poesia del novecento

#Festlet #5: Dettagli

Per il suo Prima persona, Richard Flanagan ha usato un episodio realmente accaduto nella sua vita: il suo esordio in narrativa con una biografia scritta in tre settimane di un individuo estremamente reticente a parlare di sé. A Richard Flanagan piace raccontare episodi della propria vita. Se vi capiterà di ascoltarlo, potrebbe raccontarvi questo:

“Una volta avevo un’intervista. Io parlavo, parlavo, ma l’uomo non mi guardava. Dopo un po’ vedo un tizio in fondo che fa: cinque… quattro… tre… e ho capito che non avevamo ancora incominciato. L’intervista è stata così: le domande in italiano, le risposte in inglese. Abbiamo parlato, parlato, non ci siamo mai guardati e non ci siamo mai capiti. Alla fine l’intervistatore mi ha abbracciato e ha detto: è stata l’intervista più bella della mia vita. Ho capito che a volte l’importante è saper tenere bene il palco.”

Anche quest’anno, Mantova ha tenuto il palco da leone. Nel momento in cui scrivo, è quasi impossibile per la mia bici Ariadne districarsi in una folla mai chiassosa. Il grande tendone della libreria è stipato, ci sono più persone che libri, il che dovrebbe essere il sogno di ogni libreria ben fornita, e questa lo è. I volontari fanno capannello a piazza Leon Battista Alberti, qualche curioso chiede ai volontari agli ingressi degli eventi se c’è ancora un biglietto per entrare. Mantova ha tenuto il palco da leone, e così il Festlet.
Ma a differenza di Flanagan e del suo intervistatore, noi e il Festlet ci siamo capiti. (altro…)

#Meriggiare: un secolo con Montale

ossi gobettiEugenio Montale avrebbe compiuto il 12 ottobre scorso ben 120 anni, e, se la natura gli avesse concessa una vita così lunga, sarebbe stato il più iconico dei segnali da inviare alla Mosca (o, forse, sarebbe stato il più clamoroso tra i messaggi tanto attesi da lei, quello che in vita lo designava quale ‘patriarca’ della poesia italiana).
Cento anni compie, invece, la sua poesia, in questo 2016 entrato nella sua fase finale! Perché cento? Be’, semplicemente perché la poesia sua più antica, Meriggiare pallido e assorto, inizialmente intitolata Rottami e poi consegnata alla storia attraverso il primo verso, se vogliamo dare fede a quanto di sé ha voluto tramandare il poeta, risalirebbe proprio al 1916, relativamente alla primitiva stesura, rivista poi nel ’22 e nuovamente nel ’23.
Quest’osso diventato uno dei componimenti più noti, anche per obbligo scolastico, segna tutt’ora il passaggio da una poesia che risuona ancora note care a Pascoli alle nuove esperienze più prossime al giovane Montale, come la lezione dei poeti liguri a lui cari:

Meriggiare pallido e assorto,
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicala dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Sembra di ritrovare, con segno nuovo, «tutte le cose buone della terra/ che bastavano un giorno a smemorare» il Camillo Sbarbaro di Talora nell’arsura della via, poesia che chiude Pianissimo del 1914; poesia che contiene l’immagine iniziale del canto di cicale e a poca distanza quell’altra dello «stupor sciocco» nel notare ancora la presenza di alberi e acque, immagini, queste, che sembrano condensarsi prima e dilatarsi poi nella terza quartina montaliana.
gozzano-montale-sbarbaroDel resto i tratti in comune tra i componimenti dei due poeti e amici liguri sono parecchi, a partire proprio da quell’ora meridiana in cui il canto incessante delle cicale spezza il silenzio assordante dell’esistenza umana; ora che sempre negli ossi propriamente detti di Montale si ripercuote e rafforza in ben altre e famose immagini: come il «falchetto che strapiomba/ fulmineo nella caldura», in Non rifugiarti nell’ombra; o ancora, e ovviamente, Gloria del disteso mezzogiorno in cui viene indicata «l’ora più bella» al di là di un muretto che è sicuramente parente stretto della muraglia coi cocci di bottiglia, a sua volta imparentata − (se non addirittura figlia!) − con la «cinta vetusta» di Gozzano («Pensa i bei giorni d’autunno addietro,/ Vill’Amarena a sommo dell’ascesa/ coi suoi ciliegi e con la sua Marchesa/ dannata e l’orto dal profumo tetro/ di busso e i cocci innumeri di vetro/ sulla cinta vetusta, alla difesa…», La Signorina Felicita ovvero la Felicità; mio il corsivo).
La fitta presenza, strategica, nel tessuto montaliano, di verbi all’infinito, parla a noi lettori già la lingua della modernità che avanzava in quel lontano 1916. Le rime a fine verso, o al mezzo, miste alle assonanze e alle allitterazioni, invece, ci parlano sia dell’aderenza alla tradizione tardo ottocentesca, sia della rottura dall’interno della medesima.
Il meriggio di Montale è quello di un orto, e non urbano come probabilmente è quello di Sbarbaro che, di poco più anziano del futuro premio Nobel, ha in qualche modo nei suoi versi (e sappiamo quanto Montale amasse la sua poesia) indicata la strada da percorrere per dare voce a quel ‘male di vivere’ che è ben altra cosa, e perciò nuova, rispetto allo spleen, alla noia, alla malinconia, che pervadono tutto il secolo precedente. Non ci troviamo posti innanzi a una bucolica fuga dalla città per la campagna in entrambi poeti, perché è comunque rappresentata l’angoscia per il desiderio di fuga disatteso, per un mancato rifugio, ricovero per l’anima, in seno alla natura: non c’è locus amoenus, perché oltre quel muro che si costeggia, oltre la siepe di «cocci aguzzi», ossia di «cocci innumeri di vetro», non c’è nient’altro che la presa di coscienza della desolante esistenza, poiché ogni senso reale è nascosto in questo triste meravigliarsi in cui echeggia, con segno negativo, lo «smemorarsi» di Sbarbaro.

