pittura

Simone Consorti, Tre poesie inedite

Simone Consorti ritratto da Valeria Fraticelli

 

Schiele

Se fossi uno scrittore
lascerei ogni pagina bianca
per poterla dipingere
cancellerei qualsiasi sillaba
anche la più scolorita
e me ne resterei a guardare
questa ragazza invisibile
avvicinarsi e prendere forma
orma dopo orma

Se fossi uno scrittore
non le chiederei il nome
e non le farei fare cose
tipo l’odio o l’amore
La lascerei sedere accanto a me
ferma ma non in posa
immobile ma non come una cosa
muta ma non silenziosa

La metterei al posto mio
fino a coincidere
di anima e profilo
affinché possa vedersi
sul foglio come in un occhio
e guardando avanti
si scoprisse nel mio specchio

Se fossi uno scrittore
le storcerei le spalle
le flagellerei la pelle
le incendierei le pupille
I capelli glieli farei elettrici
e infine la esporrei
la esporrei a tutti i venti

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Adua Biagioli Spadi, Il tratto dell’estensione

 

Adua Biagioli Spadi, Il tratto dell’estensione. Poesie, La Vita Felice 2018

Ciò che si manifesta come fragile e precario, oppure che viene marchiato come tale, riceve nella raccolta di Adua Biagioli Spadi, Il tratto dell’estensione, uno sguardo attento, volto a fare chiarezza su supposizioni e credenze, pronto a cogliere segnali di altro avviso.
Occorrerà innanzitutto dare un ambito di significato sia al termine “estensione” – ampliamento dell’orizzonte, accoglimento di altre dimensioni, anche percettive – sia al termine “tratto”, che va inteso almeno in due accezioni, vale a dire quella di caratteristica, peculiarità, e quella di segmento di percorso.
Se già questa operazione preliminare di accesso all’opera ne mette in risalto la ricchezza di coniugazioni possibili, l’esplorazione dei singoli testi rivela ulteriori opportunità. In particolare, là dove ci aspetteremmo un discorso poetico condotto su un piano ‘geometrico’, aspetto pur presente e che peraltro viene esplicitamente annunciato già nel titolo della prima sezione, La linea fragile, assistiamo, oltre a ciò, a un percorso cromatico con forte valenza simbolica e con vere e proprie esplosioni espressionistiche, talvolta esplicite, come avviene nel componimento che si richiama alle «onde fisse nella notte» di Munch, talvolta più allusive, ma non meno pregnanti, come si può constatare nella menzione di quella «azzurrità» che richiama il paesaggio rivelatore e, insieme, abbacinato da visioni di Georg Trakl.
L’andamento che contraddistingue Il tratto dell’estensione, a sua volta introdotto dalla significativa affermazione «Alcuni stati d’animo/ non sono che evoluzioni dell’apprendere», è dunque dalla traiettoria netta, dal precipitare di una freccia nel componimento iniziale – «il passaggio della scesa,/ là dove l’arrestarsi precede il dardo, la caduta» – all’esplodere ardente di colori inteso come ripartenza già prefigurato nel testo immediatamente successivo: «Ripartirò da qui, dall’incendio dei colori», dall’ansia della precisione (e, diremmo, dall’affannoso e “umano, troppo umano” inseguimento della linearità) – «Ci vogliamo esatti» all’invocazione appassionata di una metamorfosi (se non salvifica, almeno una nuova possibilità) dalla precarietà della materia alla vagheggiata libertà di un tono cromatico senza tentennamenti: «tramuta la friabile materia della mia persona in vermiglio».
Lo scontro permanente tra pieno e vuoto, tra accoglienza e rifiuto, respingimento, tra le infinite possibilità e il condensarsi in una sola, si esprime in tutte e tre le sezioni che compongono la raccolta, La linea fragile, Il segno del possibile, Perdersi non più, con un riferimento fecondo alle diverse manifestazioni delle arti figurative – con la dialettica, già messa in evidenza, tra disegno e pittura – e con un ricorso consapevole alla sonorità della parola, in specie attraverso coppie allitteranti: «scomposti sensi», «frantumi delle foglie» (con la ricorrente allitterazione in ‘f’ a sottolineare la friabilità della materia e la fragilità dell’esistere), «risveglio rosato».
«Restituiscimi il frammento del tempo»: questo verso, chiaro e sonoro, si situa al centro di una raccolta che merita, da parte di chi legge e di chi si pone all’ascolto, incursioni ripetute e rinnovate esplorazioni. Anche solo un frammento basterebbe, per tentare di ricomporre l’umano e il creaturale, recuperare, risanare, ché salvare non si può, non sta a noi, ma unire, o almeno ricollegare, con-templare.

