Plinio Perilli

Laura Pezzola, L’inquilina dei piani alti


Laura Pezzola, L’inquilina dei piani alti. Poesie. Con prefazione di Plinio Perilli, Edizioni Progetto Cultura, 2017

Come ho avuto modo di apprezzare leggendo, qualche anno fa, la raccolta La manutenzione dell’anima, i testi di Laura Pezzola dimostrano che la solidità del dettato poetico non deve essere necessariamente legata a toni roboanti. Un volume intenzionalmente tenuto basso si unisce anche nella sua più recente raccolta, L’inquilina dei piani alti, a robustezza di impianto e ad ampiezza di gesti con i quali l’io lirico, “l’inquilina dei piani alti”, appunto, si china, si tende, sosta e poi riprende il percorso, ma sempre, sempre, coglie – nella forma più riuscita con il verso breve – manifestazioni di varia natura e di varie nature. La pluralità delle sezioni (sette in tutto, nell’ordine: L’inquilina dei piani alti, Mondo bello, I viaggi pretendono partenze, Il tempo non cambia, Manuale del ricordare, Se le stelle muoiono, Così sia) testimonia di un lungo tempo di ascolto e di lettura, che hanno preceduto la scrittura, la accompagnano e la nutrono; testimonia, inoltre, di un’attenzione a quei poeti, come Michael Krüger in Poco prima del temporale (del quale viene proposto in esergo alla poesia Viaggi un passaggio da Discorso del viaggiatore nella traduzione di Anna Maria Carpi) che sanno catturare e fondere istantanea dalla natura e condizione esistenziale.
La poesia di Laura Pezzola sa trovare il raro equilibrio tra semplicità dell’enunciato e densità del significato. Sapiente questa poesia, ricca com’è di richiami espliciti e impliciti alle letture più disparate. Un esempio per tutti: Di cosa parliamo quando parliamo d’amore esplicita nel titolo il tributo a Raymond Carver, ma contiene, allo stesso tempo,  l’eco chiara di Lui e io da Le piccole virtù di Natalia Ginzburg.
Se magistrale è la resa di “nugoli e lantane”, vale a dire la condensazione in immagini-accoppiate di parole dalla presa fulminea e fulminante, come avviene per “il Sud” (in riferimento ai modelli, segnatamente per la Puglia catturata sia da tanti testi di Vittorio Bodini, sia da In Puglia di Ingeborg Bachmann), non meno efficace è lo snodarsi di una musica tutta originale e composta con tecnica sicura, sintassi impeccabile e una ‘ronde’ costruita sul concorrere ben progettato di figure retoriche.

© Anna Maria Curci

 

***

NEL MIO SCHERMO  

Dunque, si trovò l’oro della radice d’olivo
stillato sulle foglie del suo cuore…
(L’autopsia – Odisseas Elitis)

Forse un giorno
guardando nel mio schermo
sarò sorpresa di trovare linfa
a scorrere le arterie dilatate
a diramarsi in fiori di ogni specie
che imbrigliano le orecchie e le narici
si fiuteranno tracce di violette
che spunteranno a ciuffi tra i capelli
e visciole vermiglie  a maturare
sui fili stesi delle sopracciglia
e mani lanceolate come foglie
e piedi rivestiti di trifoglio
a contenere  impronte fortunose.

Pensavo vi attecchissero alfabeti
sorgenti di rime cristalline
parole su prati di metafore
a respirare il vento degli alveoli
e nei pressi del cuore sbalordire
con storie millenarie di brughiera
e cavalieri di reami antichi
ad infilzare streghe di refusi.

Se provo adesso
a scorrere la penna
ne scaturisce
un  grumo filiforme
un bocciolo di rosa
senza spine
un filo d’erba

un seme.

(altro…)

Plinio Perilli, Il cuore animale. Lettura di Paolo Carlucci

Plinio Perilli, Il cuore animale, Empiria, Roma, 2016, pp. 216, € 20,00

 

GRAFFIO DI VERITÀ

I versi vissuti di Alfredo de Palchi
etici ed anarchici, caudati
d’Espressionismo e Inconscio …
romanzati ne Il Cuore Animale,
appassionato saggio di Plinio Perilli

Profondo che risale, la Storia al nero è nelle corde della poesia-vita di Alfredo de Palchi, sin dall’opera d’esordio, La buia danza di scorpione (1947-51, ma edita solo nel ’93).

Si decentra la notte sul muro si decentra
michelangiolesca
la lesione dell’occhio

la cella  costringe  silenzio
si spacca  il silenzio alle sbarre il trauma
è combustione

io
groviglio di piedi e mani
prevenendomi
farnetico perfezione

urlo al muro il muro
assorbe  da me l’eco risponde
alla sagoma straniera.

