poesia dialettale

Andrea Longega, La seconda cicara de tè

Andrea Longega, La seconda cicara de tè, Ati editore, 2017; € 15,00

 

Ogni volta che comincio a leggere un nuovo libro di Andrea Longega mi sembra di tornare a casa, per la particolare sensazione che avverto leggendo le sue parole, cercando di capirle alla prima lettura, di immaginarne il suono, è come accomodarsi in luogo sicuro. E niente è più sicuro del luogo in cui ti senti a casa, della tua poltrona preferita; l’effetto è più o meno questo. Effetto amplificato dal fatto che Longega scriva in una lingua non mia: il dialetto veneziano. Lingua che ho imparato a conoscere e ad amare, lingua poetica naturalmente. Tra i dialetti italiani credo che i due che suonino meglio in poesia siano il veneto (soprattutto il veneziano) e quello siciliano; il mio dialetto d’origine, il napoletano, continua a suonarmi meglio se cantato, forse perché mi appartiene troppo, oppure non so. Longega scrive soltanto in veneziano e lo fa benissimo, ed è tra i più bravi poeti della laguna. Col tempo è riuscito a raggiungere col dialetto una dimensione nazionale, un riconoscimento certo, quasi unanime; Andrea Longega poeta italiano in lingua veneziana.

Tuti lo capisse xe talmente fassile
che xe sempre mègio far finta:
e parlo de Ande e de Perù
de un inverno de fango in Patagonia
e de quanta paura pol far
na mandria de réne che te sfiora
su la strada che porta drita a Capo Nord
me invento come niente
de na setimana intiera de piova e smarimento
a tirar su case e mureti
sul scoglio de St Kilda

parché xe mè gio che non se sàpia tanto in giro
che a Venessia co i me dise se vedémo
for de l’entrada de un albergo
o in un posto che no sia
San Bortolo o la Stassion
mi de le volte prima de mòverme da casa
vèrzo el computer e quel posto lo sérco,
lo ingrandisso, su Google maps.

Tutti lo capiscono è così semplice/ che è sempre meglio fingere:/ e parlo di Ande e di Perù/ di un inverno di fango in Patagonia/ e di quanta paura può fare/ una mandria di renne che ti sfiora/ sulla strada che porta dritta a Capo Nord/ mi invento come niente/ di una settimana intera di pioggia e smarrimento/ a ricostruire case e muretti/ sullo scoglio di St Kilda// perché è meglio che non si sappia tanto in giro/ che a Venezia quando mi dicono ci vediamo/ fuori dell’entrata di un albergo/ o in un posto che non sia/ San Bartolomeo o la Stazione/ io a volte prima di uscire di casa/ accendo il computer e quel posto lo cerco,/ lo ingrandisco, su Google Maps.

La prima, consistente, parte di questa nuova raccolta è in movimento, sono versi che vengono e che raccontano di viaggi, ma in un modo che è caro a Longega e che è raro. Il paesaggio, se è mostrato, è per un attimo, proprio come succede quando da un sentiero, dopo una curva, ci appare una scogliera che poi scompare alla curva successiva. Una curva è Creta, la curva dopo è Rialto, la circolarità dei versi gioca sulle andate e sui ritorni, sul falso movimento, sulle partenze reali e quelle che non avvengono, su come sia più facile inventarsi qualcosa di molto lontano rispetto a un vero che ci passi vicino. Perciò il viaggio è un luogo, e poi è un tempo, e poi sono le persone che si ritrovano nei posti in cui si ritorna, sono i loro racconti, sono i piatti che preparano. I viaggi di Longega sono fatti di luce, del sole che batte sugli strapiombi e che poi filtra dalle tende di un hotel, magari già conosciuto, un posto dove ritornare e far casa, proprio come a casa. Sono viaggi fatti in coppia, poesie che con delicatezza ci portano momenti condivisi e i silenzi tanto cari al poeta di Murano. E quanta bellezza c’è nel raccontare il compagno di viaggio, di vita, descrivendolo nel momento in cui lo si lascia da solo nella quiete di un’abitudine:

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I poeti della domenica #193: Fabio Franzin, Onbre, Meduse

Ettore Sottsass e il vetro foto di gianni montieri

Onbre, Meduse

Sen romài de ‘à dea memoria,
voltàdhi. Ae nostre spàe passa
figure, co’e só inpreste, ‘e só
teste basse, onbre lente sora
el ‘sfalto, poster che se mòve
tremoeànti tel cimento dei muri.

