poemetto

Cieli clinici, di Alessandro Bellasio

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Delle undici poesie che compongono Cieli clinici, poemetto inedito di Alessandro Bellasio, si riportano qui le prime cinque. Anche una sola metà del testo (che tuttavia rappresenta di per sé un corpus organico) mostra, dimostra come sia stato questo lavoro, un flusso divorante. Traspaiono, alimentate da un fiato a lungo sospeso, le forze che l’hanno originato: tremore, angoscia.
Il verso di Bellasio si dà con forza, fortunatamente, grazie anche e soprattutto alla pulizia tecnica di molti momenti, a partire dal bellissimo (talmente è netto) incipit: «Non ricordo. C’è stato / …». Frattura e sospensione sono decisive qui a fine verso; perché il ritmo si detta proprio a partire da questa frattura e poi accelera in tante parti del poemetto grazie all’uso quasi frenetico della virgola (un esempio: «Sono stata, da lungo tempo, / trasportata, lungo una città / ravvicinata, in alto, tra i suoi cieli…»; o ancora: «Io pendevo, nascosta fra i capelli, / ho, da lontanissimo, / …»).
Così si annuncia, incentrato sull’esperienza della malattia come sorgente di conoscenza, il nuovo lavoro poetico di Bellasio dopo Nel tempo e nell’urto, libro del 2017. Scrive in esergo: «…al tuo confine». “Horos”, confine, soglia: l’autore ci porta là dove un colpo secco è esploso, o è pronto a farlo. Ha riguardato lui, altri, non è dato sapere; ciò che importa è invece come la prima persona s’impone e si espone in momenti di verticalità assoluta: «…Vedo / il mio respiro; / non lo inseguo. / Capisco». E ancora, in modo marcato, nel quinto “movimento”: «Non avrà mai fine. Io so /…»; «…io, di me che sono / metà spezzata / …».
Si riconosce volentieri, certo, l’ascendenza in particolare di De Angelis. In alcuni termini, penso a “pattugliamento”, “grido”, e nella formulazione del dettato: «di me. Ne riconosco il niente, il profondo / livido, l’odore». D’altronde l’autore sa restituirci il punto esatto tra l’eterno e il temporale dove restare, dove scrivere evitando “la slavina del parlare”. Sapendo che il tremore è tutto tra le mani e nella mente di un poeta. In attesa di “un salto”, sempre nell’angoscia, dove la poesia nasce, e si compie. (Cristiano Poletti)

 

A Ro… a Carlo, a Silvia, ad Angelo
“ma se ti capita di sentire anche tu
il colpo secco al tuo confine”

I

Non ricordo. C’è stato
lo svenire di una fronte, un impazzare
di voci, un grande andirivieni… misurini, contagocce
analisi… La vena, abrasa,
di una morte che fermenta
in accelerazione verso il cristo.
Non ricordo.
Sono stata, da lungo tempo,
trasportata, lungo una città
ravvicinata, in alto, tra i suoi cieli di ambulanze.
Ho varcato
di me qualcosa, sì, una voce
ignota, una
cosa
irrespirabile
sprofondata dentro me, da molto, da
prima – ma
piantata in alto, fra le sirene…
Sono stata
asciugata, da qualche parte, nei
secoli, un pomeriggio di novembre – è
semplice, vedete, mi hanno messo un camice,
ecco, mi hanno
mandata a chiamare.

 

II

Mi hanno appoggiata su una garza.
Io pendevo, nascosta fra i capelli,
ho, da lontanissimo,
chiamato un fazzoletto. È
questo
il reparto, la voragine
da dove decantare tramortiti. Ho
invocato
il sonno, la puntura
che contiene il buio, un grammo
di notte, la cattura.
Sto distesa… Sento
la mia carne, il lungo
muggito che mi serra – la mia vita
inchiodata in me, gli aghi.
Non mi muovo.
Respiro, qui, da qualche parte
al di sopra o
al di sotto (non so più)
di me. Vedo
il mio respiro;
non lo inseguo.
Capisco.

