poesia civile

La poesia di Mario Mieli (di Pierluigi Boccanfuso)

Elementi_di_critica_omosessualeÈ un grande destino possedere e cercare di vivere con chiara coscienza un’esistenza che la massa regolare, nel suo idiota accecamento, disprezza e tenta di soffocare. 

(Mario Mieli, Elementi di critica omosessuale)

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Si possono adorare e detestare tante cose dell’essere umano. Credo che un essere umano possa disporre, contemporaneamente, della capacità di farsi adorare e disprezzare; ma nel caso di Mario Mieli è diverso: diviene tutt’al più un caso di coscienza morale ove, se questa non prevale, non si può non adorare soltanto il personaggio, l’intellettuale, l’uomo.
Perché se c’è una cosa che non può essere negata è la profonda intelligenza dell’intellettuale, la giustificabile eccentricità del personaggio, la coerenza dell’uomo. Già, coerenza. Termine temuto, quanto mai in un’epoca di eccessi e di derive storico-nichiliste.
Termine che, tra l’altro, sembra calzare perfettamente a Mieli, uno dei fondatori del movimento omosessuale italiano sì, ma che, nel momento di maggior angoscia della sua vita, reduce dall’esperienza del GLF (Gay Liberation Front) a Londra, stava scoprendo, a poco a poco, di aver fatto attività politica, fino ad allora, per affermare se stesso.
Nato da una famiglia borghese di origine ebraica era arrivato a dichiarare in una tormentata lettera a Franco Buffoni, il cui incontro era stato favorito dall’amico comune Milo De Angelis, che le cose che faceva, le faceva seguendo l’impulso dell’autoaffermazione proprio di quell’ideologia borghese da cui proveniva e che rinnegava con tutte le forze. Era arrivato a giudicare come volgarmente progressiste alcune delle azioni che credeva invece di aver compiuto con spirito rivoluzionario:

Adesso io sono membro dell’ideologia autentica della rivoluzione nascente e sono obbligato all’autocritica, a riconoscermi fino in fondo, a svelarmi a me stesso. A rinunciare al tentativo di affermazione.

Quasi dovesse espiare la colpa più grande di tutte: aver cercato di rimanere fedele a se stesso. Ma in effetti quanti vedono la trave che c’è nel loro occhio? Chi ha la forza di fare quei passi indietro che riportano l’essere all’origine e all’essenza più intrinseca e profonda e pertanto vera?
Riconoscere gli eccessi, placarli, questi emblemi-feticci di una contemporaneità fallace, contenerli fino a disconoscerli; a ben vedere quella di Mieli è un’operazione ideologica ed etica mostruosamente coraggiosa nei confronti della società che contribuiva a creare (o a far rinascere dalle sue ceneri) e soprattutto di sé stesso. E dal suo tormento scaturiva tutta la complessità del progetto rivoluzionario, come d’altronde lui stesso riporta in un passo della sua tesi Elementi di critica omosessuale (1977), alla quale deve oggi la sua fama internazionale:

[…] del nostro progetto rivoluzionario, volto a riconoscere e a esprimere un’umanità che trascenda il capitale, evitando di offrirglisi subito in pasto: infatti, se ciò avvenisse, il capitale ce la rivomiterebbe addosso nelle forme sue proprie, affinché di quel vomito ci si nutra per riprodurgli nuova “umanità”, sempre più digeribile in quanto predigerita.

Inutile aggiungere lo speleologo sapere, la vastissima cultura dell’intellettuale, che aveva fondato i suoi studi su elementi di sistemi filosofici quali quello kantiano e marxista e di psicoanalisi freudiana tanto che termini come fenomeno, intelletto, morale dominante, progetto rivoluzionario, capitale, sistema eterocapitalistico, senso di colpa, controparte inconscia, riconoscimento cosciente, ricorrevano con frequenza e nella sua produzione giovanile e, con maggiore e più puntuale esattezza scientifica, in quella della maturità, con una straordinaria e brillante capacità di adattare tali sistemi alle sue teorie sugli studi di genere, tant’è che Elementi è considerato il saggio alla base di questi. (altro…)

La “Terra di Mezzo” di Marco Aragno

Marco Aragno, Terra di mezzo (Raffaelli Editore)Non attendere nessun allarme
anche se sarà notte fonda
e dalle vetrate vedrai la città che brucia
fra i roghi e i fumi delle discariche.
Qui la campagna sotto casa
sanguina dai solchi
quando l’alba sbuca come un ferita
fra i cartelloni pubblicitari.
Qui le auto si riversano sui cavalcavia
come formiche dalle tane
allagate dalla pioggia.
Ma tu resta, stringiti a questa maniglia
chiudi questi palmi finché puoi.