© Anna Maria Curci

 

Sempre la fragilità si dirige sommessa alla deriva
nello slaccio d’abbandono del sentire,
è la lacrima a cogliere la perfetta stanza
della noncuranza,
incauto nascondiglio della goccia
il passaggio della scesa,
là dove l’arrestarsi precede il dardo, la caduta
l’affidarsi estremo, disorientato abbraccio. (altro…)

Su Ali Smith, L’una e l’altra

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Ali Smith, “L’una e l’altra”, traduzione di Federica Aceto, SUR euro 17,50, e-book euro 9.99

How to be both, recita il titolo originale; come essere entrambe. L’una e l’altra, è la scelta italiana. In entrambi i casi, il lettore sa che si prepara un libro in cui la faranno da padrona la specularità, il gioco delle parti, la capacità non soltanto di farsi carico di un’alterità ma di assumere identità diverse.
L’una e l’altra di Ali Smith è un libro costruito come un polittico in cui i pannelli sono apparentemente due (la protagonista della prima novella, George, e quello della seconda, il pittore Francesco del Cossa), ma si frantumano in un gioco di specchi e spirali fino a rendere quasi incalcolabile la quantità di rimandi in gioco. George, ragazza dal nome maschile, porta lungo l’intera prima parte del libro il lutto per la madre morta, di cui fa riverberare il ricordo assumendo su di sé tutto quello che, di lei, in piena riottosità adolescenziale, aveva disprezzato: la convinzione della madre di essere spiata dal governo (è una dissidente vagamente hippie, impegnata in proteste creative virali su internet), un certo amore per i giri di frase sgrammaticati, la musica anni ’60, la curiosità per i dipinti di Francesco del Cossa, che aveva portato lei, George e il fratellino Henry fino in Italia al Palazzo Schifanoia poco prima della sua morte. George assume su di sé sua madre, inizia un percorso di coincidenza con lei (scarica la musica che lei ascoltava, la balla come faceva lei in giro per casa) domandandosi la maniera migliore per iniziare a elaborare il lutto. Fino all’incontro con H, compagna di classe che (finalmente) ascolta e rinfocola le nuove passioni di George, si interessa dell’enigma dei quadri di Francesco del Cossa – i tanti rimandi nascosti all’anatomia umana sessuale, che a detta della madre di George facevano di lui probabilmente una donna – e le suggerisce altra musica da procurarsi, inviandole come indizi i titoli tradotti in latino. La rete sottile di H, che è innamorata e discreta, permette finalmente a George di sgusciare via dall’ossessività con cui stava affrontando il suo lutto: (altro…)

Questo Natale #24: Silvia Tebaldi, Le variazioni Goldberg della pioggia

cielo_e_acqua_1- Escher - fonte google

cielo_e_acqua_1- Escher – fonte google

Le variazioni Goldberg della pioggia

Lei forse riderà, ma quando ho visto la scritta Bruegel (anzi, Brueghel) su fondo rosso e la facciata del palazzo, nella neve, il portale barocco, e ho pensato a una mattina di luglio incandescente, a noi due sotto i portici, adagio, al riparo dei portici, dall’Archiginnasio al Collegio di Spagna su fino al largo di via Saragozza che pareva immenso, fatto di luce sporca; ai miei sforzi di evitarle inciampi, ostacoli, alla mia idea di raccontarle i quadri (così avevo immaginato) e invece fu lei, davanti a Cielo e acqua, a descrivere quei pesci e uccelli nel loro moto a forma di rombo, nella loro trasmutazione nera e bianca, perché lei le conosceva bene le opere di Escher, le ricordava anche senza vederle – lei riderà, maestro, ma io volevo visitare la mostra dei Brueghel e invece ora capisco che è con lei che vorrei andarci, stare al cospetto di quelle nevi, quei canali, quelle folle minute e inesauribili. Ma lei è dall’altra parte del mondo, maestro, e allora torno indietro nella neve, nei portici, che mancano tre giorni a Natale ed è già notte.