(altro…)

Marco Onofrio, Le catene del sole

Marco Onofrio, Le catene del sole. Prefazione di Vittorio Maria De Bonis, Fusibilia libri 2019

Nella sua “opera mondo” Ulisse, nel capitolo Le mandrie del sole, James Joyce racconta del difficile parto della signora Purefoy, ovviamente il 16 giugno a Dublino, in ospedale, nel reparto di ostetricia. Lo fa, di volta di volta, ricorrendo alle grandi voci della letteratura inglese (per citarne alcuni: Chaucer, Defoe, Dickens) e ripercorrendone i tratti stilistici in una perfetta e arguta imitazione.
Non nascondo di aver pensato spesso alle joyciane Mandrie del sole leggendo l’opera più recente di Marco Onofrio, Le catene del sole, volume di poesia che affonda le mani – e gli strumenti del dire – nel tesoro dei molteplici toni, registri, stili costituito dai ricchissimi ‘repertori’ dell’autore.
Sono mani che affondano e che tuttavia sanno bene che cosa far emergere di testo in testo, esattamente come avviene, nel capitolo menzionato, per la scrittura dell’autore irlandese che Italo Svevo conobbe come “mercante di gerundi”.
È così che in componimenti multiformi e non di rado perfino ‘sovrabbondanti con gusto’ per commistioni linguistiche e per creazioni lessicali, Marco Onofrio dispiega ritratti appassionati e ironici, commossi e ferocemente sarcastici.
Fa bene Vittorio Maria De Bonis nella prefazione a far tintinnare, pertanto, la moneta sonante dei riferimenti a grandi nomi della letteratura italiana – da Folengo a Buzzati, da Campana a Montale, soffermandosi in particolar modo su Gadda e Pasolini, soprattutto in virtù del loro plurilinguismo – e a sollecitare il palato del lettore esigente con il goloso accumulo “à la Rabelais”. Ma ancora altri ponti vanno gettati, altre allusioni vanno identificate e ripescate. L’arco teso verso le suggestioni provenienti da altri autori deve necessariamente spaziare in epoche e luoghi. Sì, perché anche qui, come già per Joyce, il bersaglio – i vizi capitali nelle loro innumerevoli manifestazioni – è mobile, ampio e astuto nel mimetizzarsi.
Gioco, pastiche, acrobazie dei suoni e dei lemmi sono amplificati, senza alcun timore dinanzi al trionfo dell’iperbole, e resi più incalzanti dallo slancio etico, dalla “civile indignazione” che, fin dal 2008, Marco Onofrio ci ha fatto conoscere con il suo Emporium.
Proprio di Emporium. Poemetto di civile indignazione, questa raccolta, Le catene del sole, contiene un significativo estratto, qui intitolato Perdone, my Tycoon nella traduzione in spagnolo di Bernando Santos e Soledad Soler.
Per questo motivo, vale a dire per la tensione etica fortissima,  la rigogliosa e ingegnosa comicità di Al privé (Roma anni ’80) che spalanca il sipario con lo «Strompegone bullo e barracano», l’irresistibile “contrasto”  in salsa erotica di Piccolo naufragio sentimentale – versione contemporanea dell’antico contrasto, con  l’amante pirotecnico a parole e la sua ‘compagna di convegno amoroso’ che si avvia a cocente delusione – sono intimamente uniti ai versi indimenticabili rivolti a lei, la grande esclusa, la Memoria, così come alla ballata dolente Disperatamente Italia, che si apre con la citazione dalla Canzone all’Italia di Petrarca e che chiude la raccolta. (altro…)

Giacomo Sandron, Il culo e la pupilla

berlusconi

foto dal sito tarantoonline

IL CULO E LA PUPILLA

(una storia italiota)

 

 

lui le sue ragazze le bacia
in bocca le tocca
le belle ragazze poco vestite

svolazza di tavolo in tavolo
che sembra una sposa
lui è un seduttore
e questa la sua casa

passa buona parte della serata
a guardare i giovani corpi
accompagna le preferite
a visitare il parco

lui le sue ragazze le bacia
in bocca le tocca
celebri o meno note
le tocca le tette
star in ascesa starlette
in declino
qualche velina due ministre
più di una escort
ragazze single e ragazze
in apparenza fidanzatissime
conduttrici televisive
famosissime

lui le sue ragazze le bacia
in bocca le tocca
le tette la fica le promette
a una nuova vita
di spettacolo e politica

una
doveva essere candidata
al parlamento
non l’hanno messa
all’ultimo momento

doveva essere candidata
alle europee
è stata dirottata sulle
regionali partenopee
ma è arrivata ultima
ha lasciato intendere
di essere la vittima
di un piano calcolato
per screditarla

un anno dopo ecco
il lieto fine della storia
assessore ai servizi sociali
del comune di Casoria
per un posto sicuro pagato
ne è valsa la pena darla

una
ti volevo un attimo briffare
giusto che non ti prendi male
ne vedrai di ogni
è la desperation più totale
c’è la zoccola che viene dalle favelas
la sudamerica che non parla l’italiano
ci sono io che faccio quello che faccio
tu fregatene, sbattitene il cazzo
non essere timida, lui sabato c’è
dobbiamo assolutamente andare
hai qualche amica carina
che possiamo portare?

