poesia americana contemporanea

I poeti della domenica #139: Charles Simic, O primavera

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O Spring

O Spring, if I were to face a firing squad
On a day like this, I’d wear
One of your roadside flowers
Behind my ear, lift my chin high

Like a pastry cook standing
Next to a prize-winning wedding cake,
Smile like a hairdresser
Giving Cameron Diaz a shampoo.

Lovely day, you passed through town
Like a Mardi Gras parade
With ladies wearing colorful plumage on their heads
Riding on your floats,

Leaving the moon in the sky
To be our night watchman and check with its lantern
On every last patch of snow
That may be hiding in the woods.


O primavera

O primavera, dovessi affrontare un plotone d’esecuzione
in un giorno così, mi infilerei
uno dei tuoi fiori da ciglio di strada
dietro l’orecchio, alzerei il mento

come un pasticciere impettito
accanto a una torta nuziale appena premiata,
sorriderei come un parrucchiere
che sta facendo lo shampoo a Cameron Diaz.

Splendido giorno, sei passato per il paese
come una sfilata di carnevale
con le donne dalle piume multicolori in testa
sui tuoi carri da parata,

lasciando alla luna in cielo
il ruolo di guardia notturna che con la sua lanterna
ispeziona ogni minima chiazza di neve
che ancora si nasconde nel bosco.

da Charles Simic, The Lunatic, trad. di Damiano Abeni e Moira Egan, Elliot 2017

 

I poeti della domenica #128: Tess Gallagher: Lettera a un Bacio che è morto per noi

tess gallagher fonte a cup of poetry

tess gallagher fonte a cup of poetry

Lettera a un Bacio che è morto per noi

Sto scrivendo le tue memorie.
È come abbandonare il mondo
eppure trovarti ancora lì
come ci hai ricevuto e formato,
diventando all’istante irripetibile.
Continuo a pensare di poter scrivere una guancia
contro di te, se non proprio labbra. Una guancia magnetica
in modo che il suo clangore riecheggi
per un po’. T’induco in tentazione con nudità
in terrazza, con i tamburelli, con tutti i miei vezzi
da gitana. Con gli slanciati fianchi del desiderio
induco in tentazione te che te ne sei andato per sempre,
un pensiero che riesco a formulare
perché questa lettera è scritta
al di fuori di qualunque morte.

*

Letter to a Kiss That Died for Us

I have been writing your memoir.
It is like leaving the world
and still finding you there
as you received us, shaped us
and instantly became unrepeatable.
I keep thinking I can write a cheek against
you, if not lips. A magnetic cheek
with the taste of cold, metallic air
on it so the clang of it will stay
a little after. I tempt you with nakedness
on a terrace, with tambourines, all my gypsy
favors. With the sleek flanks of longing,
I tempt you who are gone forever,
a thought I can have
as this letter is written
outside any death.

*

da Tess Gallagher, Spontaneamente, a cura di Riccardo Duranti, Donzelli, 1999

Annegamenti – J.C. Oates

PS 9.5

1.