© Fabio Michieli

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Poesie per l’estate #26: Umberto Fiori, Qui

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza. In questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

Umberto Fiori - fotografia di Dino Ignani

Umberto Fiori – fotografia di Dino Ignani

 

Qui

Stare fermi, ridere, dormire,
muoversi voglio dire, correre,
si può. Ma non si può mancare
a quello che porta via,
che porta qui dove si è sempre, nel posto
dove i posti si trovano, qui, dove
qualcosa importa.

E qui si sta, come un cane
lasciato chiuso in macchina
al sole, in un piazzale quasi vuoto,
una bestia che per ogni cric nella ghiaia
drizza le orecchie, e si scuote al minimo suono
di passi, lontano, o di risate.

Io provo a pensare, e ragiono,
e dentro sento tutta la testa che abbaia.

(Umberto Fiori, da Esempi, 1992)

Poesie per l’estate #19: Montale, La belle dame sans merci

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza. In questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

Satura

La belle dame sans merci

Certo i gabbiani cantonali hanno atteso invano
le briciole di pane che io gettavo
sul tuo balcone perché tu sentissi
anche chiusa nel sonno le loro strida.

Oggi manchiamo all’appuntamento tutti e due
e il nostro breakfast gela tra cataste
per me di libri inutili e per te di reliquie
che non so: calendari, astucci, fiale e creme.

Stupefacente il tuo volto s’ostina ancora, stagliato
sui fondali di calce del mattino;
ma una vita senz’ali non lo raggiunge e il suo fuoco
soffocato è il bagliore dell’accendino.

(Eugenio Montale, La belle dame sans merci, da Satura, 1971)

I colli: Luzi e Zanzotto


Hanno dimostrato lunga fedeltà alla vita, Luzi e Zanzotto, mirando all’essenza, a «quel giro stretto di vita e volontà»[1] che è amore che tutto lega. Un’unica grande lezione, questa, calcatasi in loro una volta per sempre, e imparata nuovamente dopo ogni dimenticanza, sempre attraverso il fuoco acceso della poesia.
Sono dieci anni che Luzi è scomparso, quattro Zanzotto.
Si può forse finalmente dire, oggi, che Mengaldo sbagliava nell’avvertire nella poesia di Luzi l’esercizio di un «orgoglio travestito da umiltà»; e sbagliava ancor di più il critico milanese nel trovare in questo esercizio una sua presunta «quasi schifiltosità spirituale», degna di tradursi il più delle volte in un elegante ma in fondo deludente «preziosismo formale estenuato ed araldico.»[2]
No: all’umiltà invece, o meglio ancora a una collezione di sguardi umili, infatti, si è rivolto e continua a rivolgersi – possiamo dirlo, oggi – Luzi: «A me premono più gli uomini umili, gli emarginati, ma non tanto per una preferenza di tipo classista, ma perché io vedo in questi, più nudamente scritto, il loro destino, la loro inquietudine. Sono un po’ immagini archetipe in cui mi pare che si legga meglio il problema, il volto dell’umano, il mistero: in definitiva, il destino.»[3]
Lo stesso vale, seppure evidentemente in modo diverso, in Zanzotto: la sua poesia, consentendo che altre lingue rispetto a quella del soggetto ne venissero a comporre la voce, si è aperta e si apre ancora oggi a una simile umiltà di sguardi e di partecipazione.[4]
Più vicini di quanto per anni si è probabilmente creduto, quindi, il poeta fiorentino e il poeta trevigiano.
(altro…)

Virgole di poesia: la quarta stagione dal 25 febbraio

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VIRGOLE DI POESIA riparte domani, 25 febbraio su Radio Ca’ Foscari

a cura di Anna Toscano e Alessandra Trevisan

tutti i mercoledì alle ore 22.00

su Radio Ca’ Foscari

www.radiocafoscari.it

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Domani, mercoledì 25 febbraio alle ore 22 ritorna onair il programma di cultura poetica: Virgole di poesia. Il programma radiofonico, ideato e condotto dalle cafoscarine Anna Toscano e Alessandra Trevisan, giunto alla sua quarta stagione, proseguirà anche quest’anno la sua programmazione tutti i mercoledì alle 22.00 sul sito www.radiocafoscari.it, arricchendo la programmazione della web radio dell’Ateneo veneziano.

Virgole di Poesia con circa sessanta puntate all’attivo tra il 2011 e il 2013 ha ospitato le voci di Poeti del Novecento e del Duemila, diventando ormai una trasmissione di culto nel web.

In questa stagione radiofonica prosegue il proprio percorso nella lirica italiana contemporanea ospitando le parole e i versi di poeti contemporanei: in studio verranno letti alcuni autori e altri verranno a leggere se stessi.

Virgole sfrutta un mezzo di comunicazione congeniale come la radio che, facendo perno sulla voce e sull’ascolto, parla all’immaginazione, al cuore e alla mente, ed è perfetta per la diffusione della poesia.