Versi che evocano dolore e ansia di verità, senza infingimenti letterari. Il luogo cui si allude è il penitenziario di Procida, dove furono concepiti, nell’immediato dopoguerra, dal poeta ragazzo, detenuto per un delitto non realmente commesso da lui, ma consumato nel clima furente e funesto di quella guerra civile, che fu l’inizio dell’Italia repubblicana. Alfredo de Palchi racconta in versi, con disperata forza etica, l’avventura di sé: uomo reale, stralunato nella follia della Storia. Le sorti di un nuovo e autentico processo kafkiano sono alla base di uno stile espressionista assolutamente suo, radicale ed esistenziale.
Un cupo, fiero Es che si fa scrittura. In lui, un cadenzato furore di vita azzera nichilisticamente il conformismo d’ogni illusione, che non sgorghi potente e nuova dalla franchezza dell’Esserci. Questo ed altri nodi scioglie, indagandoli con perizia psicologica e finezza critica, l’appassionato saggio di Plinio Perilli, il cuore animale, attraverso un ampio ventaglio di  testi e altri sospiri letterari, e non solo, al sapor dell’assenzio, che negli anni hanno scandito scritture travagliate, e lente, complesse  vicende  di riproposizioni  editoriali dell’opera.
I meriti di questa biografia in progress sono molteplici. I vari capitoli della prima sezione sono in genere intitolati con versi e rimandi diretti all’opera di De Palchi: in particolare penso a lo straniero De Palchi, in cui si vede un’estraneità forte, assolutamente biografica e vissuta al di fuori di letture o paludamenti filosofici di marca francese. Insomma De Palchi è straniero a tutti, a partire da se medesimo: ma non è un étranger sulla linea del rien; anzi, all’epoca, Sartre o Camus sono quasi sconosciuti al rustico poeta italo americano, futuro autore di Foemina tellus, uno dei suoi testi più intensi e vorticosi di vita: «non guardiamo indietro/ indovinare cosa si è abbandonare / non lo sapremo mai». (altro…)

“Poetare stanca”: Plinio Perilli per Lorenzo Poggi

POETARE STANCA…

Omaggio all’eterno ragazzo di Lorenzo Poggi

Nei buoni vini, è il retrogusto che conta, il sapore che resta e che ci lasciano – dopo che la sorsata gustosa s’estingue, la prima impressione va dissipandosi. Vale, valga anche per la poesia! Chiudo ogni volta l’ultimo libro dell’amico Lorenzo Poggi con una nuance amarognola che sembra poi correggere, smentire e diniegare il suo stesso incanto. Incantamento romantico, intendo, libero e suadente.
«Non so che farmene di lanterne accecate / e voli concentrici di pipistrelli bruniti. // Neanche so che farmene / di aquiloni che masticano terra / e perdono pezzi di colori sguaiati / non adatti a rattoppare / il cielo filato da voli di rondini.»
Ecco la poesia eponima, come suol dirsi, del suo ultimo volume (o quasi): Quel ragazzo che provava a volare (Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2016). Dicevo quasi perché Lorenzo è autore fecondo e prolifico, che ama oltretutto dare spesso alle stampe operine e plaquettes stampate in proprio, “edizioni fatte a mano”, oramai mitiche come i gesti profusi da cui nascono – e la voglia di salvare con la sua ricchezza umana, lessicale, e questo trascinante tracimante surplus lirico, l’amarezza bastarda che tutti oramai ci pervade. Perché viviamo in una società che ha scelto ormai definitivamente il pensiero unico, il modello globalizzato, insomma l’etica consumistica: e la poesia non sembra altro che la pausa sana, l’intervallo sensibile di giornate convulse e ciniche in cui, alla fin fine, siamo tutti tritati come gli acini di caffè dal macinino del famoso, belliano caffettiere fisolofo.
La maggior parte delle liriche qui raccolte, Lorenzo Poggi ce le ha lette e anticipate, con fervore civile e raucedine vocale, durante il nostro laboratorio del mercoledì – insieme appassionato d’esserci e intristito dall’andazzo epocale: «E quel ragazzo che provava a volare» (ecco la strofa finale) «con la vela nell’aria / se l’è portato via il vento», variante inconscia del ritornello della più famosa canzone di Bob Dylan, Blowing in the wind.
L’uva e la poesia asprigna di Lorenzo Poggi sono ricca vendemmia lirica che il nostro amico non fa solo a ottobre, ma in fondo in ogni mese della sua vita – è un po’ il suo carattere –: poesia inquieta e operosa, vitale e impennata di saggezza, candida e vegliarda allo stesso modo:
«Per non guardare fuori – Non raccolgo più sogni / nel cesto delle fragole / né pianti di bimbi / lungo le strade della vita. // Mi basta, quando spiove, / uscire per lumache e cicoria, / con la busta della spesa. // Mi riempio di nulla / per non guardare fuori / lo strepito dei farisei / intorno al tempio.» (altro…)