Nel 1932 esce in Italia,  tradotto da Cesare Pavese, Moby Dick di Hermann Melville. Con Melville abbiamo per le mani gli Stati Uniti d’America, che Pavese ebbe a definire: «un gigantesco teatro dove con maggior franchezza che altrove veniva (e viene – ndr) recitato il dramma di tutti».
Parliamo dell’Occidente, del tramontare, della caduta e del declinare che gli Stati Uniti incarnano.
La cultura americana ha una vocazione imperiale, sappiamo: una nuova Roma, una nuova Gerusalemme, sorta sulle rive del Potomac e sulle coste del Massachusetts, dove uomini e donne come usciti dall’Antico Testamento hanno costruito nel tempo esistenze con tempra dettata dal più vertiginoso senso del giudizio.
Una cultura pervasa dal senso di morte e dall’inquietudine, quella americana, e dominata forse soprattutto dal senso della perdita. Sentimenti perfettamente comprensibili, se pensiamo in particolare al catastrofismo che tanto cinema americano ha proposto negli anni o se riportiamo la mente al terrificante sconvolgimento rappresentato dall’11 settembre.
Una tradizione etica, ed epica, dunque, in questa cultura: un tentativo, quello americano, che è sempre di sintetizzare con l’arte un’intera civiltà. Come se nell’esplosione degli spazi, in quell’immenso spazio che è l’America (e si pensi soltanto, ad esempio, in tal senso, alla complessità del rapporto tra orizzontalità del paesaggio e verticalità della città), il Nuovo Mondo abbia prodotto e produca in sé una compiuta realizzazione, diciamo così, dell’Occidente. Anche in poesia. Un’epica (quasi) non storica, o comunque non “spessa” di storia, incastonata in una sorta di presente continuo, dove la verticalità dell’esistenza è scritta nel quotidiano.
Si tratta in gran parte di un’immensa History of Violence: violenza esercitata per un profitto da ottenersi a tutti i costi, certamente, ma è anche la storia di una grande democrazia, della sua faticosa costruzione, entro il mito chiaroscurale della libertà.
Di qui, potremmo dire che due aspetti della coscienza americana si stagliano all’orizzonte: il senso del peccato e l’ottimismo del sogno; il tutto perseguendo senza requie una visione manichea, per cui a imporsi nelle vite, negli eventi e nella storia, sono essenzialmente il Bene e il Male. E non sfugge certo che questo sia in stretto rapporto con la Bibbia.

2.

La poesia in America serve per comunicare, parlare di sé agli altri, della propria ricerca e della propria visione. A questa visione si lega una missione, che negli autori migliori è quasi una sorta di “apostolato”.
I poeti americani adottano generalmente la lingua d’uso, unendo la riflessione più apocalittica alla quotidianità. C’è in loro una (tradizionale ormai) propensione all’oralità, alla musica, in stretto rapporto con lo spazio aperto appunto, con la strada. Autori che rappresentano nel loro insieme una mescolanza di origini, sia per quanto riguarda i Paesi di provenienza, spesso stranieri, sia – soprattutto – se consideriamo che diversi di essi provengono dalla prosa, cioè scrivendo generalmente prosa tornano spesso alla poesia.
Ed ecco alcune parole-chiave ricorrenti della poesia americana contemporanea: sepoltura, insonnia, sogno (con apparente paradosso rispetto all’insonnia), perdita, annegamento.

3.

Cos’è allora quella franchezza richiamata all’inizio con le parole di Pavese?
È un parlar chiaro, tendere al diretto: il friendly relazionale, tipicamente americano, unito a una profondità di lettura delle questioni in gioco. Ma sempre, ecco il punto, con un tasso di concretezza tale per cui la profondità diventa chiara.
E a proposito di provenienza dalla prosa, e della parola-chiave annegamento, ecco una poesia di Joyce Carol Oates.
Non so, non ricordo da quale raccolta è tratta (The Time Traveler forse?), avendo ora a disposizione soltanto una fotografia scattata a casa di un amico conosciuto a New York. Il titolo dovrebbe essere appunto Drownings! ed è una poesia che ha continuato a visitarmi, a trattenere in sé il mio ricordo di quella città. Allora ho provato, coi miei limiti e con le mie scelte, a tradurla:

 

Drownings!

No use to touch the face
of the object.
No use the bumping
of heads.
My words flutter in your
silence – all is sucked up –
all propelled into your blood.

The awful thing about drowning
is that you have so long
to regret your mistake –
drowning in someone’s veins
or in the ordinary river,
propelled downstream.

Drownings! – deaths on the river!
A body dragged out this morning
beneath the bridge excites a crowd
of kids and a few old men standing
without purpose on the banks.
People like us look away, ashamed.
The water creates monsters of dark
heavy flesh and faces become
unreadable.

Your body, too, is heavy with mysteries.
If I raise your hand to my face
I feel the sudden illumination
of all our bones
and I am ashamed.

 

Annegamenti!

Non serve a niente toccare la superficie
di un oggetto.
Non serve a niente che le teste
si scontrino.
Le mie parole fluttuano nel tuo
silenzio – tutto risucchiato,
interamente spinto nel tuo sangue.

La cosa più terribile dell’annegare
è che ne hai di tempo
per pentirti del tuo errore –
annegare nelle vene di qualcuno
o in un fiume qualsiasi,
spinto fino a fondo valle.

