Piergiorgio Viti

TRA PATRIARCHI E PROFETI, IL “SOLSTIZIO” DI ROBERTO DEIDIER (di Piergiorgio Viti)

Roberto Deidier, Solstizio (Lo Specchio, Mondadori, 2014)Leggere Solstizio di Roberto Deidier vuol dire percorrere un viaggio, un viaggio che va oltre “il tempo” e “lo spazio” e che piuttosto attraversa la meraviglia e quindi la disperazione. Molti sono i riferimenti (da Carver a Mantegna, dai profeti agli autori greci e latini, passando per le varie città dell’Italia e dell’Europa dove ha soggiornato) con cui Deidier si rapporta, in un confronto speculare e doloroso. Queste telluriche sollecitazioni, spesso del/dal passato, portano il poeta a “fissare in faccia la distruzione”: ieri era la fine di Sodoma e Gomorra, che ha tramutato in statua di sale la moglie di Lot; oggi è la società dei “post-“ (post-industriale, post-ideologica, post-moderna ecc.), “puntinista” per dirla alla Bauman, in cui il poeta, con il suo canto, prova inutilmente a risvegliare le coscienze, ma è da solo, inascoltato. C’è dunque, in Solstizio, tra partenze e arrivi, in un viavai di figure profetiche e mitologiche, la consapevolezza di un’appartenenza, uno “stare al mondo”, un “esser-ci”, difficile che in un certo senso recupera la “visio” del poeta civile proprio perché in-civile, “animale estraneo” che vorrebbe, come il trapezista di Il secondo trapezio, cercare una presa, un’ancora di salvezza (o quasi: un’ancora di bellezza, la Musa con cui il libro si chiude). Proprio Il secondo trapezio è forse la sezione più esemplificativa della poetica di Deidier: prendendo le mosse da un racconto di Kafka, l’acrobata viene presentato sempre in bilico sul vuoto, quel vuoto (culturale, sociale ecc.) che l’autore tenta di riscattare tenendo vicini, per sé e per gli altri, i suoi lettori, i riferimenti che forgiano e corroborano la sua elegante poesia. Vi è dunque, parafrasando il titolo di un testo, una “filosofia del disagio”, perché la quotidianità viene presentata come “male necessario”, in cui però   le “sillabe stellate” rendono più sopportabile il pianto, cioè la fatica di (sopra)vivere. In sostanza, per Deidier il poeta è a tutti gli effetti un eroe moderno, come l’Enea di ascendenza caproniana, l’unico capace di dire l’indicibile e in grado di varcare insieme passato, presente e futuro.

© Piergiorgio Viti

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Il secondo trapezio

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I

Non capivo quanto fosse difficile
Quell’arte di giocare con le altezze,
Di passare da un vuoto a un altro vuoto
E farne corpo, fasci, movimento.
Così scorreva intera la sua vita,
All’inizio cercando perfezione
Poi per un’abitudine tiranna.
Se era al seguito di una compagnia
Giorno e notte restava sul trapezio:
Quel poco che chiedeva come cibo
O quant’altro gli occorreva, all’istante
Gli salivano pronti gli inservienti.

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V

Non fosse stato per tutti quei viaggi
Da un luogo all’altro, così faticosi,
Se ne sarebbe vissuto discosto
Sul suo trapezio. Facevo di tutto
Per sottrarlo a sofferenze gratuite:
Per spostarci nella stessa città
Noleggiavo automobili da corsa,
Di notte o alle prime luci dell’alba
Sfrecciavamo per le strade deserte,
Mai abbastanza veloci da distrarlo.
Era un vero struggimento: sui treni
Dormiva sulla rete dei bagagli
In un vagone prenotato apposta.

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IX

Fu più semplice per me consolarlo.
Gli promisi che avrei telegrafato
Per richiedere il secondo trapezio,
Lo avrebbe trovato al nostro arrivo.
M’accusai di averlo fatto esibire
Su quell’unica sbarra solamente,
Me ne tornai a leggere il mio libro
Ma non ero tranquillo come prima:
Che quei pensieri non fossero stati
L’inizio di un tormento mai cessato?
Gli minavano forse l’esistenza?
Nel sonno dopo il pianto gl’intravidi
La prima ruga sulla fronte liscia.

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Musa

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I

Lo vedo, sei imbronciata e la ragione
Resta dalla tua parte per intero.
Le parole disperse in prospettive
Di segni scialbi, echi senza enigmi;
Di questo vuoto immagini eloquenti,
Talmente chiare da non dire nulla.

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VI

Il passato mi trattiene per mano,
Nel sonno mi congiunge con il sogno,
Al mattino dispensa adrenalina
E il presente senza te si dimena
Come un gatto accecato, perso il cibo.
Se solo guardo avanti tu non torni:
Il tuo silenzio ha un sapore di fine,
La tua lingua un mistero da evitare.

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XIII

Non ho che questi versi da intrecciarti.
Stasera il fondo urbano s’è rappreso
In un murale senza proporzione
Come un secolo storto, come un fiore
Rimasto a galleggiare sull’oceano.
Da un palazzo si affaccia un volto enorme
Ma non può minacciarti ed è incompiuto.
La mezzanotte è soltanto un’illusione.
Mentre aspetto in questa casa sottile
Sono il guardiano che nascosto compie
L’ultima ronda e incauto già s’avverte
Oltre la porta di sentirsi ancora
Diteggiare il morse d’una poesia.
Per te m’inventerei un alfabeto,
Ma arriva solo un suono di sirena.
M’accosto al legno scuro, nell’occhiello
Ti chiedo a voce bassa di tornare.