Chi ièrei? Còssa pénsei de ‘verne
‘assà co’e só fadhìghe sovrumane,
i tanti sacrifici, ‘e triboeazhión?

Chea onbra che passa, ‘dèss che
me son voltà indrìo un secondo
– mì che no’ son mai stat bon
de vardàr sol fiss davanti, che
‘ò senpre ‘bbu paura de ‘ver pers
calcòssa, drio ‘a strada – chea onbra
seca, bassa, tuta incurvàdha in ‘vanti
che ‘ò vist te un film de Kieślowski
butàr ‘na bòzha drento un cassónet,
che razha de esenpio senpio vòea
mostrarne? Storta dal peso de ‘na
vita che no’à conossù festa e riposo,
còssa àea da spartìr co’ quee che,
aa stessa età, va in pàestra pa’ caeàr
de peso, in préstio de àni dal chirurgo
estetico? ‘a passa e ‘a ne dà fastidio,
sol che quel, e sol pa’ chi che se volta.

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L’opera poetica di Vincenzo Luciani

L’opera poetica di Vincenzo Luciani

Si può leggere in molti modi l’opera poetica di Vincenzo Luciani, schietto editore e schietto poeta. Si può leggere, innanzitutto, come ininterrotto canzoniere di vera poesia, plurale e plurilingue – tante voci, tanti luoghi, tanti idiomi, tante storie – e, tuttavia, con una salda e riconoscibile unità; si può leggere, ancora, dal punto di vista della geocritica, giacché i luoghi, la nativa Ischitella innanzitutto, poi Torino, ovvero delle vie e delle fabbriche, e Roma dalle periferie permeano i componimenti, li ‘impolpano’ e li riempiono di toni cromatici e percezioni, anche olfattive.
Una lettura che suggerisco è quella di un romanzo di formazione in versi. Il mio accostamento può sembrare bizzarro, forse perfino azzardato. Esso nasce – scopro subito le carte – non soltanto dalla mia insofferenza a qualsiasi analisi che sia inficiata dalla smania di catalogazione, dalla convinzione che una mera lettura per generi letterari sia inadeguata a contemplare l’ampiezza della gamma espressiva e che, per contro, mettere in comunicazione, nell’indagine critica come nell’atto creativo, più ambiti giovi all’ampliamento dell’orizzonte e all’intenzione di cogliere, di un’opera, tutti gli aspetti, ivi compresi quelli, preziosissimi ai miei occhi, intertestuali, ma anche dalla convinzione che l’opera poetica di Vincenzo Luciani abbia alcuni tratti in comune con il romanzo di formazione. Cerchiamo di individuarli e di enunciarli esplicitamente: l’esistenza vista come continua formazione, dalle fonti più disparate, dai maestri (Petrine Paradise), dagli incontri, dalle lotte, in una parola, dalla vita; il piglio dinamico, con l’evidenziazione, anche fuori di metafora, del continuo cammino; il costante e ironico ‘understatement’ che deriva dal vedersi, in perfetto equilibrio di toni tra bonario, malinconico e pungente, non sconfitto, certamente, ma ridimensionato e ‘sballottato’ dal dipanarsi dell’esistenza; infine, proprio come nel prototipo del romanzo di formazione, Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister di Goethe, l’origine e l’evoluzione, divertente e divertita, della “vocazione teatrale”.
Il principio di questo breve viaggio è, non a caso, proprio la poesia Attore di prosa, nella quale Vincenzo Luciani narra spiritosamente dei suoi entusiasmi giovanili (in realtà siamo al giardino d’infanzia, alla scuola materna) per un futuro sul palcoscenico.
Del 1985 è la raccolta di poesie, con la prefazione di Diego Novelli, Il paese e Torino, nella quale trovano espressione i nuclei tematici della poesia tutta di Vincenzo Luciani: l’emigrazione, il ritorno, la ripartenza, il senso di estraneità e di familiarità che si contendono il primo posto, l’osservazione attenta di luoghi e persone, il ricordo, gli affetti, l’amore (o meglio, nel pudore del Sud, “il bene”), il combattimento in perdita con il tempo che scorre. (altro…)

