Pier Vittorio Tondelli

proSabato: Pier Vittorio Tondelli, Ragazze in primo piano

Passione politica

Luoghi e tempi dell’utopia. Piccole trasgressioni.
Grandi disobbedienze.

È qui, fra aule universitarie, occupazioni, assemblee volantinaggi che l’impegno dei giovani si è massivamente prodotto nel corso degli anni Ottanta. E la scrittura ne offre reperti interessanti e, alle volte, anche divertenti. È il caso di due racconti di Silvia Ballestra che compariranno nel terzo Under 25: “Cronaca de’ culti di Priapo renovati in Bologna” e “La via per Berlino”. Qui una fauna studentesca post-punk e post-dark frequenta lezioni universitarie con una certa trasandatezza, organizza degli innocentissimi strip-party alle otto di sera (come a Budapest), litiga su chi debba lavare i piatti, va avanti e indietro da casa come ogni generazione fuorisede. È un quadro ironico, divertente di questi stessi studenti che poi avrebbero dato vita al movimento della Pantera. E infatti, a ridosso delle manifestazioni dello scorso anno, chiedi a Silvia di scrivere, per il nostro libro, un viaggio delle giornate sue, e dei suoi compagni, nell’ateneo bolognese durante l’occupazione. Per vari motivi, vorrei dire, politici (e cioè non la volontà che rispetto, ma non approvo, di non “sputtanare” in pubblico un’avventura emozionale e politica vissuta come conquista personale) non se ne è fatto niente. Questa specie di reticenza o pudore è tipicamente femminile? Un ragazzo si sarebbe comportato diversamente? Non so dare una risposta.

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In Il pozzo segreto, a cura M. R. Cutrufelli, R. Guacci e M. Rusconi (ed. di riferimento), Firenze, Giunti, 1993.

Le nostre camere separate. Per Tondelli

tondelli

A venticinque anni dalla morte di Tondelli, le sue “camere separate” continuano a parlarci. Un grazie, vero, profondo, s’incide nella memoria, rileggendolo adesso a distanza di tempo. Camere separate uscì nel 1989: straziante e meraviglioso romanzo. Tondelli, che sarebbe morto di lì a due anni, ci accompagna per mano attraverso la vicenda di Leo e Thomas dentro l’anelito della felicità. Quello che tutti sentiamo: la felicità che sembra di riuscire a toccare, di avere a un passo, e poi scompare. Con entusiasmo e disperazione, è così, si va e si viene dal silenzio. Lì ci sono, in un abbraccio, amore e morte, felicità e distacco.

Dal Terzo movimento:

«Niente è più banale che dire: la vita continua. Ma lui ora sente proprio questo, perché conosce, nel mondo, delle persone che continuano».

«Allora, forse, tutta la sua vita, il suo essere separato, non è altro, come aveva compreso perfettamente Thomas, che una elaborata messa in scena della propria, inestinguibile, volontà di svanimento; la spettacolarizzazione pubblica di un complesso di colpa, di un’angoscia che lui ha sentito forse fin dal primo giorno in cui ha aperto gli occhi al mondo, e cioè che non sarebbe mai stato felice».

Ma è nel Secondo movimento che si trova il passaggio decisivo. Ci dice che la vita ci vuole, ci esige proprio, fuori dalla letteratura:

«Avrebbe preferito fare l’amore, divertirsi, espandersi in circuiti emotivi e alleanze politiche e invece si trovava a lavorare, nella contrazione e nella compressione, al mistero della propria solitudine ignaro che, così facendo, si avvicinava alla vena più solida di quella realtà separata che definiamo arte».

Grazie, Pier Vittorio Tondelli.

Cristiano Poletti

 

 

proSabato: Pier Vittorio Tondelli, 1982. RADIO ON

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1982. RADIO ON

UNO. La casa di via Fondazza è vuota; luce grigia di temporale imminente; io sto qui alla macchina da scrivere, solo; la radio è accesa, attacca “Ti ricordi Michel…”; s’alza il vento, sbattono le porte, luce molto buia; mi distendo sul letto, presenze di fantasmi, di quel fantasma; anche la mia finestra sembra respirare ritmicamente nel leggero aprirsi e socchiudersi della burrasca imminente.