En passant, Sereni (di Piergiorgio Viti)

Vittorio SereniIn Sereni la coincidenza degli opposti è, non soltanto un apparente gioco linguistico, come in certi casi («Sono indizi di altre pulsazioni vorrei, io solo indiziato»), ma una filigrana, un fil rouge, che attraversa tutte le quattro (secondo Mengaldo) stagioni del poeta di Luino. Dunque, certamente, un percorso tortuoso che segnala un’inquietudine di fondo, peraltro propria del vivere “da morti” («Prega tu se lo puoi, io sono morto / alla guerra e alla pace»). Ecco perché, anche i tempi verbali, in un passato futuribile o presentizzato, risultano spesso s-falsati o meglio in-verati («Nella morte già certa cammineremo con più coraggio», oppure «Già un anno è passato, / è appena un sogno»). Ed ecco ancora perché la vera rivoluzione, non è più nel Socialismo utopistico, quanto piuttosto nella perenne attesa, nelle gioia delle piccole cose, come quell’«ora di settembre in me repressa per tutto un anno.»
Anche il lessico deforme della negatività («L’anima, quello che diciamo l’anima e non è / che una fitta di rimorso», oppure «Nulla nessuno in nessun luogo mai» che chiude Intervista a un suicida) esprime, piuttosto che una chiusura, un’apertura al quotidiano, alla sua rappresentazione, una Weltanschauung in grado di sondare, partendo dal “micro”, la realtà  italiana di quel periodo, impreparata, negli anni bellici e post-bellici, a eventi e cambiamenti così tellurici; non è un caso che Sereni, come ha giustamente scritto Crovi «è il poeta che ha meglio interpretato il passaggio, in Italia, da una civiltà di opzioni individuali a una civiltà di conflitti collettivi, da una cultura preindustriale a una cultura di massa…».
La dimensione privata, dunque, della guerra, del dolore, della morte, ma anche della gioia, assurge a dimensione collettiva; il verso di Sereni entra nella storia perché si fa portavoce di intere generazioni, che si interrogavano davanti ad uno specchio (esattamente come fa il poeta in Appuntamento a ora insolita), in cerca di risposte, che ancora oggi, tuttavia, continuano a sfuggirci.

© Piergiorgio Viti

“Rimi” di Gabriele Frasca. Recensione di Piergiorgio Viti

Gabriele Frasca, Rimi (Einaudi, 2013)«Amico mio ci tiene in luogo aperto/ non presi in una cella questa vita/ cui per quanto si aggrappi con le dita/ non c’è chi non le schiuda al colpo inferto.» Così serpeggia, tra le parole, Frasca, con scatti muscolari, repentini, quasi il lettore sia una preda. Proprio partendo dalla tradizione letteraria più alta, Frasca, con Rimi, muove verso la contemporaneità, attraversandola, quasi sforbiciandola chirurgicamente. Penetra insomma nella carne, Frasca, appunto come un chirurgo: è iperletterario di formazione  e contemporaneo nel risultato, rigoroso e spiazzante insieme.  «T’infestano la vita e tu con loro tutt’una vita passi a fare festa»: eccola, l’eredità barocca votata all’artificio, al chiasmo, trasferita, come un tropo, presentizzata.  Il recupero della tradizione è, però, qui, tutt’altro che archeologico: Frasca infatti riesce a semiotizzare il presente, la sua frantumazione, la sua liquidità (per dirla alla Bauman), attraverso una poesia pulsante, marcatamente post-lirica, dove si assiste alla spersonalizzazione dell’io e alla sua puntinizzazione, per riprendere ancora Bauman. Il flusso sonoro è magmatico, sorprendente, «un ritmo senza misura» per dirla alla Deleuze-Guattari che introducono la sezione Rimi (da cui il titolo del la raccolta), aprendo di fatto una raggiera di interrogativi sul futuro possibile della poesia, partendo dalle origini della poesia stessa. La prima parte del libro è, non a caso, un omaggio al poeta  barocco, e illustre sonettista, Quevedo. Nei rimandi fono-simbolici, Frasca dimostra tutta la sua perizia, quasi calligrafica, più che grafica, dell’“andare-verso”, aprendo, sulla scorta della letteratura barocca, tutto un ventaglio di possibili referenti. Rimi si chiude con una serie di traduzioni-riscritture da Dylan Thomas, protagonista, tra i più controversi, della poesia mondiale. L’autore napoletano rimane abbastanza fedele ai testi originali e  non aggiunge molto, semmai ci fosse stato qualcosa da aggiungere, ai testi dell’illustre gallese;  evidenziano però una continuità di fondo, come se Rimi, costituito da tre sezioni, fosse in realtà un unico poemetto, scritto, più che da Frasca, da Quevedo-Frasca-Dylan Thomas, in una sorta di attraversamento del tempo che è anche un attraversamento, e forse un superamento, della poesia e delle categorie interpretative stesse della poesia. Un esperimento dunque, non fine a se stesso, e non certo privo di interesse: sarà un caso che tutta la raccolta termini con un testo, dylaniano e dilaniante, nel suo interrogarsi, che chiosa con un: «Dove m’hanno condotto le vecchie parole»?

@ Piergiorgio Viti

“Le voci chiuse”, di Piergiorgio Viti e Luciano Benini Sforza

LE VOCI CHIUSE

(Comunicato)

A RAVENNA I VIZI E I PECCATI DELLA PROVINCIA
RACCONTATI DA PIERGIORGIO VITI E LUCIANO BENINI SFORZA

Andrà in scena il prossimo 10 agosto (sabato), alle ore 21,00, nello splendido “teatro all’aperto” allestito in via Galla Placidia sul sagrato di S. Maria Maggiore, di fianco a S. Vitale, nel centro storico di Ravenna, lo spettacolo Le voci chiuse, nell’ambito della rassegna  “O musiva musa”.

Scritto a quattro mani da Piergiorgio Viti con il poeta romagnolo Luciano Benini Sforza, Le voci chiuse sono monologhi in cui i penitenti confessano ad un Dio insofferente i loro vizi, i loro peccati, a volte laici. Le voci chiuse si apriranno quindi al pubblico, usciranno dai confessionali per essere ascoltate, attraverso le voci degli attori Franco Costantini e Francesca Mazzoni e saranno impreziosite dalla fisarmonica di Luciano Titi, che vanta prestigiose collaborazioni (Vinicio Capossela e Roy Paci, per citarne un paio).