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Marco Aragno è un poeta atipico perché sa attendere! Spezza, certo, l’attesa con qualche rara e mirata anticipazione, ma comunque sa attendere. Sperimenta, semmai, nuove strade per la sua scrittura, come è stato col romanzo Absolute (2015). Sì! Marco Aragno sa attendere, ed è per questo che quando è uscito Terra di mezzo (Raffaelli Editore) io ho gioito e non poco. Perché non è un segreto che il poeta Aragno a me piaccia; l’avevo già detto al suo esordio con Zugunruhe (2010): Aragno traccia un ponte tra la sua generazione e tutta la tradizione che lo precede per la quale poesia è sia espressione artistica sia dialogo col presente, nonché riflessione critica sul presente. La maturità raggiunta con Terra di mezzo mostra la poesia di Aragno consapevole di un equilibrio raggiunto tra la fluidità del verso e l’appropriazione della lingua poetica, capace di innestare nel dettato voci di una certa colloquialità, familiarità, provenienti dal parlato, senza mai però tradursi in atteggiamento mimetico e ancor meno parodistico – aspetti, questi, fondanti della lingua di Absolute.
Ciò di cui si fa testimone la poesia di Aragno è una mutazione che dal territorio passa, per mutuazione, agli individui spaesati attraverso la poesia: quello stato di spasmodica attesa che stava alla radice di Zugunruhe, sin dalla scelta del titolo della raccolta, legato allora anche alla giovane età del poeta, si è trasformato ora in interrogativi forse destinati a non avere una risposta definitiva; ciò malgrado il poeta non rinuncia a porre domande, come pure non rinuncia a dare risposte. Eppure quell’inquietudine primigenia soggiace ancora nella vibratile forza che anima le immagini di queste poesie, che paiono ingannare per la loro compostezza, mentre invece denunciano uno straniamento generazionale che fatica a riconoscersi nei segni malati del suo tempo, nella contemporaneità malata, senza però smettere di proiettarsi verso il futuro (aspetto questo comune a un altro poeta partenopeo, Gianni Montieri): il passato è il «corpo affiorato» che si osserva «il paesaggio / avvolto in un giorno di pioggia» della prima poesia; ma ancor di più, e meglio, il “passato” di Aragno «sono le facce / scavate nelle pietra, / le impronte di umidità che sostano / sulle piastrelle della stanza. / Sono i mutamenti di luce, i passaggi / di nuvole sul parabrezza», in un continuo ma non caotico rincorrersi di immagini in cui la presenza umana è data sia dalla percezione della natura, sia dagli oggetti del progresso-regresso (come gli «scheletri di grattacieli a mezz’aria / e qualche gru sospesa nel vuoto – / là, dove un tempo avresti immaginato / un bosco, uno stormo in volo»).
(altro…)

28 febbraio 2015: dieci anni dopo. Per Mario Luzi

Devo averlo già detto, e quindi temo di ripetermi, ma non è facile condensare in poche righe la bellezza delle poesie di Mario Luzi. Potrebbe farlo solo un critico come Franco Fortini, ossia uno capace di ritrarre l’immensità con pochi cenni, lasciando percepire e riconoscere tutto il resto non accennato.
Perciò, per ricordare Mario Luzi a dieci anni dalla morte, lascerò che sia la sua parola (sì! parola, al singolare) a parlare. Le occasioni per parlare di lui e della sua poesia non mancheranno; anzi, son così prossime che questo ricordo potrà sembrare eccessivo tra qualche giorno.
Privilegio ultimamente, da lettore, la sua intonazione civile; quell’intonazione che qualcuno voleva fosse una sorta di querula voce da vecchio poeta inutile, ma che in verità data molto lontano: da quando, abbandonate le avvenenti sinuosità della poesia tardo-simbolista (più duratura della fase meramente ermetica), si fece avanti in lui una coscienza del ruolo del poeta e della sua funzione; una presa di coscienza non dissimile da quella di Fortini, seppur di segno opposto. [fm]

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Il pensiero fluttuante della felicità

[dal terzo movimento]

I morti male, coloro che cadono
quando non ci sono più lacrime
se non i lucciconi del piccolo,
dopo Hiroshima, dopo Mauthausen…

Ah vorrei almeno intravederlo
il dio accecante che avanza
da crimine a crimine, e penetra
l’umano di una chiarità d’empireo.

Lui che prende luce dalle sue vittime
e cresce, canto fermo da cicala
a cicala dell’estate, nella maturità dei tempi,
nella pienezza della storia, dicono,

o l’altro, non importa, fermo nell’unità del mondo,
che parla a chi ne è degno, certo, più di me,
minatore votato a morte nella miniera,
poeta che non sta al gioco dell’arte.

Mi conosci questi pensieri,
non di meno mi parli di felicità, e io ascolto.

. (altro…)

25 aprile con Franco Fortini (poesie da Versi scelti)

 

Armando Pizzinato, Liberazione di Venezia, 1952 (Collezione CGIL, Roma)

 Armando Pizzinato, Liberazione di Venezia (1952)

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Buon 25 aprile a tutti, buona liberazione con i versi di Franco Fortini. (la redazione)

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da Foglio di via (Gli anni)

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La città nemica

Quando ripeto le strade
Che mi videro confidente,
Strade e mura della città nemica

E il sole si distrugge
Lungo le torri della città nemica
Verso la notte d’ansia

Quando nei volti vili della città nemica
Leggo la morte seconda,
E tutto, anche ricordare, è invano

E «Tu chi sei?», mi dicono, «Tutto è inutile sempre»,
Tutte le pietre della città nemica,
Le pietre e il popolo della città nemica

Fossi allora così dentro l’arca di sasso
D’una tua chiesa, in silenzio,
E non soffrire questa luce dura

Dove cammino con un pugnale nel cuore.

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Quando

Quando dalla vergogna e dall’orgoglio
::Avremo lavate queste nostre parole.

Quando ci fiorirà nella luce del sole
::Quel passo che in sonno si sogna

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Italia 1942

Ora m’accorgo d’amarti
Italia, di salutarti
Necessaria prigione.

