

Nzerràteme, nzerràteme addò stanno

tant’ate, comm’a me, guardate e nchiuse,

addò passano ‘a vita, sbarianno,

pazze cuiete e pazze furiuse.

 

Nchiuditeme pe sempe ‘int’a sti mmura,

e ‘o mastugiorgio mettìteme allato;

p’o mmale ca tengo io ce vo’ cchiù cura:

io so’ stato traduto e abbandunato. (altro…)

Un libro al giorno #20: Salvatore Di Giacomo, “Poesie” (1)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

 

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da Ariette e sunette (1898)

 

Dopo un anno

 

‘O nniro ‘e l’uocchie, mieie, bella, vuie site,

ma site amara e nun ve n’addunate,

e specialmente quanno mme vedite

tanno mme pare ca v’amariggiate;

e pure ‘o nniro ‘e st’uocchie mieie vuie site!

 

Sì! Dint’ ‘o core mio ll’anno passato

Io ve purtava scritta e siggellata;

mo avimmo tutte e duie fatto ‘o peccato,

mo vuie penzate a n’ato… e io penzo a n’ata…

E ve purtava scritta e siggellata! (altro…)

Patrizia Sardisco, poesie da “Cristareddu appuiatu nto ventu”

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La poesia di Patrizia Sardisco, in particolare quella scritta nel suo dialetto monrealese, ha il potere di restituirmi lo spirito e il dettato di Madre lingua di Rose Ausländer: «Mi sono tramutata in me/ di attimo in attimo/ smembrata fatta a pezzi/ sul sentiero di parole/ madre lingua/ mi ricompone/ mosaico di persone» (qui nella mia traduzione). Parola terra materna, sì, con la presa in carico, i segni nella carne e i solchi negli occhi di camminate per i sentieri impervi di una lingua madre, radicata nell’anima e sradicata ormai nella realtà sempre matrigna, con i tesori strappati a mani nude, che ora ne riportano le escoriazioni, con i frutti di immersioni compiute nella coscienza del rischio e del confine sottilissimo tra “pausa del respiro” come opportunità di riflessione e apnea fatale. Non c’è spazio, qui, per la concessione alla moda vezzosa e al fascino esotico del dialetto. Ciascuno di questi testi, inediti come pubblicazione a sé stante e finalisti al Premio Ischitella-Pietro Giannone del 2014, sono il frutto di una felice (piena, vissuta, ricercata e trovata) unione tra voce partorita dal grembo della Madre lingua e pensiero critico, che scevera e discerne. (Anna Maria Curci)

***

Ancilu di mari

Chiossà po’ sunnu  ‘i jorna  pi circari
‘nzoccu pirdisti ‘u jornu ca nascisti

‘U beni canusciuto, l’acqua linna
ca ti sunava ‘i gricchi ‘a notti funna.

Cori assuppatu ‘i mari, era  tu resca
tu era granciu, senza sapiri funnu

Tu era pisci, ancilu di mari
cull’ali aperti allucintati ‘i suli

 

Angelo di mare

Di più saranno i giorni per cercare/ ciò che hai perduto il giorno che sei nato/ il bene conosciuto, l’acqua leggera/ che ti suonava negli orecchi a notte fonda./ Cuore imbevuto di mare eri una lisca/ eri un granchio senza conoscere fondale/ tu eri pesce, angelo di mare/ Con le ali aperte rilucenti di sole

*

A matri vuci

Natavi leggiu, e leggia leggia ‘a vuci
S’ppuià  comu lapa ‘ncapu ‘i rosi
Nto specchiu  d’acqua d’i to’ casi

Vuci di matri e figghia
Vuci di granni e nica
Vuci di vini e ràrica c’afferra

Nza s’iddu ‘i pensi  o ‘iddu t’i scurdasti
S’addivintaru scrùsciu  nt’e to’ gricchi
I murmurii agghiuttuti cu to’ nomu

Nomu di figghiu e patri
Nomu di  re e picciotto
Nomu di vini e ràrica c’afferra

S’appuià comu lapa ncapu i rosi
A matri vuci ca  spinicìa ‘u to’ nomu
E ti vattiò vaviannut’a facciuzza