L’inizio è fissato per le ore 21 e l’ingresso è gratuito, come tutti gli appuntamenti della rassegna “O musiva musa”.

LE VOCI CHIUSE

di Piergiorgio Viti e Luciano Benini Sforza

(Dio?)

Basta,
anche oggi disturbano!
Credono che esista,
però io non so se esisto o sono soltanto
fosforo.
Dovrei lavare le coscienze,
sanare piaghe e forse
obbedire,
e così sarebbe,
ma a volte mi sento
tanto umano,
da impadronirmi e poi
sperdermi
tra le vertigini.

()

Mai preso una stecca
girando il mondo,
ma quella sera il fiato
era stretto nei polmoni,
l’emozione cavava nello stomaco
un pugno dietro l’altro,
e quelle note, chiodi duri
da dire, alzarono un applauso
che ancora rimbomba
nella mia pena.

*

 

Come un guanto

Andare nel fondo della notte,
lasciando alle spalle
i rumori e le case del paese.
Nella quiete
                      che ti prende
e rovescia come un guanto.
È lì che pesa
                      il silenzio,
il buio calato
sulle scarpe
e poi dentro gli occhi.
Tenti la strada,
                          e le auto
rimbalzano la luce
come pioggia fitta
                               sul tuo passo,
sulle micce che senti
sotto i piedi.

1

A volte la bellezza
non si sopporta, è odiosa,
perché pretende
di essere guardata,
come il suo pesante seno, offerto
fieramente sopra i panni stesi,
nell’abbacinante luce
di un mattino
che prima senza peso
era.

*

Bellezza

Ormai non mi difendo più.
Fra i giorni
                    i cerchi si stringono,
gli occhi, le braccia,
un’ombra
                   e quei fianchi
si  avventano ancora
sul mio corpo,
sulla mia bellezza
cercando una sponda al piacere.
E in quell’oceano dentro
per sempre
mi hanno lasciata.                    

 

2

Abbiate pietà della mia lingua,
che spunta buoni e cattivi,
che baratta col torto
una qualsiasi verità
da biascicare
fra i tarli erranti
dei giorni
e delle panchine…

*

Chiacchiere

Non sopporto le chiacchiere,
i fatti insinuati
come sassolini
                           nelle scarpe,
righe rosse tirate dalle lingue
su quaderni vuoti.
Io sento il vuoto tutto intorno,
le punte che prepara,
le lance di sguardi, i giorni
                                              accesi o riempiti
senza criterio.
E su questo campo
                                 di fuochi incrociati
non mi do pace.

3

Ho perso in un bicchiere
lei e la ragione,
e senza più àncore
sono affondato
dove il dolore non ha voce,
e manca perfino l’aria…
Perché tutto è andato in aria…

*

(In un pugno)

Quando sei partita,
non so dirti,
un paese è svanito
                                con un’onda d’urto.
Raccoglievo i miei giorni in un pugno.
E in un pugno bianco
                                      di pillole sono restato.

4

Sciupare i pomeriggi
tra i volti imbalsamati
della televisione
o dietro ad un pallone,
dribblando avversari
immaginari.
Le ombre che mi vivono dentro.

*

(L’attore della porta accanto)

Devi vedermi
in televisione sudato, magari
                                                sciatto.
Via trucchi e vestiti di scena,
per sembrare
                       l’uomo della porta accanto.
Cammino
                 con un bicchiere pieno di vino e pensieri,
e non sono Amleto,
                                  solo un attore in risalita,
un segreto
svelato senza pudore alla gente.
                                                     Intanto
passeggio in accappatoio,
racconto i miei amori,
vivo lo spazio del quotidiano
davanti agli occhi di molti
                                             seduti in silenzio
non qui, sai, lontano…
Una volta ero artista,
                                    adesso chi sono,
se il mio talento non passa
                                            in due minuti e dieci,
veloci
           come una partenza
                                          che non si vede,
come il vento o una piuma
                                                  da una mano
                                                                          caduti.

 

5

Restituirglielo,
quel libro dovevo restituirglielo,
ma all’appuntamento è mancato…
Così
ci ho infilato due dita
ed è stato come toccare le stelle
in fondo ad un pozzo:
ho sentito un brivido masticarmi
la schiena, il corpo tremare.
Tremavo e mi bastavo,
ero muschio di me stessa.

*

Nel tuo giorno

L’acqua e il cappuccino
che bevi ogni mattina.
                                     La tazza
presa e che arriva alle labbra
ancora coperte di sonno.
Le tue colline, sai,
perché abbracciano il mare
come una madre il figlio
o una qualunque creatura
nell’universo intorno.
Vorrei essere questo
e la luce che sveglia e accarezza
                                                      i tuoi occhi,
nel tempo vicino e lontano
del tuo giorno.

6

Corrono e ruotano i numeri
fino all’impazzimento,
ma la bendata mai sfiora
me, il mio capo chino… Io sono
ciò che non accade,
un equilibrista del circo, una moneta che
si prepara a cadere.

*

(Il flessibile)

Io vivo a scadenza,
a pezzi.
              La mano
che mi dà denaro
                              può divenire
la bocca che ti addenta all’improvviso.
Un crollo, un ingranaggio rotto.
Senza centro. Slegato,
smontato come una cucina.
Qualcosa che cresce e si guasta.
Questo tempo non è il mio tempo
e saperlo
                   non basta.

7

Il negativo di una foto.
Il mondo è nero,
come il negativo di una foto.
Non vedo più, mi arrangio
con le dita, i ricordi…
Vado avanti, sognando il passato.
Le poesie dure da mandare a memoria,
le vetrate della chiesa, a sera
riempivano i pavimenti di arcobaleni,
e le ragazze che mi venivano dietro,
tra i campi, dove spartivamo l’amore
come fosse una colpa.
Lì ho conosciuto mia moglie,
ci sposammo a S. Michele,
quel giorno anche i cani fecero festa…
E ora, tra tante, è solo
una voce, una carezza a levigare la fronte.