Annegamenti! Morti sul fiume!
Questa mattina un corpo trascinato
sotto il ponte eccita una folla
di bambini e qualche vecchio in piedi,
senza scopo, sulle sponde.
Gente come noi distoglie lo sguardo, per la vergogna.
L’acqua crea mostri di scura
carne pesante e le facce diventano
inscrutabili.

Anche il tuo corpo è pesante, ricolmo di misteri.
Se porto la tua mano sul mio viso
sento improvvisamente illuminarsi
tutte le nostra ossa
e mi vergogno.

 

Cristiano Poletti

 

Poesie di Todd Portnowitz

di Todd Portnowitz

traduzione di Simone Burratti

Suonatore di liuto

Caravaggio, 1596 ca., olio su tela, Ermitage, San Pietroburgo

 

 

An Offering

Lo Staffato, Giovanni Fattori, 1880

Black horse wound around no purpose
but to fling yourself forward,
man thrown from your back,
one foot stuck in a stirrup,
—–his face smearing out on the cobbles—
black lip of wave who flicks
cruise ships onto tenement roofs,
who sucks the shoreline out to sea
and shames the breeding weeds—
—–I pray to you in rain boots, O god of rain!
—–On your altar of rubble I stack pebbles.



———Un’offerta

———Lo Staffato, Giovanni Fattori, 1880


———Cavallo nero avvolto al solo scopo
———di lanciarti in avanti,
———l’uomo scosso via dalla tua schiena
———un piede ancora inceppato nella staffa,
————–la faccia che va spalmandosi sui ciottoli –
———labbro nero dell’onda che con un colpetto
———lancia crociere sui tetti delle case popolari,
———che risucchia la linea di costa a mare aperto
———e svergogna le alghe che lì si riproducono –
————–In stivali di gomma mi inchino a te, dio della pioggia!
———Ammucchio sassi sul tuo altare di macerie.



Aula Magna


The lights go off and we’re down south in the imagination,
in a city like white rock on a green mountain,
heresy, a black word on the white sky,
hopping from prison to prison, from castle to castle,
and I want out, or up, to shake the hand of Galileo.

It could be we’re on an island, Sri Lanka or Java,
you can’t be sure—though referencing Tommaso Porcacchi’s
1527, “The Most Famous Islands of the World,”
you can assume Sri Lanka. The natives
are big-eared and bad mannered,
big elephants and gold abundant.

At the imagination’s center, at the center
of seven inclining circles, a mile wide
—so subtle is the gradation,
you feel nothing climbing up—
the Temple of the Sun pulls on our bodies.

So it is, after all that effortlessness,
we flick the light,
and nature’s just a box on a chalkboard
where God manifests himself in slashes.

———Aula Magna
———
———
———Si spengono le luci e siamo giù, nel sud dell’immaginazione,
———in una città come di roccia bianca su una montagna verde,
———eresia, una parola nera su un cielo bianco,
———e stiamo saltando di prigione in prigione, di castello in castello,
———e me ne voglio andare via, o più su, a stringere la mano a Galileo.
———

———Potremmo essere su un’isola, Sri Lanka o Giava,
———non si può dire; ma riferendosi a Tommaso Porcacchi,
——–al suo volume del 1527, “L’Isole più famose del mondo,
———”si può dedurre Sri Lanka. Gli indigeni
———hanno delle grandi orecchie e poca educazione,
———oro e grandi elefanti vi si trovano in abbondanza.
———

———Al centro dell’immaginazione, al centro
———di sette gironi a spirale, larghi due chilometri
———– la gradazione è così sottile
———che salendo non si sente niente –
———il Tempio del Sole ci tira dentro.
———
———È così che, dopo tutta questa disinvoltura,
———riaccendiamo la luce
———e la Natura è un quadrato sulla lavagna
———in cui Dio si manifesta con barre diagonali.

Self-Portrait Trapped in a Measure of Liszt


—————–after Vallée d’Obermann


The window in my cell is high and grated.
Sunlight, just more bars above my head.

Supine on the stone floor, I recompose
an ex-lover on top of me. I sit up, stand, run to the door

and bang four times with my fist; I’ve never wanted a mirror
so badly in my life—to see myself! That’s it.