 

La madre voce

Nuotavi leggero, e leggera leggera la voce/ si appoggiò come ape sulle rose/ nello specchio d’acqua delle tue stanze/ Voce di madre e figlia/ voce di adulta e bambina/ Voce di vene e radice che attecchisce/ Chissà se li ricordi o li hai dimenticati/ se sono diventati rumore nelle tue orecchie/ I mormorii ingoiati col tuo nome/ Nome di figlio e padre/ nome di re e ragazzo/ nome di vene e radice che attecchisce/ Si appoggiò come api sulle rose/ la madre voce che sorreggeva il tuo nome/ e ti battezzò bagnando di saliva le tue gote (altro…)

Fabio Franzin, Corpo dea realtà (tre poesie)

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Poesie estratte da Corpo dea realtà, Culturaglobale, Cormons, Gorizia, 2016

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Premio Teglio Poesia 2016

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cropped – silvia lepore

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Bando 16^ edizione

Regolamento

1. Il Comune di Teglio Veneto con l’Associazione Culturale Porto dei Benandanti, bandisce la 16^ edizione del Premio Teglio Poesia.

2. La giuria, presieduta da Fabio Franzin, è composta da Francesco Tomada, Patrizia Dughero, Roberto Ferrari, Piero Simon Ostan e Anna Toscano.

3. Il Premio ha scadenza biennale.

4. Il Premio Teglio Poesia si articola in due sezioni:

  • a. Poesie in lingua italiana, nelle lingue delle minoranze etnolinguistiche italiane e nelle parlate locali: sono ammesse raccolte di poesie inedite (su carta e su web) a tema libero, mai premiate in altri concorsi; la lunghezza complessiva dei testi dovrà essere compresa tra minimo 25 e massimo 40 cartelle (una cartella equivale a trenta versi, vengono esclusi dal conteggio titoli ed esergo).
    1. Possono partecipare autori italiani nati dopo il 1° gennaio 1975.
    2. Il plico da spedire o consegnare a mano deve contenere:
      • la raccolta di poesie in 2 copie in cartaceo e 1 copia su CD in formato Word o PDF non firmata e totalmente anonima.
      • una busta separata contenente la biografia dell’autore in cui devono essere specificati: nome, cognome, data di nascita, indirizzo, numero telefonico, eventuale indirizzo e-mail, firma.
      • per i testi nelle lingue delle minoranze etnolinguistiche italiane e nelle parlate locali, i partecipanti devono affiancare al testo originale la traduzione in lingua italiana.
    3. Il vincitore sarà premiato con la pubblicazione della sua raccolta di poesia per i tipi di QUDULibri di Bologna, con regolare contratto di edizione. Il vincitore non dovrà sostenere alcuna spesa per la pubblicazione.
    4. La giuria segnalerà altre opere meritevoli.
  • b. Barba Zep: possono partecipare gli studenti delle scuole primarie e secondarie (di primo e secondo grado) d’Italia.
    1. Sono ammesse non più di tre poesie inedite (mai premiate in altri concorsi) in lingua italiana, nelle lingue delle minoranze etnolinguistiche italiane e nelle parlate locali.
    2. Non sono ammessi elaborati di gruppo.
    3. Ogni studente dovrà inviare o consegnare a mano le sue poesie in 7 copie, indicando nome, cognome, scuola e classe d’appartenenza, data di nascita, indirizzo, numero telefonico, eventuale indirizzo e-mail.
    4. Per i testi nelle lingue delle minoranze etnolinguistiche italiane e nelle parlate locali, i partecipanti devono affiancare al testo originale la traduzione in lingua italiana.
    5. Per ogni ordine di scuola saranno premiati tre studenti meritevoli con buoni per l’acquisto di libri del valore di 100, 75 e 50 euro.
    6. La premiazione si terrà tra giugno e luglio 2016 a Teglio Veneto nell’ambito del Festival di poesia Notturni Diversi.

Le poesie e i dati biografici dei partecipanti delle due sezioni dovranno essere inviati entro il 21 marzo 2016 (vale il timbro postale) al seguente indirizzo:

Premio Teglio Poesia
presso Biblioteca Comunale,
Via Roma 11, 30025, Teglio Veneto (Ve).