DUE. Subito dopo pranzo casualmente ho sentito Sailing: Andrea, estate, già un anno, Carnaby, Mogliano, sbronze, Andrea, Venezia, vacanzine, lenti, bagni di baci, abbracci. Andrea.

TRE. Il temporale scoppia, noi siamo sorpresi in un anticipo invernale in una piazza vicentina, o in una spiaggetta romagnola, o in una via di Locarno, accanto al lago (questo lo capisco: mamma e io capitammo in un gay bar durante quel viaggio, ricordo benissimo il suo imbarazzo, bevve un caffè svelta svelta e io un’aranciata, e c’erano due uomini che si tenevano per mano e sorridevano, accennando con i fianchi un cha cha cha e, per quanto avessi solo pochi anni, capii che non avrei mai dovuto fare domande…). Ho un maglione verde e un paio di pantaloni di lino che il vento fa tremare come una bandiera, lui è ritornato fra le mie lunghe braccia; lo accolgo nel pullover, lo cullo; avrà sedici anni, venti, diciotto, ventitré, i capelli corti come i miei; siamo abbronzatissimi, fa freddo; ci bagniamo e ci abbracciamo in riva al lago; io non dico nulla, lui ha grandi occhi sbarrati; il vento si insinua fra i miei pantaloni larghi; no, forse sono solo, appoggiato a un lampione sul bordo del lago; maglione verde, questo sì, pantaloni grigio-viola, quelle topsider da barca, capelli corti, abbronzatissimo; lui adesso c’è, mi struscia; il maglione è lunghissimo, larghissimo; lui è con me; il vento è fortissimo, piove, burrasca; siamo insieme, lui dice niente, ha gli occhi sgranati, io dico niente, lo accarezzo sulla nuca; guardiamo la burrasca, il temporale; io sento, disteso sul letto, la radio accesa, le imposte della mia finestra che sbattono, i tetti rossi di via Fondazza sempre più cupi… (altro…)

Nadia Agustoni, Lettere della fine

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Nadia Agustoni, Lettere della fine. Prefazione di Renata Morresi, Vydia editore 2015

Nota di lettura di Anna Maria Curci

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Finis, fine, termine, confine, frontiera: lì si situa il punto di vista di Nadia Agustoni. L’osservatorio prescelto, segno caratteristico della sua poesia e qui manifesto sin nel titolo, Lettere della fine, non va tuttavia mai inteso nel senso comune del termine, quello che la consuetudine dà per immediato. Colonne d’Ercole, approdo, pietra miliare e d’angolo, la fine declinata in queste Lettere si palesa, più che come conclusione (e sicuramente non come interruzione del dire, come vuoto o afasia), come apertura a un altro orizzonte percettivo e visionario. Non è da rigettare del tutto l’ipotesi, al contrario, che la fine di cui si narra, da cui si narra, dischiuda un inizio, completamente diverso. C’è, infatti, nei Biglietti tondelliani esplicitamente richiamati da Agustoni, un duetto dell’autore con Ingeborg Bachmann dei racconti de Il trentesimo anno. Lì, nel racconto Tutto, proprio dinanzi a una fine, a un limite drammatico, si parla a ritroso e in avanti della speranza di ri-dire tutto con parola nuova, inusitata e veritiera. Illusione, forse, e insieme strada percorsa e da percorrere. (altro…)

