Pietro Russo

Premio “L’albero di rose” – La premiazione

 

Appuntamento ad Accettura il 9 agosto alle ore 18.00, presso l’ex Cinema De Luca, per la serata conclusiva del premio “L’albero di rose”, giunto alla sua terza edizione.

La premiazione si svolgerà alla presenza dei giurati e dei vincitori.

Di seguito gli esiti del concorso:

 

Sezione I – Poesia inedita Festa del Maggio e culti arborei

1° classificato Valeria Vecchie – Matriarcato

2° classificato Giuliana Abate – Abbraccio immortale

3° classificato Ione Garrammone – Il maggio

 

Sezione II – Poesia inedita “Leonardo Sinisgalli”

1° classificato Marco Mittica – Il cuculo

2° classificato Francesco Iannone – Anelli di fuoco

3° classificato Vincenzo Ferretti – La casa dei nonni

 

Sezione III – Poesia edita

1° classificato Cristina Polli – Tutto e ogni singola cosa

2° classificato Nily Raouf – L’innocenza dell’incertezza

3° classificato Pietro Russo – A questa vertigine

da “A questa vertigine” (Italic) di Pietro Russo

di Pietro Russo

Russo Cover

Ultimo testamento

It’s not time to make a change
Just relax, take it easy
You’re still young, that’s your fault
There’s so much you have to know
(Cat Stevens)

“Quindi vi lasciamo questo conto alla rovescia
di anno in anno, gli auguri, il brindisi a capodanno,
un pugno di speranze contraddette dagli oroscopi
e che altro? Rimanete imbronciati
se volete, ve lo concediamo, siete e sempre sarete
i nostri bambini. Noi i padri, voi ciò che resta.”

.

***

Dice che sono io ieri, mi augura ogni bene
questo di sbieco uscito proprio adesso
in sordina. Quasi non lo riconoscevo.
Gli perdono il sudario del letto
e i muri, con il primo sole,
un collo uterino raschiato di fresco.
Avrò scordato anche questo. Con precisione,
come sempre. Come inseguire
la fuga delle mattonelle fino allo stipite
saltandone una a ogni passo. Facendo attenzione
a non pestare i bordi se possibile.

.

(altro…)

Osip Mandel’štam, La pietra (e la parola). Recensione di Pietro Russo

Osip Mandel’štam, La pietra (e la parola)

La pietra. Testo russo a fronte Osip Mandel'Stam Il Saggiatore Le silerchieTesto russo a fronte.
Traduzione ed edizione a cura di Gianfranco Lauretano
Il Saggiatore, Milano, 2014
€ 14,00

 

 

 

«Amate l’esistenza della cosa più della cosa stessa e il vostro essere più di voi stessi». Così Mandel’štam ne Il mattino dell’acmeismo, terzo manifesto in ordine cronologico (dopo quelli di Nikolaj Gumilëv e Sergej Gorodeckij) in cui si ritrovano teorizzate le linee-guida del movimento letterario sorto nella Russia del 1911 con il dichiarato intento di soppiantare gli ultimi rantoli di un simbolismo che del resto aveva dato i suoi esiti migliori nella stagione precedente. Anche se verrà pubblicato solo nel 1919, la stesura risale al 1913, annus mirabilis per il poeta russo che a questa altezza cronologica pubblica il suo primo libro, Kamen´ (La pietra), da poco riproposto in Italia per i tipi del Saggiatore.
Sulle intricate vicende di ricostruzione filologica di quest’opera si rimanda alla Nota finale di Gianfranco Lauretano, che di questo volume è traduttore e curatore. Qui si dica solo che la presente edizione è esemplata sul testo del 1916 (seconda edizione) che a differenza del primo recupera un buon numero delle poesie del periodo preacmeista (1908-1912). Precisazioni, queste, certamente puntigliose ma utili a comprendere la struttura nonché, se è passabile il termine, l’anima di questa raccolta, la quale in effetti mostra una cesura piuttosto evidente tra i testi composti prima del 1912 e quelli scritti successivamente.
Quella degli esordi di Mandel’štam è una poesia caratterizzata da un forte afflato che si potrebbe definire senza tanti indugi creaturale, tutta incentrata come è su una dialettica, espressivamente feconda, rumore/silenzio («Il rumore prudente e sordo/ del frutto, caduto dall’albero/ tra il canticchiare continuo / del silenzio profondo del bosco…»); sulla dimensione nostalgica della memoria («Che dondolavo in un lontano giardino/ […]/ mi ricordo in un delirio annebbiato»); su immagini e metafore eteree, senza spessore, non di rado unite da concatenazioni analogiche («Forse ciò che ho di più caro/ è una croce sottile e una strada segreta»; «E la barca frusciando con le onde/ come con le foglie»; «Il mattino, tenerezza senza fondo,/ semirealtà e semisogno/ assopimento indissetato»); sulla portata universale di sentimenti essenziali («Un’inesprimibile tristezza/ ha aperto due enormi occhi»; «Non occorre dire niente/ non occorre insegnare niente»; «il destino che bussa con ardore/ alla porta proibita per noi»); su una religio da intendere, desanctisianamente, alla stregua dell’Infinito di Leopardi, ovvero come stupore dell’essere umano di fronte al miracolo dell’essere e dell’esserci:

(altro…)

Poesie di Pietro Russo

di Pietro Russo


Misura del passaggio


Quasi a passo d’uomo su alcune tratte
da Reggio a Lagonegro, circa,
siamo due pellegrini in ritardo di un millennio,
una versione, si direbbe, aggiornata
su un’autostrada che divide le scarpate
dalla costa, o taglia da una parte all’altra boschi
frutteti campi aperti. (Da qui indovino mondi
possibili nel fondale delle diottrie e
la tua paura di volare, papà, si fa radice
verticale, attrito che misura le distanze.) Così
mentre attraversiamo la perenne attività
che cresce su se stessa, negli interstizi
tra i sampietrini riaffiorano si rianimano
topografie accavallate dal tempo
e resistono, sotto le scarpe, anche al ritorno
e oltre nei panni rabberciati alla meglio
di quei viandanti introversi, fuori tempo.


Ultimissimi romantici


Rovistammo ogni vicolo della città
in punta di piedi, mimetizzati, impermeabili
o illuminando la notte con braci di sigarette
contro il profilo del mare, in lontananza.
Fu prima di arrenderci in un metro quadro.
Le facce a rispolverarle adesso
vengono fuori fuoco fuori sincro ma
campeggiano immutati i cerchi dei bicchieri
sul tavolo di legno, un posacenere colmo di mozziconi,
la scritta ‘guasto’ a stampatello sulla porta del bagno,
jazz di chitarre con percussioni varie
fuori, nella piazza in decomposizione.
«L’errore» attacca uno davanti all’ennesima bionda
già fradicio «in prospettiva, è stato accanirsi
dove restava soltanto cellulosa
affibbiare una consistenza al magma».
Sarebbe toccato alla solita puntuale aspirina
il giorno dopo dissolvere l’emicrania
e la domenica inoltrata ormai
con la nostra fame perenne di maestri
tra le partite e il telegiornale delle venti.


Un gesto


Alla fine rimane solo questo, un gesto
di pura meccanica come alzarsi dal divano
chiudere la tenda in faccia a un sole
invadente più della signora dirimpetto
sempre al balcone, un sole di gennaio
che si fa largo e rovista tutta la stanza –
il tavolo con il pc e i giornali ingialliti,
qualche pelucco di polvere negli angoli,
io spettinato e ancora in pigiama
mentre leggo un inserto culturale. Con ciò
mancavano le premesse che lo davano morto
di lì a qualche pagina per il resto del giorno, come è stato,
e che dall’oltre incorniciato dei vetri
avrei ricevuto una luce anemica di ritorno,
quasi niente, neanche la vecchia pettegola
nella palazzina di fronte.


Terzo piano


Lo sguardo si arena sempre lì.
Tra le avvolgibili screpolate e i fili elettrici
dove inizia a disertare l’intonaco.
Si abita solo nel luogo che si lascia
come nell’unico neo di fronte
nonostante gerani pervinche parabole
satellitari, tende parasole a righe verticali
e il soriano forse in parte certosino
sulla ringhiera al piano inferiore. La retina
assorbe quel clamore perentorio
l’attimo prima di scivolare – il passo
strabico non smette di approssimarsi
a qualcosa che va assottigliandosi
a poco a poco.


Sabato sera


Non c’è voluto molto a riempire il tuo quadro.
Ci siamo allungati sul divano
senza toglierci le scarpe, davanti a dei tassisti
spaesati nel giro di lancette di una notte.
Cartoni di pizze, bicchieri, un paio
di lattine vuote sulla tavola
da sparecchiare dopo. Senza fretta.
Come tutti i sabato sera da qualche tempo.
Nell’angolo con la sua coperta
Zora ci guarda come radiografandoci,
in bianco e nero (secondo alcuni)
anche se non sono Cary Grant e tu Headreuy Hepburn
per lei dobbiamo avere l’aspetto
di una coppia d’altri tempi.



Pietro Russo è nato a Catania nel 1986. Laureato in Filologia moderna con una tesi sulla ricezione del Petrarca nella poesia di Vittorio Sereni, attualmente in corso di pubblicazione presso Bonanno Editore, si occupa soprattutto di poesia italiana moderna e contemporanea. Collabora con varie piattaforme digitali con articoli e recensioni di natura letteraria, cinematografica e teatrale. Nel 2010 è uscita la sua prima raccolta poetica, Sono solo parole (Mef editore, Firenze).