Il giudizio della giuria è insindacabile.

I vincitori e i segnalati verranno contattati dalla Segreteria del Premio per confermare la presenza alla cerimonia di premiazione, durante la quale i premi devono essere ritirati personalmente.

La partecipazione al Premio comporta l’accettazione e l’osservanza di tutte le norme presenti nel bando.

Tutela dati personali: ai sensi del D. Lgs del 2003, n. 196, art. 1, la Segreteria dichiara che il trattamento dei dati dei partecipanti al concorso è finalizzato unicamente alla gestione del Premio e all’invio agli interessati dei bandi degli anni successivi; fa presente inoltre che, ai sensi dell’art. 11, con l’invio dei materiali letterari partecipanti al concorso l’interessato acconsente al trattamento dei dati personali.

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Il sito del Premio: PremioTeglio

Ritratti di Poesia, decima edizione, Roma 5 febbraio

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Stampa

COMUNICATO STAMPA

Roma, 14 gennaio 2016

 

Dieci anni di Ritratti di poesia

 

A Roma, il 5 febbraio, presso il Tempio di Adriano, in Piazza di Pietra, si terrà la 10ª edizione della manifestazione «Ritratti di poesia», promossa dalla Fondazione Roma

 

Si svolgerà a Roma venerdì 5 febbraio (dalle 9.30 alle 19.30), presso il Tempio di Adriano, in Piazza di Pietra, la decima edizione della manifestazione «Ritratti di poesia», che vedrà la partecipazione di affermati autori stranieri – Carol Ann Duffy (Scozia), Joy Harjo (USA), Nuno Jùdice (Portogallo), Angèle Paoli (Francia), Rati Saxena (India), Jesper Svenbro (Svezia) – e gli italiani Domenico Alvino, Dina Basso, Corrado Benigni, Vito Bonito, Domenico Cipriano, Stelvio Di Spigno,  Milena de Magistris von Rex, Giancarlo Majorino, Mariella De Santis, Gabriele Frasca, Vincenzo Frungillo, Franca Grisoni, Tomaso Kemeny, Isabella Leardini, Andrea Longega, Aldo Nove, Rosa Pierno, Maria Pia Quintavalla, Silvio Raffo, Mariù Safier, Mario Santagostini, Nevio Spadoni, Alberto Toni.

La rassegna, aperta gratuitamente al pubblico, è promossa dalla Fondazione Roma e organizzata dalla Fondazione Roma-Arte-Musei con InventaEventi, per la cura di Vincenzo Mascolo.

Nel corso della manifestazione saranno assegnati i premi alla poesia italiana e straniera: il Premio (nazionale) Fondazione Roma-Ritratti di poesia a Giancarlo Majorino, uno dei poeti contemporanei più rappresentativi, critico, autore di opere teatrali e musicali, presidente della Casa della poesia di Milano; il Premio internazionale Fondazione Roma-Ritratti di poesia a Carol Ann Duffy (Scozia), dal 1° maggio 2009 «Poeta Laureato del Regno Unito», prima donna scozzese ad essere investita di tale onorificenza. La lettura delle poesie dei due premi sarà affidata a Sonia Bergamasco, attrice di teatro e di cinema.

 

In omaggio alla ricchezza del plurilinguismo la manifestazione ospiterà la poesia dialettale di Dina Basso, Franca Grisoni, Andrea Longega e Nevio Spadoni. Si parlerà anche di lingue in via d’estinzione con la poesia in bretone di Antony Heulin e quella in occitano di Aurélia Lassaque.