“Muro di casse” di Vanni Santoni. Recensione

muro di casse

Considerare Muro di casse di Vanni Santoni soltanto un romanzo sarebbe riduttivo ma, di fatto, lo è: un romanzo contemporaneo, forte e potente come suggerisce il titolo, che assorbe e incorpora molti elementi, molte cose. Questo volume – che ha da poco inaugurato la nuova collana Solaris della casa editrice Laterza – è una testimonianza romanzata del mondo delle ‘feste’, una mappatura dei free party e della “cultura rave” degli ultimi venti, quasi trent’anni, messa a fuoco con lo strumento della letteratura che, come l’autore stesso annuncia nell’introduzione, può dirsi l’unica forma in grado di raccontare un tema come questo. L’invenzione dei personaggi e la narrazione sono funzionali a uno scopo e fanno da collante al racconto di alcuni fatti, tengono insieme documenti, articoli, ricordi, immagini e musica. Santoni tenta una formula propria, riunendo tutto ciò che ha a disposizione, interponendo le fonti, facendo spesso cortocircuitare i punti di vista (ad esempio nei dialoghi, molto efficaci) e i fatti, seguendo una sorta di flusso che poi è anche quello dello spostarsi dei protagonisti e dei personaggi, da una nazione all’altra, da una ‘festa’ a un’altra ‘festa’, senza soluzione di continuità. L’autore si arrischia nel racchiudere varie componenti in un solo libro, appunto, includendo anche la filosofia, l’etnomusicologia, la musicologia e certe riflessioni ‘politiche’, senza però calcare la mano sui generi, che non risultano quindi preponderanti ma fanno da contorno alla letteratura mettendosi a servizio di quella storia, di quelle storie che Iacopo, Cleo e Viridiana tracciano. Il risultato è convincente: i loro volti diventano dei punti di riferimento per conoscere le tribe, i luoghi di tutta Europa in cui la free tekno ha svolto un ruolo di aggregazione, unendo provenienze varie, facendole mischiare e impattare; ma il lettore si avvicina così anche alla cultura delle droghe, scoprendo la loro origine e la funzione che hanno avuto nei vari contesti “rave”, com’è mutata negli anni e perché. L’analisi critica di certi aspetti che hanno radicalmente cambiato il modo di vivere le ‘feste’ conduce chi legge al presente, al qui e ora, in cui Iacopo, Cleo e Viridiana ricordano, le sperimentazioni senza freni, un po’ incoscienti (letteralmente), ma dirette e vere. L’inversione di paradigma rispetto alle generazioni precedenti, quelle influenzate da On the road di Kerouac e da quell’“andare-senza-dove” divenuto un inno alla libertà del singolo che si fa poi plurima, nel romanzo di Santoni è definitiva. I motivi sono soprattutto storici e culturali, anche se qui si deve ricontestualizzarli di nuovo. Quando si parla di letteratura italiana si conviene sul fatto che “viaggio” e “movimento” sono diventati, negli anni Ottanta e Novanta, un vagare esperienziale con dei confini precisi, che limitano il valore dell’esperienza all’esperienza stessa; ripensando ad Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli (uscito nel 1980 per Feltrinelli) si trova la misura dell’individuale che non riesce a farsi collettivo, dove appunto quest’ultimo si è sfrangiato o infranto, dopo il ’77 e oltre. D’altronde, con quel filone siamo già a ridosso della caduta del Muro di Berlino così come accade nell’opera di Santoni (e si potrebbe dire che non è un caso la scelta del titolo, dunque); il romanzo guarda indietro, al 1989, e arriva all’oggi, fermandosi per un buon tratto tra gli anni Novanta e primi Duemila, dove il tentativo di rimettere al mondo un’”adesione a qualcosa”, facilmente, più che in passato, si è dissolto.
Può essere tuttavia utile ricordare che, nel 2005, Marco Mancassola pubblicava per Mondadori Last Love Parade – Storia della cultura dance, della musica elettronica e dei miei anni; se lo si (ri)legge parallelamente a Muro di casse si può notare come i due libri a tratti si completino, trovino punti di contatto, strade comuni, siano – insieme – dirompenti. Non si tratta soltanto di un fatto generazionale (Mancassola è nato nel 1973 e Santoni nel ’78): per scrivere questa storia “in comune” a ciascuno dei due scrittori è servito qualcosa di più, ossia l’importanza ancestrale della musica ma soprattutto del ritmo, componente imprescindibile di qualunque narrazione, letteraria o musicale, e di ogni “festa” che sia degna d’essere chiamata in questo modo. La sfida, vinta, è proprio questa: riuscire a portare agli occhi e all’orecchio del lettore la bellezza di un senso di appartenenza completo e totale, che risiede lì, dove tutto questo è accaduto, che continua nel ritmo di chi scrive, e arriva infine a chi legge perché è – soprattutto, e a chiudere il cerchio – di chi vive.