una
dopo cena si veste da suora
croce rossa sul velo e tunica nera
io non riuscirei a mostrare la mia carne
a vendermi per fare carriera

una
vestita solo di scarpe luccicanti
non indossava le mutandine
quando si chinava in avanti
lasciava vedere il sedere

una
la cosa più eccentrica che faccio
è la danza del ventre
che ho imparato da mia madre

una
poverina ha una bambina
un’altra è malata
non ha più il padre

una
accetta un disco di Apicella
e duemila euro per l’imbarazzo

una
con quella bocca che ti ritrovi
fai bene a parlare di cazzo

una
glielo misi in quel posto
e mi disse fai piano
non siamo arrivati al dunque
però l’ho baciato sulle labbra
sulle guance sulla testa
ovunque

(altro…)

Claudio Damiani – La comunità (poemetto inedito)

biennale architettura 2010 - foto gm

LA COMUNITÀ
di Claudio Damiani

Vedi, amore mio, tutti gli uomini sono vissuti
e hanno avuto un loro tempo
e tutti gli animali e tutte le cose
perché anche le cose hanno una loro vita
e nelle altre galassie dell’universo
una quantità impressionante di uomini
e di animali e di cose sono vissuti,
hanno avuto il loro tempo,
e anche noi adesso abbiamo il nostro tempo, io e te,
e lo lasceremo, il nostro tempo,
e, detta così, la cosa potrebbe mettere ansia
perché, ecco: «è il nostro turno
dobbiamo essere bravi, è il nostro momento,
ora o mai più, ci dobbiamo giocare tutto
in questo istante!» ebbene allora tientelo
il nostro tempo! dico io, non me ne frega niente
e ne possiamo anche fare un bel falò
del nostro tempo. Ma non è così, amore mio
perché dopo di noi ci saranno altri uomini
altri animali e cose
e ci sarà qualcosa di noi anche in loro
come qualcosa di noi era stata
in tutti quelli che sono vissuti
prima di noi. Allora, se è così,
il nostro tempo è più tranquillo
perché abbiamo ricevuto dei semi
e ne mettiamo altri, insomma non siamo soli,
questo ti voglio dire, non siamo soli io e te,
ma a una comunità molto grande apparteniamo, il cui numero
mette un po’ paura, ma non dobbiamo avere paura,
dobbiamo imparare a convivere
con i numeri molto grandi
e con grandezze molto piccole
che necessitano di numeri molto grandi, anche loro.
Perché questo è il nostro stato:
siamo un numero molto grande
che può far paura, nel nostro numero è Dio
in qualche modo, e un valore molto piccolo
è ciò che è nostro e solo nostro di individui,
il valore individuale potremmo dire
che, in quanto piccolo, è però un valore
che nullifica ogni nichilismo,
che dà a te, amore mio, e a me
un’unicità che ci fa divini
e te che tante cose hai che sono appartenute
a donne del passato, e del futuro,
pure hai qualche cosa che non ha avuto nessuna
e mai nessuna avrà per tutto il corso del tempo
e quel qualcosa mi sta davanti ora
e quasi mi brucia la sua luce,
ma anche le cose che sono appartenute
alle altre donne, a altri animali e a altre cose
che sono state e saranno
anche quelle le bacio, anche quelle mi sono care
e sono davanti a me ora, come un giardino,
un paradiso di tutte le bellezze
io le vedo tutte, una per una, e una per una le bacio.
«Ma, amore mio – mi dici tu – che vuoi dire
quando dici: “Il nostro numero fa paura”
e quando dici poi che ha a che fare con Dio?»
«Ti rispondo subito, per quel che posso: fa paura
perché è un numero molto grande
ma per quanto grande non possiamo dire infinito,
un numero molto preciso, a noi ignoto, ma preciso
che contiene tutto il tempo e tutto lo spazio
per questo ha a che fare con Dio
e incute paura perché se da soli siamo ben poco
tutti insieme mettiamo invece terrore.»
«E che intendevi quando dicevi che ognuno di noi
è divino?» «Anche questa è una domanda difficile
che mi fai, e cercherò di rispondere per quanto mi è possibile:
ognuno di noi porta qualche cosa
anche solo una goccia d’acqua nel mare della vita,
questo qualcosa è solo dell’individuo,
e è ciò che di per stesso fa avanzare il tempo,
essendo il tempo solo e non altro che evolvere