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Fabio Franzin Sesti/Gesti

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Fabio Franzin, Sesti/Gesti, puntoacapo editrice, 2015, € 16,00

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Le poesie di Fabio Franzin arrivano da molte direzioni, da tutte le direzioni azzarderei. Fanno il giro lungo, fanno il giro breve, ti scavano un solco intorno, ti risucchiano e poi ti riportano indietro, sporco di terra, pieno di qualcosa, qualcosa che ti resterà addosso, dentro, qualcosa che è come quando si comprende, come quando si trova conforto, come quando qualcuno ti abbraccia, ti mette una mano sulla spalla, ti asciuga le lacrime. Queste cose possono farle le parole, le parole pensate, messe in fila assecondando il senso e il suono, a maggior ragione sanno farlo quei versi che sono scritti in una lingua ‘altra’, nel caso di Fabio Franzin nel dialetto Veneto-Trevigiano dell’Opitergino-Mottense. Un dialetto che si parla in un territorio piccolo, cito Franzin: “[…] si individua geograficamente nella zona compresa fra i comuni di Oderzo […] e Motta di Livenza e si estende fra le acque dei fiumi di Livenza e Monticano, nel Trevigiano su-orientale”. Continua, poi, Franzin, poco a nord-est con la provincia di Pordenone e a est con quella di Venezia. Mi interessa una contraddizione, ho scritto piccolo, parliamo di un territorio non molto esteso. Eppure quelle terre così a est, così vicine ai confini sono letteralmente e letterariamente senza fine. Credo che nessun dialetto, pur radicato e parlato in un determinato luogo, possa essere limitato a quel luogo. Ce lo dicono anche i fiumi che Franzin cita, i fiumi allargano il campo, portano via tutto e portano via le parole, così come i detriti che si accumulano sulle sponde, come i rami trascinati a valle, le poesie di Fabio Frazin ci arrivano, non c’è modo di impedirlo, chi si nasconde dietro la difficoltà di non conoscere quel dialetto non ha mai letto Franzin, non l’ha mai ascoltato mentre legge i suoi testi. Il dialetto parte già con un carico di storia e con quel carico sulle spalle il poeta scrive i suoi versi, da sempre, fino a questi di Sesti/Gesti.

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I poeti della domenica #21: Fabio Franzin, Cavàr erba

Fabio Franzin, fonte notturnidiversi.it

Fabio Franzin, fonte notturnidiversi.it

 

Cavàr erba

Cavàrla via l’erba, co’e man,
bricàrlo tut intièro ‘l ciuff, l’é
vardàrse, l’é trar fòra daa tèra

vene e nervi, rame de siénzhi
sutii che core zo, là tel scuro,
in zherca de l’acqua, dea vose

che li ‘à persi, un dì, drio l’aria.
Cavàr erba, cuzhàdhi, l’é mistièr
che ne mostra come che sen fati

dentro, fra ‘e zhope dea carne.
I dhenòci che se maca tii sassi:
un fià castigo, un fià preghiera.

*

Estirpare

Estirpare erba, con le mani,
afferrarlo tutto intiero il cespo, è
guardarsi, è estrarre dalla terra

vene e nervi, esili ramificazioni
di silenzi penetrati lì, nell’oscurità,
in cerca dell’acqua, della voce

che li ha persi, un giorno, lungo l’aria.
Estirpare erba, accucciati, è mestiere
che ci mostra come siamo fatti

dentro, fra le zolle della carne.
Le ginocchia ammaccate dai sassi:
un po’ espiazione, un po’ preghiera.

 

***

© da Fabio Franzin, Sesti/Gesti, Puntoacapo, 2015

Dieci minuti di pordenonelegge #1

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pordenone(legge) è una vecchia signora?