Anche in questa edizione alcuni poeti saranno ospiti negli studio di Radio Ca’ Foscari, come da tradizione. Già son stati ospiti, solo per fare qualche nome, Anna Maria Carpi, Bianca Tarozzi, Renzo Favaron, Silvia Bre, Guido Oldani, Elisa Biagini, Andrea Longega, Maria Grazia Calandrone. A chi partecipa è affidata sia la scelta di un itinerario di lettura tra le proprie liriche e la risposta alla domanda “Poesia perché?”, diventata oramai di rito.

Ad altri autori, per lo più ormai trapassati, saranno le ideatrici del programma, Anna Toscano e Alessandra Trevisan, a dare voce.

Ogni mercoledì alle 22.00 su http://www.radiocafoscari.it si potrà ascoltare mezz’ora di reading & musica: ogni nuova puntata andrà in replica il mercoledì successivo la messa in onda e resterà online quindici giorni. Sarà comunque possibile riascoltare il podcast dal sito della Radio alla pagina del programma www.radiocafoscari.it/programmi/virgole-di-poesia/

Invariata resta la sigla che contiene una rarissima lettura di versi in italiano di Chet Baker, dall’album “Chet On Poetry” (Novus, 1988) e ogni puntata di Virgole di poesia avrà come sempre una soundtrack ad hoc, che spazierà dal jazz alla classica, alla musica d’improvvisazione contemporanea. La scelta della musica per ogni puntata – rigorosamente strumentale – risulta diegetica, narrativa; operando in un contesto giovane e sperimentale quale è quello di una web radio universitaria come Radio Ca’ Foscari, la colonna sonora di certo apporta nuova qualità al programma e concede di differenziare ancora di più il format nonché dà valore aggiunto ai testi poetici che si ascolteranno.

Il logo di Virgole di poesia è stato creato da © Marco Fracasso.

Il mondo come volontà di rappresentazione: i “Segni” di Bartolo Cattafi

di Diego Conticello

Il mondo come volontà di rappresentazione: i “Segni” di Bartolo Cattafi

 

 

 

Segni[1] raccoglie il secondo corpus di poesie postume, l’ultimo che Bartolo Cattafi licenziò di suo pugno poco prima di morire. Come ci informa minuziosamente Vincenzo Leotta,

A partire dal maggio 1973, come risulta dai Diari, C. progetta di estrarre dal «Libro grosso», contenente la produzione tra il gennaio 1972 e il gennaio 1973, e dal fascicolo con i testi scritti nel trimestre febbraio-aprile del 1973, tutte le poesie da raccogliere sotto il comune denominatore «segno-scrittura», indicandole con il titolo provvisorio Caratteri e cifre, tratto dalla prima stesura di Cancellazione, datata 14 ottobre 1972, che in seguito sarà mutato in Con l’inchiostro e i caratteri, desunto dal testo omonimo, concepito l’11 febbraio 1973 e divenuto nell’assetto finale Spicchi di mondo esterno. Il loro numero aumenterà progressivamente, raggiungendo la quota di centouno componimenti il 25 luglio 1973, di centocinquanta l’11 settembre, di più di duecento alla fine di ottobre dello stesso anno; esso decrescerà negli anni successivi, confluendo negli altri libri testi esclusi da questa raccolta, per attestarsi, nella redazione definitiva del gennaio 1979, sulle centodiciassette unità. Il periodo in cui con maggiore intensità C. lavora alla rielaborazione delle poesie segniche sembra essere stato il trimestre agosto-ottobre 1978; ma anche i mesi di ottobre 1974, aprile, maggio e dicembre 1975 (col proposito di pubblicarle l’anno seguente presso l’editore Scheiwiller), febbraio e maggio 1977.[2]

C’è da chiedersi, a questo punto, che cosa si intenda per “segno”. Riferendoci all’ancor attualissima definizione saussuriana,

Il segno linguistico unisce non una cosa e un nome, ma un concetto e un’immagine acustica. Quest’ultima non è il suono materiale, cosa puramente fisica, ma la traccia psichica di questo suono, la rappresentazione che ci viene data dalla testimonianza dei nostri sensi. […] Noi proponiamo di rimpiazzare concetto e immagine acustica rispettivamente con significato e significante…[3]

Dunque, a ragione, Cattafi interpreta la scrittura come l’unione (o scontro, o interazione, sempre interdipendenza) tra significante e significato e ad essa affida la risoluzione delle lacerazioni prodotte dalla mancata conoscenza del reale.

Variamente aggruppate
rappresentano il mondo
nella puntuta congerie
nel tagliente ammasso
ci casco e sanguino
passo dopo passo.[4]

Il segno presuppone diversi requisiti intrinseci tra cui la distintività, che rende un segno distinguibile da altri, simili ma non uguali, così da ‘materializzare’, il più delle volte, un singolo significante, che diventa appunto “distintivo” del determinato significato a cui si accompagna, fino a rendersi riconoscibile da tutti i parlanti di una comunità linguistica predefinita.

La mosca ronza
sulla parola mosca
la stuzzica per farla
volare dalla carta
la mosca ignora
che quell’altra mosca
– bisillabo inchiostro sulla carta –
non è più sua compagna
ma nostra.[5]

Ne deriva, di contro (e accade sovente nel nostro idioma), che un medesimo significante possa indicare più di un solo significato, un termine può dunque abbracciare molteplici ‘eventualità’ per un eccesso di potenzialità proprio della lingua stessa. Siamo così partecipi di una violenta ambiguità che carica gli oggetti esterni di sensi nascosti, i quali emulano l’insondabilità del reale: «La grafite che ha scritto/ per tutta la vita/ ora tace la parola più bella/ il granello di brace/ sepolto nel suo buio»[6].

