Pirandello

Cinema e letteratura: breve storia di un lungo amore #1

Quella che segue è la prima parte di un saggio breve di Gianluca Wayne Palazzo sui legami tra il cinema e la letteraturaCi interromperemo, oggi, alle soglie degli anni ’50; vi aspettiamo domani qui, alla stessa ora, per un’analisi fino agli anni ’60. Buona lettura.

cabiria

Il cinema è l’ultima grande forma d’arte che l’umanità abbia dato alla luce. La sua comparsa sul palcoscenico del mondo ha avuto un impatto senza precedenti nell’immaginario collettivo, certamente mai avvicinato nel secolo abbondante trascorso da allora. Nemmeno l’avvento dell’elettronica e del web è paragonabile all’urto che i film – le immagini in movimento – provocarono nel panorama culturale dell’epoca, approfittando della crisi delle strutture narrative del romanzo e del racconto, terremotate dalle avanguardie artistiche di inizio Novecento.
Ma la storia del cinema è anche la storia di un rapporto ininterrotto con le strutture letterarie che lo hanno preceduto, persino con quelle forme meno blasonate di intrattenimento – fumetto, musica pop, riviste scandalistiche e “dime novels” – alle quali generalmente veniva rifiutata la qualifica di arte.
Anche una breve ricognizione delle relazioni fra gli intellettuali italiani e il nuovo mezzo espressivo mostrerà dunque un processo di adattamento darwiniano, che parte dalla totale subordinazione culturale del film al romanzo, passa per una fruttuosa serie di interferenze reciproche, e giunge al contesto odierno, in cui la narrazione per immagini domina quale specie incontrastata. Ed è grazie a questo processo di selezione naturale che i narratori contemporanei, cresciuti in un reticolo mediale composito – fra tastiere, homevideo, web e serialità televisiva – possono saldare quel debito pregresso che il cinema aveva accumulato nei confronti della letteratura. (altro…)

CIÒ CHE DISSE IL LEGNO: TWIN PEAKS ATTRAVERSO I MONOLOGHI DELLA SIGNORA CEPPO #2

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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cooper

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[Episodio uno: Tracce verso il nulla]

I carry a log…yes. Is it funny to you? It is not to me. Behind all things are reasons. Reasons can even explain the absurd. Do we have the time to learn the reasons behind the human being’s varied behavior? I think not. Some take the time. Are they called detectives? Watch…and see what life teaches.

Porto un ceppo con me…sì. Lo trovate divertente? Io no. Dietro ogni cosa ci sono delle ragioni. Le ragioni possono spiegare perfino l’assurdo. Abbiamo il tempo di imparare le ragioni dietro il comportamento variegato dell’essere umano? Penso di no. Alcuni questo tempo se lo prendono. Si chiamano detective? Diamo un’occhiata…e vediamo cosa insegna la vita. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)

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Il ceppo della Signora Ceppo è il segno di un lutto, e al tempo stesso un’illusione di sopravvivenza. Non si ride che amaramente della presunta follia di una vedova, come non si rideva senza compassione della vecchia pirandelliana. Quel misto di sad funny che è l’impasto di Twin Peaks nasce quindi dalla capacità di trovare reasons dietro ogni cosa, anche la più strana e bizzarra, oltre l’apparente absurd dei comportamenti umani. Ci vuole però tempo, occorre raccogliere indizi, decifrare segni, mettersi al posto degli altri. È un compito da psicanalisti, e da detective. A Twin Peaks indagano in tanti, quasi tutti sono sulle tracce di qualcosa, ma le tracce si confondono, si perdono nel nulla. Serve un vero detective, e il detective arriva da fuori: Dale Cooper, agente dell’FBI. Anche lui ha una facciata di bizzarria, sorride trasognato se il caffè lo convince, registra di continuo la propria voce rivolgendosi a una misteriosa Diane. Eppure queste stranezze non lo rendono meno lucido, competente, rassicurante. Life teaches che c’è sempre qualche ragione nell’assurdità e un po’ di assurdo nella ragionevolezza. Questo gli psicanalisti e i detective lo sanno, e dopo averlo scoperto in se stessi lo cercano negli altri.

@ Andrea Accardi

Dalla parte di Fantozzi

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Quando guardiamo i film di Fantozzi ridiamo tanto, e ridendo ci sentiamo migliori di lui. C’è insomma qualcosa di distanziante nel nostro divertimento, un confortante senso di superiorità: io non sono Fantozzi, e per questo me la rido, perché io non sono così goffo, squallido, disgraziato, deriso da tutti. Qualcos’altro si aggiunge però di nascosto alla pura comicità, amareggiandola. Un vago senso di compassione davanti a tutte quelle disgrazie più o meno meritate: quel senso di compassione è il “sintomo” del meccanismo inverso rispetto alla distanziazione, e cioè l’identificazione. Come dire, anche mentre rido di lui sotto sotto io (altro…)