poesia cilena

Nuova poesia latinoamericana. #11: Francisco Véjar

NUOVA POESIA LATINOAMERICANA

foto francisco véjar 

Francisco Véjar 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

 

Francisco Véjar (Cile, 1967). Poeta, antologista, critico letterario. Ha pubblicato Fluvial (1988), Música para un álbum personal (1992), Continuidad del viaje (1994), A vuelo de poeta (1996), Canciones imposibles (1998), País insomnio (2000), El emboscado (2003) e La fiesta y la ceniza (2008). È stato anche selezionato in diverse antologie, sia in Cile che all’estero. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, italiano, catalano, portoghese e croato. Attualmente è editorialista per la rivista El Mercurio e collabora con la rivista spagnola Clarín. È stato pubblicato nella rivista italiana Poesia, diretta da Nicola Crocetti, nella traduzione di Cristina Sparagana. Nel 2009 ha pubblicato il libro di cronache Los inesperados che tratta di alcuni degli scrittori e artisti cileni più importanti della seconda metà del Novecento.

 

 

CITA EN EL PACÍFICO SUR / 1999

Es bello flotar, así flotan los extraños objetos
que amanecen en las playas y que nadie reconoce.
¿Vienen de algún naufragio? Y qué importa, todos
venimos de algún naufragio aunque no lo sepamos.
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-Rosamel del Valle-

El mar es nuestro refugio
En días de navegación por el Pacífico Sur
Ese curioso resplandor
Ha sido la única piedra filosofal
Que hemos llegado a poseer
Anoche la vaguada costera viajó con nosotros
Y todo parecía detenerse en ese instante
Tan claro como la luz de la luna
Plateando arena, mar y muelles
Una extraña ave vino a morir a nuestros pies
Mas sobrevivimos burlándonos de nosotros mismos
Y viendo pájaros acuáticos donde sólo había silencio
O poniendo libros sobre mesas de restaurantes marítimos
En comunión con los demás
O con las discriminaciones silvestres a que incita el cielo
La brisa del mar insiste en desordenar el texto
Y repentinamente estas palabras
Relatan – es su derecho –
Lo que ellas son entre nosotros

.

APPUNTAMENTO NEL SUD DEL PACIFICO / 1999

È bello galleggiare, così galleggiano gli strani oggetti
che giungono all’alba sulle spiagge e che nessuno riconosce.
Provengono da qualche naufragio? E che importa, tutti
proveniamo da qualche naufragio benché lo ignoriamo
.
-Rosamel del Valle-

Il mare è il nostro rifugio
In giorni di navigazione attraverso il Sud del Pacifico
Quel curioso bagliore
È stato l’unica pietra filosofale
Che siamo arrivati a possedere
Ieri notte la depressione costiera viaggiò con noi
E tutto sembrava fermarsi in quell’istante
Chiaro come la luce della luna
Tingendo d’argento la sabbia, il mare e i moli
Una strano uccello venne a morire ai nostri piedi
Ma sopravvivemmo burlandoci di noi stessi
E vedendo uccelli acquatici dove c’era solo silenzio
O mettendo libri sui tavoli dei ristoranti marittimi
In comunione con gli altri
O con le discriminazioni silvestri a cui incita il cielo
La brezza del mare insiste a disordinare il testo
E repentinamente queste parole
Raccontano – è un loro diritto –
Quello che loro sono tra di noi

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HABITAR UN PAÍS COMO TUS OJOS

Quiero vivir en un país como tus ojos
más nítido que las horas que el tiempo deshecha,
más lúcido y real.

Quiero habitar un país como tus ojos;
tu piel navegando en mi piel,
las coincidencias, la respiración,
las horas que sin saberlo se unen,
un bolero y el abrir y cerrar de puertas,
sabiendo que nuestro tema sigue siendo el viento.
Mas el lenguaje no basta, ni el fragmento del sol
que guardabas en tu cuerpo para entregármelo
tras un ir y venir poblado de voces.

Desde las enrarecidas calles me haces señas
para que no ande a tientas,
ciego, borracho o como yo.

El aire de la mañana se suspende allá afuera.

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ABITARE UN PAESE COME I TUOI OCCHI

Voglio vivere in un paese come i tuoi occhi
più nitido delle ore che il tempo disfa,
più lucido e reale.

Voglio abitare un paese come i tuoi occhi;
la tua pelle che naviga nella mia pelle,
le coincidenze, la respirazione,
le ore che senza saperlo si uniscono,
un bolero e l’aprirsi e chiudersi di porte,
sapendo che il nostro tema continua a essere il vento.
Ma il linguaggio non basta, né il frammento di sole
che conservavi nel tuo corpo per consegnarmelo
dopo un andare e venire popolato di voci.

Dalle rarefatte vie mi fai segnali
perché non vada a tentoni,
cieco, ubriaco o come me.

L’aria del mattino rimane sospesa là fuori.

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ALLÍ DUERME MI PADRE

 

Visito el cementerio:
allí duerme mi padre
sobre polvo y más polvo
donde no hay más que el silencio sordo de otras voces,
lápidas casi borradas por las tempestades:
débiles huellas sobre el mármol.

El viento desordena el entorno.
Camino sobre pétalos resecos
que se unen a la tierra,
sobre pedazos de labios
que se juntaban para amarse.
Pero no hay respuesta.

Un día espíritu y carne
fueron fuertes,
vagaban sin prisa,
releyendo en el aire las señales de la vida.

Estoy de pie en este mundo,
mirando como muere la tarde,
sintiendo la enarbolada sensación de contener
en un segundo otros ecos.