Quando nel 2007 arrivavo a pordenonelegge per la prima volta, poco più che ventenne, con un piede dentro l’università e l’altro chissà dove, sul mio taccuino annotavo queste parole: «mi accorgo che pordenonelegge mantiene una propria specificità, forse un po’ ingenua, che i grandi festival letterari non hanno più: Pordenone è un “dove” in cui si assapora quella sensazione che sopraggiunge prima dello stupore totale. La città ti cinge, ti abbraccia come una nonna che desidera proteggerti; è una tensione parziale quella che sento, una continua ricerca verso la completezza.» Nelle parole di allora non trovo la me stessa di oggi − forse vorrei negare di averle scritte − ma ciò che è più importante sono quelle parole rapportate al presente, a ciò che vedono e riconoscono i miei occhi ora. Quella “vecchia signora” del titolo mai esistita davvero stava, all’epoca, nella mia immaginazione, seduta lungo il corso principale: osservava i passanti e creava con loro un rapporto di accoglienza e protezione. Quella vecchia signora era la città e l’evento insieme. E, nel 2015, ma già da qualche tempo, ha lasciato posto a molto altro: si è forse messa da parte, a osservare da lontano ciò che accade. pordenonelegge non ha bisogno di un pretesto come quello per essere raccontata (doppia ingenuità la mia, allora): infatti, qui, vige una familiarità che si riconosce in un programma sempre più curato, in cui trovano spazio e attenzione sì gli autori esordienti e molti nomi importanti della letteratura italiana e straniera ma soprattutto gli “esercizi di lettura”, la scienza, la storia e la filosofia; gli appuntamenti riservati alle scuole, che proseguono un percorso annuale di formazione che inizia in aula; l’attualità e il territorio, con appuntamenti dedicati. L’allestimento è ben concepito, i volontari preparati a gestire le emergenze; il pubblico è educato: rispetta la coda e attende, si confronta. La città offre degli spazi adatti sia per gli eventi − negli anni forse non sono cambiati di molto − sia per i momenti di convivio. I dettagli, soprattutto, sono ciò che non può mancare ed è pregevole per una “festa del libro” l’aver avuto una crescita così rapita e ben congegnata nell’ultimo decennio, in grado di attirare lettori curiosi anche da fuori regione. La provincia, più che la grande città, crea le proprie forme di resistenza e le evolve continuamente, con intelligenza e bellezza. Ma è soprattutto la poesia a trovare nel programma degli eventi e dei luoghi per sé, tra cui una libreria dedicata, una libreria di fuori catalogo, e altri spazi. L’incontro con la poesia qui, apre a momenti importanti: ad esempio la poesia in dialetto, con Giovanni Nadiani, Emilio Rentocchini, Piero Simon Ostan e Andrea Longega. Lo stupore, quindi, è ancora e sempre possibile. Ve ne parlo nei miei “dieci minuti di”.

© Alessandra Trevisan

Manuel Cohen presenta 21 poeti neo-dialettali

Franco Scataglini, Senza tutiki, Disegno a penna su carta

Franco Scataglini, Senza titolo, Disegno a penna su carta

E per un frutto piace tutto l’orto”. Manuel Cohen presenta 21 poeti italiani neo-dialettali

di Anna Maria Curci

L’amore per la poesia dialettale si è manifestato nel corso della mia vita, da che ho ricordi, in forme diverse, con differenti gradi di consapevolezza e di slancio. Da piccola, ho conosciuto la poesia dialettale dai racconti materni come forma alta di espressione umana che rappresentava, nel “lessico famigliare”, l’unica, dignitosissima, eccezione al divieto rigoroso di far uso di qualsivoglia dialetto regionale nella comunicazione tra le pareti domestiche (fuori, essendo cresciuta nella periferia della capitale, non c’era modo di ascoltare o di cimentarsi né nel ruvese di mio padre, né nel pignolese di mia madre; restava solo l’accento romanesco, deprecato e detestato apertamente da entrambi i genitori). La curiosità si accompagnava dunque, allora, al continuo tentativo di trasgredire quel divieto. Poi sono arrivati gli studi liceali e la consapevolezza di una tradizione dalle radici antiche e sempre rinnovate, una tradizione che nulla perde nel corso del tempo, nulla concede allo sprezzo, basato solitamente su argomentazioni tra lo spocchioso e il timoroso della pluralità,  che a intervalli regolari viene dispensato dal ‘degustatore’ di turno, sia questi noto o sconosciuto. Infine, nella maturità, lo studio, la lettura appassionata, la familiarità con la poesia neo-dialettale hanno rinsaldato la convinzione della grazia e della dignità, della forza di questa parte fondamentale, pilastro, ponte e fiume, della produzione poetica in Italia. Il saggio di Manuel Cohen, mia più recente lettura nella mia biblioteca di poesia dialettale che si va via via facendo più nutrita, giunge a confermare questo mio convincimento e a ravvivare l’amore per essa, ché di amore e sapienza si nutre il contributo di Cohen. Fa, inoltre, qualcosa di più, perché mi permette di rendere più complessa e ricca la mappa dei poeti italiani neo-dialettali, grazie a una fitta rete di collegamenti, strade e ponti tra dialetti, lingua nazionale, lingue e letterature altre.