Taglia loro la gola
col segno d’un coltello
appèndili in fila a testa in giù
larghi medi sottili
che sgoccioli ben bene
l’inchiostro dei segni
a piè di pagina
nei segni-bacile.[7]

Da qui si propaga un’altra caratteristica del segno, ovvero l’arbitrarietà: non necessariamente un significante dovrà associarsi al suo immediato significato.
Inoltre ogni enunciazione segnica produce linearità, ovvero consta di un’estensione nel tempo (oralità) o nello spazio (scrittura). Tutto ciò implica un’inevitabile distinzione tra una parola tratta dall’infinito ‘sottobosco’ dei segni in potenza e le effettive attuazioni in un discorso a sé stante: «Ségnala/ dalle un connotato/ spazio circondato d’altro spazio/ stràppalo come foglia/ all’immane foresta del non-segnato»[8]. Da qui l’assoluta necessità della scrittura, vista come azione prometeica di conquista del minimo barlume di conoscenza possibile, sebbene ciò comporti un discernimento solo relativo dell’infinita molteplicità del reale.

In quel muro in quel foglio
nell’area bianca che la tua mano cerca
il mignolo bagnato nell’inchiostro
sopra strisciato con fiducia
azzurro corso d’acqua rapinoso
vena arteria in cui scorre
a occhi chiusi il mondo.[9]

Ma, escluso da qualsiasi possibilità d’intuizione autentica, l’uomo è messo ancora di fronte ai propri limiti: «La pagina è pista/ di decollo d’arioso atterraggio/ il disagio compare/ quando l’intero bianco scompare/ a frotte ti entrano le pecore nere»[10].
In certi casi il tracciare un segno come per compiere un atto gnoseologico può rivelarsi un’arma a doppio taglio: slontana dalla volontà schopenaueriana di rappresentare l’ambiente che ci circonda. La scrittura resta tuttavia un’operazione rischiosa, da evitare in quanto delinea fallaci figurazioni, surrogati delle percezioni.

La penna non è stata posata sulla carta
la carta è ancora tutta bianca…
[…] e quando
chino sullo mia vita scrivo
l’atto di presenza
mi effondo mi circondo di parole
copro colmo comando
parole
l’assenza certifico
attesto la finzione.[11]

Come non ricordare la scandalosa sentenza pirandelliana messa in bocca a Mattia Pascal: «La vita o si vive o si scrive, io non l’ho mai vissuta, se non scrivendola».
Pare che Cattafi attesti in Segni un superomismo sui generis, che intende travalicare la visione del mondo comunemente intesa: è questo un livello successivo, rispetto al profetismo di Chiromanzia, forse anche rispetto alla concezione tradizionale di atto linguistico, dunque al ‘modo’ stesso di intendere la creazione poetica.

Scritture sbandate
malandati inchiostri…
[…] occasioni mancate
d’assenza di silenzio…
In calce alla più bella
pagina
bianca vuota perfetta
mai vedrete la croce
la sapienza
la gloria immensa dell’analfabeta.[12]

Potremmo ancora dire, attenendoci alla scrupolosissima indagine di Vincenzo Leotta,

[…] che, da un oggetto visivamente catturato e descritto nella sua specularità iconica, attraverso una serie di immagini annodate per addizione o per contraddizione, per contiguità tematica o per folgoranti analogie, il poeta dilata il significante al limite della visionarietà pura, inventando e reinventando figure sempre più smaterializzate, le quali acquistano valenza e senso dal fitto tessuto di rispondenze metaforiche e simboliche che tramano.

I segni, quindi, sono caratterizzati da un’estrema indeterminatezza che affiora da un sostrato di scrupolosa determinatezza.

[…] Adesso la poesia si configura come testimonianza di amore, come forza di coesione, oserei dire, di fraternità cosmica tra il segnato e il non segnato, il finito e l’infinito, la materia e lo spirito, e anche la scrittura, dal frammento e dal singolo grafema, s’eleva, almeno come sforzo, come potenzialità, all’universale e alla totalità.[13]

Nonostante la marginale incisività metafisica di queste poesie, uno dei significati che potrebbe assumere il termine ‘segno’ è quello di “manifestazione divina” e – contestualmente – nel dialetto siciliano, nella fattispecie peloritano, di Cattafi è frequentissima l’accezione verbale signarisi, parasintetico che mima perfettamente l’azione del “segnarsi”, ovvero “farsi il segno della croce”. In queste poesie l’esistenza di un creatore (anche degli stessi segni) è talmente assodata da risultare quasi prossimo, vissuto in piena naturalezza. Il trascendente può essere simboleggiato da un elemento naturale:

L’acqua che passa per le tue mani
che ti saltella sul palmo
simile a un pesce snello
sia che scorra o ristagni
fa alla tua bisogna
confidati con lei
confessati scrivendo su di lei
la smemorata non trattiene i nomi.[14]

Oppure fissato senza alcuna perifrasi:

Scritto su basse pergole
funzioni per tutta la vita
ci mondi dalle colpe
Verbo cedevole e pronto
mai alta uva da volpe
velenoso acerbo.[15]

In ogni caso è questo un rapporto ormai calmierato, rasserenato, anche se la limitatezza umana non riesce ancora ad ottenere una piena comprensione dei segni (siano essi spirituali o materiali) che modellano il reale.