© Alessandra Trevisan

Roberto Saporito – Mi ricordo gli anni Ottanta #2

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Roberto Saporito – Mi ricorda gli anni Ottanta #2  

(leggi anche la prima puntata)

Mi ricordo un altro video divertente: quello della canzone “One Step Beyond” dei Madness…

Mi ricordo che volevo diventare uno scrittore (e poi, con calma, con moltissima calma, ci sono riuscito)…

Mi ricordo il pop elettronico degli Orchestral Manoeuvres in the Dark…mi ricordo la loro bellissima “Enola Gay”…

Mi ricordo il video dove quattro giovanissimi e scanzonati Depeche Mode cantano l’irresistibile “Just can’t get enough”…

Mi ricordo un libro molto bello: “Scimmie” di Susan Minot…mi ricordo che il minimalismo letterario americano mi è sembrato una corrente letteraria finalmente “mia”…

Mi ricordo il video “patinato” ma suggestivo di “Save a prayer” dei Duran Duran:   una canzone altrettanto “patinata” ma suggestiva…

Mi ricordo un carnevale di Venezia dedicato a Corto Maltese…mi ricordo di essere andato a Venezia vestito da Corto Maltese (con tanto di basette vere fatte crescere per l’occasione) in treno (da Torino)…mi ricordo di essere stato vestito da Corto Maltese per due giorni interi (e relative notti)…due giorni interi di viaggi in treno e “peregrinazioni” per le strade di Venezia…mi ricordo che ero in compagnia di altri due miei amici, ma non mi ricordo assolutamente com’erano vestiti loro…

Mi ricordo un’altra canzone da “brividi”: “Bamboo Houses” di David Sylvian e Ryuichi Sakamoto…un’altra canzone che “staziona” nella parte alta delle mie canzoni più belle di tutti i tempi…

Mi ricordo, ancora, i Joy Division con una canzone che già allora ti prendeva alla gola e al contempo ti arpionava il cuore: “Love will tear us apart”…

Mi ricordo “Someone, Somewhere in Summertime” dei Simple Minds…mi ricordo che era il 1982…mi ricordo che “finalmente” potevo ballare…

Mi ricordo un concerto “rumorosissimo” dei Sonic Youth al Big Club di Torino…mi ricordo che alla fine del concerto ero sicuro di essere diventato sordo…mi ricordo che per una settimana questa convinzione rimase…

Mi ricordo di aver comprato al mercatino delle pulci di Parigi il disco “Drums and wires” degli XTC…mi ricordo sempre con piacere i dischi comprati in giro per il mondo…

Mi ricordo le Brigate Rosse…

(altro…)

Reloaded (riproposte estive) #4: Xenia tondelliani!

 

Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

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Pier Vittorio Tondelli, Biglietti agli amiciBiglietti agli amici è sicuramente l’opera più anomala di Tondelli: ventiquattro biglietti, uno per ogni ora del giorno partendo dalla notte, raccolti inizialmente in un’edizione di sole ventiquattro copie da regalare il giorno di Natale del 1986. Xenia tondelliani!
Una seconda edizione, con tiratura di cinquecento copie autografate dall’autore, uscì successivamente per coprire le spese editoriali sostenute dall’editrice Baskerville. La storia della nascita di un libro particolarissimo s’incrocia in modo indissolubile con la nascita di un’avventura editoriale che assumerà il nome di un editore inglese. Niente di più tondelliano, se ci si pensa. Pier Vittorio Tondelli aveva concepito un’opera intima ma non diaristica: brevi prose che sfioravano l’aneddotica e l’aforistica senza diventare né aneddoti né aforismi; brevi prose che ruotavano attorno a un intimo gioco di citazioni che spaziavano, come d’uso in lui, dalla letteratura alla musica, dall’arte figurativa al cinema, attraversando la più intima costellazione delle auctoritates tondelliane.
Biglietti agli amici è questo: la trascrizione di un bisogno intimo di un autore che a un certo punto, con l’approssimarsi dei trent’anni (costante il riferimento all’amata Ingeborg Bachmann), sentì l’esigenza di raccogliere nell’unico modo che gli era possibile i suoi amici, riappropriandosi della parte propria depositata in loro. A questo serve il sottile e complicato gioco di citazioni, perché solo il destinatario del biglietto conosce la chiave di lettura; al lettore comune rimane la fascinazione di una prosa evocativa, e la tensione di un dettato penetrante; ma al lettore rimane anche l’incertenzza di non avere compreso bene perché non sa a chi si riferiscano quelle iniziali puntate che precedono ogni biglietto.
Solo le prime ventiquattro copie scioglievano i nomi dei destinatari. Nomi che a un certo punto rischiammo di conoscere tutti per una svista del tipografo che, pronto a licenziare la terza edizione (visto che pure la seconda andò esaurita in pochissimo tempo), sempre di cinquecento copie, non si accorse di avere mandato in stampa la prima versione (come raccontano Mario e Maurizio Marinelli in Storia di un libro, rapido contributo pubblicato nel primo numero interamente dedicato a Tondelli di “Panta”, 1992, pp. 80-83).
Leggerlo e rileggerlo senza conoscere i destinatari però non nasconde il “vero Tondelli”, come mi è capitato di leggere in alcune sedi. Davvero sapere quale dei passati suoi amori si celi dietro quel biglietto, o quale amico o amica dei primi anni, renderebbe il libro più godibile? No, io non lo credo. Sapere, per esempio, che A.T. e F.W. possano essere Aldo Tagliaferri e François Wahl toglie quel che di misterioso se non proprio misterico, iniziatico, c’è nei primi due biglietti (i due, tra l’altro, sono nominati esplicitamente nella chiusa del biglietto numero 1).
Io di questo libro amo anche ciò che non conosco e mai capirò. Amo la pagina a sinistra del biglietto, quella che mi riporta gli angeli posti a tutela dei giorni della settimana (i sette angeli che si susseguono di giorno in giorno), o i simboli che se non mi parlano la lingua che invece parlano Tondelli e i suoi destinatari, mi parlano certamente di un mondo che affascianava Pier Vittorio Tondelli al punto da fargli concepire quest’opera. Poco importa se non si comprenderanno nella loro totalità, o nemmeno in modo infinitesimale, il valore delle tavole angeliche e astrologiche che, ricavate come si sa da Barrett, accompagnano e scandiscono il progredire delle singole ore; affascina il fatto che siano là per calare le brevissime prose o gli estratti dal diario letterario (perché questo sono i brani in corsivo) in una dimensione non accessibile; siano là per staccare Tondelli dalla dimensione ‘romanzo’ quale aveva vissuta fino alla pubblicazione precedente; siano là per traghettarci nel prossimo capitolo, quello frammentario e maturo di Camere separate.

(c) Fabio Michieli

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Seconda ora della notte. Biglietto numero 2
F.W.

Ieri, domenica, a Chantilly mentre Severo rapito dal paesaggio autunnale, grigio, sfumato eppure così “tridimensionale” e profondo diceva: “È un puro Corot”. Lui si è chiesto perché da qualche anno ama viaggiare, mentre, quando aveva vent’anni, assolutamente no. E trova una ragione: quando era giovane non aveva la scrittura e era solito dire agli amici: “I paesaggi, le città non mi interessano perché non li posso far miei. Non li posso mangiare”.
Ora, invece, tutto lo interessa e lo riguarda perché ha la scrittura, ha uno strumento, ha gli occhi, una bocca, uno stomaco per mangiare e guardare la realtà. Le città e i paesaggi. Per tutto questo solo ora ritrova nei confronti del mondo esterno quella stessa curiosità che aveva nella fanciullezza. In questo il suo trentunesimo anno lo avvicina a quel bambino che era più di quanto sia mai accaduto nel corso della sua giovinezza.
Mentre scrive queste note, sulle prime pagine del libro di Bachmann, il sole è rispuntato a Boulogne.

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Quinta ora della notte. Biglietto numero 5
L.M.