*

Sconto

Oh se i non vincenti,
i quasi mai nati,
le ali stese o inchiodate
al viavai dei venti,
e poi
i rottamati,
                   i cammini non detti,
le ombre
                  scartate
o solo ferme al palo,
alle strade nella notte tentacolare,
tutte quelle vite
                           in movimento
come ghiaia calpestata,
come prue che non vedi
                                        scivolare
fossero invece qui da te, amico,
per trovare un posto,
uno sconto, una voce vera
nelle onde sottili,
così umane del tuo mare…

Piergiorgio Viti è nato a Sulmona (AQ) nel 1978 e risiede nelle Marche, a Monte Urano. Laureato in Storia e Conservazione dei Beni culturali, è giornalista pubblicista e professore di Lettere di scuola media. Autore di testi di canzoni e saggi critici (in particolare ha curato i testi per il catalogo sulla mostra di Pietro Annigoni, a Senigallia, nel 2010), le sue poesie sono state tradotte in spagnolo dal giornalista e poeta argentino Jorge Aulicino e sono state lette su Radio1Rai. Nel 2011 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, Accorgimenti (L’arcolaio editore), che ottiene subito una buona accoglienza da parte dei lettori e della critica. Ha partecipato a diversi reading, tra cui quello per “Musicultura” di Macerata (2005) e quello per la “Fondazione Claudi” a Roma, intitolato “Educare alla bellezza” (2011) a Villa Celimontana.
Nel 2011 ha tradotto dal francese I Preludi di Alphonse de Lamartine, interpretati da Paola Gassmann e Ugo Pagliai, per il festival di musica da camera “Armonie della sera”.
Alcune sue poesie che preannunciano se non una nuova raccolta di sicuro un nuovo percorso sono state pubblicate qui su Poetarum Silva.

Luciano Benini Sforza, nato a Ravenna nel 1965, ha studiato presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Insegna materie letterarie nella scuola pubblica e vive a Marina di Ravenna. Ha curato con Nevio Spadoni l’antologia Le radici e il sogno. Poeti dialettali del secondo ‘900 in Romagna (Faenza, Mobydick, 1996). Si occupa a livello critico soprattutto di poesia, sia in dialetto (specialmente romagnolo) sia in lingua italiana. Come poeta ha pubblicato le seguenti raccolte poetiche: Spazi e colloqui(Pisa, pubblicazione a cura del Gruppo Culturale “Ippolito Rosellini”, 1991), con cui ha vinto il Concorso Nazionale di Poesia “Galileo Galilei”; Le stanze di Penelope (Castel Maggiore, Book, 1995; Premio “San Domenichino”); Viaggio senza scompartimento (Faenza, Mobydick, 1998); Padri a nord-ovest (Villa Verucchio, Pazzini, 2004), opera per la quale gli è stato assegnato il Premio “Vallesenio”; quindi Nel fondo aperto degli occhi (Rimini, Raffaelli, 2010).
Nel 2012 per L’arcolaio è uscita la raccolta Dopo questo inverno (qui è possibile leggere la recensione di Piergiorgio Viti).

Notizie dalla necropoli (recensione di Luigi Socci)

lolini - notizie dalla necropoli

Dopo gli articoli di Piergiorgio Viti e Renzo Favaron  (leggibili qui1 e qui2), e l’interessante dibattito che ne è scaturito, pubblichiamo una recensione a “Notizie dalla necropoli” di Luigi Socci, ulteriore testimonianza dell’interesse che c’è intorno a questo libro e alla figura di Attilio Lolini. Buona lettura,

La redazione

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Notizie dalla necropoli (1974-2004) di Attilio Lolini. Einaudi pag. 189 euro 14.00

 

Attilio LoliniOpportuna autoantologia contenente un trentennio di lavoro, affidato negli ultimi anni alle amorevoli cure dell’Obliquo di Giorgio Bertelli, ma ancor più sparpagliato e disperso per quel che riguarda le prove più lontane nel tempo, apparse originariamente in edizioni semiclandestinamente autoprodotte e, a tener fede a quanto qui riportato dall’amico e autore della postfazione Sebastiano Vassalli, addirittura ciclostilate. Nel leggere questi versi vecchi e nuovi si ha l’impressione, una volta di più, che la lontananza dai circuiti editoriali più blasonati abbia giovato a questo poeta (minore più per scelta che per qualità), in posizione di sicuro spicco all’interno di una generazione più avvezza alla luce, per quanto fioca, dei riflettori. Ad una opzione di minorità consapevole appaiono già improntati i primi testi,  quelli che datano dal 74 al 90, qui raccolti nelle sezioni Da una stazione all’altra e Vesto giovane,  relativamente omogenee sui piani stilistico e tematico. Di vago sapore beat, queste prime poesie prorompono sulla pagina senza titoli, in un flusso vitalistico che azzera qualunque forma di punteggiatura,  in caratteri rigorosamente minuscoli persino in sede incipitaria, nell’uso disinvolto del discorso indiretto libero e di altri escamotage espressivisti. Aferesi ( gli spizi, gli spedali ), anacoluti, neologismi e plurilinguismo omeopatico avvicinano questi versi, seppure di tono meno apocalittico, a quelli di un altro grande irregolare della generazione anteriore: Luigi Di Ruscio. Il furore anarcoide, declinato spesso nella forma dello sberleffo politico a destra e a manca (“neppure il freddo ci stende secchi \ siamo eterni \ mister rumor” o “i poveri come si odiano tra di loro \ egregio ingrao”) ci consegna la figura di un poeta il cui esordio relativamente tardo (a 35 anni, ad appena 6 anni dal ′68), configura l’immagine di un reduce già perfettamente disilluso. Di reducismo parla del resto il poeta stesso nei suoi testi in più di un’occasione, esibendo il lutto di un nichilismo subìto suo malgrado (“ho creduto in tutto \ poi in niente \ perdonami e sopportami”), ma è curioso vedere come in questa feroce minisaga autosarcastica e nullificante (“che pena vendersi \ quando nessuno \ ti compra”) si utilizzi una strumentazione il cui valore sembra ancora percepito come tale. E sono i mezzi della poesia e della sua tradizione. Fin dal primo testo si notano infatti prestiti eliotiani (“morti noi signori e madame \ si chiude”) accettati senza furia deformante e addirittura  poi ungarettiani, (“sta sepolto \ non so dove \ e non importa”), seppur riadattati a diverso contesto, quasi ad avvalorare la propria immagine di sopravissuto alle reboriane granate di una “piccola” guerra le cui trincee si ricontestualizzano sullo sfondo delle latrine di una stazione. E non sarà pertanto un caso che in un testo dedicato a Gotfried Benn (“ma non scacciarmi \ non restituirmi \ al morto mondo \ starò immerso in te \ finchè è possibile \ senza afflizione o gioia”) si incontri la prima, cronologicamente, lettera maiuscola in un quindicennio di lavoro, quella di Benn, appunto, a voler quasi significare che nella tabula del mondo fatta rasa da uno sguardo impietosamente iperscettico, tocchi soltanto alla poesia il compito di rappresentare un ultimo baluardo, un ultimo risicato appiglio per una possibile fede. È storicamente prassi comune tra i poeti autoriduzionisti o troppo dichiaratamente intenti a svilire l’importanza della propria opera e della poesia in generale (si tratti di autori di nugae o di frammenti di cose volgari, di trucioli o pianissimi) quella di coltivare un segreto culto della stessa e Lolini non fa eccezione. I testi delle due successive (e ultime) sezioni, rispettivamente “Poesie futili” (91-96) e “Canti senza sole” (97-2003), riducono ulteriormente l’orizzonte richiudendolo in forme più brevi e regolari e drenando gli ultimi residui di vitalismo. È lo spettro della depressione che si aggira tra questi versi e tra le quattro, sempre più claustrofobiche, pareti di casa. Il pur stentato dialogo lascia il posto al monologo e la bukowskiana corte dei miracoli che popolava le prime raccolte cede il passo ai ben più muti ed inerti inquilini dell’armadietto dei medicinali. Sono le anfetamine, i colliri, le benzodiazepine i nuovi compagni di viaggio tra i mezzi toni e le timide rime da librettista lirico di un poeta autentico che sembra aver immolato la propria vita alla poesia.