Non so dir quasi niente, di me – solo che un tempo anch’io scrivevo e ora ho smesso, se scrivere vuol dire inventare mondi, persone, o metter giù delle parole astratte. E dico che si dovrebbe tenere non dico un diario, ma un taccuino sì, e ogni giorno scriverci su due righe, tre – scriverle oppure dettarle e mica chissà cosa, giusto per dire eccomi, ecco, per non sparire almeno da noi stessi. E così quando ho tempo mi siedo e scrivo queste righe, oppure vado su all’Archiginnasio, che poi è dove stavo un tempo, prima di sparire – mi siedo a quei tavoli lunghi, di legno, e scrivo due righe sul taccuino. Ed è così che si siamo incontrati, lei e io – qualcuno della biblioteca che ci conosceva entrambi, lei un maestro anziano e celebre e io nessuno, e quel giorno lei scelse me per accompagnarla a una mostra, Maurits Cornelis Escher, per labirinti e scale che non poteva vedere.

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Joni Mitchell: un’icona della musica in evoluzione, oggi

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Joni Mitchell, non-convenzionale musa del folk, poi del pop-rock, poi del jazz a fianco di artisti del calibro di Wayne Shorter e Jaco Pastorius (per citarne alcuni), e ancora del pop. Musicista e pittrice. Amelia, Edith, Hejira e, nonostante le mille facce, sempre se stessa. Una ventina di album, la maggior parte dei quali uniscono sapientemente cantautorato e poesia, arguzia melodica e improvvisativa a lyrics raffinati. Un grande talento, una grande passione, un enorme e sconfinato feel musicale.

Era da un po’ che Joni Mitchell non si concedeva al pubblico, soprattutto a causa di un periodo di malattia lungo, di un ritiro dalla scene che dura da più di un decennio e oltre – salvo qualche spizzicata apparizione fuori programma, ad esempio nel 2008 con Herbie Hancock, poco dopo la pubblicazione del magnifico album tributo che lo stesso pianista e compositore dedica alla musica della Mitchell. Joni è però tornata in scena, poco prima di compiere 70 anni (la data fatidica, il 7 novembre di quest’anno): prima ha concesso una lunga intervista alla CBC e poi si è dilettata in una spassosa chiacchierata al Luminato Festival di Toronto, a fianco del grande batterista jazz Brian Balde e del critico del New York Times Jon Pareles; presso lo stesso, ha tenuto anche una rara performance e alcuni artisti si sono esibiti onorando alcuni suoi brani celebri (maggiori informazioni qui e qui). Non mancano i riferimenti alla profondità dei suoi testi, che gli americani riconoscono come esempi di lirismo altissimo; non mancano in particolare certi criteri critici interessanti, ad esempio l’evidenziare una geometria costante, che prosegue in molti di essi. Non mancano le citazioni; non manca Duke Ellington.

Qui Joni soprattutto si (ri)racconta, con un percorso che la rende un’artista agli occhi del mondo trasversale e coerente, con un punto di vista sempre personale e solo “suo”. Non è importante, a mio modo di vedere, se si condividono le sue posizioni in merito all’arte e alla vita e alla carriera, dal primo folk a Blue, dal periodo di Court & Spark a Mingus; dai Four Quartets di T. S. Eliot mai musicati a Shadows and Light; dalla chitarra al piano, dal piano alla chitarra, e poi l’ultimo lungo periodo fuori dagli schemi, in una dimensione pop molto alta e ‘altra’. Ciò che conta – e forse non è nulla di nuovo – è solo la ri-affermazione di un sé molto poco ordinario, e in questo rivoluzionario. La sua musica resterà immortale, la sua voce unica. Questo si celebra qui: non un gossip ma un’icona, un pezzo di storia del secondo Novecento. Ci vuole molto fegato per restare come si è – “she’s really a black man in a blonde woman’s body” -, per compiere una carriera del genere nel music business, una carriera di queste proporzioni, in cui gli errori, le incomprensioni artistiche, le difficoltà non mancano. Ci vuole molta forza per affermare ancora queste parole che seguono:

per suonare e performare serve l’istinto e l’essenzialità, ma per avere un’anima artistica, un’identità si deve avere intelletto e trasparenza.