I fall back to my knees, tracing the line
of my mother’s face in my memory down to her chin,

but I cannot pass the curve of her chin.
I trace and retrace it, and she smiles

just as the sun bends the window’s iron and throws
one luminous stave onto the wall, and I am certain:

if that were the reel of my mind projected
and the turnkey were to see—

most voiceless thought, sheathe it as a sword.



———Auto-ritratto imprigionato in una misura di Liszt
———
——–
———La finestra della mia cella è alta e con l’inferriata.
———Sopra la mia testa la luce del sole tra le sbarre.
———
———Supino sul pavimento di pietra, ricompongo
———un’ex-amante sopra di me. Mi siedo, mi alzo, corro alla porta,
———
———la batto quattro volte. In vita mia non ho mai avuto
———così tanta voglia di uno specchio. Di vedermi. Nient’altro.
———
———Ricado in ginocchio, tracciando la linea
———del viso di mia madre nella memoria, fino al mento,
———
———ma non so andare oltre la curva del mento.
———La traccio ancora e ancora, e lei sorride
———
———appena il sole piega il ferro della finestra e getta
———un’unica spranga luminosa sulla parete, e io ne sono sicuro:
———
———se quella fosse la bobina della mia mente proiettata
———e il secondino fosse lì a vedere…
———
———un pensiero mutissimo, rinfoderato come una spada.
———
———
———
Landscape with Chekhov Character

———I. Exterior
A lake scene, mountains like sand dunes;
oaks to the right, their trunks scaled with fungus;
on the near side of the water, two women,
cameras around their necks, splitting off
to snap the lake from every angle; on the far side,
my father, seated, still watching the set sun,
his face blitzed in the maroon light; my mother
back home pouring water into scotch.
Behind me and my easel, a second landscape:
flowering rye, an avenue of lindens,
a house with a terrace, and just beyond the porch:
the schoolmistress, Lydia, holding a whip.
———
———
———II. Interior
———
Four empty chairs, four empty stools, a two-step ladder,
a glass cake tray with a single muffin,
and on the wall behind the register, a pencil drawing
recalling Dürer’s Melencolia though less symbolic;
fourteen cases of books organized by genre,
and in them, evenings, meadows, blackbirds calling,
a gunshot, biting cold, the bitter Student
clapped between the pages, trapped in the rut at the binding,
miserable—and deeper in the starch, an older book,
a darker garden, and still more evenings, longer, drearier,
denial, flames and weeping, and resolution.

 

———Paesaggio con un personaggio di Checov

 I. Esterno

———
———Vista con lago, montagne come dune di sabbia;
———querce sulla destra, coi tronchi squamati di funghi;
———in primo piano, sulla riva, due donne,
———le fotocamere appese al collo, scattano e catturano
———il lago da ogni angolo; laggiù, sull’altra sponda,
———mio padre, seduto, ancora a guardare il sole tramontato,
———la sua faccia colpita dalla luce arancione; mia madre
———dentro casa, aggiungendo acqua allo scotch.
———Alle mie spalle, un secondo paesaggio:
———la segale che cresce, una strada di tigli,
———una casa con terrazzo e, un po’ più in là, il cortile:
———la maestra Lydia, con la frusta in mano.
———
II. Interno
———
———Quattro sedie vuote, quattro sgabelli vuoti, una scala a due pioli,
———un vassoio di vetro con dentro un solo muffin,
———e dietro alla cassa, sulla parete, un disegno a matita
———che richiama la Malinconia di Dürer, ma meno simbolico;
———tredici scaffali di libri ordinati per genere,
———e al loro interno prati, pomeriggi, merli che gracchiano,
———uno sparo a freddo, lo Studente afflitto
———schiacciato tra le pagine, preso nel solco della rilegatura,
———miserabile – e più in fondo, nell’amido, un libro più vecchio,
———un giardino più scuro, e poi ancora pomeriggi, più lunghi,
———più noiosi, rifiuto, fiamme e pianto, e risoluzione.
———
———
———
The American Scholar
———
———
A pensioner leads his wife into the Atlantic;
the water isn’t cold, but it’s new
and she’s never learned to swim.