È lei
nunzia foglia farfalla
con l’ala appuntita
che stride e scrive sulla lastra
parole impalpabili
perdute sull’altro lato della vita.[16]

La fiducia riposta nella scrittura è sempre integra, sebbene le pause dal suo esercizio comportino anche un blocco del corso stesso degli eventi: siamo all’idealismo più sfrenato, dove Cattafi ripropone esplicitamente i dettami della scuola tedesca (Fichte, Schelling e Hegel), secondo i quali ogni cosa esiste solo se percepita dal soggetto, altrimenti fa parte del non-essere pur “esistendo” di per sé in altro luogo.

La fronte è bianca
è mattino
neanche l’ombra di piedi sulla soglia
le foglie sono ferme ai loro rami
le forme vuote traverse le transenne
devono ancora tingersi e andare
per il mondo le penne
non è desta la curva
torma degli scrivani.[17]

Le parole – sostanziazioni del pensiero astratto (ricordiamo l’altra dicotomia saussuriana tra langue e parole) – hanno la capacità di rivelarsi ossessivo portato di una razionalità ormai destabilizzata: il poeta tenta di decrittare una realtà che gli si ribella, quasi fosse animata da palpiti cospirativi che disgregano una consistenza intellettiva faticosamente acquisita.

Coloniali parole
gregarie filiformi
da te lasciate in un luogo
in un discorso
nidiata
ora straniera
ritornante rimorso
fosforo stridente
nel sonno della sera.[18]

Perduta la vis demiurgica, l’io si trova svuotato di ogni orizzonte gnomico, dunque esistenziale; gli stessi oggetti dissipano la propria “funzione connotativa” di simboli: è un quadro dal barocchismo assai accentuato, un horror vacui che travolge anche la percezione più elementare. Insomma un’estrema negazione del mondo, sia esso identificabile con le cose (la vita) o col vano tentativo di arrestare il loro inarrestabile trascorrere (la scrittura).

I segni e il senso
dei segni su soggetti scalpitanti…
O apatiche scritture
membra ammansite
materie inerti ammucchiate in fondo all’anno
scritte luminose di novembre.[19]


[1] Segni. Milano, Scheiwiller 1986. Ora in Poesie 1943-1979 (a cura di Vincenzo Leotta e Giovanni Raboni). Milano, Oscar Mondadori 2001.

[2] Vincenzo Leotta, Nota ai testi, in Poesie 1943-1979, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 338.

[3] Ferdinand de Saussure, Course de linguistique générale. Paris, Payot 1922; ora Corso di linguistica generale (introduzione, traduzione e commento di Tullio De Mauro). Roma-Bari, Laterza 2001, pp. 83-85.

[4] Da Lettere, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 228.

[5] Da Mosca, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 241.

[6] Da Grafite, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 223.

[7] Da Segni, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 217.

[8] Da Pagina bianca, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 243.

[9] Da Creazione, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 218.

[10] Da Disagio, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 222.

[11] Da Nero su bianco, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 238.

[12] Da Mai, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 220.

[13] Vincenzo Leotta, I segni e il senso, in L’inverno di Bartolo Cattafi e altri studi, cit., pp. 50-62.

[14] Da L’acqua, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 233. Si noti anche l’altra, evidentissima, metafora cristologica del pesce.

[15] Da Il Verbo, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 231.

[16] Da È lei, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 232.

[17] Da È mattino, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 236.

[18] Da Nidiata, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 240.

[19] Da I segni e il senso, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 246.

FUTURE TRADIZIONI – poeti del Novecento nel cuore di poeti contemporanei (rassegna)



Parte da Lunedì prossimo, e avrà cadenza mensile, questa nuova rassegna 
dal titolo: FUTURE TRADIZIONI - poeti del Novecento nel cuore di 
poeti contemporanei. In ogni incontro un poeta contemporaneo parlerà 
e leggerà  i testi del suo poeta preferito che, nella quasi totalità 
dei casi,  è stato attivo anche nella seconda metà del Novecento.  
In ragione della relativa attualità degli autori proposti e anche per 
il  fatto che siano proprio dei poeti a parlarne, dunque da appassionati  
e ispirati ammiratori, il taglio degli incontri sarà informale e non  
accademico. Direttamente al cuore della poesia.

Ecco l'intero programma:


Informazioni:
info@versiumani.it


Letteratura Necessaria – Voci del Novecento – Piero Bigongiari

Ungaretti e Bigongiari

da  La figlia di Babilonia (Parenti, 1942)

Assente dal passato

Porte di spazio perduto
e luce di tempo che non tiene,
e voi fantasmi al tristemente muto
ricordo che non viene.

Un cielo di memoria ha lacrimato
sulla piena baldoria, ora è mancato
un attimo, e per quello sei entrato
trionfatore assente del passato.

O assente per sempre? Dal futuro
i fiori sono morti, ormai è seccato
nei vitrei boccali il brindisi, la rissa
dei battimani non ti ha ridestato.

*

da  Rogo (Edizioni della Meridiana, 1952)

Rogo

Il tuo dolore sorvegliato
quasi fosse una speranza,
eccotelo negli occhi.

E le strade leggere dei morti
percorse da viventi leggeri come morti
a un tratto s’animano, vicino a casa,
dei colpi sordi tirati a un pallone
da due ragazzi di notte.