Tina Emiliani, La ballata di Ginevra (di Plinio Perilli)

Tina Emiliani, La ballata di Ginevra, Empiria Edizioni 2015

Colpisce con quanta sicurezza e quale eleganza stilistica una poetessa di ruolo e di percorso come Tina Emiliani, abbia insomma cercato e sùbito trovato il romanzo con scelta felice, equilibrio brioso e profondo assieme… Colpisce la facilità della resa narrativa, che invece snoda e rivela un ordito complesso, un’aura onirica continuamente rispecchiata in una ricapitolazione urgente e saggia della mera Realtà (dialogata con filosofica compostezza, o arresa viceversa a un intimo, smottante flusso di coscienza – non ne cambia la sorgente profonda, densa e introiettata!):

Gli anni non avevano riempito quel vuoto e quell’uomo lo aveva intuito subito e fu una bambola il suo primo regalo, ma il tempo era inesorabilmente scaduto e lei l’aveva distrutta in mille piccoli pezzi quella bambola perché ormai la malinconia si era insediata nei suoi occhi e non sarebbe mai più scomparsa e aveva da tempo capito quanto sua madre l’avesse amata comunque anche se a modo suo, ma ormai la malinconia era entrata nei suoi occhi e anche in quelli di sua madre, inesorabile, e tutto per una stupida bambola dai riccioli biondi.

C’è una pagina decisiva della lunga conversazione/intervista di Marguerite Yourcenar con Matthieu Galey, Ad occhi aperti, in cui la grande autrice delle Memorie di Adriano e de L’opera al nero parla del “romanzo” come evento fulcro non solo della nostra, ma di ogni epoca:

Lei ha scritto da qualche parte che in questa nostra epoca si ricade sempre, fatalmente, nel romanzo, nel “solco del romanzo”. Perché? Perché scrivere un romanzo, e non un trattato o un libro di storia?

Perché volevo esprimere un certo punto di vista, offrire una certa immagine del mondo, una certa descrizione della condizione umana che può passare solo attraverso un uomo, o degli uomini …

Il libro parte come un buffo, strano e suadente film hollywoodiano (Il paradiso può attendere? – o magari una vecchia commedia “surreale” di Frank Capra col miglior James Stewart, dinoccolato e angelico, probo cittadino sull’orlo della bancarotta e del suicidio: La vita è meravigliosa… Attenzione, edificante parabola del 1946, dopo la Guerra Mondiale, i genocidi e la Bomba Atomica).

La luce è bianca e assoluta, il luogo improbabile e fatato, fatale. Come in un falansterio avveniristico di matrice buzzatiana, si avvera un “hereafter” (aldiqua? aldilà?) che chiama a colloquio la nostra eroina come puro spirito con puri spiriti.

Lei osservò l’ambiente con attenta curiosità. Le pareti erano bianche e nude. Notò che i divani, rivestiti in una tonalità molto chiara di beige, sembravano appena usciti di fabbrica e che la luminosità di cui era invasa la stanza non proveniva da una fonte visibile.

Gli eventi sono solo narrati, o meglio ripercorsi, ripensati come nell’alveo neutrale, nella tregua feconda d’un retroscena teatrale. Ma tutta la vita di Ginevra scorre in rewind e forward sul piccolo schermo della pagina, come non soltanto la sintesi, ma molto di più l’essenza – il quid inesprimibile e finalmente romanzato – di un’intera vita, spinosa o efflorescente come ogni concreta storia o vicenda di realtà.

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Iole Chessa Olivares e la poesia del “confine”, di Fausta Genziana Le Piane

OLIVARES

 

Iole Chessa Olivares e la poesia del “confine”