He lifts her over a little wave
and they are safe, just beyond the breaking.
These were your beaming parents:

she into books, he into parks,
both well into those years too dear
for dabbling in transcendence;

while you, Man Thinking,
cower on shore from a thought somewhere
between a popgun and the crack of doom,

your forehead turning pink,
sweat perched on a wrinkle—and only
a book’s throw from the succoring ocean!

Clinging to her beloved as to a buoy,
your mother waves you off,
your father waves you in.
———
———
———
———Il dotto americano
———
———
———Un pensionato guida sua moglie nell’Atlantico;
———l’acqua non è fredda, ma è nuova,
———e lei non ha mai imparato a nuotare.
———
———La solleva sopra una piccola onda
———e ora sono al sicuro, appena oltre l’infrangersi.
———Questi erano i tuoi amati genitori,
———
———lei sempre dentro i libri, lui nei parchi,
———entrambi ormai inoltrati in quegli anni troppo cari
———per dilettarsi della trascendenza;
———
———mentre tu, l’Uomo Pensante, a riva
———ti rifugi in chissà quale pensiero
———tra una pistola giocattolo e le trombe del Giudizio,
———
———la fronte che comincia a essere rosa,
———il sudore scavato in una ruga
———e l’oceano proprio lì, a un tiro di libro.
———
———Aggrappata al marito come a una boa
———tua madre ti fa cenno di saluto,
———tuo padre ti fa cenno di venire.

Todd Portnowitz (1986) vive e lavora a New York. Sue poesie e traduzioni da e in italiano sono apparse su AGNIPN Review, AsymptoteGuernica, Italian Poetry ReviewLe parole e le cosePoesia e altrove. È editore presso la Sheep Meadow Press e fa parte della redazione di Formavera.

Mark Strand, Quasi invisibile. Una breve nota e tre estratti

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Mark Strand, Quasi invisibile, Mondadori, 2014; € 16,00 (trad. di Damiano Abeni)

 

In Quasi invisibile Mark Strand sceglie due volte la terra di mezzo come (forse) l’unica possibile. Lo fa nella forma dei testi: prose quasi tutte molto brevi, prose che oscillano tra la poesia e il racconto breve. Lo fa nei contenuti: la realtà è osservata e raccontata, ma sempre come qualcosa in bilico; come se fosse tratteggiata su una sottile linea di confine, al di là di questa c’è l’irreale. Vivendo come su una soglia, i personaggi (molto variegati) di questa raccolta, scivolano col piede dall’altra parte, poi lo ritraggono, tengono chiuso un occhio e aperto l’altro. Non dormono mai completamente. È il sonno che cerchiamo? Il riposo? O è il sogno?  Le chiavi di lettura sono il tempo e la malinconia. Il concreto è, a volte, deformato, visto come si vedono le case apparire e scomparire quando c’è nebbia. Tutto e niente, insieme, giorno per giorno, passo dopo passo. Visibile e invisibile, a volte sembrano la stessa cosa, e forse lo sono. E poi la stanchezza, una specie di peso che tutti sopportiamo, fardello che nessuno riesce a scrollarsi dal cuore e dalle spalle. Qualcosa che ci salva, che ci offre riparo deve pur esserci, ma è sfuggente come il sogno, appunto, il passato, il ricordo. Mark Strand, qui tradotto splendidamente da Damiano Abeni, dimostra ancora una volta il suo straordinario talento e una impressionante lucidità.

© Gianni Montieri

(altro…)

Le cronache della Leda #21 – I dubbi, i figli e Mark Strand

parigi - foto gianni montieri

parigi – foto gianni montieri

Le cronache della Leda #21 – I dubbi, i figli e Mark Strand

 

Chissà se è solo testardaggine la mia, presa di posizione o che altro. A volte mi dico se non sia il caso che io compri un biglietto, prepari la valigia e lo prenda quel volo. Alla mia età forse è il caso di smetterla con la sindrome (mai dichiarata) d’abbandono e che vada a trovare mio figlio e mio nipote. Che vada a vederla questa America dove stanno. Forse quando vedrò la casa, gli oggetti, il tragitto che fanno per andare a insegnare uno e a studiare l’altro, come giocano insieme, che film guardano, come passano le domeniche, forse mi convincerò che quello è soltanto un posto dove i miei cari stanno bene. Un posto che a quel punto potrebbe sembrarmi più vicino. Un posto come un altro.

