pittura italiana

Su Ali Smith, L’una e l’altra

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Ali Smith, “L’una e l’altra”, traduzione di Federica Aceto, SUR euro 17,50, e-book euro 9.99

How to be both, recita il titolo originale; come essere entrambe. L’una e l’altra, è la scelta italiana. In entrambi i casi, il lettore sa che si prepara un libro in cui la faranno da padrona la specularità, il gioco delle parti, la capacità non soltanto di farsi carico di un’alterità ma di assumere identità diverse.
L’una e l’altra di Ali Smith è un libro costruito come un polittico in cui i pannelli sono apparentemente due (la protagonista della prima novella, George, e quello della seconda, il pittore Francesco del Cossa), ma si frantumano in un gioco di specchi e spirali fino a rendere quasi incalcolabile la quantità di rimandi in gioco. George, ragazza dal nome maschile, porta lungo l’intera prima parte del libro il lutto per la madre morta, di cui fa riverberare il ricordo assumendo su di sé tutto quello che, di lei, in piena riottosità adolescenziale, aveva disprezzato: la convinzione della madre di essere spiata dal governo (è una dissidente vagamente hippie, impegnata in proteste creative virali su internet), un certo amore per i giri di frase sgrammaticati, la musica anni ’60, la curiosità per i dipinti di Francesco del Cossa, che aveva portato lei, George e il fratellino Henry fino in Italia al Palazzo Schifanoia poco prima della sua morte. George assume su di sé sua madre, inizia un percorso di coincidenza con lei (scarica la musica che lei ascoltava, la balla come faceva lei in giro per casa) domandandosi la maniera migliore per iniziare a elaborare il lutto. Fino all’incontro con H, compagna di classe che (finalmente) ascolta e rinfocola le nuove passioni di George, si interessa dell’enigma dei quadri di Francesco del Cossa – i tanti rimandi nascosti all’anatomia umana sessuale, che a detta della madre di George facevano di lui probabilmente una donna – e le suggerisce altra musica da procurarsi, inviandole come indizi i titoli tradotti in latino. La rete sottile di H, che è innamorata e discreta, permette finalmente a George di sgusciare via dall’ossessività con cui stava affrontando il suo lutto: (altro…)

Pizzinato e la poesia di Zanzotto. Di Silvana Tamiozzo Goldmann

Pizzinato-Zanzotto
«Questi versi […] li ho subito sentiti “miei”»: Armando Pizzinato e la poesia La contrada. Zauberkraft

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Armando Pizzinato muore nella sua casa veneziana nei pressi della Basilica della Salute il 17 aprile 2004 (era nato a Maniago il 7 ottobre 1910).[1]
Mi sembra bello ricordarlo, come mi ha chiesto di fare l’amico Fabio Michieli, con una piccola scheggia a latere della sua straordinaria carriera artistica, vale a dire attraverso una poesia che gli fu cara nel tempo: La contrada. Zauberkraft di Andrea Zanzotto, che segnò un momento di singolare intensità nella storia della loro amicizia.
La poesia appartiene alla seconda sezione di Idioma ed è vero centro di questa raccolta[2] il cui motivo dominante è l’incontro con le presenze della contrada (il paesaggio è quello familiare di Pieve di Soligo) in una tensione – colloquio con i trapassati cui fa da tramite il mondo di chi sta ai confini e sta per traghettare all’altra riva portando con sé tesori di piccole rare esperienze e preziose storie.
Il mio breve excursus riguarda un segmento poco noto del tragitto compiuto da questa poesia che, come avverte giustamente Stefano Dal Bianco nel commento alle Poesie e prose scelte di Zanzotto (Mondadori, i Meridiani, 1999), funge da introduzione razionale (e per questo in italiano) alla serie successiva delle poesie in dialetto di Onde eli (Dove sono).
Ricordo, en passant, che Pizzinato fu tra i fondatori nel 1946 (insieme a Santomaso, Vedova, Guttuso, Viani, Corpora, Turcato, Birolli, Leoncillo, Morlotti e Franchina) del Fronte nuovo delle Arti e che con Guttuso nel 1950 fu tra i protagonisti del Realismo (tra le sue realizzazioni più significative di questo periodo va ricordato il ciclo degli affreschi per la sala consiliare di Parma, arredata da Carlo Scarpa). Seguiranno le nuove stagioni dei Giardini di Zaira, nel 1962, delle Betulle, nel 1970, dei Gabbiani, nel 1973 fino al ritorno, alla fine degli anni ’70, alla primitiva ricerca espressiva di un astrattismo in cui le forme movimento nello spazio assumono trasparenze e limpidezze inedite in un discorso dai tratti anche lirici.

Zanzotto e Pizzinato (fotografia di Angelo Goldmann; inaugurazione della mostra di Pizzinato a Conegliano Dopo il Realismo. Pitture 1963-1994, Palazzo Sarcinelli, 23 maggio - 11 luglio 1999)

Zanzotto e Pizzinato (fotografia di Angelo Goldmann; inaugurazione della mostra di Pizzinato a Conegliano Dopo il Realismo. Pitture 1963-1994, Palazzo Sarcinelli, 23 maggio – 11 luglio 1999)

Riassumo brevemente le tappe principali del sodalizio tra Pizzinato e Zanzotto.
Il primo abbozzo in forma manoscritta della poesia in questione (datata da Zanzotto: 1980) a lavoro compiuto sembra nuotare in una sorta di felice fusione nelle Forme in movimento della serigrafia di Pizzinato. È Zanzotto stesso a proporgliela (o meglio, a riproporgliela, se guardiamo le date) in una delle lettere conservate al Centro interuniversitario di Studi veneti di Venezia, datata 2 luglio 1984 (CISVe: “Archivio Carte del Contemporaneo”, Fondo Pizzinato): «Caro Armando, ti unisco qui il testo autografo da riprodurre per la nostra serigrafia. Puoi sceglierne delle parti ed anche collocare le strofe qua e là, oppure, lasciando insieme, puoi tagliare. Vedi tu, mi fido dei tuoi colori. Questa stesura è un po’ diversa da quella che conosci, e quindi fatta ad hoc per la serigrafia».
La versione che si fonde con Le forme in movimento di Pizzinato ripropone dunque un primo nucleo di quello che diventerà il testo definitivo di Zauberkraft. Zanzotto si fida dei “colori” dell’amico e gli dà carta bianca sulla distribuzione delle strofe e dei versi, che gli trascrive. Le tre serie di puntini di sospensione che intervallano le strofe che entrano nella serigrafia alludono infatti a un testo più lungo e compiuto, adattato e compresso per l’occasione pittorica. Rispetto alla versione definitiva, qui il primo gruppo di versi della poesia, dopo l’epigrafe iniziale isolata, parte infatti dal verso 37 («Occorre una Zauberkraft senza pari») e si arresta al verso 42 («Tu non tornare alla decenza dello stato minerale») per poi proseguire, dopo la seconda sospensione rappresentata con puntini, riprendendo e giustapponendo versi precedenti (30-36): inoltre i versi 30-32 qui appaiono spezzati in 4 unità («Come si può pretendere che qualcuno | sopravviva con piccoli commerci | in precarietà più delicate | che vapori sui vetri»).
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