di Fausta Genziana Le Piane

Il lettore dell’ultima raccolta poetica di Iole Chessa Olivares, Nel finito… mai finito (Edizioni Ne­mapress, 2015), già dal titolo, intuisce che la Poetessa è costantemente sospesa tra il finito, cioè la realtà e l’infinito, cioè l’universo, lo spirituale, l’altrove (Nel finito… mai finito è un vero e proprio ossimoro). Questo continuo dibattimento, questa continua lotta si chiama “vita” – soffio della vita – che coinvolge tutti. Plinio Perilli parla, in effetti, «di limbo che preme ma al contempo, ci salva ci ospita.»
Procedendo nella lettura delle varie sezioni del libro, ci si accorge che ognuna riprende, ampia e as­sume varie sfaccettature di questo concetto espresso anche con altri sostantivi quali orlo, cancello, margine, muro, contorno oppure siepe di leopardiana memoria: tutta la raccolta è pervasa dal sen­timento di “confine” (tracce di confine) e di “sconfinamento”. Si legga, a pagina 32, la lirica intito­lata appunto Sconfinare: «Ora…sconfinare/ tra parole dormienti/ fuggevoli accordi negati/ alleanze randagie/ inquietare di sfide/ il “quasi” inutile/ da parte a parte/ con cuore disobbediente/ fino all’orlo preciso/ invulnerabile al pentimento». Qui tutto l’umano è rappresentato, riassunto. «Scon­finare, poi, o meglio Svanire, è dunque – avrebbe detto Montale – la ventura delle venture», dice Plinio Perilli nel commento al testo.
Confine tra passato, oggi, futuro ed eternità, «nel remoto e nell’oggi» (Donna… Con le donne, p. 56): si veda la bellissima metafora del cancello che implica l’atto di sostare della Poetessa – penso­sa – tra passato e futuro. Cosa cerca Iole? Cerca la vita, con le sue gioie e i suoi dolori, nella sua in­terezza, «nei trapassi di luce/ nel ballo delle ombre» (Sul cancello del tempo, p. 13). Anche qui c’è un “alle spalle” e c’è un “ora”, un “futuro”, c’è un passato fatto di entusiasmi, di giovinezza, anche di «pene, soprusi, lutti», e c’è un ora fatto di crepuscoli e di tramonti. (altro…)

Tiziana Marini, Lo scatto della lucertola. Lettura di Plinio Perilli

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Celebrazione provvisoria del personaggio-donna. Tiziana Marini, poetessa concreta e immaginaria, quotidiana e astrale.

di Plinio Perilli

La lucertola cui Tiziana Marini dedica il titolo del suo ultimo libro, ovviamente (Lo scatto della lucertola, La Vita Felice, Milano, 2016), è sia concreta che immaginaria, quotidiana e astrale come tutta o quasi la sua poesia.  Niente male per un’autrice capace in soli quattro versi di raccontarci come dall’interno il senso stesso dei miti, antichi o di sempre fa lo stesso:

Migrazione di sogni dagli orli verde-notte.
Piange la Chioma di Berenice
piange stelle tra i rami
dove i nidi fuggono in cerca della luna.

Cabale o invocazioni, trasmutazioni di sorta – Tiziana esce sempre dal Tempo, perché tutto l’immaiuscola e lo contiene, angelico e terrestre come le elegie omeopatiche con cui Rilke si curava, umbratile e innalzato:

Dov’è caduto l’angelo?
Dove cadde la speranza?
Una macchia d’asfalto, l’ombra del cielo
fra le sillabe del bene.

Ricordo ora quasi con tenerezza la prima volta che ci accingemmo a dar veste e lustro editoriale alle “poesie” puntigliose e dolci di Tiziana. Lei scriveva, impennava o carezzava i suoi versi tutti a stampatello (cfr. Solo l’anima vede, Pagine, Roma, 2011) – sì,  proprio come il parlato dei fumetti, e insieme, i titoli strillati d’un giornale, i messaggi cadenzati della pubblicità, se vogliamo anche il dialogo capzioso ed epocale dei quadri appunto di Roy Lichtenstein:

TUTTO AMO DI ME
ANCHE IL DOLORE
SE DIVIDESSI L’IDEALE
DALLA MIA REALTÀ.
E NON NE SON CAPACE,
SOLO PER QUESTO SAREI DIVERSA
E INACCETTABILE AI MIEI OCCHI.
UN IO FELICE
NON GENERA SPERANZA.

Ricordo le facce, più che divertite, turbate delle redattrici editoriali, mentre si accingevano all’opera. Le loro domande leziose (il lezio è una merce abbondante in letteratura, specie oggigiorno): “Ma allora i titoli come dobbiamo metterli? Sempre in maiuscolo o in maiuscoletto? (altro…)

“Ero nato errore” di Nina Maroccolo e Anthony Wallace. Lettura di Monica Martinelli

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Un viaggio dis-umano nei labirinti dell’in-giustizia: Ero nato errore di Nina Maroccolo e Anthony Wallace.