Non per le vie dolenti, per le città
Rigate come visi umani
Non per la cenere di passione
Delle chiese, non per la voce
Dei tuoi libri lontani

Ma per queste parole
Tessute di plebi, che battono
A martello nella mente,
Per questa pena presente
Che in te m’avvolge straniero.

Per questa mia lingua che dico
A gravi uomini ardenti avvenire
Liberi in fermo dolore compagni.
Ora non basta nemmeno morire
Per quel tuo vano nome antico.

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A un’operaia milanese

Tutta distrutta, tutta nuova nata,
Lacerate le pietre senza pietà,
Per te risorta si fa, diventata
Tutta nostra, questa città

Sepolta e solo spirito è la madre tremante
Che ci angosciò in servitú di baci.
E dolorosamente con le dita di fiamma l’amante
Quei segnali cancella tenaci.

Ma qui dove fra essere e non essere esita
Prigioniera in se stessa una nostra figura,
Tu liberata porti la giustizia sicura
Che i vivi conosce e i morti.

E te guardando in noi si umilia un tristo
Schiavo tiranno e la speranza è piena:
Dentro i mattini il mio popolo desto
Attende la grande sirena.

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Canto degli ultimi partigiani

Sulla spalletta del ponte
Le teste degli impiccati
Nell’acqua della fonte
La bava degli impiccati

Sul lastrico del mercato
Le unghie dei fucilati
Sull’erba secca del prato
I denti dei fucilati.

Mordere l’aria mordere i sassi
La nostra carne non è più d’uomini
Mordere l’aria mordere i sassi
Il nostro cuore non è più d’uomini.

Ma noi s’è letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo libertà
Ma l’hanno stretta i pugni dei morti
La giustizia che si farà.

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da Poesia e errore (Al poco lume)

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Quel giovane tedesco

Quel giovane tedesco
ferito sul Lungosenna
ai piedi d’una casa
durante l’insurrezione
che moriva solo
mentre Parigi era urla
intorno all’Hôtel de Ville
e moriva senza lamenti
la fronte sul marciapiede.

Quel fascista a Torino
che sparò per due ore
e poi scese per strada
con la camicia candida
con i modi distinti
e disse andiamo pure
asciugando il sudore
con un foulard di seta.

La poesia non vale
l’incanto non ha forza
quando tornerà il tempo
uccidetemi allora.

Ho letto Lenin e Marx
non temo la rivoluzione
ma è troppo tardi per me;
almeno queste parole
servissero dopo di me
alla gioia di chi viva
senza più il nostro orgoglio.

(1947)

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da Poesia e errore (I destini generali)

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Una sera di settembre

Una sera di settembre
quando le donne rauche di capelli strinati
si addolcivano pronte nei borghi calcinati
e ai fonti la sabbia lavava le gavette tintinnanti
ho visto sotto la luna di rame
sulla strada viola di Lodi  due operai, tre ragazze ballare
tra le bave d’inchiostro dei fosfori sull’asfalto
una sera di settembre
quando fu un urlo unico la paura e la gioia
quando ogni donna parlò ai militari
dispersi tra i filari delle vigne
e sulle città non c’era che il vino agro
dei canti e tutto era possibile
intorno al fuoco della radio pallido
e chi domani sarebbe morto sugli stradali
beveva alle ghise magre delle stazioni
o nella paglia abbracciato al fucile dormiva
quando l’estate inceneriva
da Ventimiglia a Salerno
e non c’era più nulla
ed eravamo liberi
di fuggire, di non sapere o piangere,
una sera di settembre.

(1955)

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*

Complicità

Per ognuno di noi che dimentica
c’è un operaio della Ruhr che cancella
lentamente se stesso e le cifre
che gli incisero sul braccio
i suoi signori e nostri.

Per ognuno di noi che rinuncia
un minatore delle Asturie dovrà cedere
a una sete di viola e d’argento
e una donna d’Algeri sognerà
d’essere vile e felice.

Per ognuno di noi che acconsente
vive un ragazzo triste che ancora non sa
quanto odierà di esistere.

(1955)

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da L’ospite ingrato

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Autostrada del sole

Tutto era così semplice, averlo saputo.
Che l’accurato labirinto delicato
la patria immaginaria
in questo vento dovevano sparire
e noi scagliati sulla luce
dei rettilinei…
Ora a noi tardi liberi
in quest’aria di nulla
pianure monti umiliati
altri spazi e doveri
dilatano e già veri
da morirne. E di vista
si perde il cuore
come dopo il sorpasso
l’altro nel retrovisore.

(1960)

 

Fortini Versi scelti

::A

 

Luigi Ballerini – Cefalonia

cefalonia

Luigi Ballerini,  Cefalonia 1943-2001, Marsilio, 12,50

«[…] Parlano Ettore B soldato italiano caduto in combattimento (ma forse fucilato), e Hans D uomo d’affari tedesco nato con la camicia, ovvero capace di cadere in piedi, sia prima, sia durante, e sia, soprattutto, dopo i combattimenti. Il rapporto che lega i due “personaggi” ai fatti accaduti è assai diverso: reale e finale quello di Ettore B; decisamente surrettizio quello di Hans D. La loro convocazione in queste pagine ha senso,  quindi, solo sul piano simbolico. Vittima diretta il primo, carnefice indiretto il secondo, che deve tuttavia farsi carico del sospetto fortissimo, e pericolosissimo, che i carnefici esistano solo laddove abbia corso la cultura del disprezzo di cui egli è parte integrante.»