la foto è di (c) THE CANADIAN PRESS/Galit Rodan

Ronzio – sui disegni di Alfonso Benadduce

La strage della mia innocenza - 2010 (160 cm x 160 cm)

La strage della mia innocenza – 2010

Un tratto di matita può ronzare? È possibile che dell’inchiostro gridi?

Me lo chiedo guardando i disegni di Alfonso Benadduce, in mostra alla Casa delle Letterature di Roma dal 21 Marzo per il ciclo “Doppio passo. Incontri di Arte e Letteratura” a cura di Maria Ida Gaeta. La mostra, prorogata fino all’11 Aprile, ospita disegni – acrilici, matite, inchiostri – che scorrono lungo le pareti, nelle teche, accompagnati da pensieri tratti dal Funambolo di Jean Genet. Figure umane, volti, busti, che osservano il loro stesso pubblico mentre le parole di Genet cadenzano l’andamento delle tavole con il rosso dei pannelli su cui sono inscritte. Nel fondo della sala, La strage della mia innocenza, unico, grande olio su tela.
Decido di iniziare da lui, di vivere, per il momento, la galleria come un nartece. Se il titolo promette, il quadro mantiene: mi piace osservare i molti, come me, che risalgono con gli occhi le matasse vivide fino a incontrare quel preciso occhietto, quel sorriso; tutti in cerca del nostro babau, mentre il colore vivace, per contrasto, turba. Mi tornano alla mente le parole di Girard: «la tragedia è innanzitutto la festa che prende una brutta piega».

Figura

Figura

Passo ai disegni. I volti, le camminate, le piroette sono in dialogo con i testi di Genet, negli occhi sbigottiti come nelle pose morbide. Il rimbalzo schiude. Basta uno sguardo alla propria sinistra, osservando La strage della mia innocenza, perché le parole di Genet inchiodino al suo senso l’esperienza dell’intera mostra: «La Morte – la Morte di cui ti parlo – non è quella che seguirà la tua caduta, ma quella che precede la tua apparizione sul filo». È quando la mente spia quelle parole che una chiave ci si posa nella tasca, e si ha l’impressione di afferrare l’attimo in cui quei volti, quelle occhiate, quei movimenti, si sono imposti con chiarezza prima di diventare gesto, ogni tratto – anche il più automatico e furioso – sufficiente e necessario a comunicarne la posa e l’espressione. Che diventano, per un’empatia quasi involontaria, la posa e l’espressione di chi guarda.

Figura umana

Figura umana

Ma il suono, dunque: perché, in questo equilibrio che sembrerebbe muto, comincio dicendomi di avvertire un ronzio? La maniera in cui i disegni mi coinvolgono è quasi più sonora che visiva: ai miei occhi c’è ora il riverbero di un theremin, ora il mormorio di una parlata; e se mi sento inquieta è perché avverto una dominante chiara, che investe l’orecchio accanto all’occhio. Mi accorgo, a posteriori, che è perché l’uomo ha voce nel suo comunicare, e non c’è segno sul foglio che possa scavalcare questo inciampo di abitudine del pensiero: e i disegni che guardo mi comunicano, al punto da illudermi, forse, di avvertire il bandolo emotivo da cui sono sorti.
«Non v’è altra origine, per la bellezza, che la ferita, individuale, irripetibile, celata o visibile, che ogni uomo custodisce in sé e difende – dove si rifugia quando vuole abbandonare il mondo per una solitudine temporanea ma profonda»: così recita la locandina della mostra, ancora riprendendo Genet. È da questo raccoglimento minuzioso («non danzare per noi ma per te») che nasce l’immagine onesta e comunicabile. Comprendo, allora, che tutti i sensi sono in moto per ricercare un’identità al più possibile esatta con quello che osservano, per ricomporre, assorbire lo scarto tra la solitudine di partenza e la comunità di approdo: nell’attimo in cui domino questo pensiero, il suono smette, e guardo.