 di Monica Martinelli

Ci sono incubi dove qualcosa di orrendo e terribile sembra avere il sopravvento e ci fa precipitare sopraffatti dalle tenebre. Ma ci sono realtà peggiori di qualsiasi incubo, proprio come quella di Anthony Wallace, il protagonista di questa storia iperreale ma poco realista. Come giustamente osserva la coautrice Nina Maroccolo nella quarta di copertina, il protagonista sembra provenire da uno dei romanzi del “sottosuolo” di Dostoevskij o Kafka, con lo stesso dolore estremo, inciso dalla durezza della realtà, stesso stare sospesi tra essere e nulla per affrontare l’angoscia quotidiana nella sfida del mondo. Viene da pensare anche alle dramatis personae dei romanzi sul ciclo dell’inettitudine di Svevo e Tozzi.  Quando l’intoppo, il precipizio costringono a toccare con mano il dolore e né i colori né la musica riescono a dare sollievo al cuore, lì si comprende la storia di Anthony…

Il libro Ero nato errore scritto a quattro mani da Nina Maroccolo e Anthony Wallace, edito nel 2014 da Pagine-Roma, non è né un diario, né una biografia, né un romanzo, bensì la speranza di una nuova vita, e quindi di una nuova nascita, di un uomo perseguitato da un destino infausto, condannato a vivere nella solitudine del suo corpo per la crisi identitaria dovuta al suo stato civile registrato all’anagrafe che lo ha fatto sentire perennemente inadeguato e sbagliato. Il libro è composto da due parti che si intrecciano, due voci ugualmente e diversamente drammatiche e vibranti, quella scritta in un italiano stentato piena di sobbalzi e cruda intensità da Anthony, e quella più lirica scritta in modo struggentemente empatico da Nina Maroccolo, che dà anima e voce al protagonista e che sembra aver realizzato con lui un folgorante transfert. Nina è scrittrice sensibile e densa che conosce le aporie psicologiche e sa bene che anche nell’inferno l’animo si può muovere con grazia e agilità per ardere di meno, seppure le ustioni lasciano cicatrici. (altro…)

Claudia Luisa Perin, L’arte della misura. La prefazione di Plinio Perilli e una scelta di poesie

Perin_copertina

Implosione con rosa
eucalypthus e mandorlo fiorito

(per Claudia Luisa Perin,
poetessa concreta e immaginifica,
visionaria temprata della Dea Realtà)

.

Che bello quando una raccolta poetica risuona d’armonie e insieme cova dissonanze più orchestrate d’una tessitura musicale! Che bello quando il dettato lirico dipinge o trasfigura le immagini, i colori, come una grande tela d’un artista che ritragga la natura, il creato tutto come un unico viso, specchiato dialogo col nostro!
Ricordo una pagina indimenticabile di Eugène Delacroix, maestro della pittura romantica francese e dunque europea del pieno ’800, nel suo intrigante e segreto Diario:

“Constable dice che la superiorità del verde dei suoi prati dipende dall’essere composto di una infinità di verdi diversi. La mancanza di intensità e di vita che hanno comunemente i verdi della maggior parte dei pittori di paesaggio, deriva dal fatto che essi li fanno ordinariamente con una tinta uniforme. Questo che dico del verde dei prati si può applicare a tutti gli altri toni.”

Questa bella, sorprendente raccolta di Claudia Luisa Perin – L’arte della misura – riesce appunto a usare, a scegliere, porre le parole come note armoniose – o meglio, pennellate e cromìe: esose o estuose, secondo l’ordito lirico, l’ispirazione che esse accompagnano, incarnano e rappresentano. Ed anche il suo verde, ideale o concreto, se è bello, lo è soprattutto perché è miscela, media, miscellanea di verdi diversi.
Verde è ad esempio il titolo d’una intera sezione: eppure il color verde non vi ricorre mai direttamente, ma è nominata la linfa, il nutrimento segreto, la pennellata nascosta che sùbito porta alla luce quella gemmazione, la nota liberata perché di noi, in noi, rifiorisca:

Stanotte, sulla strada di casa
il mandorlo si staglia fiorito
nel buio, fantasmico, bianco.
Mi appari
tra le sue radici deposta
dando a lui linfa,
e lui a te, Gatta,
conforto di bellezza…

(altro…)

Nota a Nuove nomenclature e altre poesie, di Anna Maria Curci

Anna Maria Curci, Nuove nomenclature e altre poesie (L'arcolaio, 2015)