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ETTORE B

sulla mia morte non ci sono dubbi. Ne rimangono invece
intorno ai modi: caduto secondo la vulgata, su di un’arma
quasi bianca, e dopo giorni di attacchi rinviati, insidiosa
corre anche voce che sia stato messo al muro. Non poteva,
l’incertezza, non turbare chi del mio silenzio s’era fatto
una specie di ragione, sia pure a mezzo di sarcasmi e scatti
di non trattenibile violenza (come assente ho suscitato attese
di esperienza che sarei stato fiero di evitare). Sforzandomi
di contare come vivo, ho comunque istigato non illeciti
e non sospetti annusamenti di verità: che una mala fede,
per dirne una, si osservi meglio se un ribrezzo intermittente
soggiace alle lusinghe di un dio massaggiatore, o quando
non gracchia al modo delle rane, né urla s’ode a destra uno
squillo di tromba cui risponde uno squillo, a sinistra. Sapersi
maschere sdipana sintomi di parossismo, di chiaroveggenza
(esserci, starci, cantare per farsela passare, per capire chi ha
chiesto e chi ha pagato impunemente il conto, la zavorra).
Vivi o morti, è da vivi che si tenta di tornare sui passi del
proprio delitto, che ci si torna, untuosi, fingendosi morti.

HANS D

scrupoli non ho che siano duri e molli come paraffina o come
olio di canfora, o di merluzzo, e diano abbrivio alla rimonta,
al rinnovamento ideale che viene a galla o slitta nel dare avere
di un’afosa teoria di santi e di megere: da ogni punto di vista
il mio è l’esempio più subdolo e inattaccabile, più ostinato e più
affetto da ritrosia. Mio, per capirsi, come “me la tengo stretta”
e “parlo per denegare tracce di connivenza privilegiata, di luce
che avvilisce la penombra del senso”. Sono tracce che non c’è
bisogno di seguire fino in fondo: perfino i mie pro tempore,
le mie magagne affossate, possiedono la lugubre destrezza
di un esilio dove il filo spinato si confonde coi rami spinosi
di un cordoglio, di una passione imprecisa. Mio come lo stile
con cui elargisco ceste febbrili di pane bianco. E poiché nulla
si può elargire al di fuori di allarmanti somiglianze, mio come
“vicariamente”, o lettera nascosta sotto il naso di tutti, caduti
e fucilati, nei giorni di un settembre che la pioggia non cessò
di picchiare, argentina, sui tegoli del tetto, sul fico e sul moro.

ETTORE B

fronda non direi ma un surrogato di mezza stagione, una pallida
ecchimosi adorata in luogo di tremore, di tumore arrogante, o con
voglia di scherzare. E neppure doppio gioco, doppio incastro di una
volontà che si attiva tuonando parole d’ordine (tracciare con l’aratro
il solco, difenderlo con la spada, fare la guardia ai fusti di benzina).
Meno che mai martirio per cui si accede, anche non battezzati (che
ne basta il desiderio), alla gloria di santi cha sapranno intercedere
presso la madonna pellegrina, la quale saprà intercedere anche lei
presso la divina podestà, modificando gli esiti di una disfatta logica
prima di tutto. Teniamoci quindi ai fatti emergenti dalla certezza
dell’altrui vacillare, all’inganno pregiato che divide l’intenzione
dal suo dichiararsi; e salpiamo solamente a partire da elisioni
che schiumano nel brodo di referenti spostati e condensati, cui
vanno soggette alcune affabulazioni compensative: “Essere dei
nostri” potrebbe voler dire aver trovato Dio che dormiva ed essersi
sottratti al suo disdegno, all’invito di decifrare l’emblema del suo
distendersi nel mondo per dargli luce. Lasciamo per tanto a chi le
merita (per ceto e usanza) le stellette che noi portiamo e le culottes
che invece non portiamo e sono la fottutissima croce di noi soldaaa

HANS D

non sono di quelli che tirano mattina per dire che la faccia di un Jack
Palance è la prova che dei buoni ce n’era perfino tra i nazi e ce n’è
tuttavia, sontuosamente affrescati con la luger in mano e le bretelle.
Sostengo, questo sì, che per aggiungere “me ne vanto” a “me ne frego”
(e farsi conoscere dallo straniero) non è necessario invocare i vantaggi
di una coerente lungimiranza: basta convincersi di aver vinto una volta
per tutta la tentazione di figurare in prima persona. Chi oserebbe parlare
di Zeitgeist per dei rami di pesco che vende al quadrivio una vecchina
«mentre piove e spiove sotto l’aspro alternar delle ventate»? Quand’anche
non avesse un suo figlio mangiato del mio pane azimo, non sarà questa
filologia da rimasto a galla, a tenerlo lontano dai pericoli di una latitante
apoteosi: la lugubre voglia d’’incidere nel sociale si ottiene osservando
chi con ciclica disinvoltura si pente di errori commessi illustrando il ritmo
inarrestabile del proprio emanciparsi: regina di cuori è diverso da regina
prematura, da prezzo elevato che non dura, che non può durare, diverso,
per natura, dal disprezzo che amo, da cui debbo astenermi con cura

[…]

© Luigi Ballerini

Le parole sulla città (reading)

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Le parole sulla città: Reading con Viola Amarelli – Francesco Filia – Sergio Cerruti – Vincenzo Frungillo – Gianni Montieri

Sabato 21 Dicembre ore 18,00 – Libreria Treves (Piazza del Plebiscito 11/12 – Napoli)

Emilio Isgrò – da: I funerali di Corrao

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Emilio Isgrò – I funerali di Corrao (nino aragno editore, 2013)

***

Sono venuto a chiudere questo occhio
Questo occhio che vide le rose, ma non l’assassino.
Quest’altro è semichiuso, non lo tocco.