Che fanno i diademi nelle teche
o il mare lungo la tua città balneare
vuota di tutto fuorché del tuo dolore incomprensibile!
Io preso dalla vampa di questa città,
quasi un’orma si stampa in mezzo al fuoco:
le ombre ormai sono così consistenti,
leggeri sono solo i viventi, ma le parole
che cercano qualcosa da descrivere,
i loro sentimenti,
che cercano di riconoscere qualcosa,
i loro gesti,
sono perse, glauche, indefinibili
parole del Logos,
è la morte che parla, il silenzio che pesa nelle parole.

Che cosa facesti, non sai: che cosa fai.

Ma vero e non vero sono forse la stessa cosa,
l’unica frontiera è forse quella che non si può varcare,
e il resto appartiene al discorso urlato dai morti
iene attorno al rogo.

*

da  Antimateria (Mondadori, 1972)

Le antiparole del dramma

Separava – o univa – cielo e mare
il segno che tracciava la sua riga
attenta, anche compunta, non felice
né infelice: il sospetto d’una riva
tra i fulmini a un candore di vetrate
altosparente tra l’inchiostro e l’ostro
che rapido tingeva la deriva
degli occhi su una nuca, su una chioma.

Troppo netto quel segno che non può
separare o distinguere, non può
dal geometrico caos avere voce
marina, grido celeste, portare
salsedine, giorni, passi di naufraghi?
Ed è appena finita l’innocenza
d’una tolda ondeggiante che sorridi,
chioma, se la tua tenebra è ora un volto?

Ma è necessario trattenersi tra le
pieghe del rito, preparare la
risposta, amare chi non ti ha
amato e che avvampò nella fiammata,
è necessario sillabare
lentamente, scandire fino in fondo,
toccare increduli la piaga, è
necessario, se in essa fruga attento,

il dramma fino alla sua indifferenza
che ti ha portato a ogni differenza
sorridendo: là dove un segno indichi
–    la freccia o la ferita non importa –
che lì soltanto diviso e indiviso
smisero d’essere divisi e indivisi.
Ripassa il suono dove già il silenzio
attende il segno, un segno: occorre sia
cosciente che dà quanto non possiede.

Tremula la linea che non distingue
qualcosa che finisce o vuol finire
sull’infinito tremulo del mare
o del tempo. Fanciullo, tu cresciuto
dove i vetri tinniscono a un eterno
stormire, separate le sostanze
non hanno volto, un’energia le muove
ad essere felici nel lamento

che separa e confonde: ascolta, seguilo.
Fu detto che la verità, essa sola,
era da perseguire, era la favola
del vero; ma ora vedi la menzogna
è un po’ più vera, solo questa povera
verità fa soffrire, non consola,
le sue parole battono sull’asse
schiodato, crocifiggono, liberano.

*

da Col dito in terra (Mondadori, 1986)

Tra le tavole della legge e la scrittura del perdono

Col dito in terra scavi l’amore rappreso,
scrivi del malinteso quanto non si può intendere,
allontani la morte dall’arreso, l’arreso dalla morte.

Lì non funziona più l’alfabeto, ma quanto della parola
sottostà al segno che indica, ma non più gli orizzonti,
le cose o le persone che sono o che non sono.
Rimandi la leggenda all’illeggibile:
è che è lì che nasce
la chiarezza suprema dell’equivoco,
il chiarore che limita le ambasce
trattenute, quasi orlo illuminato
del bicchiere posato poco fa
terminato il festino, allontanato
il brillio della stella, il morso alato
del bacio che sembrava alfine schiudere
labbra su labbra per dissigillare
la voce dell’enigma, le sue rare
occhiate troppo alte, troppo intrepide,
la trappola di pietra non ancora
fattasi rena umida di mare.

*

da Nel delta del poema (Mondadori, 1989)

Comicità del tragico

Perduto nella storia il sempre e il mai
resta un filo di canto nella gola.
Gli scrigni sono chiusi, il silenzio
parla attraverso le porte. Dove andrai,
mia anima, finita la tua storia,
se non forse a ritessere in parola
che non finisce ancora sulle labbra
quel filo già avvolto a un’altra spola.

Dalla Tauride ancora odo il lamento
di Ifigenia perdersi fraterno
sul flutto aurato, alterno, che nasconde,
lo lascio gocciolare tra le mani,
il sempre e il mai che furono il tuo sguardo:
è il dardo d’oro che ora, dove io ardo,
è ancora nelle spire del suo fuoco,
né raggiunge il traguardo, ma tra poco…

Il big bang e l’attesa della sera
si somigliano, visti nella spera
della mente, un clangore: tu sdipana
l’altrui che s’allontana: vanno inquiete
ammirazioni, cercano la tana
donde sbucare. Lucida qui intanto
tra il fuoco e il mare l’aria è ormai la terra
in cui solo si radica morgana.

*

da  Diario americano (Amadeus, 1987)

Una poesia tra arsi e tesi

Ho vissuto una favola, o l’ho
narrata nel suo oscuro specularsi?
Passo attraverso un muro? Sono apparsi
o scomparsi orizzonti come se
un fatto altro non fosse che il suo farsi
più chiaro o più oscuro nello specchio
che ora ritorna muro. Anche, può darsi
che il futuro non sia che in questa arsi,
fra le tesi sottili il suo abbassarsi,
mentre il tempo con salti di canguro
per la felicità degli occhi si allontani
nei deserti riarsi dal sorriso
del folle che, già in via del Vento sparsi
i suoi canti di Scita della mente,
rinnovi la saggezza di Anacarsi
tragica per ogni altro animo impuro.