«Volano stracci intorno./ I veri hanno colori/ da tuta mimetica,/ inodore è il tanfo.// Nella notte ti culli/ e ti spaventi a vuoto/ per Lumpen variopinti/ (rinnegati parenti).// Il cencio del risveglio non porta la ragione./ pre-fissi la coscienza/ con novelitas lumpen». La poesia di Anna Maria Curci mi appare come attraversata da una scarica elettrica o da un tremito nervoso irrefrenabile che si fa parola armata e scattante. Questa sensazione ritorna rafforzata dopo la lettura dell’ultimo suo libro Nuove nomenclature e altre poesie − edito da L’Arcolaio, 2015, con prefazione di Plinio Perilli e nota di lettura finale di Gianfranco Fabbri. Anche questa densa e articolata raccolta nasce da un’attenzione minuziosa e spasmodica per la realtà, in tutti i suoi aspetti, sia per quelli apparentemente transeunti e quotidiani, o più ampiamente contemporanei (Sta dalla parte dei respinti/ e non l’ha scelto. Il tedesco/ lo chiama nero, se lavora,/ a bordo passeggero cieco.// Il francese lo bolla senza/ carte, per l’inglese è immigrante/ illegale. Soliti ignari,/ qui, rispolverano il latino.// Eppure, “di nascosto” era “clam”:/ cosa c’è di segreto in chi,/ nell’angolo, prega che lingua/ non taccia e copra il suo destino?), sia che essa si apra verso il lungo respiro della storia, storia che entra nel verso per lampi e accensioni, legando macrostoria e storia familiare (Sono nipote di un eroe di guerra/ miracolato a un filo, poi travolto/ da un camion per improvvida manovra// e di un coscritto fuggitivo, preso/ e recluso nell’isola severa./ Non vidi mai l’eroe, l’altro mi crebbe.). Rivelando, così, il senso segreto del dettato della Curci: una meditazione sofferta, indomita e sagace, sul destino dell’uomo, come emerge dalla poesia 16 ottobre 1943 (Se Cassandra è Celeste,/ è vestita di nero/ è scarmigliata e sciatta/ è fradicia di pioggia.// a vuoto profetizza, scombinata com’è./ “Sfiduciata speranza”/ apre gli occhi e li chiude.// Nell’alba successiva/ le grida stropicciate./ Razzia, rastrellamento/ nel cielo grigio topo), sul suo rapporto col dire e col senso che da esso ne scaturisce. La cifra poetica della Curci oscilla tra attenzione e disincanto, ironia, che a volte diventa sarcasmo, e compassione, nel senso proprio ed etimologico, verso le cose, gli uomini, ogni evento del mondo. Naturalmente questo sguardo acuto e selettivo diventa, nelle pagine del libro, precisione chirurgica del dettato poetico, stile. L’amplissima gamma di sensazioni e riflessioni che emergono dallo spazio bianco del foglio sono rese attraverso il filtro rigorosissimo del verso, attraverso un’attenzione ossessiva alla parola, alla precisione del dettato, come se da una parola di troppo o da una virgola sbagliata potesse dipendere il crollo non solo del senso del componimento, ma dell’intero mondo da esso evocato. E qui si manifesta un’altra caratteristica fondamentale della poesia della Curci, l’unione simbiotica tra senso e verso, il senso del dettato emerge dal rigore della versificazione, dalle forme chiuse e dal suono stesso dei versi. È la forma dei versi che permette ai contenuti di potersi esprimere nella loro pienezza, nella loro dimensione, di volta in volta, rivelativa, sapienziale, ironica e, viceversa, è la pienezza del senso che ridesta nella loro funzione originaria, nella loro armonia musicale, quelli che nel corso del tempo sono diventati gusci vuoti, soppiantati dalla versificazione libera novecentesca. Nei testi di Nuove nomenclature i metri della tradizione poetica italiana, l’endecasillabo e in particolare il settenario con la sua scattante icasticità, assumono nuovo vigore, essi esprimono la misura giusta per rinominare la realtà, per darle una nuova e inaudita nomenclatura e quindi per ridefinire un ordine, un’armonia (anche di suoni, attraverso un uso sapientissimo delle allitterazioni e delle rime) che sembra ormai perso sia nella parola che nelle cose. Si veda a tal proposito l’uso delle quartine e dei distici che fanno insediare i versi della Curci in una dimensione epigrammatica, fondata sui pilastri dell’ethos e della memoria. Queste due istanze sembrano emergere dalle attività che la Curci esercita nella vita e che affiorano tra le pagine del libro: la traduttrice e l’insegnante, mestieri che sono entrambi, al tempo stesso, un esercizio etico e della memoria. La cura per la traducibilità della parola, per le sue potenzialità analogiche e simboliche, che mette a confronto due lingue e le rende rivelatrici l’una dell’altra (Nella torre a Tubinga/ scriveva Scardanelli/ quel bagliore di alture/ che cerco di tradurre) è la stessa cura che è presente nella trasmissione di generazione in generazione del sapere e della sua ricerca attraverso il desiderio (Assennata e composta la bambina/ sorseggia il tedio tutto fino in fondo). La fede nella parola che contraddistingue l’intero libro, della parola come salvezza dall’oblio, diventa esplicita e drammaticamente struggente nell’ultima sezione, Canti dal silenzio, in cui l’intera trama del libro si rivela come un tentativo di ricostruire, attraverso l’ascolto, la partitura del dire e dell’esistenza (Ascolta, prendi il ritmo e cogli nota./ Ricostruisci la tua partitura:/ è proprio quella che appare distante), di ritrovarne i legami profondi, oltre il disincanto che ogni esistenza porta con sé e che la poesia stessa deve attraversare fino in fondo (Si aggiunge un giorno al conto delle farse./ Magri gli ingaggi, al verde le comparse). Esistenza e parola che però possono essere fatte nuovamente proprie solo attraverso una distanza, un filtro, la soglia del silenzio e del suo corrispettivo spaziale: la pagina bianca, che sola permette un ridestarsi del canto, un emersione di senso, un reincantamento del mondo, fosse anche solo per dirne la sua intrinseca illusorietà (La schiena scricchiola senza spartito/ precipita la suite della speranza/ nel duetto di farsa e illusione/ perso per sempre il notturno d’incanto).