 

Sono venuto a parlarti, amico mio,
delle rondini nere, non di Dio;
e come e perché e quando, e in quale luogo,

 

la grandine ti prese in faccia in un mattino
d’agosto, mentre ti svegliavi e c’era il fuoco
nell’aria, come nei versi arabi del tuo destino.

 

Destarsi all’alba non è colpa grave.
Destarsi per morire è imperdonabile.
E tu mi appari desto, senza lacrime,

 

eternamente chiacchierato e muto
come se niente fosse mai accaduto
di quello che sappiamo e che tu sai

 

mentre sale la bara col tuo cappello a falde
posato sul coperchio lucidato a mogano;
e preti e frati con la stola e con il saio

 

ti accompagnano tutti al suono del tamburo
per queste gradinate e queste scale al buio
faticose per me che non ti seguo nella morte.

 

Perché seguirti, poi, se posso vivere per te?
Perché morire se mi chiedi di restare?
Io resto qua per chiuderti almeno un occhio.

 

L’altro è mezzo aperto e non lo chiudo
perché tu veda questo figlio scuro
– scuro come uno di Gela o di Marsala –

 

venirti addosso con la lama bianca.

 

***

 

Sono venuto a chiudere l’altro occhio.
Non perché tu dorma, ma solo
per impedirti di vedere il mostro

 

e tu ti possa illudere, da morto,
come da vivo ti squassasti l’anima
per quella verità che non sapevi

 

e gli altri paventavano atterriti.
E ti tappo le orecchie e te le blocco
perché tu non ti irriti ai discorsi

 

di commiato, e a tutte queste chiacchiere
che fanno su di te per il rimorso
d’averti abbandonato al tuo destino.

 

Sei tu il vero Oreste che rifonda il vuoto.
Sei tu l’avventuroso cittadino
che dà la voce al niente per esistere.

 

Sei tu l’onesto Pericle dei pastori
che offre l’arte alle pecore e alla capre
perché essa non resti un privilegio

 

di borse e portafogli e penetri nei cuori.
Io ti lego le mani perché tu
non le faccia andare a casaccio nell’aria,

 

magari per la rabbia, e al sacrilegio
non si sommi la rendita e l’oltraggio.
Io ti serro la bocca perché oggi

 

il tuo silenzio pesa più del tuono.
E del resto lo sai amico buono,
mia titubanza storica, mia carità infinita.

 

Non t’ha ucciso Sayfùl, non t’ha ammazzato l’aria.
T’ha ucciso la Sicilia per conto dell’Italia.

 

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Emilio Isgrò – biografia

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Notizie su Ludovico Corrao

“L’alfabeto della crisi” di Raffaele Castelli Cornacchia (Italic Pequod, 2013)

castelli cornacchia l'alfabeto della crisiRaffaele Castelli Cornaccia
L’alfabeto della crisi
(Italic Pequod, Ancona, 2013)

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Non è certo un azzardo fare il nome di Ezra Pound ancora prima di cominciare a parlare di questa raccolta di Raffaele Castelli Cornacchia: i Cantos e soprattutto il XLV, quel With Usura che in al­cuni di noi forse risuonerà nelle orecchie per averlo ascoltato a qualche ora insolita alla radio, o ri­pescato più banalmente nella rete di Youtube, rimbalzano più volte nel fitto tessuto di questa nuova raccolta di Castelli Cornacchia. L’alfabeto della crisi, un alfabeto inverso, dalla Z alla A, è canto civile, è fotografia dei tempi. Con questa raccolta il poeta rivendica il suo ruolo nella società che da decenni ormai ha relegato lui e la poesia in un angolo buio, per pochi cultori eletti (spesso senza primarie), e racconta la crisi in ogni sua sfaccettatura; perché non è solo l’economia a essere in crisi: è la società, è l’uomo a non saper più trovare un punto di riferimento, una paio di coordinate utili, quasi non ci fossero più macerie da puntellare e con le quali ricominciare a costruire presente e fu­turo.
Ma è proprio la poesia a sgretolare i pochi muri rimasti in piedi, scindendo ogni singola parola per ricomporla in flussi continui di parole che si inseguono in componimenti a catena; perché non ci troviamo di fronte a singole poesie assemblate, ricomposte in una silloge, bensì a componimenti ar­ticolati in più parti/movimenti (da un minimo di due, Vero, a un massimo di dieci, Zero parole; ma i più tripartiti) nei quali sembra a volte di riconoscere un procedere simile a quello della canzone mo­rale classica, dove si annuncia il tema nella prima stanza per poi svilupparlo nelle successive.
E se tutto questo può far venire il sospetto di essere posti innanzi a una poesia raziocinante, cere­brale, affatto lirica, sappiate che non c’è spazio per il lirismo puro quando la poesia è un’invettiva costata l’estremo sacrificio dell’io, spersonalizzato per effetto di una spoliazione discesa dall’alto («Quanto costa caro, tutto quello che se ne sta nascosto / sotto questa terra / così battuta dalla piog­gia / di questa notte veglie e fresca di città / … / e si potessero immaginare / quanto costano i frutti della terra e dell’acqua e quanto costa / il profumo dei pini svettanti e dei prati senza pietre quanto / quanto rendere ai padroni dei guardiani i loro favori / chiamati prestiti / quando non richiesti così / con un sorriso amaro e un po’ di farina nell’acqua / giornate che lievitano come pane e l’autografo di idoli e di eroi», Zero parole, I).
Con una lunga requisitoria Raffaele Castelli Cornacchia sbatte in faccia a tutti la realtà dei fatti, così come non avveniva dai tempi di Franco Fortini – e, anche in questo caso, non è scomodare un altro mostro sacro per dare una patente di nobiltà a questa raccolta di poesie.
Versi potenti, dilatati oltre ogni misura se è il discorso a richiedere tutto lo spazio necessario, incal­zano il lettore e lo costringono al silenzio e alla riflessione («come se la storia non insegnasse che la storia si ripete / sempre giunge all’appuntamento sempre col vestito giusto / sempre come un co­stume…», Zero parole, II), a valutare anche le incongruenze tipiche della poesia, e perciò anche di questa poesia.