*

da  La legge e la leggenda (Mondadori, 1992)

Anche il muro della prigione si sgretola

Il muro che si sgretola ritrova
le particelle inutili di un mondo
che si rinnova dalle sue macerie,
me è proprio in questa sua iniziale
allegria dell’inutile che in quanto
esiste trova il modo di consistere
quel mondo che si stringe sempre più
al suo tragico – triste o allegro – essere
integro fino all’ultimo pulviscolo.

Ma perché tu ne attendi la conferma
(mentre Achille) che esce dalla tenda
verso il corpo inanime di Patroclo
ancora spera) e la disperazione
è un occhio che non trova la sua spera
per ritornare in sé – dimmi, perché,
se nulla manca in ciò che non si ferma,
guardi, attendi, sospiri, bendi e sbendi
la ferita? Anche la morte è vita
che si riversa nella sua invisibile
vicenda…

La guarigione è incerta,
la costruzione l’atto più improbabile,
eppure il guarito ancora sale
sull’ultimo gradino per le scale
della casa in cui più nessuno attende.
Il sale ha ormai coperto la scogliera
col proprio amaro scintillio. Rugge
la sera verso il mare aperto.
Non fugge il cane di Ulisse dal passo
annusato del suo padrone, il sasso
su cui il piede posa ha un suono antico,
il fico è ancora quello lattescente
che versa il proprio lento stillicidio
di fuoco.

Eppure incondito
è proprio il lato che tu più conosci
o credi di conoscere. Lo iato
dell’incontro è simile al fiato
della separazione. E ciò che è
separato attende il disegno
che vortica nel simùn in minuscole
particelle. Il deserto
è quanto la speranza ha lasciato
senz’orma dei suoi passi. Il dato è un darsi
a chi non altro attende, del messaggio,
che il messaggero a mani vuote. Altro
non ti consegna che l’iridescente
beltà delle sue tese ali Iride.
Non bada a spese ciò che non si sa.

***

[…] Quello disegnato dalla poesia di Bigongiari nella sua ormai cinquantennale presenza è un percorso di forte novità nel panorama poetico contemporaneo, percorso scandito anche da una ininterrotta riflessione teorica e di ricognizione letteraria che porta l’autore toscano a fare della propria attività creativa il terreno della verifica e della sperimentazione intellettuale e, nella direzione opposta, l’incunabolo in cui quella riflessione trova di continuo materia per modificarsi e per svilupparsi. Per questa via, e nella serrata dialettica stabilita da tale continuo interscambio, Bigongiari si presenta più di altri come il poeta che, pur senza mai irretirsi nella griglia cogente nella formalizzazione, ha cercato di immettere nel vivo del proprio lavoro – come dati suscettibili di innescare e favorire la scintilla creativa – le acquisizioni della moderna linguistica laddove, ad esempio, essa si incontra con le teorizzazioni della psicoanalisi (Lacan e Derrida, tanto per fare dei nomi); fino ad incontrare, su questa strada e attraverso un’attività costante di discussione attiva, il senso e la direzione della nuova scienza (si pensi, tra gli altri, ai Boltzman, ai Toller, ai Prigogine). In lui, in tal modo, i nuclei semantici e tutto l’universo linguistico messo in campo dall’atto poetico vengono delineando un microcosmo simbolico che ha le caratteristiche e le funzioni di quello naturale: come particelle sub-atomiche (quazar di materia ed energia) i nuclei minimi di materia fonica attivati nel linguaggio e attivanti il linguaggio conducono a strutture linguistiche sempre cangianti, metamorfiche, instabili. Così la poesia, più che non il linguaggio definitivamente acquisito, si rivela come inesausta tensione al linguaggio stesso, inesausta tensione a un senso sempre rimandato. L’asemantismo di origine, allora, conduce a una semanticità che nell’atto di concretarsi – di disporsi a una significazione univoca, a un’acquisizione di senso – si scopre nuovamente asemantica, innescando all’infinito il proprio viaggio verso un senso sempre nuovo e sempre rimandato. La vita della poesia insomma si attua nel testo bigongiariano come una sorta di continua reciproca stimolazione tra materia ed energia, tra l’inerzia e la resistenza della prima e l’attività pulsante della seconda; dove tuttavia non conta tanto la contrapposizione di statuti fortemente diversificati, quanto soprattutto l’implicita presenza in ciascuno dei termini in conflitto del germe attivo/attivante del proprio opposto […]
(Giancarlo Quiriconi, dalla postfazione a Piero Bigongiari, Poesie, Jaca Book, Milano, 1994).

