poesia dialettale italiana

Fabio Maria Serpilli, poesie da “Mal’Anconia”

Setanta verzi

 

Cucàle (gabbiano)

Vivémo fra dô blu
de aqua e d’aria
e su sta tera stamo
come su na nave
o ‘n arioplano
Cucàle
in mezo al celo
cun dô lale                         (ali)

E slalo alto
fin’al sol lucóre
sopro de ogni
silenzio e rimore
Sempre più ‘n zu
d’un sagrilegio
movendo l’ale
movendo el celo

 

Angonia (agonia d’Ancona)

   Sota ‘n celo tramonto
mal’anconia conoscio           (malinconia e male di Ancona)
un bel balo de vele
int’un intorno roscio
Sopr’al sacro Còtano          (Sasso, Colle Guasco)
incendia bianco el Dòmo
el Porto giù a baso
abisa pog’a pogo
Cità de l’angonia
quanto meno t’aspeti
alza tut’i canpanili
viè’ su cun tut’i teti

 

Dì’-nun-dì’ (Dire non dire)

Quanta pace c’è ntel tuto
quanta ancó ntel gnente
In quanti fòi cercavo
de méte sti dô verzi
a incastro propio
indove ce diceva
Chisà si ho fato bè
a nun li scancelà?

Si è fadiga a dì
nun dì è più fadiga
Quando
imparo el silenzio

  (altro…)

Marino Monti, La vôs de’ vent

Stralcio dalla Prefazione di Maria Lenti a Marino Monti,  La vôs de’ vent,  La Mandragora, Imola, 2017, pp. 120, €  13.00

Marino Monti appartiene ai poeti animati dalla resistenza nel loro essere poeti di un mondo riconoscibile perché vissuto in prima persona, più che di un’uscita verso territori di un altrove poetico. Le sue raccolte (E’ bat l’ora de’ temp, A l’ómbra di de’, L’ ânma dla tëra, Int e’ rispir dla sera, Stasón, Int e’ zét dal mi calér) già dai titoli segnano l’assiduità di temi legati al tempo come tessuto su cui si distende il fiato della vita, o, viceversa, segnalano la consistenza di uno stare dentro le radici spazio-temporali della nascita e della crescita. Lì insiste la vitalità che fa durare e rende vivo il passato dando il “più” di sapore (E’ savôr dla vita) al presente pure in fuga.

A m’afond int e’ salut
a la mi tëra
indò che i vèc
m’ha insigné
 a caminé tra i cùdal
ad arvultéi int e’ soich
dal stasón.
Arturnarò a la mi ca
Sóich dopo a sóich.
Int che zét
Dl’ ónda di chémp
Par sintì e’ savôr dla vita.

(Il sapore  della vita – Affondo nel saluto / alla mia terra, / dove i vecchi / mi hanno insegnato / a camminare tra le zolle / a rivoltare nel solco / delle stagioni. / Ritornerò alla mia casa / solco dopo solco. / In quel silenzio / dell’onda dei campi / per sentire il sapore della vita.) (altro…)

I poeti della domenica #87: Ernesto Calzavara, Quel me par

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Quel che par

Tuta sta zénte che more
un poco a la volta
senza farse védar
dentro de le so case.
Tuti fora sta ben
par le strade;
e par che tuti gàbia da vivar sempre,
che nessun senta dentro el so fondo
la fadiga de star a sto mondo.

E quei che resta te varda
no par quel che te sî,
ma par quel che te fa
e quel che te par,
quei che resta te varda.

(E intanto tegnir dentro la voja
de morir e de vìvar.)

.

Védar: vedere
Gàbia: abbiano
Te sî: sei
Te par: tu sembri
Te varda: ti guardano
Voja: voglia

© Ernesto Calzavara, Poesie dialettali, introduzione di Andrea Zanzotto, Treviso, Canova, 2006

Poesia proposta da Paolo Steffan

“Balada incivie, tartufi e arlecchini” di Renzo Favaron. Recensione

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Renzo Favaron, Balada incivie, tartufi e arlecchini, L’Arcolaio, 2015, euro 10,20

Negli ultimi anni la poesia dialettale veneta ha trovato in alcuni autori, spesso ospitati anche sul nostro lit-blog, un’energia letterariamente nuova o rinnovata: tra questi si possono ricordare, ad esempio, Piero Simon Ostan e Andrea Longega. Ma Renzo Favaron (già ospitato qui e qui), a differenza delle voci citate, si esprime in un dialetto veneto che potremmo definire misto, di provenienza varia. Spiega Anna Toscano: «La sua caratteristica poetica è la lingua che è un dialetto non di una città precisa, non di una zona particolare, ma un dialetto intimo. Il suo dialetto è un viaggio, nella poesia e nell’esperienza, con una cifra personale e una voce, appunto, intima. Ed è molto corposo, ricco, raccoglie varie particolarità e varie espressioni; tutto ciò rende la sua poesia una sorta di invocazione alle cose di tutti i giorni, alle piccole e grandi quotidianità che ci legano alla vita, soprattutto quando la si mette spesso in discussione. Vita sentita: i battiti, il polso, sono in ogni poesia. Ma anche vita in presenza della morte» (in Virgole di poesia, prima stagione).
I ricordi e il passato, la forza del conoscere (e del volere e saper conoscere), il dialogo con uno ieri che non c’è più o che c’è in una forma diversa, sono il filo conduttore anche dell’ultima raccolta di Favaron Balada incivie, tartuffi e arlecchini edita dai tipi de L’arcolaio. È fin troppo facile affermare che il dialetto ricarichi la parola della sua intrinseca potenza e tuttavia la poesia di Renzo Favaron “dice tutto” con il dialetto che non è reliquia ma una scelta etica e anche l’unico strumento linguistico in grado di proclamarsi il più fedele possibile ai temi, non ultimo l’unica figura possibile di una memoria con la quale non solo l’autore ma anche il lettore cerca di fare i conti, con la quale pare necessario riconciliarsi. (altro…)