© Francesco Filia

Anna Maria Curci – Nuove nomenclature e altre poesie di Gianni Montieri

Fernando Della Posta, Gli aloni del vapore d’inverno. Saggio di Plinio Perilli

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DERAGLIARE PER UN MONDO NUOVO

 

(a Fernando Della Posta,
sorprendente e brioso poeta
che non demorde, ed è severo in dolcezza,
effuso ragionando, temprandosi “lirico”)

Dribblando tra ignominie e banalità, fritture e rifritture scontate o lacrime da coccodrillo sulla grande Crisi dell’Occidente, anche la stagione letteraria offre per fortuna delle sorprese gradite, taluni inaspettati doni d’eccellenza… In tema di poesia, poi, l’incanto è doppio, ridotta essa com’è, e da anni, a maldestre sclerotizzazioni delle poetiche in auge (in auge, mentre la Poesia, in realtà, smotta, crolla, si annulla dismessa o svenuta al suolo).
Gli aloni del vapore d’inverno, prima densa raccolta di Fernando Della Posta, promessa oggi senza dubbio mantenuta (poco più che trentenne!, classe 1984 – l’anno dell’anticipata, romanzesca precognizione futuribile di George Orwell, che uscì in realtà nel ’49), è una raccolta splendida, balda e giovane… ma assai matura, piena di tenerezza e insieme integrità, fervore sensibile ma anche ineludibile, inusitato rigore etico:

Poni l’assedio
alle mie strade immobili
che percorro stando fermo
sul ciglio degli anni.
Una storia fatta di sogni
ti attende ai contrafforti
e mille notti in ostaggio
appostate dietro ai merli.

Il suo sguardo è agile, acre temprato. Ma l’effusione non è mai archiviata, né tanto meno rinunciata:

Di stragi nel cuore t’ho vista
messa a nudo e dimenticata:
una buccia di mela caduta,
nitore appassito di zucchero al torso.

Fernando Della Posta (che già ci aveva convinto, e qua e là anche ammaliato con la sua prima elegante, incisiva plaquette, L’anno, la notte, il viaggio, nata nel 2011) frantuma, rinnega anzitutto ogni banale rischio di retorica, o peggio piaggeria sentimentale; perfino i consueti, sbruffoni orgogli generazionali comuni a tante “voci nuove” che nuove però non sono.

Ascolta le mie parole:
già conosci questi affanni;
aspettami là nel piano:
dove il sole è più potente,
ed ogni piega si distende:
la nostra noia
sarà un sentiero in ombra
che si spingerà lontano:
si spegnerà nel sole
lì dove muore il cardo.

Libro fulgido, estroso, onesto – ultima talèa o felicissima, umile sopravvivenza di radici antiche, linfa sana e insomma una vena aurifera che credevamo rimasta ferma, rottamata, ahinoi, con certe lungimiranti, polverose ma fiorite elegie di Libero De Libero (Ascolta la Ciociaria, Di brace in brace), coi pellegrinaggi (e gli esili) antropologico-culturali di Carlo Levi, e perfino del Carrieri più “novecentista”, angustiato e assolato insieme (quello, per intenderci, del Lamento del gabelliere).
Soprattutto, una vocazione immaginativa inopinatamente infibrata, e trasfusa, forse con l’ermetismo “loico”, sapiente e scientista dell’Ingegner Leonardo Sinisgalli, un lucano di mondo, illuminista di radice agreste ma respiro europeo, volterriano (e oraziano) nel medesimo spirito di una mordace, eterna interrogazione esistenziale:

La luce ha la tua statura
E regge il gesto
Precisa, anche la pietra
Dà il petto al sole.
La tua voce questa mattina
Ci cresce nelle ossa,
In questo sangue
Che si ordina come le foglie.
E il giorno prende in terra
Misura dal tuo passo.