***

[…] il processo di enunciazione (vale a dire la messa-in-discorso della “langue” da parte del Soggetto) si trova associato inevitabilmente a due istanze, o a due luoghi di sapere: un sapere dell’Io e un sapere del Mondo, ovverossia un sapere del Soggetto e un sapere d’Oggetto. I due saperi sono rappresentati, nello schema precitato, rispettivamente dall’Osservatore (l’Io, il Soggetto) e dall’informatore (l’Oggetto, il Mondo), dato che tutti gli oggetti che mi circondano, da quelli naturali a quelli culturali, sono depositari di “informazioni”, e quindi di un sapere obiettivato, di un sapere esistente in re.
In base alla dialettica, o alla dinamica, che questi due saperi intrattengono fra di loro, si daranno vari tipi di enunciazione e, per ciò stesso, di sapere, o di visione del mondo. Così, per esempio, e tanto per restare ancora nell’ambito della pittura, un sapere d’Oggetto (Informatore) che si dia come prioritario rispetto al sapere dell’Io (Osservatore), sarà produttivo del cosiddetto “realismo” (o del “naturalismo” ottocentesco); il caso inverso, e cioè quello ove il sapere dell’Io si pone come prioritario rispetto al sapere d’Oggetto sarà produttivo, ad esempio, della visione barocca, o impressionista. I casi-limite dell’una e dell’altra posizione qui esemplificate sono, rispettivamente, “l’oggetto” di Duchamp, ove il sapere d’Oggetto occupa l’intero spazio della rappresentazione, con drastica esclusione del sapere dell’Io, e l’arte astratta, ove il sapere dell’Io si dà come egemonico rispetto al sapere d’Oggetto, che risulta estromesso dal campo della visione. Secondo questo schema, l’informale pittorico rappresenta anch’esso una situazione-limite: quella stessa, cioè, in cui il sapere dell’Io e il sapere d’Oggetto attuano una relazione di simbiosi o, per usare un termine più tecnico, di “confusività”. A differenza dell’arte astratta, qui sopra esemplificata, l’informale mantiene attivo il sapere d’Oggetto (quello, in genere, inerente alla natura vegetale, o minerale, o atmosferica, o  anche, per citarne qualche accezione italiana, corporale), per cui si dà precisamente il caso che i due saperi si compenetrino reciprocamente, realizzando (unica nella storia dell’arte) la precitata “relazione confusiva”. Se adesso semplifichiamo la terminologia, e facciamo coincidere il sapere dell’Io direttamente col polo dell’enunciazione (il polo ove si effettua la messa-in-discorso della “langue” da parte del Soggetto, con relative marche grammaticali di I e II persona ecc.) e il sapere d’Oggetto col polo concorrente dell’enunciato (il polo del rappresentato, con relative marche grammaticali di III persona ecc.), possiamo precisare quanto segue circa la qualificazione di “informale” applicata al poetico e, nella fattispecie, alla poesia di Bigongiari: e cioè che, nella poesia di Bigongiari, e particolarmente nella produzione degli anni Ottanta (come si vedrà), si verifica, e in termini abbastanza macroscopici, il precitato fenomeno di relazione confusiva (di interpenetrazione reciproca) dei valori e delle modalità di cui sono normalmente e singolarmente depositari l’enunciazione e l’enunciato (ma si potrebbe anche dire: la predicazione e il referente, o il rèma e il tema). Possiamo precisare altresì che tale relazione (interpenetrazione) confusiva si dà proprio perché i due saperi, quello del Soggetto e quello d’Oggetto, sono entrambi diffratti, non univoci, in quanto sottoposti alle infinite sollecitazioni, assestamenti, mobilità, del mondo esterno e del mondo interno. Nel quadro dell’enunciazione fornito dalla scuola di Greimas, la posizione che io definisco “confusiva” (in relazione allo status della stessa) è denominata “derealizzante” (in relazione ai suoi effetti). Ebbene, tale posizione si pone come la più reattiva, la più aperta a sviluppi e a espansioni, in contrasto con la posizione simmetrica e opposta dello schema: quella, cioè, in cui i due saperi figurano improntati a rispettiva univocità e assolutezza e, per ciò stesso, destituiti di qualsiasi possibilità di sviluppo ed elaborazione. Tale infatti è la posizione che inerisce al sapere dogmatico (quello, ad esempio, rappresentato da qualsiasi “fede”, religiosa o laica), oppure al sapere come chiusura terminale di un processo (quello, ad esempio, rappresentato dal sapere matematico, ove l’uguaglianza conclusiva di un procedimento di calcolo è rigorosamente destituita di ogni ulteriore sviluppo). In questi casi, il sapere del Soggetto e il sapere d’Oggetto finiscono per coincidere in un vero e proprio “sapere assoluto”. Per quanto riguarda la poesia di Bigongiari, diciamo dunque che qui l’enunciazione (proprio sul piano della pura manifestazione linguistica: presenza della I o della II persona grammaticale, tempo presente delle voci verbali ecc.), diciamo dunque che l’enunciazione risulta incessantemente e macroscopicamente contaminata dalle istanze d’oggetto (il quale può essere sia l’oggetto fisico sia l’oggetto mentale). […]
(Stefano Agosti, da La poesia “informale” di Bigongiari, in id. Poesia italiana contemporanea, Bompiani, Milano, 1995)

Notte d’insonnia – Osip Mandel’stam

Notte d’insonnia – Osip Mandel’stam

Notte d’insonnia. Omero. Vele tese laggiù.
Ho letto, delle navi, fino a metà il catalogo:
questa lunga nidiata, questo corteo di gru
che dall’Ellade un giorno si levò e prese il largo.

Cuneo di gru diretto verso estranee frontiere –
bianca spuma divina sulle teste di re -,
per dove fate rotta? Per voi Troia senz’Elena
che cosa mai sarebbe, maschi guerrieri achei?

L’amore tutto muove – e Omero ed il suo mare.
A chi presterò ascolto? Ed ecco tace Omero,
ed enfaticamente strepita un mare nero
che con un greve rombo si addossa al capezzale.

[Agosto, 1915]