#Fabio Michieli

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Vero
– la demagogia –

I

. Che forme faranno, quei sassi lanciati nell’acqua
quando scorre veloce e forma degli anelli
che partono dal lago di che forma, che diametro
di che colore e per quanto tempo la promessa
quella di un lancio propiziatorio e casuale
presente nell’orecchio di chi gli s’avvicina
negl’occhi speranzosi e illusi di chi passa
e si china, a cercarne fra i canneti l’impronta
la prova circolare del voto d’una promessa
che corre veloce verso valle, senza memoria
sprecando lanci pieni di Atene e di Sparta
cercando di corromperne il flusso della corsa
l’odore naturale di una falsa libertà
di un falso amore di muschio e di schiuma.
.

II

. Hanno la forma dell’ombra d’un corpo sulla riva
le onde cullanti che s’allontanano dall’idea
fissa, che ogni buco nell’acqua faccia rumore
e una fetta di pane bianco a ripararli
i trapezisti e i pagliacci del grande circo
sulle rive d’un fiume che non è certo un lago
non è l’infinito mare di praterie d’acqua
mossa dal vento di pensieri con il passo svelto
portata da una brezza di buoni propositi
increspati come sono certe discussioni
e folli come tutti i geni inascoltati
le prede nelle reti, i raggi senza riflesso
che vanno vicino al mare. Ma solo vicino.

.

*

Quale
– il lavoro –

I

. Pagami alla fine del mese, mia regina a ore
leccami la mia faccia con la tua lingua amaranto
che non vivo per altro lo sai che per il mio di turno
il mio nascere spossato dal travaglio del tuo ventre.

. Sputami dal suolo che aro strisciando solchi di tacchi
ondulati come vermi che divorano il passaggio
di chi mi segue come bandito dalla sua tavola
e allora lasciami nudo, nella schiuma giù al fiume.
.

II

. Occupami tutto il tempo col vendemmiare la tua vigna
disseminata diritta per la strada in fila indiana
e dammi tu il senso che altrimenti io non avrei
che altrimenti non potrei, e che non vorrei, mai avere.

. Annegami nelle lame dei tuoi coltelli affilati
nelle colate del fesso fuso che prendeva le forme
delle gemme di un tempo e gambi di fiori nei cannoni
e lasciami nudo, fra i vapori dalle ciminiere.
.

III

. Afferrami i bicipiti, rassettami i capelli
custodisci negli anni il nostro tesoro di leggi
di regole e di soldi tuoi che altrimenti non avrei
e che altrimenti non dovrei, consolarmi mentendo.

. Accarezzami con le parole suadenti che crepitano
come foglie d’autunno o come orologi a cucù
delle valli che soffiano il calore secco dei forni
e lasciami nudo, così, come fossi fatto di pietra.

.

*

Baciami su quello che ho di più caro
– le banche –

III

. Dolce sarcofago ozioso l’usura
che è soltanto l’immorale intento
d’approfittare del bisogno altrui
nel non avere più campi e lucciole
allo scopo d’abusare di quei corpi
che fanno le sanguisughe nei fossi
e i vecchi che s’orinano sui piedi
per ottenerne per prima la promessa
e poi i vantaggi e le prestazioni
i latrati e gli amplessi repressi
e ci sono mute porte scorrevoli
che accolgono a braccia spalancate
le ricchezze, le paure, le povertà
le aspirazioni da Sacra Famiglia
allo scopo di diluire il sangue
del vostro lavoro e dei vostri furti.

.

_______________________

Raffaele Castelli CornacchiaRaffaele Castelli Cornacchia (Castiglione delle Stiviere 1964) vive a Brescia; è insegnante, poeta e autore di testi teatrali. Oltre a L’alfabeto della crisi, ha pubblicato le raccolte di poesie Via Milano (Lampi di stampa, Milano, 2012; secondo classificato al Premio Letterario Nazionale Anna Osti 2012), A meno che (Ennepilibri, Imperia, 2008). Ha pubblicato il romanzo breve Il pacco di Durante (Robin Edizioni, Roma, 2006) e il libro per piccoli lettori Gli abitanti di Colle Bianconero (EdiGiò, Pavia). Suoi lavori appaiono in lavori collettivi e antologie (Lampi di stampa, Giulio Perrone, LietoColle, Fiori di campo) e riviste (Inciquid de iQuindici della Wu Ming Foundation).