verso una fine essendo partiti da un inizio.
Se poi alla fine ci sarà un nuovo inizio
non me lo domandare perché questo non lo so.»
«Che vuoi dire quando dici che quel qualcosa
che è in me e è solo me, solo mio,
tu lo vedi e la sua luce ti brucia?»
«Dico così ma in realtà non lo vedo,
solo so che c’è, lo penso
e anche solo il pensiero m’acceca.»
«E quando dici: “possiamo stare tranquilli”,
che cosa intendi, che possiamo fare quello che ci pare?»
«Meno che mai, dobbiamo essere sempre buoni
questa è la prima cosa, ma anche questo, senza ansia,
sapendo che siamo in buone mani, e che la grande comunità
ci vuole bene e noi vogliamo bene a lei.»
«E i cattivi, come facciamo coi cattivi?»
«I cattivi ci saranno sempre, ma noi dobbiamo fare
come prima cosa di non essere noi cattivi,
di combattere il male, e di seguire il bene,
questa è la prima cosa per chiunque
voglia sapere.» «E cosa intendi quando dici
che abbiamo ricevuto dei semi?
Intendi la procreazione, per la qual cosa chi non procrea
non spinge il tempo, e dunque non è individuo?»
«No bella mia, sbagli se pensi così
e so che non lo pensi, ma lo dici solo per farmi parlare.
La generazione non c’entra un bel niente.
Noi riceviamo dei semi ma poi
creiamo un semino nuovo, quello siamo noi
è il nostro essere, il nostro esistere, se vuoi,
che spinge il tempo, che lo crea anche, si può dire.
Ma adesso tesoro, che ho risposto alle tue domande
e che sembra tutto chiaro, adesso devo confessarti
che si apre come una grande macchia di nero
nel mio pensiero, perché, sì, possiamo stare più tranquilli
perché siamo legati alla comunità, non siamo soli,
ma anche la comunità muore quando giunge al fine,
o potremmo pensare che giunta al fine dell’evoluzione
dal big bang fino alla materia e alla vita
sempre più cosciente e sapiente, tutto l’insieme rivive
in un solo corpo senza più tempo e spazio
e quello che noi eravamo stati, rotelle
di un ingranaggio di una grande macchina
quello per sempre siamo, tutte rotelle connesse
che girano insieme in un’eterna danza.»
«Ciò che mi mancherà – dici tu –
sono proprio le mancanze di questa nostra vita,
le attese e le speranze, le cadute e i riavvii,
mi mancherà questa casa, mi mancherà questa terra
e tutto quello che non so e che non ho visto,
mi mancherà la paura, questo terrore di spegnermi
come una candela giunta all’esaurimento,
mi mancherà la prigione della vita, e il non sapere il giorno
dell’esecuzione, mi mancherà il nostro stato di umili,
abbandonati al volere di Dio. Sai che mi mancherà, amore mio?
mi mancherà questo potere, nel terrore della morte,
scacciare via il pensiero come si scaccia una mosca.»
…………………………………………………[«Amore mio, hai ragione
sento anch’io questo, lasciare il mondo è terribile
e un’angoscia adesso mi prende, nera,
lasciare quello che stavamo facendo, interromperlo,
e tutto di noi svenduto all’asta, disperso,
se solo ciò che rimane di noi è quella cosa così piccola
che ha spinto il tempo, quella goccia nel mare.
Ci mancherà questo poter dire: “la morte verrà
ma non ci pensare ora, pensa a altro”
come bambini che pensano: “ci penseranno i nostri genitori”,
questo nostro metterci nelle mani di Dio,
consegnarci a Lui, è questo che ci mancherà?
Ma adesso ascolta, prendiamo una pausa, può darsi
che domani, a mente riposata, capiremo meglio qualcosa
e saremo meno tristi, meno oppressi,
guarda le nuvole tinte di rosa per il tramonto
e il cielo farsi quasi violetto, più acceso
e bruno insieme, e noi qui su questa terrazza seduti
mano nella mano, beviamo questo vino che brilla nei bicchieri.
Non sembra che tutto si ricomponga
in un’unità meravigliosa
come abbiamo pensato?
Che niente muoia, ora che viene la notte
e tutto si accende di una luce eterna?»

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(c) Claudio Damiani

 

Nota: Il poemetto è uscito anche sull’ultimo numero di Nuovi Argomenti per info Qui

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