(c) Giovanna Amato

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Alfonso Benadduce (1974), pittore, regista, attore e autore, vive e lavora a Roma. A partire dal 1998 mette in scena per importanti teatri e rassegne numerose regie di testi dei quali è autore e protagonista, tra cui Tragedia al di là di Prometeo – Teatro Nuovo, Napoli 2000, La morte del giovane principe, performance ideata per il Festival di Volterra 2001, il povero Riccardo III, Museo Archelogico Campano, Capua 2005, Paradiso Perduto – danzodramma da John Milton, Leuciane Festival 2006, Studio in presenza di Amleto per il Mercadante Teatro Stabile di Napoli 2010, L’innominabile di Samuel Beckett, Festival Settembre al Borgo 2010. Su invito del critico d’arte Achille Bonito Oliva realizza, per le mostre internazionali d’arte contemporanea Le opere e i giorni (2003) e Fresco Bosco (2006), gli eventi teatrali: Estasi – monomanie su Diana e Atteone – immagini da Pierre Klossowski, e Agogno la gogna, da un suo testo pubblicato e a partire dal quale gira il suo primo film sperimentale, finalista nel 2008 al premio Riccione TTV Performing Arts sullo schermo. Con Libercolo dell’onta, sua prima opera in prosa, è finalista al Premio Viareggio 2006. Nel frattempo continua a mettere in scena Sempre perdendosi, poema tragico che la poetessa Silvia Bre ha scritto per il suo teatro e a lui dedicato. Espone i suoi quadri in due personali: a Roma nello Spazio R\R, 2004, e al KunstFoerderVerein di Weinheim, in Germania, 2010.
(Dal sito www.alfonsobenadduce.com)

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

cinque ottave (post di Natàlia Castaldi)

l’autore delle seguenti opere (disegno e versi) non vuole rendersi noto.

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cinque ottave

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1

forse la mano abile è la destra

mano e la mente che parla è maestra

se lavora. non è l’ottimo artista

Roma lucente. chi disseta la voglia

.

non è qui. la parte nuova del cervello

è bella, disegna Arianna astratta, Arianna

è a Nasso, la mente vede e vende il premio, il pane

è certo: salute a noi, e prima si scherzava.

.

2

la pila la testa l’arma dello strumento è alta. così è

la resistenza: è sublime. d’ora in poi non fingerò più

il male. e la destra non sa questi capelli aperti, i lunghi,

sullo schienale, i rossi. non sono più il padrone; ma

.

la salute grida ai parassiti ai treni ai Mani, a me:

non vedevi tu le gazze, a Voghera? non ami tu

l’idea del volo? nessuno sa questi pregi. è solo

tanto bassa l’erba nuda, tanto povero il povero.

.

3

c’è un’uscita di scena, il poco senso

amaro – come «non muoverti oggi»,

quando parla un’amica, a un’amica

più vecchia. Cristina e Maria. non

.

muoverti!: escono tutti i somnia i sogni

di molti, arti fantasma in pieno freddo

del vero novembre, e la paura del buio

nella bambina grande è curata dalla luce.

.

4

ecco le punte di una freccia

arcaica sulla perfezione acefala,

che il nero dipinge – e le figure degli

Angeli nasceranno allo schermo

.

acceso: uno chiama l’altro. a me stesso:

tu devi capire: ci sono diciannove anni tra 54

e 73, dal numero 38 all’altro, che

confonde questa mente, evoca altro.

.

5

l’ansia considera l’altro animale

balena, l’animale che cresce piano

tra gli altri in acqua: e vorresti essere

un santo, il lungo largo forte osso

.

sacro, un estraneo. come stai? e: io vedo

(io so) chi sono i panni, quanti sono

i tempi dove cedo, l’assoluto

cadere di ogni sera, che colpisce.