Mio nipote mi scrive delle bellissime e-mail, in perfetto e affettuosissimo italiano. Un sasso, in tutti questi anni, sarebbe stato meno irremovibile. Che nonna è una che legge le fiabe a suo nipote due o tre volte nella vita e soltanto per Natale?  Un nipote non è una festa comandata. E io dovrei mettere da parte un po’ di cose, ricompormi e andare a dichiarare che non c’è niente da perdonare. Dovrei andare a dire quello che ho capito da un pezzo, ognuno sceglie quello che è meglio per sé; e non si può far sentire in colpa un figlio per tutta la vita. Forse dovrei.

Ma non è facile e non so il perché.

Piove oggi, pare che giugno sia diventato ufficialmente un mese deputato alla pioggia. Temporali di lunga durata e per questo non dovrebbero essere definiti tali. Grandine, vento e panni stesi in casa. Estate, a quanto pare. La Luisa dice se andiamo a farci una settimana al mare quando il tempo si assesta,  e noi quando ci assestiamo, amica mia? Ci basterà un po’ di mare? Anche la Luisa che pare sempre più leggera, una che prende la vita in maniera più semplice, non pensate che sia una che non abbia pensieri, che non abbia tormenti. La solitudine è una cosa che non ti lascia mai stare, non la scegli mai veramente, è una conseguenza, qualcosa che capita e a cui ti abitui. Chi l’ha detto che è l’inverno il luogo dove essere malinconici. Io, la Luisa, per non dire della Wanda, d’estate ci perdiamo in certi struggimenti che nemmeno nei romanzi dell’ottocento.

Comunque se decido di andare non li voglio avvertire, farò loro una sorpresa, anzi prima mi visito un paio di città che ho in mente da sempre e poi li chiamo e dico: «Sono qui, venitemi a prendere.» Un po’ cinematografica come idea, ma se devo fare il passo ci devo mettere pure un pizzico di sceneggiatura. In questi giorni sto leggendo Quasi invisibile di Mark Strand. No, non sono poesie, ma volano e ti fanno volare meglio delle poesie, essendo Strand un poeta, uno dei più bravi. Le prose di questo libro sono quanto di più vicino al mio sentire di questo periodo che potessi leggere. Sono come me, un piede va e l’altro sta, una parola aggiunge e l’altra toglie.

Non ci sono parole per descriverlo

Come divampavano quegli incendi che non esistono più,
come peggiorava il clima, come svaniva l’ombra del
gabbiano senza lasciare traccia. Era la fine di una sta-
gione, la fine di una vita? È stato talmente tanto tempo
fa che pare non sia mai esistito? Cos’è in noi che vive
nel passato e ha nostalgia del futuro, o vive nel futuro
e ha nostalgia del passato? E che importanza ha quan-
do la luce entra nella stanza dove dorme un bambino
e la madre che si sveglia, aprendo gli occhi, desidera
sopra ogni cosa che ciò che non è in grado di nomina-
re infonda in lei l’opposto del risveglio.

(Mark Strand – da Quasi invisibile, trad. Damiano Abeni)

Leda

***
©Gianni Montieri

Alfred Corn, Poesie

alfred-corn - foto di robert giard

alfred-corn – foto di robert giard

BRODSKY AT THE CAFFÉ DANTE

A Village den, not far from Morton Street,
Where you’d hosted a party just the week
Before, your birthday cake a replica
Of A Part of Speech’s jacket. Practical
Joke? It wasn’t your most recent book,
Which blunt reviews had sort of trounced. But luck
’S a weathervane, and that year mine, too, had
Gone south, or sour, as I could tell you’d heard.

Strange: your large-scale forehead (the temple sported
A windswept curl Romantically borrowed
From Pushkin or Chateaubriand) was unlined,
Free of the trenches that gulags make or, exile.
Instead, it beamed a dynamic melancholy
Over our topics—none of them dire, really.
Ovid more vulnerable than Mandelshtam;
What Byron felt when he saw Dante’s tomb.