Grace Paley – Grazie a Dio non c’è nessun Dio

GracePaley1997c

Grazie a Dio non c’è nessun Dio

Grazie a Dio non c’è nessun Dio
o saremmo tutti perduti

se fosse Lui che ci fa gridare
di angoscia feroce    di fronte alla tortura
all’odio    tre o quattro volte per generazione
non ci sarebbe speranza    e seppure Lui permettesse
alla pace di apparire    allora un giorno    grandi lastre
di pietra sotto i frutteti e il mare potrebbero
muoversi piano una contro l’altra    terremoto

se fosse stato Lui a costruire così stretto il ponte
su cui siamo esortati a passare
senza paura mentre intorno a noi
i vecchi gli zoppi i maldestri i
bambini scalpitanti ruzzolano giù
e a volte vengono spinti nell’orrido
precipizio    se fosse Lui certo saremmo perduti

se fosse Lui a offrire il libero arbitrio ma
solo ogni tanto    strano dono
per un popolo che abbia appena distinto
la mano destra dalla sinistra
ma se siamo noi i responsabili con-
sideriamo il nostro assiduo amore uno per l’altro
perchè questo è il giorno d’oggi    ora possiamo
guardarci negli occhi
a grande distanza   questo è il tele-
fonico elettronico digitale giorno d’oggi
celebre per il denaro e la solitudine ma noi

abbiamo sconfitto Babele accettando parole
straniere in gloriose traduzioni    se

sappiamo essere responsabili    se siamo
diventati responsabili

***

Thank God there is no god

Thank God there is no god
or we’d all be lost

if it is He who sends us howling
in murderous despair    at torture
hatred    three or four times a generation
there’d be no hope    and if He permitted
peace to appear    then one day    great plates
of stone beneath the orchards and sea may
move slowly against one another    earthquake

if it is He who built that narrow a bridge
across which we are invited to walk
without fear while all around us
the old the lame the awkward the jumping-
up-and-down children are tumbling off
or sometimes pushed into the hideous
gorge    if it is He then we are surely lost

if it is He who offers free will but
only sometimes    a peculiar gift
for a people who have just distinguished
their right hand from their left
but if we are responsible con-
sider our frequent love for one another
because this is nowadays    we may be able
to look over great distances into
each other’s eyes    these are the tele-
phonic electronic digital nowadays
famous for money and loneliness but we

have defeated Babel by accepting the words
of strangers in glorious translations    if

we can be responsible if we have
become responsible

****************

© Grace Paley – poesia tratta da Fedeltà – ed. Minimum fax – traduzione di Livia Brambilla e Paolo Cognetti

****
ai link sotto potete leggere altre poesie e due racconti di Grace Paley (pubblicati precedentemente):

POESIE

RACCONTO 1RACCONTO 2

Giugliano, la mia terra muore

berlino  - gm

GIUGLIANO, 104 METRI SUL LIVELLO DEL MARE

Avessimo avuto una collina

invece una campagna sterminata
accumulo di scorie, di abusi disumani
il nostro compito era stare attenti
alle mele, voltarle di tanto in tanto
affinché non si guastassero, marcissero

molti campanili, uno per ricorrenza
troppi santi, crepe nell’asfalto
lungo il corso principale
vecchie conoscenze: immobili

ho questi luoghi a far da conta
il tempo inesorabile, la cronaca
nessuna traccia, transito
nelle pagine di storia.

***

©Gianni Montieri (in Futuro Semplice – Lietocolle 2010)

***

Corrado Benigni – Tribunale della mente

tribunale_mente

Corrado Benigni – Tribunale della mente – Interlinea 2012

«Per conoscersi bisogna svolgere la propria vita fino in fondo, fino al momento in cui si cala nella fossa. E anche allora bisogna che ci sia uno che ti raccolga, ti risusciti, ti racconti a te stesso e agli altri come in un giudizio finale.» Corrado Benigni pone in esergo a una delle poesie di Tribunale della mente, (a pag. 61), questa citazione, tratta dal capolavoro di Salvatore Satta Il giorno del giudizio (Adelphi 1979 e successive edizioni); a questa aggiungiamo un’altra citazione tratta dallo stesso libro «aveva trovato nella legge quella certezza che gli sfuggiva nella vita, e si sentiva naturalmente portato a scambiare la vita con la legge.» e proviamo a fare un ragionamento. Questo libro bello e tenace è composto da quattro elementi fondativi: Cervello, cuore, giustizia e testimonianza, tenuti insieme da un filo che è il metro ovvero la metrica. Benigni è poeta e avvocato, in apparenza sono queste le peculiarità che assemblate hanno portato alla scrittura di questi testi, ma c’è qualcosa prima. Prima c’è un senso di giustizia altissimo, c’è la prudenza del ragionamento, c’è, con ogni probabilità, un cuore che accelera e che sa scuotersi. Vengono, poi, il poeta e l’avvocato, entrambi sanno stare un gradino sotto la sommarietà, entrambi conoscono la sottile linea, il varco stretto che separa una condanna da un’assoluzione, un innocente da un colpevole. Il passo corto tra la virtù e la colpa, che mutano a seconda dei periodi storici. Le quattro sezioni sono estremamente dense, i versi rappresentano la battaglia tra la sapienza antica del cuore e la sapienza altra, quella delle regole e delle norme che appartiene al cervello. Le poesie di Benigni sono belle e sostenute da un rigore metrico mai fine a se stesso, ma naturale, usato da chi ha appreso la lezione del Novecento senza averne timore, da chi guarda a un Fortini, a  un Giudici, con un rispetto dal quale non fuggire. Il poeta usa un linguaggio tecnico e ne fa poesia. È il nostro tempo che viene raccontato con la precisione del dire e l’accortezza del levare. Il non detto, il giudizio sospeso, sono alcune delle chiavi di lettura di questo percorso. Gli imputati, i colpevoli, gli innocenti, i condannati per sbaglio, gli scampati alla Legge, i giudici, i testimoni, le prove e la loro mancanza, stanno lì sul palcoscenico e il teatro è la vita stessa. La posta in gioco che Benigni stabilisce è quella dell’onestà e, un gradino più sopra, il premio della pietà, della carveriana compassione. Tribunale della mente è una passeggiata bellissima ma in salita, si procede lentamente, si fanno delle soste, si arriva in cima e come panorama troviamo una domanda: Qual è il reato?