Hay pasos que oyen,
hay ojos disueltos que observan,
también el destello de la nada.

Allí duerme mi padre
frío y delicado como la nieve.

(de País insomnio, 2000)

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LÌ DORME MIO PADRE

 

Visito il cimitero:
lì dorme mio padre
sopra polvere e più polvere
dove non c’è altro che il silenzio sordo di altre voci,
lapidi quasi cancellate dalle tempeste:
deboli orme sopra il marmo.

Il vento disordina tutt’intorno.
Cammino su petali rinsecchiti
che si uniscono alla terra,
su pezzi di labbra
che si univano per amarsi.
Ma non c’è risposta.

Un giorno spirito e carne
furono forti,
vagavano senza fretta,
rileggendo nell’aria i segnali della vita.

Me ne sto in piedi in questo mondo,
osservando come muore il pomeriggio,
sentendo l’inalberata sensazione di contenere
in un secondo altri echi.

Ci sono passi che ascoltano,
ci sono occhi dissolti che osservano,
anche il luccichio del nulla.

Lì dorme mio padre
freddo e delicato come la neve.

(da País insomnio, 2000)

Poesia latinoamericana #7: Gonzalo Rojas

Poesia latinoamericana
Grandi autori del secolo XX

Il settimo appuntamento con la poesia latinoamericana è dedicata a Gonzalo Rojas, poeta cileno. Continua così il nostro viaggio attraverso le voci e le terre della poesia latinoamericana dello scorso secolo; viaggio che anticipa il prossimo progetto antologico di Raffaelli Editore, curato da Gianni DarconzaMario Meléndezun’antologia di voci poco note, le più, ai lettori italiani. Una buona occasione per colmare un vuoto e aprire un dialogo. [fm]

Gonzalo Rojas

GONZALO ROJAS

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

Gonzalo Rojas (Cile, 1917 ‑ 2011). È uno dei grandi punti di riferimento della poesia cilena del Novecento. Tra le sue opere si segnalano: La miseria del hombre (1948), Contra la muerte (1964), Oscuro (1977), Del relámpago (1981), El alumbrado (1986), Antología de aire (1991), Río turbio (1996) e Metamorfosis de lo mismo (2000). A partire dal 1958 ha organizzato i famosi Congressi di Scrittori a Concepción, dove si riunivano, come lui amava affermare, i suoi compaesani di Latinoamericana. Per la sua opera ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra i quali vale la pena menzionare il Premio Reina Sofía in Spagna, il Premio Octavio Paz in Messico, il José Hernández in Argentina, il Premio Nazionale di Letteratura e il Premio Cervantes.

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AL SILENCIO

Oh voz, única voz: todo el hueco del mar,
todo el hueco del mar no bastaría,
todo el hueco del cielo,
toda la cavidad de la hermosura
no bastaría para contenerte,
y aunque el hombre callara y este mundo se hundiera
oh majestad, tú nunca,
tú nunca cesarías de estar en todas partes,
porque te sobra el tiempo y el ser, única voz,
porque estás y no estás, y casi eres mi Dios,
y casi eres mi padre cuando estoy más oscuro.

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AL SILENZIO

Oh voce, unica voce: tutto il vuoto del mare
tutto il vuoto del mare non basterebbe,
tutto il vuoto del cielo,
tutta la cavità della bellezza
non basterebbe per contenerti,
e anche se l’uomo tacesse e questo mondo affondasse
oh maestà, tu mai,
tu mai cesseresti di essere ovunque,
perché ti avanza il tempo e l’essere, unica voce,
perché ci sei e non ci sei, e sei quasi il mio Dio,
e sei quasi mio padre quando mi sento più oscuro.

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Poesia latinoamericana #1: Nicanor Parra

Poesia latinoamericana
Grandi autori del secolo XX

Inizia con i versi di Nicanor Parra una serie di finestre che si aprono sulla poesia latinoamericana dello scorso secolo, e che anticipano il prossimo progetto antologico di Raffaelli Editore, curato da Gianni DarconzaMario Meléndezun’antologia di voci poco note, le più, ai lettori italiani. Una buona occasione per colmare un vuoto e aprire un dialogo. [fm]

 Nicanor Parra

NICANOR PARRA

 

Traduzione di Gianni Darconza

Selezione di Mario Meléndez

 

Nicanor Parra (Cile, 1914). È poeta e professore di fisica e matematica. Tra i suoi libri si segnalano: Poemas y antipoemas (1954), La cueca larga (1958), Versos de salón (1962), Obra gruesa (1969), Artefactos (1972), Sermones y prédicas del Cristo de Elqui (1977), Hojas de Parra (1985) e Poemas para combatir la calvicie (1993). Tra le distinzioni più importanti ricevute per la sua opera si contano il Premio Nazionale di Letteratura (1969), il Premio Juan Rulfo (1991), il Premio Reina Sofía (2001), il Premio Cervantes (2011) e il Premio Iberoamericano di Poesia Pablo Neruda (2012). È considerato una delle voci più importanti e influenti della poesia ispanoamericana della seconda metà del Novecento.

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CARTAS A UNA DESCONOCIDA

Cuando pasen los años, cuando pasen
Los años y el aire haya cavado un foso
Entre tu alma y la mía; cuando pasen los años
Y yo sólo sea un hombre que amó, un ser que se detuvo
Un instante frente a tus labios,
Un pobre hombre cansado de andar por los jardines,
¿Dónde estarás tú? ¡Dónde
Estarás, oh hija de mis besos!

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