luigi socci

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nota: recensione pubblicata su l’Annuario a cura di Giorgio Manancorda (ed. Castelvecchi 2005)

“Dopo questo inverno” di Luciano Benini Sforza. Lettura di Piergiorgio Viti

Luciano Benini Sforza, Dopo questo inverno (2012)Se si dovesse scegliere, tra tanti, un aggettivo per definire il poeta Luciano Benini Sforza, potremmo attribuirgliene uno in particolare: “solido”. Sì, perché lo scrittore e critico ravennate, uscito nel 2012 con la raccolta poetica Dopo questo inverno (edita dall’Arcolaio, con prefazione di Jean Soldini), sembra essere sempre a suo agio, quale che sia, di volta in volta, l’argomento da sviluppare. Nella sua opera, corposa quanto basta per farsi un’idea del suo modus exprimendi, non ci sono mai cadute di tono, arretramenti, incertezze; la sua linea, attingendo stavolta dalla geometria, è sempre, costantemente, orizzontale. Luciano Benini Sforza affronta con disinvoltura molti temi fondamentali della poesia: la natura, l’amore, la morte (una lirica, per esempio, è dedicata alla scomparsa di Amy Winehouse, definita “barcollante /neve nera”), con un rigore ed una padronanza oggi rari. Se i temi sono tradizionali, due aspetti però segnalano Benini Sforza tra i poeti più interessanti della sua generazione; sia il linguaggio, capace, come dicevamo, nella sua versatilità, di sondare tutti i territori e i registri, con inserzioni anche dal quotidiano (ad es. “Le parole intanto gli vanno a mille” in Sponde della velocità) e di arrivare perfino alla prosa, con esiti di rilievo; sia, ed è questo l’altro aspetto tutt’altro che trascurabile, la frammentazione del verso, che il poeta utilizza quasi come il suo marchio di riconoscimento, richiamandosi alle teorie “liquide” di Zygmunt Bauman, il quale descrive la società attuale come una società “puntinista” dove il concetto di tempo è discontinuo, frammentato. Ecco perché Benini Sforza, con i suoi enjambement, le sue spezzature, i suoi “a capo”, pur lasciando intatta la musicalità del verso, ci fa rimanere spesso a bocca aperta. Molte pagine di Dopo questo inverno sono dedicate a Marina di Ravenna, dove, da appartato, il poeta vive. Non si tratta tuttavia di un “piccolo mondo antico” che il poeta vuole a tutti i costi bozzettisticamente descrivere o difendere, quanto piuttosto di un’apertura al mondo globale di oggi con tutte le sue contraddizioni; parlando della realtà che lo circonda e che egli conosce bene, talora con esiti metafisici, Benini Sforza è dunque un poeta a tutto tondo, capace di essere, allo stesso tempo, “romagnolo” e “universale”.

© Piergiorgio Viti

***

Illusione

Qui non c’è un primo caduto
.                                                          in guerra
e nemmeno un ultimo.
Solo feriti e bendati,
tanti che camminano
da una strada all’altra
fischiando un motivetto all’aria,
tenendo una borsa, una sigaretta
accesa
o un giornale sotto il braccio.
Credendo magari di accendere
.                                                               e spegnere
col telecomando in mano
il resto del mondo.

*

In mezzo

Non riesco nemmeno a dire
«come stai?», perché ho la lingua bloccata.
E conosco bene questo impaccio.
.                                                                    Sono insieme ghiaccio
e fuoco che prende una casa di legno,
un bosco, sono
.                                 soprattutto un argine rotto,
il fiume di emozioni che mi scorre,
sono l’uomo caduto
e in affanno
.                         che ci nuota in mezzo.