Ernesto Murolo, Poesie

Ernesto Murolo, Poesie, Casa Editrice Bideri, 1942

*

Accade che mio padre un paio di settimane fa mi regali il libro che vedete in foto, proprio nell’edizione del 1942; per me questo dono è una vera gioia, postare qui qualche poesia è il mio modo di gioirne con voi. (gm)

*

E femmene

Quanno ‘e vvote essa traseva,
già da n’ora i’ ero venuto.
‘Na resata, nu saluto,
po’, ammentanno, me diceva:

«Ch’ ‘o marito èva saputo…
o ch’ ‘a messa mai feneva…
ch’ ‘o cavallo, che curreva
ncopp’ ‘a scesa era caduto…»

E sbatteva ncopp’ ‘o lietto,
cu ‘na mossa ‘e dispettosa
mantellina e cappelletto.

Po’ redeva… E cu’ ‘e manelle
se spuntava ‘a vita rosa
chiena ‘e nocche e nucchetelle…

*

Rosa d’ ‘o Munastero ‘e San Martino!
Loggia ca ‘ncielo fravecata sta!

Nuie ce affacciàimo, mentre, a mmatutino
‘e cchiese già sunavano;
e nuvole e calore se sperdevano
e se scetava Napule d’està!

E Ammore, Ammore!…
Tremmaie stu core tuio ‘ncopp’ ‘a stu core…
E quanno, ‘a ll’ onne chiare,
vediste ‘o sole ca spuntava a mmare,
tu… te vasaste Napule,
tu te vasaste a me!

*

Maggio. Quanno stu mese
fa ll’aria cchiù addurosa
passaie p’ ‘o vico, oi Rosa,
pe’ ffa pace cu’ tte…

E avette pe’ risposta
na resatella amara,
n’ucchiata ‘a na cummara
e… sta canzone a mme:

Chi canta vo’ ammore antico
perde ‘a voce e ‘a serenata:
quann’ammore vota strata,
nun se torna arreto cchiù!…

*

© Ernesto Murolo

Vincenzo Mastropirro, Timbe-condra-timbe

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Vincenzo Mastropirro, Timbe-condra-Timbe. Tempo-contro-tempo. Prefazione di Manuel Cohen, Puntoacapo 2016

«… e u timbe scuorre»: il tempo scorre, sì, con velocità diverse e diversamente percepite col passare delle età – di persone, di luoghi, di oggetti, perfino di modi di dire – nella poesia di Vincenzo Mastropirro nella lingua di Ruvo, il paese natale nelle Murge. È un idioma che conferisce ritmo e plasticità alle composizioni di Timbe-condra-Timbe. Tempo-contro-tempo.
Sono testi di varia lunghezza che esaltano, come evidenziato dalla prefazione di Manuel Cohen, quella icasticità che contraddistingue sin dalle prime raccolte la scrittura del poeta e musicista pugliese. Il tempo e i tempi, ché l’ampiezza di accezioni e figure e persone del termine è considerare quanto più grande possibile se ci si accosta a una poesia di tal fatta, che coniuga detti popolari e considerazioni aforistiche con un compare d’anello peculiare, che è questo dialetto non di rado aspro, dalle arditezze vocaliche che strappano perfino agli stessi corregionali il commento: “ostico”, magari a fior di labbra, e tuttavia con la segreta convinzione, nel caso del ruvese, che “forestiero” e “forastico” siano qui contigui.
Sono tempi dell’attesa e dell’avvertimento, come quello ripetuto in continuazione a Vincenzo tredicenne («na da mangiò pone tuste!», «ne devi mangiare pane duro»); sono tempi della constatazione, del “bilancio di medio termine” compiuto durante il “terzo” dei quattro tempi dell’uomo («nan so mè mangiote pone tuste», «non ho mai mangiato pane duro»); sono i tempi di mezzo, scanditi, come nocche su un tamburello, dal «’Mbèratande». dal “mentre”; sono i tempi del pronostico inevitabile («u quarte cu’ curpe sfatte e mangèime pe’ le virme», «il quarto col corpo sfatto e mangime per i vermi»); sono i tempi “bastardi” della lentezza esasperante e sorniona nella percezione del tempo («U timbe nan passe cchjue/ quanne sé ca nan sté cchiù timbe.», «Il tempo non passa più quando sai/ che non c’è più tempo.»); sono i tempi, infine, dell’invito, nonostante tutto: «candòme tutte ‘nzime/ candòme mò o cchjù pe’ nudde», «cantiamo tutti insieme/ cantiamo ora o mai più».
Il tempo condensa il suo significato in luoghi e in oggetti, luoghi e oggetti che si fanno tenaci e vivi e maestri a chi conosce il valore del sostare e dell’ascoltare, del cogliere al tempo giusto, dell’osservare nello scorrere e del lasciare andare ciò che si sottrae al gesto, sempre intempestivo, della prepotenza. (altro…)

