poema cavalleresco

Orlando500: pro bono malum

Ariosto (nel frontespizio del Furioso 1532)

Ritratto di Ludovico Ariosto (“Orlando Furioso”, frontespizio edizione del 1532)

Le donne i cauallier’: l’arme gli amori
     Le corteſie: l’audaci īpreſe io canto
     Che furo al tēpo che paſſaro i Mori
     D’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto
     Seguendo l’ire, e i giouenil furori
     D’Agramante lor Re, che ſi die vanto
     Di vendicar la morte di Troiano
     Sopra re Carlo imperator romano..

Diro d’Orlando in vn medeſmo tratto
     Coſa non detta in proſa mai ne in rima
     Che per amor venne in furore e matto
     D’huom che ſi ſaggio era ſtimato prīa...

Non so se esista una classifica degli incipit più fortunati, folgoranti e immediati delle patrie lettere; sicura­mente dopo il primo verso della Commedia del sommo Dante, nella mia personalissima classifica, Ariosto segue a ruota, scalzando (e scalciando) di gran lunga il primo verso del primo sonetto dei Rerum vulgarium fragmenta di Petrarca. Ovviamente il gioco finisce qui, ma è innegabile che quel primo verso, tutto chiuso nel più bel chiasmo che poeta italiano abbia mai partorito, dove chiare si palesano subito sia le direttrici della «poetica del diletto», sia direttrici di segno opposto che consegnano il poema invece a una lettura ben più critica della civiltà rinascimentale, sospesa appunto tra sogno cavalleresco e guerre sanguinose (il 1527 non è poi così lontano dal 1516), sia uno dei motivi che hanno reso immediatamente l’Orlando fu­rioso un classico tra i classici.
È vero e noto che a tanto bel verso Ludovico Ariosto arrivò soltanto nel 1532, con la terza e definitiva edizione del suo poema (portato da quaranta a quarantasei canti), con le Prose della volgar lingua del Bembo pubblicate da sette anni e una nuova idea di lingua e stile che ancora, fortunatamente, non s’era fatta manierismo, ma che Ariosto sente necessaria per la sua opera, e non solo in virtù della moda petrar­chista già impostasi sul piano teorico con gli Asolani, sempre del Bembo, e sul piano poetico con gli Amorum Libri Tres di Boiardo.
Eppure quel primissimo attacco che compie oggi 500 anni, quel «Di donne e cavallier li antiqui amori» annun­ciava già nel 1516 tutta la modernità del poema, por­tando, e non solo accogliendo, le donne in primo piano, come protagoniste-eroine, e come lettrici-uditrici, con uno scatto in avanti ben più lungimirante degli illustri precedenti, dei quali il più illustre rimane il Decameron di Boccaccio; Ariosto metteva sullo stesso piano, in modo paritario, i due filoni della tradizione alla quale si attingeva a piene mani: quello delle gesta dei paladini carolingi, tutto incentrato sulla guerra contro l’infedele, e quello arturiano, legato agli amori, ai sentimenti, che per tutto il Medioevo mai aveva trovato casa in un’unica narrazione. E tutto già nel chiasmo del primo verso, in quel «Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori» che unisce felicemente l’esordio di Boiardo («Signor e cavallier che ve adunati»), tutto rivolto ai fieri uomini di corte, e necessario tributo da pagare immediatamente con il diretto predecessore di cui si vuole continuare la narrazione, con un sorprendente, e forse inatteso, rinvio dantesco, che non si limita al solo recupero della figura retorica: «le donne e’ cavalier, li affanni e li agi» (Purgatorio, XIV 109). (altro…)