*

Alla fine

Gli amori finiscono,
.                                          oppure
assumono altre forme,
nuove esistenze.
Il punto non valicato, la stasi
già in atto
.                     in quel momento
.                                                        diviene vento,
dissemina le carte,
.                                       le sconvolge.
Travolge l’edificio in costruzione,
insieme alla sua zona circostante.
Restano
.                 comunque le mie spiagge,
i tuoi calanchi, qualche
mattone e un messaggio civile
per il compleanno.
.                                       O le parole incise
su qualche foglio,
le notti insonni,
le onde bianche e nere che ho dipinto

e che sono a volte, sai, più forti
.                                                                 di chi non precipita.

_________________________________________

lucianobeniniLuciano Benini Sforza, nato a Ravenna nel 1965, ha studiato presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Insegna materie letterarie nella scuola pubblica e vive a Marina di Ravenna. Ha curato con Nevio Spadoni l’antologia Le radici e il sogno. Poeti dialettali del secondo ‘900 in Romagna (Faenza, Mobydick, 1996). Si occupa a livello critico soprattutto di poesia, sia in dialetto (specialmente romagnolo) sia in lingua italiana. Come poeta ha pubblicato le seguenti raccolte poetiche: Spazi e colloqui (Pisa, pubblicazione a cura del Gruppo Culturale “Ippolito Rosellini”, 1991), con cui ha vinto il Concorso Nazionale di Poesia “Galileo Galilei”; Le stanze di Penelope (Castel Maggiore, Book, 1995; Premio “San Domenichino”); Viaggio senza scompartimento (Faenza, Mobydick, 1998); Padri a nord-ovest (Villa Verucchio, Pazzini, 2004), opera per la quale gli è stato assegnato il Premio “Vallesenio”; quindi Nel fondo aperto degli occhi (Rimini, Raffaelli, 2010).

Renzo Favaron – Ciò che resta. Su “Notizie dalla necropoli” di Attilio Lolini

Pubblichiamo questo intervento di Renzo Favaron inviato alla redazione dopo la lettura del contributo (e dei commenti) di Piergiorgio Viti, pubblicato qui ieri.

La redazione

Ciò che resta – Su Notizie dalla necropoli di Attilio Lolini, Einaudi, Torino 2005.
di Renzo Favaron

lolini 2L’avvertenza, dopo aver letto Notizie dalla necropoli, è di non fare un’interpretazione in cui si vada a collocare le quattro raccolte – qui riunite – in un rigido quadro storico. E le ragioni per evitare ciò, sono molteplici. A partire dal primo nucleo della scelta antologica, dove una lettura alla lettera, non fosse che per ragioni di convenienza e di cattiva coscienza, porterebbe dritto a vederlo, se così si può dire, come un reliquato degli anni ’70 e ’80. E in effetti l’oggetto di questo nucleo è riconducibile a quel periodo ma, si badi bene, i motivi sottostanti alla poesia di Lolini, già allora, sono stratificati e hanno un’origine lontana. E dovendo suggerire una chiave, quella che appare più immediata, non sembri folle e paradossale, è la poesia religiosa del duecento. Un nome tra tutti: Iacopone.

Come il Todino, così Lolini ci offre in Da una stazione all’altra una visione del mondo degradata, dove l’amore vero è raro se non assente, dove “per i poveri non c’e nessuna storia” e “la miseria deve nascondersi bene”, il tutto espresso senza alcuna remora di fronte al rischio del disprezzo, del rifiuto, della condanna. Poesia, dunque, sciolta da pastoie ideologiche che pure riecheggiano come materia sottoculturale; non solo, ma sintomatiche di un atteggiamento che è quello di chi nega per affermare, di chi mette in primo piano figure minime e marginali per mostrarcene, insieme alla debolezza, il loro lato umano e l’umana partecipazione di colui che ce le mostra. In questo senso Lolini dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, quanto sia difficile percorrere la strada della mediocritas. Perché se è rilevabile un’indifferenza di atteggiamento, questa non riguarda certo il poeta. Come quando dice: “…per calmarlo bastava poco/ un sorriso/ diventava bello/ ti faceva vedere l’uccello/ la pelle mangiata/ da uno strano eczema”. Fuori da ogni metafora, l’universo che popola i versi di Lolini è oggetto di un disprezzo che nasce, più che da un evidente distacco dall’amore di/per Dio, dal suo non uniformarsi al gusto borghese, dove non sembra avere effetto la caritas. Efficace, sotto il profilo espressivo, è l’elaborazione di un linguaggio che non deborda negli effetti, né nella tensione iterativa e nemmeno nella sintassi. Anzi, la forza di questo linguaggio è nella compressione, così che la scelta di un registro basso si riverbera per effetto di un’implosione, di qualcosa che ha subito più di un processo sia di assimilazione sia di accomodamento e che alla fine trova la sua misura in formule minime, sentenze, punture di spillo. Valgano qui due versi di Vesto giovane, che potrebbero figurare come epigrafe del novecento (per la drammaticità di alcuni avvenimenti, tra i quali non si può dimenticare la shoah): “Solo i sopravvissuti/ hanno memoria”, dichiara Lolini e attraverso questa strofa lapidaria fagocita illusioni e utopie, così come capta e segnala i vuoti lasciati dalle loro più o meno rumorose cadute e svela i trucchi di un’epoca in cui poco o nulla sembra esserci ancora di dicibile. Eppure, nonostante la durezza del giudizio, a noi Lolini non pare che si aggiri nelle zone del “maledettismo frivolo”, come sottolinea, anche se indirettamente, Vassalli nella postafazione; nemmeno il controcanto di Manacorda, quando parla di “pessimismo frivolo”, correggendo la precedente definizione, ci pare calzante. A rinforzarci in questa convinzione, innanzitutto, è l’impianto musicale che sostiene un po’ tutta la raccolta, tanto che non è raro imbattersi in richiami espliciti a musicisti e alla loro arte; esempi che hanno il significato di forze capaci di resistere, malgrado tutto, all’azione del tempo e al suo inesorabile scorrere.