(Leonardo Sinisgalli, Vidi le Muse, 1943)

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Anna Maria Curci – Nuove nomenclature e altre poesie

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Anna Maria Curci – Nuove nomenclature e altre poesie – L’arcolaio, 2015

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Leggere le poesie di Anna Maria Curci significa, tra le altre cose, accettare numerosi inviti. Significa giocare su più tavoli, con più giocatori. Quando si leggono i versi di Anna Maria Curci, si sta dentro il nostro tempo, molto caro alla scrittrice e traduttrice romana, ma, contemporaneamente, si è invitati a confrontarci con la storia. Quello che è accaduto prima di noi, delle nostre vite e in quelle degli altri, segna il nostro presente e, che ci piaccia o meno, il nostro futuro. La storia entra nelle parole, ci entrano le guerre, i bombardamenti, ci entrano i ricordi, i racconti dei vecchi. Conta la memoria. Il bianco e nero vale quanto una fotografia a colori. L’altro invito che riceviamo è quello del confronto con la letteratura. Anna Maria Curci convoca in queste pagine tutte le sue letture, i suoi studi. I libri e gli autori che ha amato o che l’hanno influenzata. Gli scrittori, quasi sempre europei, sono o citati indirettamente, o menzionati, o, comunque, fonte d’ispirazione. A farla da padrona è la letteratura tedesca, di cui la Curci è ottima e inesauribile traduttrice. Si sente la Bachmann, si sente Trakl, e poi Pastior, e molti altri, ma anche il nostro Scotellaro. Sono lì presenti e irrinunciabili.
Per questi motivi leggere le poesie qui raccolte vuol dire leggere anche molte altre cose, vuol dire mettersi in un’ellisse dentro la quale spostarsi di rimando in rimando, di pronuncia in pronuncia. Significa, in sostanza, prendere appunti e andare poi a cercare qualche libro, qualche passaggio. Traendo ispirazione dalla letteratura che ama, Curci fa un regalo a noi, non ci resta che accettarlo.
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Eraldo Affinati – Vita di vita (recensione di Martino Baldi)

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Eraldo Affinati – Vita di vita – Mondadori, 2014 – € 17,00 – ebook € 9,99

In copertina, proprio sotto il titolo Vita di vita c’è scritto “romanzo” e per chi conosce lo sviluppo della scrittura di Eraldo Affinati dalle origini agli ultimi anni quella scritta non può che destare un pizzico di stupore. Sì perché, se uno sviluppo chiaro si poteva leggere nella vicenda di questo “soldato del ’56”, quello era l’itinerario che aveva portato lo scrittore e l’uomo Affinati da una sorta di “religione della letteratura” delle origini a una vera e propria “religione dell’esperienza”: una scrittura sancita non più dai rituali letterari della produzione di metafore bensì dalla costante necessità di stare stretto alla verità dell’esperienza e di suturare le ferite provocate da questa non più prima di tutto con la scrittura bensì prioritariamente con le proprie azioni, e secondariamente con una scrittura che le sia fedele fino in fondo.

Un movimento lento e costante è stato quello che ha visto pian piano spostarsi l’asse dell’ispirazione del narratore e inquieto letterato autore di Veglia d’armi (la monografia sull’uomo di Tolstoj con cui ha magnificamente esordito nel 1992), Bandiera bianca, Uomini pericolosi, ecc. verso la vena da “interrogatore della realtà” presente da sempre ma che ha cominciato a emergere soprattutto da Campo del sangue (1997), il racconto di un intensissimo viaggio ad Auschwitz compiuto a piedi e in treno in compagnia dell’amico poeta Plinio Perilli. È una realtà, quella interrogata da Affinati, in cui il passato e il presente sono della stessa pasta, per cui per comprendere il secondo bisogna interrogare il primo; una realtà in cui i luoghi mantengono un segno di ciò che vi è accaduto, una sorta di anima o di alone che non svanisce e che bisogna andare a vedere, odorare, ascoltare, toccare, assaggiare di persona per avere una percezione più concreta, veramente empatica, di cosa significhi la verità degli eventi: da qui la necessità del viaggio, alla ricerca di una sorta di “contaminazione volontaria” che ha portato lo scrittore romano a visitare tutti i luoghi più importanti della Storia e della letteratura (dalla dacia di Tolstoj ad Auschwitz, da Hiroshima alla casa di Bonhoeffer a Berlino, dalla tomba di Hemingway a Ground Zero…).

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