Non ti curar di me se il cuor ti manca 2

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AA.VV., Non ti curar di me se il cuor ti manca 2, Qudulibri 2016, € 10,00

*

Poesia e disagio mentale sono due “malattie” che, da sempre, hanno condiviso la sorte degli esseri umani più sensibili. Lungo e fuorviante sarebbe qui, stilare un elenco dei poeti noti che hanno sofferto, nel loro corpo a corpo con la parola, il disagio di un vivere che non riusciva ad accordarsi con la realtà. Quanti hanno finito i loro giorni reclusi in un manicomio, quanti hanno messo fine da se stessi a un dolore che sembrava non trovare né la sua origine né ogni auspicabile sollievo. Chissà quanti poi, quelli sconosciuti agli editori e ai critici letterari. Le leggi che governano gli sciami sociali tendono a premiare chi è, per sua natura, dotato di un certo cinismo e dell’istinto prevaricatore. Dall’alba dei tempi, certificherà qualcuno, certo, ma nell’epoca moderna e postmoderna, nella realtà contingente, sempre più individualista e tesa, sbilanciata all’estetica più che verso l’etica, in chi sia sprovvisto di tale tempra – leggasi indifferenza – è sempre più arduo trovare la linea di un equilibrio che permetta di esprimere la propria visione della realtà e del mondo e, al contempo, saper lottare per non vedersela calpestata dalla furia macinatrice di un possesso stolto e arrogante. Il poeta, quello vero, è crocifisso ai chiodi delle sue parole, coronato dalle spine della propria acuminata sensibilità, ben più del verde alloro del laureato. […] (dalla prefazione di Fabio Franzin)

*

Anna Toscano

AUGUSTE

Auguste avevi cinquantuno anni
e confondevi i luoghi, le persone,
il tempo, il tuo nome.
La foto ti ritrae con lo sguardo
attonito, le mani intrecciate sul petto
la fronte solcata, i capelli scuri.
Ma cos’era quel camice bianco
Auguste, dov’era il tuo pensiero.
Devi essere stata bella,
ma non lo sapevi più.
Dalla tua demenza la malattia
ha un nome, quello che tanti
vorrebbero sentirsi dire
quando già non capiscono.
Accadde al marito della compagna
di stanza di mia mamma:
lei stava morendo in un pigiama rosa
lui indossava la pelliccia
della figlia e diceva
“la cena è sul terrazzo vero?”. (altro…)

I poeti della domenica #94: Piero Simon Ostan, Stago sbudelà

piero

da Pieghevole per pendolare precario, Dot.com press, 2011

*

Stago sbudelà
no ste dir niente
no sento niente

stago solo qua
la coperta tirata su

perderme via
in tutti i programmi
pettegoli del pomeriggio
fin quando el scuro
riva a converserme i pie

*

Sto sbracato
non dite niente
non sento niente

sto solo qui
la coperta tirata su

lasciarmi andare
in tutti i programmi
pettegoli del pomeriggio
fino a quando il buio
arriva a coprirmi i piedi

*

© Piero Simon Ostan

Un libro al giorno #20: Salvatore Di Giacomo, “Poesie” (3)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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da Vierze nuove

 

La strada. I – ‘E robbe vecchie

 

Panne, purtate ‘a tanta e tanta gente,

cammise ricamate e arrepezzate,

ca ncuollo a quacche povero pezzente

o ncuollo a na cocotta site state;

 

fazzulette ‘e batista, e muccature

viecchie, scuffie ‘e nutricce, e barrettine,

giubbe ‘e surdate, veste ‘e criature,

giacchette, mantesine, e suttanine,

 

add’o revennetore e panne usate

(sott’a n’angolo ‘e muro mmiez’a via)

ccà v’hanno strascenate e ammuntunate

‘o vizio ‘a famma, ‘a morte, ‘a malatia.