Conseguenza di uno shock-Baldwin vivissimo: il plot deve essere forte, una storia funziona se ha un intreccio ben congegnato… Ho bisogno di raccontare, di far trame, di scardinare i rapporti fra i personaggi. Il fumettone mi va benissimo, più la storia e lo stile sono emotivi meglio è. Inizierei con un ambiente (gli ambienti, i paesaggi dell’oggi, ecco come manca nei libri) cioè Rimini, molto chiasso, molte luci, molti café-chantant e marchettari…”
Il 2 luglio 1979 Lui hai scritto queste osservazioni su una pagine del Diario. Ha impiegato sei anni per disfarsi di queste ossessioni. Oggi, tutto ciò non lo interessa più. Quello che invece vorrebbe scrivere è un distillato di “posizioni sentimentali”: tre personaggi che si amano senza possedersi, che si appartengono e si “guardano” vicendevolmente senza appropriarsi l’uno degli altri. E sullo sfondo tre grandi città europee…

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Settima ora della notte. Biglietto numero 7
A.P.

102. La Benda

Quando era un giovane che si esercitava nell’arte del taglio e cucito, Si Ster andò a trovare il Grande Maestro Yoshij per chiedergli il segreto della sua raffinatezza elogiata in tutto l’Impero. Con grande stupore lo vide vestito di una sola, lunga, benda bianca.
“Perché meravigliarsi?” disse allora Yoshij. “La Trasandatezza è una condizione dello Spirito. Il suo massimo grado consiste nel Sublime Trasandato il cui raggiungimento però necessita di una costante pratica di vita e di esercizio assiduo. Il Sublime Trasandato diventa allora l’agio delle cose.”
Uscendo dal tempio Si Ster vide una lumaca e fu illuminato.

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Seconda ora del giorno. Biglietto numero 14
M.M.

In quel dicembre a Berlino, nella sua casa di Koepenickerstrasse io volevo tutto. Ma era tutto, o solo qualcosa, o forse niente?
Io volevo tutto e mi sono sempre dovuto accontentare di qualcosa.

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Ottava ora del giorno. Biglietto numero 20
E.R.

Ma io volevo baci larghi come oceani in cui perdermi e affogare, volevo baci grandi e baci lenti come un respiro cosmico, volevo bagni di baci in cui rilassarmi e finalmente imparare i suoi movimenti d’amore.

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Undicesima ora del giorno. Biglietto numero 23
G.V.

Le volte che mi sei mancato… oh, non per la lontananza, ma proprio per la diversità del sentire, le volte che mi sei mancato sono esattamente questi minuti di attesa e di angoscia e di terribile lucidità aspettando un treno a Santa Maria Novella alle due e trentacinque del mattino. Ma le volte che mi sei mancato, oh, non per la lontananza, ma per questa diversità dello sguardo sono i miei occhi che tesi non vedono quasi più.

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Pier Vittorio Tondelli

Biglietti agli amici

a cura di Fulvio Panzeri,

Bompiani

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[contributo pubblicato la prima volta l’11 settembre 2012]

‘Xenia’ tondelliani! (Ri)Leggere “Biglietti agli amici” di Pier Vittorio Tondelli