I asked if you linked the San Marco Lion
To the tenement on St. Marks Place, where Auden
Had lived for decades. Just to hear his name
Unpacked a smile… In fact, the piece of cake
They’d cut you showed the King of Cats’ brown sugar
Wing. Piston thrusts from that small figure,
Were counterparts to espressos we would drink—
Its caffeine still buzzing, I like to think.

BRODSKY AL CAFFÈ DANTE
Un locale del Village, nei pressi di Morton Street,
ci avevi dato un party proprio la settimana
prima, la torta di compleanno una replica
della copertina di A Part of Speech. Una
burla? Non era il tuo libro più recente, stroncato,
o quasi, da recensioni contundenti. Ma la fortuna
è banderuola, e la mia pure, quell’anno, era
messa male, o andata a male, come certo sapevi.
Strano: l’ampia tua fronte (la tempia sfoggiava
un riccio scarmigliato, Romantico prestito
da Puškin o da Chateaubriand ) era liscia,
scevra dalle trincee che scavano gulag o esilio.
Irradiava, invece, una malinconia dinamica
sui nostri temi – nessuno, in verità, cupo.
Ovidio più vulnerabile di Mandelshtam;
quel che Byron provò davanti alla tomba di Dante.
Chiesi se avevi associato il Leone di San Marco
all’edificio di St. Marks Place, dove Auden
aveva vissuto per decenni. Solo a sentirne il nome
sfoderasti un sorriso… Infatti, il pezzo di torta
che t’avevano tagliato esibiva l’ala di zucchero scuro
del Re di Gatti. Spinte di pistone dalla sagometta,
bilanciavano gli espressi che sorbivamo –
la sua caffeina ancora in circolo, mi piace pensare.

 

POEM FOUND IN TWO YEARS BEFORE THE MAST

Yes, whales. The first time that I heard them breathing,
We had the watch from twelve to four, and coming
Upon deck, found the little brig quite still,
Surrounded by thick fog, and sea smooth
As though anointed with fine oil. Yet now
And then a long, low swell would rise and roll
Under the surface, slightly lifting the vessel
But without breaking the water’s glassy skin.
We were surrounded far and near by shoals
Of sluggish whales and grampuses, though fog
Prevented us from seeing them rise slowly
To the surface, perhaps lying out at length,
And heaving those peculiar lazy, deep,
Long-drawn breathings, which must ever leave
An impression of supine, majestic strength.
Some of the watch were sleeping, and the others
Perfectly still, so that there could be nothing
To break the wild illusion, and I stood
Leaning over the bulwarks the water just alongside,
Whose sable body I almost fancied I
Could see despite the fog; and again another,
Just audible in the distance – until the low,
Regular swell seemed like the heaving of
The ocean’s mighty bosom to the sound
Of its sublime and long-drawn respirations …

POESIA TROVATA IN DUE ANNI A PRORA
Balene, sì. La prima volta che ne udii il respiro,
eravamo di turno dalle dodici alle quattro, e saliti
In coperta, scoprimmo il brigantino in stallo,
Cinto da fitta nebbia, e mare piatto
Come unto d’un fine velo d’olio. Pure, qua
E là un lungo, basso flutto montava e rollava
Sotto superficie, la nave alzando appena
Senza frangere però la vitrea patina dell’acqua.
tutt’intorno assediati da banchi
Di torpide balene e d’orche, benché la nebbia
Ci impedisse di vederle lente affiorare
in superficie, forse del tutto esposte,
Esalando quei peculiari, pigri, profondi,
Prolungati ansiti, che sempre lasciano
Un’impressione di supina, maestosa forza.
Qualcuno del turno dormiva, e gli altri
Perfettamente immoti, sicché nulla c’era che
Spezzasse lo strano incantesimo, e io in piedi
Addossato alla murata vicinissimo all’acqua,
quasi immaginavo di scorgerne la scura
sagoma malgrado la nebbia; e poi un’altra
Udibile a stento in lontananza – finché il basso,
flusso regolare parve quasi il sollevarsi del grembo
immenso dell’oceano vibrante al suono
Dei suoi respiri sublimi e prolungati…

 

THE BLUE LIGHT

:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::: San Miguel de Allende
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::Feast of the Assumption

Twelve noon. The open sky’s transparent
Weightless veils.

In the room, a mild, amorphous
Gloom wouldn’t give up announcing
That exalted silence that will never
Again hold its peace.