 

Quanta rumanze ‘e quanta e quanta gente!

Ma stu revennetore a stu puntone

nun ‘e capisce. Ndifferentemente

scose na cifra, o azzecca nu buttone. (altro…)

Un libro al giorno #20: Salvatore Di Giacomo, “Poesie” (2)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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da Vierze nuove

 

Si è Rosa ca mme vo’…

 

Nzerràteme, nzerràteme addò stanno

tant’ate, comm’a me, guardate e nchiuse,

addò passano ‘a vita, sbarianno,

pazze cuiete e pazze furiuse.

 

Nchiuditeme pe sempe ‘int’a sti mmura,

e ‘o mastugiorgio mettìteme allato;

p’o mmale ca tengo io ce vo’ cchiù cura:

io so’ stato traduto e abbandunato. (altro…)

Un libro al giorno #20: Salvatore Di Giacomo, “Poesie” (1)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

 

Salvatore_Di_Giacomo

da Ariette e sunette (1898)

 

Dopo un anno

 

‘O nniro ‘e l’uocchie, mieie, bella, vuie site,

ma site amara e nun ve n’addunate,

e specialmente quanno mme vedite

tanno mme pare ca v’amariggiate;

e pure ‘o nniro ‘e st’uocchie mieie vuie site!

 

Sì! Dint’ ‘o core mio ll’anno passato

Io ve purtava scritta e siggellata;

mo avimmo tutte e duie fatto ‘o peccato,

mo vuie penzate a n’ato… e io penzo a n’ata…

E ve purtava scritta e siggellata! (altro…)

Il “non solito dialetto” di Mario dell’Arco

mario dell'arco ottave 1948Mario dell’Arco (1905-1996) e il dialetto che non è il solito dialetto. Uno dei massimi esponenti di quella poesia in vernacolo troppo a lungo screditata dai puristi e il più delle volte attaccata e affrontata in modo contraddittorio e svilente nella fatidica Questione della lingua. Diciamocelo, il dialetto non attira a sé troppe simpatie (già dai tempi del Cesari, primi Ottocento), ma, quella del nostro, è opera più unica che rara, raffinata, surreale, che non può non catturare e conquistare. Un’opera in romanesco che sembra non aver conosciuto nel corso degli anni “una vera evoluzione”. Ma, appunto, sembra.
In realtà questo dialetto (“addirittura più leggero dell’italiano” come lo ha definito Gibellini) cesellato, ben si attaglia a quelli che furono i contenuti della poesia dellarchiana a partire dalla prima raccolta: Taja, ch’è rosso! (1946), apparsa nello stesso decennio che vide l’esordio di mostri sacri come Tonino Guerra e del Pasolini casarsese: una vena prevalentemente lirica, incline a deformazioni fantastiche e surreali, tese a rendere poetici gli aspetti di partenza del reale.
Così può capitare che, nella poesia di dell’Arco, il treno diventi un coso buffo/ cor cappello a cilindro e lo stantuffo; il cielo una lavagna sulla quale la luna disegna le costellazioni; la far-falla un verme che ha messo per ali due petali di rosa. Una sorta di magismo insomma, che nulla ha a che fare con quello crudo del Malaparte de La pelle o con il migliore assurdo letterario, e che serva per tacere dei monumenti e dei luoghi di Roma investiti da questa modalità poetica, disponibile al meraviglioso: è il caso di Roma – 18 poesie (1956), ad esempio, o di Arciroma (1978). Qui i monumenti si animano davvero, e può accadere che il cavallo di Castore in Campidoglio scenda dal proprio piedistallo e attraversi le vie del centro storico; o che la Barcaccia di Piazza di Spagna levi l’àncora e imbocchi er Babbuino.
Un’altra novità preponderante e, oserei dire, prepotente della poesia dellarchiana è la rottura con la tradizione romanesca sul piano della metrica: nessun sonetto presente nel volume complessivo; al contrario la predilezione per un sermo brevis per lo più di endecasillabi e settenari (questi sì i più classici della tradizione poetica italiana!) mentre più rari sono i quinari, variamente ritmati, anche con accortissime rime interne al verso.
Uno schema libero che, nel suo epigrammismo, si è sposato perfettamente anche con la compiutezza classica che il poeta ha inteso riprodurre nel suo personale adattamento di Catullo, Marziale e Orazio, da lui arromanescati a più riprese e che, contemporaneamente, lo fanno inserire perfettamente nella corrente del suo tempo, riuscendo in questo suo strutturare il componimento non simmetrizzandolo, in un divertissement letterario.
Dal ’48 in poi entra in scena Pasolini che col nostro inizia delle vere e proprie collaborazioni, in seguito al sentito apprezzamento dell’opera dell’autore romano.
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Patrizia Sardisco, poesie da “Cristareddu appuiatu nto ventu”