Biglietti agli amici è sicuramente l’opera più anomala di Tondelli: ventiquattro biglietti, uno per ogni ora del giorno partendo dalla notte, raccolti inizialmente in un’edizione di sole ventiquattro copie da regalare il giorno di Natale del 1986. Xenia tondelliani!
Una seconda edizione, con tiratura di cinquecento copie autografate dall’autore, uscì successivamente per coprire le spese editoriali sostenute dall’editrice Baskerville. La storia della nascita di un libro particolarissimo s’incrocia in modo indissolubile con la nascita di un’avventura editoriale che assumerà il nome di un editore inglese. Niente di più tondelliano, se ci si pensa. Pier Vittorio Tondelli aveva concepito un’opera intima ma non diaristica: brevi prose che sfioravano l’aneddotica e l’aforistica senza diventare né aneddoti né aforismi; brevi prose che ruotavano attorno a un intimo gioco di citazioni che spaziavano, come d’uso in lui, dalla letteratura alla musica, dall’arte figurativa al cinema, attraversando la più intima costellazione delle auctoritates tondelliane.
Biglietti agli amici è questo: la trascrizione di un bisogno intimo di un autore che a un certo punto, con l’approssimarsi dei trent’anni (costante il riferimento all’amata Ingeborg Bachmann), sentì l’esigenza di raccogliere nell’unico modo che gli era possibile i suoi amici, riappropriandosi della parte propria depositata in loro. A questo serve il sottile e complicato gioco di citazioni, perché solo il destinatario del biglietto conosce la chiave di lettura; al lettore comune rimane la fascinazione di una prosa evocativa, e la tensione di un dettato penetrante; ma al lettore rimane anche l’incertezza di non avere compreso bene perché non sa a chi si riferiscano quelle iniziali puntate che precedono ogni biglietto.
Solo le prime ventiquattro copie scioglievano i nomi dei destinatari. Nomi che a un certo punto rischiammo di conoscere tutti per una svista del tipografo che, pronto a licenziare la terza edizione (visto che pure la seconda andò esaurita in pochissimo tempo), sempre di cinquecento copie, non si accorse di avere mandato in stampa la prima versione (come raccontano Mario e Maurizio Marinelli in Storia di un libro, rapido contributo pubblicato nel primo numero interamente dedicato a Tondelli di “Panta”, 1992, pp. 80-83).
Leggerlo e rileggerlo senza conoscere i destinatari però non nasconde il “vero Tondelli”, come mi è capitato di leggere in alcune sedi. Davvero sapere quale dei passati suoi amori si celi dietro quel biglietto, o quale amico o amica dei primi anni, renderebbe il libro più godibile? No, io non lo credo. Sapere, per esempio, che A.T. e F.W. possano essere Aldo Tagliaferri e François Wahl toglie quel che di misterioso se non proprio misterico, iniziatico, c’è nei primi due biglietti (i due, tra l’altro, sono nominati esplicitamente nella chiusa del biglietto numero 1).
Io di questo libro amo anche ciò che non conosco e mai capirò. Amo la pagina a sinistra del biglietto, quella che mi riporta gli angeli posti a tutela dei giorni della settimana (i sette angeli che si susseguono di giorno in giorno), o i simboli che se non mi parlano la lingua che invece parlano Tondelli e i suoi destinatari, mi parlano certamente di un mondo che affascinava Pier Vittorio Tondelli al punto da fargli concepire quest’opera.
Poco importa se non si comprenderanno nella loro totalità, o nemmeno in modo infinitesimale, il valore delle tavole angeliche e astrologiche che, ricavate come si sa da Barrett, accompagnano e scandiscono il progredire delle singole ore; affascina il fatto che siano là per calare le brevissime prose o gli estratti dal diario letterario (perché questo sono i brani in corsivo) in una dimensione non accessibile; siano là per staccare Tondelli dalla dimensione ‘romanzo’ quale aveva vissuta fino alla pubblicazione precedente; siano là per traghettarci nel prossimo capitolo, quello frammentario e maturo di Camere separate.

© Fabio Michieli

Seconda ora della notte. Biglietto numero 2
F.W.

Ieri, domenica, a Chantilly mentre Severo rapito dal paesaggio autunnale, grigio, sfumato eppure così “tridimensionale” e profondo diceva: “È un puro Corot”. Lui si è chiesto perché da qualche anno ama viaggiare, mentre, quando aveva vent’anni, assolutamente no. E trova una ragione: quando era giovano non aveva la scrittura e era solito dire agli amici: “I paesaggi, le città non mi interessano perché non li posso far miei. Non li posso mangiare”.
Ora, invece, tutto lo interessa e lo riguarda perché ha la scrittura, ha uno strumento, ha gli occhi, una bocca, uno stomaco per mangiare e guardare la realtà. Le città e i paesaggi. Per tutto questo solo ora ritrova nei confronti del mondo esterno quella stessa curiosità che aveva nella fanciullezza. In questo il suo trentunesimo anno lo avvicina a quel bambino che era più di quanto sia mai accaduto nel corso della sua giovinezza.
Mentre scrive queste, note, sulle prime pagine del libro di Bachmann, il sole è rispuntato a Boulogne.

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Quinta ora della notte. Biglietto numero 5
L.M.