lolini - notizie dalla necropoliTornando ai testi, ecco una risposta alla presunta frivolezza denunciata: “Mozart chiudeva sempre bene/ puntava soprattutto sul finale/ allegro molto/ presto”, dove si può cogliere anche uno dei tratti caratteristici dell’universo musicale (e, implicitamente, di quello poetico di Lolini), ossia che non sempre alla leggerezza del movimento può corrispondere una leggerezza del tema. Questo contrasto, risolto felicemente dall’autore sul piano stilistico/formale, lascia comunque aperta una questione di non poco conto; nel senso che le formule tanto del “maledettismo” quanto del “pessimismo” appaiono fuorvianti se solo si considera la qualità della grana lessicale di Notizie dalla necropoli, una grana che si è formata con il concreto calarsi nell’infamia della corporeità, nel sordido e nell’abbietto del vivere, depositandosi in modo da non dire più di quanto non sia essenziale. Il poco rimasto, dunque, altro non è che il distillato di un crudo realismo, di un solipsismo che si fa giusto mezzo al di là di una concezione dell’uomo pronta a scorgere ovunque il “male” e il “nemico”, come esemplarmente espresso da questa poesia dedicata a G. Benn: “ti sento come una ferita/ non rimarginata/ un taglio sulla fronte/ ma non scacciarmi/ non restituirmi/ al morto mondo/ starò immerso in te/ finché è possibile/ senza afflizione e gioia”. Dal punto di vista letterario, possiamo ancora notare che il realismo è sostenuto da quella tensione di chi è andato oltre il limite del dicibile, ma non per questo ha deciso di tacere. Contro ogni volontà, del resto, quanto più represse, tanto più la realtà del mondo e la vita si rivelano incancellabili e inesauribili. Lo sviluppo naturale di ciò, con saggia ironia, Lolini lo riassume così: “…ora che il tempo/ è finito/ scrivi la nostra storia/ grazie tante/ parlo ancora/ ti dirò il resto/ mi detesto”. E in questo “mi detesto”, nella sua orgogliosa stringatezza, si esprime la propria irriducibilità e la lucidità di una coscienza decisa a restare vigile, per testimoniare ancora e prolungare sempre lo sguardo anche là dove non si scorge che il buio della necropoli.

“Notizie dalla necropoli” di Attilio Lolini. Lettura di Piergiorgio Viti

lolini - notizie dalla necropoliDa quando la poesia si è svincolata dalle rigide strutture metriche, talora – a dire il vero – soffocanti a tal punto da produrre fenomeni di epigonismo spicciolo, anche il metro di giudizio è andato in crisi, promuovendo al rango di poeti “laureati” copisti dal valore discutibile, e viceversa offuscando in un cono d’ombra talenti dalla luce piena. È il caso di Attilio Lolini, senese di nascita, classe 1939, che, lontano dalle vetrine letterarie, ha saputo imporre una svolta alla lingua poetica italiana, attraverso un’ironia melodrammatica e a volte decadente che fanno di lui quasi un “unicum” nel panorama poetico novecentesco. Forse il solo Raffaello Baldini, pur con dei distinguo, potrebbe essere avvicinato al toscano Lolini, che plasma la lingua, specie nelle prime raccolte, Da una stazione all’altra e Vesto giovane, con una incisività rara e in alcuni testi sorprendente. Notizie dalla necropoli, con postfazione di Sebastiano Vassalli (altro grande messo al confino – e chissà perché – dalle patrie letterarie) è insomma un’antologia di trent’anni di scrittura (dal 1974 al 2004) che chi ama la poesia dovrebbe avere, per varie ragioni. In primis, il pluristilismo di Lolini: accattivante, magmatico, capace di mescolare parole di registro basso (cazzabubboli, scartafaccio, allo spedale di v, onoriscausa ecc.) con altre più ricercate, quasi dei neologismi (allocchito, insalivato ecc.) con spiazzante facilità; in secondo luogo perché trovare così tanti elementi (quello comico e grottesco, quello epigrammatico, quello tragico) in un poeta è fatto assolutamente eccezionale. Inoltre, ciò che colpisce di Notizie dalla necropoli è la presa diretta della realtà, resa senza troppi filtri; una realtà “ai margini”, di operai che hanno un tavolo a parte, di alberghetti con lenzuola giallicce, di denti che tintinnano come ballerini di flamenco. La scrittura di Lolini, in apparenza leggera e disincantata, fa invece riflettere su un dramma che si consuma tutti i giorni, spesso a nostra insaputa: quello della quotidianità; e non conforta, anzi, lacera, pone interrogativi difficili, e, nello stesso tempo, a suo modo, ci incastra.

© Piergiorgio Viti

.

.

***

il quintaelementare ingegnere onoriscausa
(che si è fatto da sé)
(venuto su dal nulla)
apre la nuova fabbrica
elettrodomestica

ministro in vista (moro)
per i cazzabubboli
di carosello
e l’arcivescovo
a benedire le macchine
acqua benedetta selz
ti spruzza questo

operai tute bianche in vista

il tricolore sta benissimo
sulle buzze
dei sindaci di sinistra
discorso ufficiale
non va per niente male

rinfresco democratico
gli operai tute bianche
hanno un tavolo a parte

.

*

le carte i viaggi
giorni e giorni
assieme
poi sospetti
noia

scomparso chissà dove

ho qui la mappa
di pensioni alberghetti
freddi cinema
gabinetti

stazioni

ora ripetiamo
stancamente
parole
che furono
innocenti

la vecchiaia
le ha rese oscene
come i nostri volti
che la morte prepara
con accurato pudore

.

*

Poesia leucemia
ah, la tua boccuccia
che spiffera

mi sono arruffianato
uno che dicono potente

stava in disparte
mi guardava male
poveraccio

anch’io squittisco
tramo

che pena vendersi
quando nessuno
ti compra.

.

*

Flamenco

Stamani il dente che tintinnava
come un ballerino di flamenco
ha preso il volo ed è caduto
senza neppure un doveroso addio.

Stiamo a vedere cosa combina il tempo
quale faccia lo specchio ci rimanda
se la storia è davvero un otre gonfio
da suonare o bucare.

.