© Gianni Montieri

***
Alcuni testi estratti dal libro

Siamo davvero la misura di una colpa
o la memoria di un silenzio che ci contiene?
Quale crimine consumiamo senza commetterlo?
Da quale morsa verrà l’assoluzione? Guarda
le parole diventare cenere, qualcosa, forse,
si ricompone tra chi resta  e chi muore,
tra l’innocente e il supplizio – una voce rappresa.
Giudica tu ora chi parla.

***

Non c’è parola al di sopra
di ogni sospetto, non c’è impronta,
prigionieri di una legalità senza respiro.
Accelerate i passi,
c’è un termine ultimo da tenere in vita
cui rimettere questo caso.
Tutto è persuasione o preludio,
ma quel che si vede è difficile
da provare.

***
LA DIFESA

Separa l’acqua dalla sabbia
distingui la colpa dal dolo,
non perdere di vista nulla
di queste parole irredente,
sussumi l’errore della verità.
Cosa spinge l’uomo al crimine?
Un desiderio di giustizia? Forse
c’è una difesa già scritta dentro un precedente,
come l’anello di un’unica catena
o la luce di ritorno delle stelle. Seguila,
da solo, nell’imminenza, fino all’ultima parola,
dove i fatti non hanno contorni esatti
e false piste disegnano la verità.
C’è una giustizia da tradurre
tra gli indizi e la ragione,
un destino non scritto.

***

Siamo comunque l’attesa di un giudizio
che torni a riscrivere tutto
con poche parole esatte.
Intanto qui madri hanno mani insanguinate
e i ragazzi affondano coltelli.
La pioggia non è più pioggia ma domanda e sete,
sentenze grondano grida e non ricuciono niente
del silenzio che scava
senza indulto questo tempo.

***

Trova tu la formula assolutoria
ma non ci sarà salvezza,
la giustizia non ha nome,
questo nome è la tua colpa.

***

La morte ci sorveglia
nel suo cerchio di misura e legge.
Quale mano dà l’ordine?
È giusta la voce che sentenzia il nulla?
Tutti stiamo tra il sangue e la parola.

***

Ognuno custodisce un male
sceglie un nome alle cose
e patteggia inconsapevole la sua pena,
perché
perché come una voce inquirente
la memoria ci insegue.

Gianni Montieri – Fuori dai cantieri (inediti)

Macerata - foto gm

Fuori dai cantieri

*
Alle 9,30 a Porta Venezia
era l’appuntamento, il segnale
piovesse o meno, non mancavamo
non esistevano gite fuori porta
fidanzate, amici che tenessero
quel giorno si manifestava

riconoscersi sotto gli striscioni
chi con i confederali, chi con gli autonomi
più distanti ma presenti i Lotta Comunista
avevamo cose da sognare, sogni da lottare
diritti, avevamo da vivere e lo dicevamo
(Il Manifesto stretto tra le mani)
al caffè o al parco dopo il comizio.

*
Qualche volta di pomeriggio
ci spostavamo a Porta Ticinese
al MayDay per sentirci giovani
a rimescolarci il sangue coi precari

conservo una foto sul carro di SDB
vaghi ricordi di birre annacquate
bevute con amici venuti da lontano.

*
Le grigliate all’Idroscalo le fanno oggi
le hanno fatte allora, forse hanno ragione:
il Lavoro si festeggia mangiando, bevendo
e ha torto la vecchia che dice:
“Adesso le fanno solo i cinesi, gli africani”
ha torto chi il lavoro ce l’ha tolto, chiuso
ogni due di maggio fuori da una fabbrica
tra le lamiere all’ingresso di un cantiere.

*

Giù: il volo da una gru, lo schianto, il coma
colpito da un palo scivolato al suolo
al cuore da un rifiuto, da un male
senza cura. Arso vivo a un passo dal Natale
da un contratto vero, sottoterra in miniera
sottopelle nessun respiro, nessun ritorno.

*

Oggi che mancano due giorni al primo maggio
e piove con quella pioggia come a novembre
al cantiere non si lavora, fermi i macchinari
i manovali in nero oggi non guadagnano
vanno a casa, ogni tanto gli occhi al cielo.

***********
© Gianni Montieri – inediti 2013