.

l’idea, l’immagine, la parola: Agostino Bonalumi – da te ascolto tornare le cose, Book Editore 2001 (post di Natàlia Castaldi)

Agostino Bonalumi

L’autore della silloge che oggi vi propongo è Agostino Bonalumi, figura tra le più significative per la pittura contemporanea del secondo Novecento, noto soprattutto, ma non solo, per il rigore della ricerca della luce che opera attraverso l’estroflessione e l’introflessione di elementi nella tela posta in tensione (sì da esaltare e scolpire la modulazione geometrica del colore in tutte le sue possibili espressioni d’ombra e luce); rigore che – dicevo – sembra imporre all’artista l’impossibilità, o per meglio dire la volontà, di non tradurre descrittivamente l’idea in immagine, operando ed infliggendo altresì una precisione chirurgica, direi quasi “fredda”, alle coltellate con cui definisce lo spaziotempo nelle sue tele.

In questo libro, al contrario, ci troviamo dinanzi un Bonalumi poeta che si stempera nella parola e in essa trova la chiave espressiva necessaria a smussare il rigore della ricerca, che qui si scompone e ricompone nella fusione surreale di immagini oniriche – di una visionarietà oserei dire magrittiana – che via via si alternano musicalmente alla scansione narrativa degli istanti del quotidiano e del consequenziale rapporto causa-effetto, che questi operano sull’aspetto più intimo ed emotivo dell’essere uomo.

Trascrivo qui di seguito una selezione di testi per me significativi. Buona lettura.

nc

***

da te ascolto tornare le cose - Agostino Bonalumi

.

.

Agostino Bonalumi

da te ascolto tornare le cose

 

Book Editore

fuoricollana, 18

dicembre 2001

.

.

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***

mi sorprendo

mi sorprendo che mi stringo
al mio ristagno
come la mano al morso
che la inchioda

 

*

era un gioco innocente

era un gioco innocente
mettere alle stelle
i colletti bianchi
offerti dal sambuco
e un crescere di vero
se intanto
con la mia ombra
altro già non fosse
a trafficare di suo

 

*

non eri tu

il giallo che mi figuravo
salire le scale
muore
nei passi che non salgono
dalla finestra.

alta sulla piazza grigia
avevo visto scendere
la diagonale
sopra due gambe viola
un ombrello giallo

 

*

tramonto

ormai da tempo osservo
la memoria
avvitarsi riportando
i giorni nei giorni.

osservo
che mette radici di morbida criniera
il passato
e nell’anima si preparano stanze alla nostalgia
ché la mente si volge
e stanchezza nel corpo fa prove
di lungo sonno

 

*

incertezza

essere ha un profilo di perdita
e la coniugazione al presente
che cade
tra le mani del tempo
mi trattiene irresponsabile
di un pensiero
che nemmeno nasce.

… in bilico sulla luce
di una porta che un attimo ha tagliato
il nero dell’ora
sorgendo segni dalla voglia di pioggia
nell’aria

 

*

taciuto

la voce che non ha detto
le parole che restano
la ragione che ripiega il profilo
un incavo che si scava
il tempo che scorre fisso
la notte dei sonni tranquilli
che mette labbra
di silenzio malato

 

*

importa che i conti tornino

oltre l’ultima moneta
non c’è chi pesi un resto
già che del resto anche
si dissangua il sospetto.

importa che i conti tornino.

e poiché la disputa del sillabo
si mantiene ambigua
al circolo dei santi
nessuno osserverà un arresto di bandiere
pendere da corde d’afasia
quando premura sarebbe
di un miserere

 

*

pausa

la pioggia che bagna la strada
rasenta di essere solo un’idea
plausibile
in fondo all’odore di chiuso
parallela all’esitare del tarlo
che frammenta
sull’altro profilo dell’ascolto
e sottostante
nel poco di luce della stanza
la pausa che trasale
di assenza-presenza

 

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Agostino Bonalumi nasce a Vimercate il 10 luglio 1935, tra il 2000 e il 2010 ha pubblicato sei libri di poesia:

scherzo io (Colophon, 2000);
da te ascolto tornare le cose (con un pensiero di Concetto Pozzati, Book Editore, 2001);
Difficile cogliersi (Edizioni Il Bulino, 2002);
Giusto provarci (Colophon, 2006);
è stato un nulla (Book Editore, 2008);
Difficile esserci (con un’introduzione di Leonardo Conti, Vanillaedizioni, 2010).