E per un frutto piace tutto l’orto. 21 poeti italiani neo-dialettali è il titolo, ispirato a E per un frutto piace tutto un orto di Franco Scataglini, del saggio di Manuel Cohen, pubblicato nel n. 3 del 2015 – nel mese di marzo, dunque – di “Versante Ripido” (qui). Tra i ventuno poeti presentati, tredici sono già apparsi nell’antologia L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila, vasta ricognizione a cura di Manuel Cohen, Valerio Cuccaroni, Rossella Renzi, Giuseppe Nava, Christian Sinicco e buon punto di partenza, insieme ai volumi Guardando per terra. Voci della poesia contemporanea in dialetto e Un altro Veneto. Poeti in dialetto fra Novecento e Duemila, per un “viaggio tra i poeti in dialetto”. Gli altri otto, scelti da Manuel Cohen con un criterio al quale mi sento di aderire senza riserve, perché privilegia la vivacità del dettato, l’innovazione linguistica e il fecondo conversare su più piani della poesia dialettale, si aggiungono al quadro de L’Italia a pezzi che, per quanto ampio, non poteva necessariamente pretendere di essere esaustivo. (altro…)

Piero Simon Ostan: È così anche il nostro stare qui

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Piero Simon Ostan, È così anche il nostro stare qui, Edizioni Culturaglobale

 

giardino

L’erba come prato inglese fitta e ben tosata
la nostra ci accontentiamo non sia troppo gialla
alle erbacce rassegnati e i calcinacci che affiorano

spesso i buchi da coprire.

come eden difettoso
è il nostro giardino e non sarà
di nessun altro

È così anche il nostro stare qui,
gli squarci e le spaccature
provano chi siamo.

 

autoritratto

È il taglio degli occhi di mio padre
non il suo colore
l’attaccatura bassa dei capelli
quasi piatti i piedi e lo stesso stampo delle mani
o forse è lo stare scorretto della schiena

ma più che altro è la stessa mandibola che balla
quando la cena sa di poco e la camicia non stirata
l’apprensione dei giorni che fa lo stomaco compreso
con la tensione continua dei nervi raccolta nelle giunture
è la sua sintassi quando dico le frasi che non vengono
preciso il lampo nello sguardo che ricuce le cose
rifà buono il tempo

la solitudine lui dei boschi io delle parole.

Sarà poi un giorno mio figlio
e il figlio di mio figlio
sarà l’aggirarsi nell’identico buio delle strade
ad aspettare che venga il vento giusto
e il chiaro dentro gli occhi.

 

la classe delle farfalle

Al tuo arrivo in asilo hai saputo
che eri nella classe delle farfalle.
Hai colorato il disegno ma non sei
stato dentro i bordi neri delle ali

il tuo segno di riconoscimento
da cucire sul bordo della bavaglia
è uno scivolo tutto colorato.

Che la vita sappia posarsi su di te
con la leggerezza che ha offerto ai fiori.
Dopo la fatica dell’arrivo in vetta
ti regali il brivido della discesa.

© Piero Simon Ostan

 

È così anche il nostro stare qui: in queste parole c’è molto più di un titolo, sembra piuttosto un proposito che Piero Simon Ostan formula verso se stesso – prima di tutto – e poi verso quelli a cui vuole bene. Così è il suo mondo, dunque, un mondo vive in una quotidianità di alti e bassi, di paura delle burrasche improvvise e di tensione verso una dimensione più libera, dove sperimentare la consistenza delle nuvole. Ma anche la leggerezza è una conquista che ciascuno deve raggiungere indossando con coraggio il proprio volto e il proprio nome, quel nome che altri ci hanno donato e a cui ci spetta di dare un significato, quel nome che come gesto di affetto scegliamo per i figli nel momento in cui gli auguriamo che la vita possa crescere dentro di loro.

© Francesco Tomada