::::::::::::::::::::As comprehensive
As you are gentle, gather me in, blue
Light, you, filling up the corners…

Immobilized, then? No, better to go out
In search of the assumed subject –
The word, embodied, compassionate,
Fallen like a flame-red flower
Among the street’s rough cobblestones.

LA LUCE AZZURRA
                                            San Miguel de Allende
                                           Festa dell’Assunzione
Mezzodì.  I trasparenti
eterei veli del vasto cielo.
Nella stanza, una mite, amorfa
penombra non smetteva d’annunciare
quell’esaltato silenzio che mai più
si tacerà.
                             Comprensiva
quanto soave, accoglimi, luce
azzurra, tu, che i recessi colmi…
E dunque, immobile? No, meglio uscire
in cerca dell’ipotetico tema –
la parola, incarnata, pietosa,
caduta come fiore rosso-fiamma
fra i ciottoli scabri della strada.

 

I tre testi qui presentati, inediti in Italia, sono tratti dalla raccolta Tables, 2013, Press 53, e tradotti da Angela D’Ambra

Alfred Corn has published eight previous books of poems, the most recent titled Contradictions. He has also published a novel, titled Part of His Story; two collections of essays; and The Poem’s Heartbeat, a study of prosody. Fellowships for his poetry include the Guggenheim, the NEA, an Award in Literature from the Academy of Arts and Letters, and one from the Academy of American Poets. Poetry magazine awarded him the Levinson, Blumenthal, and Dillon prizes. He has taught writing at Yale, Columbia, Oklahoma State University, and UCLA. Since 2005, he has spent part of every year in the UK, and Pentameters Theatre in London staged his play Lowell’s Bedlam in the spring of 2011. In 2012, he was a Visiting Fellow of Clare Hall, University of Cambridge, preparing a translation of Rilke’s Duino Elegies. His first ebook, Transatlantic  Bridge: A Concise Guide to the Differences between British and American English, was published in 2012.With the fairy story The Lost Wing won the Premio Andersen for 2014, offered by the Comune di Sestri Levante.  When in the US, he lives in Hopkinton, Rhode Island.
Alfred Corn ha pubblicato prima di Tables otto libri di poesie, il più recente dei quali è Contradictions. Ha pubblicato inoltre un romanzo, Part of His Story, due raccolte di saggi, e lo studio di prosodia The Poem’s Heartbeat. Borse di studio per la sua poesia includono il Guggenheim, la NEA, un Premio per la Letteratura dall’Academy of Arts And Letters, uno dall’Academy of American Poets. La rivista Poetry gli ha assegnato i premi Levinson, Blumenthal e Dillon. Alfred Corn ha insegnato scrittura nelle Università di Yale, Columbia, Oklahoma e UCLA. Dal 2005, trascorre una parte dell’anno nel Regno Unito, dove il Pentameters Theatre di Londra ha messo in scena la sua pièce Lowell’s Bedlam nella primavera 2011. Nel 2012 è stato Cattedratico in Visita presso il Clare Hall, Università di Cambridge, per preparare una traduzione delle Elegie duinesi di Rilke. Transatlantic  Bridge: A Concise Guide to the Differences between British and American English,  suo primo ebook, è uscito nel 2012. La sua fiaba The Lost Wings, nel 2014 ha vinto il premio Andersen, promosso dal Comune di Sestri Levante. Quando è negli Stati Uniti, vive a Hopkinton, Rhode Island.

Angela d’Ambra. Laureata in Lingue e Letterature Straniere (Università di Firenze); Master in traduzione letteraria (Università di Pisa). Traduzioni su rivista: su El Ghibli ha pubblicato (dal 2010 a oggi) poesie di Desi di Nardo, Rudyard Fearon, Francis Webb, Gary Geddes, Glen Sorestad, David MacLean, Bruce Hunter, Patrick White. Su Caffè Michelangelo (2011): Desi di Nardo. Su Sagarana (2014): Glen Sorestad, Alfred Corn. Su Nazione Indiana (aprile 2014): Gary Geddes.
Di prossima uscita: R.K Singh e Bruce Bond (El Ghibli); Bruce Bond (Euterpe); Glen Sorestad (Il Semicerchio).