patrizia 2015

La poesia di Patrizia Sardisco, in particolare quella scritta nel suo dialetto monrealese, ha il potere di restituirmi lo spirito e il dettato di Madre lingua di Rose Ausländer: «Mi sono tramutata in me/ di attimo in attimo/ smembrata fatta a pezzi/ sul sentiero di parole/ madre lingua/ mi ricompone/ mosaico di persone» (qui nella mia traduzione). Parola terra materna, sì, con la presa in carico, i segni nella carne e i solchi negli occhi di camminate per i sentieri impervi di una lingua madre, radicata nell’anima e sradicata ormai nella realtà sempre matrigna, con i tesori strappati a mani nude, che ora ne riportano le escoriazioni, con i frutti di immersioni compiute nella coscienza del rischio e del confine sottilissimo tra “pausa del respiro” come opportunità di riflessione e apnea fatale. Non c’è spazio, qui, per la concessione alla moda vezzosa e al fascino esotico del dialetto. Ciascuno di questi testi, inediti come pubblicazione a sé stante e finalisti al Premio Ischitella-Pietro Giannone del 2014, sono il frutto di una felice (piena, vissuta, ricercata e trovata) unione tra voce partorita dal grembo della Madre lingua e pensiero critico, che scevera e discerne. (Anna Maria Curci)

***

Ancilu di mari

Chiossà po’ sunnu  ‘i jorna  pi circari
‘nzoccu pirdisti ‘u jornu ca nascisti

‘U beni canusciuto, l’acqua linna
ca ti sunava ‘i gricchi ‘a notti funna.

Cori assuppatu ‘i mari, era  tu resca
tu era granciu, senza sapiri funnu

Tu era pisci, ancilu di mari
cull’ali aperti allucintati ‘i suli

 

Angelo di mare

Di più saranno i giorni per cercare/ ciò che hai perduto il giorno che sei nato/ il bene conosciuto, l’acqua leggera/ che ti suonava negli orecchi a notte fonda./ Cuore imbevuto di mare eri una lisca/ eri un granchio senza conoscere fondale/ tu eri pesce, angelo di mare/ Con le ali aperte rilucenti di sole

*

A matri vuci

Natavi leggiu, e leggia leggia ‘a vuci
S’ppuià  comu lapa ‘ncapu ‘i rosi
Nto specchiu  d’acqua d’i to’ casi

Vuci di matri e figghia
Vuci di granni e nica
Vuci di vini e ràrica c’afferra

Nza s’iddu ‘i pensi  o ‘iddu t’i scurdasti
S’addivintaru scrùsciu  nt’e to’ gricchi
I murmurii agghiuttuti cu to’ nomu

Nomu di figghiu e patri
Nomu di  re e picciotto
Nomu di vini e ràrica c’afferra

S’appuià comu lapa ncapu i rosi
A matri vuci ca  spinicìa ‘u to’ nomu
E ti vattiò vaviannut’a facciuzza

 

La madre voce

Nuotavi leggero, e leggera leggera la voce/ si appoggiò come ape sulle rose/ nello specchio d’acqua delle tue stanze/ Voce di madre e figlia/ voce di adulta e bambina/ Voce di vene e radice che attecchisce/ Chissà se li ricordi o li hai dimenticati/ se sono diventati rumore nelle tue orecchie/ I mormorii ingoiati col tuo nome/ Nome di figlio e padre/ nome di re e ragazzo/ nome di vene e radice che attecchisce/ Si appoggiò come api sulle rose/ la madre voce che sorreggeva il tuo nome/ e ti battezzò bagnando di saliva le tue gote (altro…)