*

Funghi

Per non incontrare
chi va in vacanza

per fuggire
montagna e mare
facciamoci ibernare

non saranno
tempi lunghi

ci scongeleranno
quando escono
i funghi.

________________________

Renzo Favaron, dopo avere letto questo contributo, ha inviato una sua lettura del libro di Attilio Lolini. La nota si può leggere qui.

Cinque poesie inedite di Piergiorgio Viti

Presentare degli inediti non è mai facile: si ha spesso radicata nella mente l’idea che di un poeta ci si è fatti quando si sono lette le sue poesie precedenti. Eppure è subito evidente come questi inediti di Piergiorgio Viti segnino lo stacco da Accorgimenti (L’arcolaio, 2011) e annuncino un nuovo corso poetico, più narrativo; quasi ogni poesia si presentasse come un capitolo di un romanzo di formazione à rebours: il vissuto o il ricordato per dire il “da vivere” e il “da ricordare”.
I richiami alla passata quotidianità, la rievocazione di figure dell’infanzia e dell’adolescenza (con ironia e dolcezza allo stesso tempo), entrano in collisione con la quotidinità attuale trovando, a volte, il punto di forza in una sorta di immedesimazione con le forze della natura (“Proprio come certe stagioni / spalancano vetri / e sussultano temporali”, recitano alcuni versi della prima poesia proposta). [fm]

* * *

Vorrei dirti che queste tempie
avallano una circolazione,
e in un certo senso
che mi entri nei pensieri
e non chiedi “permesso” o “posso entrare”.
Proprio come certe stagioni
spalancano vetri
e sussultano temporali,
in un cercarsi di echi
che fanno di questa campagna,
di questo amore
la mia Galilea.

* * *

Ci lasciava ascoltare i Verdena
ad alto volume, il conducente del bus
che alle due ci accompagnava a casa, noi studenti
con lo stomaco sempre vuoto e gli appunti
dalle parole troncate per forza, perché il prof
andava svelto, non considerava la fatica dei polsi,
l’ammutinamento amaro delle penne.
Sembrava non finire mai quel viaggio
attraverso strade tra colline attorcigliate
e un sole di brace che avvampava i volti
impigriti dal presto. Ad ogni fermata, il sussulto
del freno costava caro, destava dal raro sonno
le prime file, e il saliscendi come perfetta danza
affrettava i passeggeri in un congedo di circostanza.

* * *

Ritratto di mia madre
(“sono un pirata sono un signore”, J. Iglesias)

Con le anche accompagnavi
le canzoni di Julio Iglesias
e lampeggiavi di sorrisi
perché quel cantante ti piaceva
e avresti voluto invitarlo anche a pranzo,
come se si potesse invitare a pranzo una voce.
Eri bella come certi ritratti di pittori,
con i tuoi vestiti comprati alla fiera,
perché le Madonne non seguono le mode:
i tuoi capelli raccolti alla vecchia maniera,
le gambe modellate dai mestieri
e dalle antiche passeggiate,
quando l’auto era ancora lusso di pochi.
Quel tempo di papaveri e fuochi,
ingoiato come un amen a digiuno,
oggi ti costringe ad una scialba televisione,
ad un torpore che trattiene i passi
e fa sognare un futuro già passato.

* * *

Certo che me li ricordo
quei giorni d’ospedale,
quattro o cinque almeno
ci hanno lasciato la pelle,
mentre le vedove
si stringevano nei golfini
e nei sacchetti del discount
raccattavano gli effetti personali.
Le infermiere ciabattavano nei corridoi,
anche la mattina presto,
quando ci si alzava
per arrivare primi in bagno
e approssimare una doccia;
poi la schiuma da barba,
passata lentamente,
come una sentenza,
orecchiando le ciance
dalla vicina camerata
dove le flebo scandivano quelle giornate
a guardare i vetri dei padiglioni,
a riempire ammutiti cruciverba,
inventando scuse
per una buona cattività.

* * *

Non andavo all’asilo volentieri,
perché le suore volevano
che indossassi quel grembiule
che mi rendeva uguale agli altri
e io invece mi sentivo diverso;
quando i compagni giocavano
io stavo per conto mio,
quando bisognava stare zitti,
a volte li infastidivo.
Ma loro – le suore intendo –
non mi punivano mai
e alle quattro, terminati i giochi,
ci facevano dormire sdraiati a terra,
in uno stanzone enorme.
Mia madre, quando era bel tempo,
nello stanzone enorme
non voleva che ci dormissi
e mi veniva a prendere;
nel buio, un rettangolino di luce:
mia madre e la suora sullo sfondo,
e io mi sentivo in colpa
di aver interrotto i sogni degli altri
di essere stato un intruso nei loro sogni.

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Piergiorgio Viti è nato a Sulmona (AQ) nel 1978 e risiede nelle Marche, a Monte Urano. Laureato in Storia e Conservazione dei Beni culturali, è giornalista pubblicista e professore di Lettere di scuola media. Ha al suo attivo oltre quaranta riconoscimenti in premi letterari nazionali (Tapirulan di Cremona, Coopforword di Bologna, Riviera Adriatica di Ancona ecc.) e pubblicazioni su siti Internet (RaiNews24, Il futurista, Sagarana, Nuoviscrittori ecc.), antologie e riviste specializzate. Autore di testi di canzoni e saggi critici (in particolare ha curato i testi per il catalogo sulla mostra di Pietro Annigoni, a Senigallia, nel 2010), le sue poesie sono state tradotte in spagnolo dal giornalista e poeta argentino Jorge Aulicino e sono state lette su Radio1Rai. Nel 2011 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, Accorgimenti (L’arcolaio editore), che ottiene subito una buona accoglienza da parte dei lettori e della critica. Ha partecipato a diversi reading, tra cui quello per “Musicultura” di Macerata (2005) e quello per la “Fondazione Claudi” a Roma, intitolato “Educare alla bellezza” (2011) a Villa Celimontana.
Nel 2011 ha tradotto dal francese I Preludi di Alphonse de Lamartine, interpretati da Paola Gassmann e Ugo Pagliai, per il festival di musica da camera “Armonie della sera”.