Conseguenza di uno shock-Baldwin vivissimo: il plot deve essere forte, una storia funziona se ha un intreccio ben congegnato… Ho bisogno di raccontare, di far trame, di scardinare i rapporti fra i personaggi. Il fumettone mi va benissimo, più la storia e lo stile sono emotivi meglio è. Inizierei con un ambiente (gli ambienti, i paesaggi dell’oggi, ecco come manca nei libri) cioè Rimini, molto chiasso, molte luci, molti café-chantant e marchettari…”
Il 2 luglio 1979 Lui hai scritto queste osservazioni su una pagine del Diario. Ha impiegato sei anni per disfarsi di queste ossessioni. Oggi, tutto ciò non lo interessa più. Quello che invece vorrebbe scrivere è un distillato di “posizioni sentimentali”: tre personaggi che si amano senza possedersi, che si appartengono e si “guardano” vicendevolmente senza appropriarsi l’uno degli altri. E sullo sfondo tre grandi città europee…

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Settima ora della notte. Biglietto numero 7
A.P.

102. La Benda

Quando era un giovane che si esercitava nell’arte del taglio e cucito, Si Ster andò a trovare il Grande Maestro Yoshij per chiedergli il segreto della sua raffinatezza elogiata in tutto l’Impero. Con grande stupore lo vide vestito di una sola, lunga, benda bianca.
“Perché meravigliarsi?” disse allora Yoshij. “La Trasandatezza è una condizione dello Spirito. Il suo massimo grado consiste nel Sublime Trasandato il cui raggiungimento però necessita di una costante pratica di vita e di esercizio assiduo. Il Sublime Trasandato diventa allora l’agio delle cose.”
Uscendo dal tempio Si Ster vide una lumaca e fu illuminato.

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Seconda ora del giorno. Biglietto numero 14
M.M.

In quel dicembre a Berlino, nella sua casa di Koepenickerstrasse io volevo tutto. Ma era tutto, o solo qualcosa, o forse niente?
Io volevo tutto e mi sono sempre dovuto accontentare di qualcosa.

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Ottava ora del giorno. Biglietto numero 20
E.R.

Ma io volevo baci larghi come oceani in cui perdermi e affogare, volevo baci grandi e baci lenti come un respiro cosmico, volevo bagni di baci in cui rilassarmi e finalmente imparare i suoi movimenti d’amore.

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Undicesima ora del giorno. Biglietto numero 23
G.V.

Le volte che mi sei mancato… oh, non per la lontananza, ma proprio per la diversità del sentire, le volte che mi sei mancato sono esattamente questi minuti di attesa e di angoscia e di terribile lucidità aspettando un treno a Santa Maria Novella alle due e trentacinque del mattino. Ma le volte che mi sei mancato, oh, non per la lontananza, ma per questa diversità dello sguardo sono i miei occhi che tesi non vedono quasi più.

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Pier Vittorio Tondelli
Biglietti agli amici
a cura di Fulvio Panzeri
Bompiani

Torino e la sua “meglio gioventù”: la trilogia al contrario di Giuseppe Culicchia, vol.1 di Alessandra Trevisan

a Federico M., che m’aiuta a leggere il mondo.

Molto spesso il mio essere sociale
presuntuoso si chiude in bagno,
a pettinare tutte le sue noie
che sono funzionalità.
Rachele, Moewy

Alienazione, mancanza di centro e di senso, insoddisfazione sono i tre focus di Tutti giù per terra. Uscito nel 1994 per Garzanti questo romanzo narra il disincanto e il tentativo di interpretare la realtà di Walter, ventenne studente di filosofia a perditempo nella Torino tra anni ’80 e ’90. Squattrinato e straordinariamente ‘normale’, annoiato e solo, Walter vive in un quartiere popolare, è figlio unico e incompreso in famiglia, e può contare solo sulla progressista zia Carlotta, punto di riferimento per la sua maturazione. Una vera opera cult di fine secolo questa (assieme alla coeva Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi), che ha segnato l’esordio del giovane Giuseppe Culicchia, e da cui il regista Davide Ferrario nel 1997 ha tratto l’omonimo film con colonna sonora dei C.S.I. Classe 1965 e allievo di Pier Vittorio Tondelli, Culicchia ha sempre perseguito una carriera letteraria autonoma e quasi del tutto Torino-centrica: dal lato opposto rispetto al noto fenomeno dei Cannibali ha proseguito il postmoderno tondelliano, pubblicando alcuni romanzi generazionali molto significativi che inquadrano letterariamente utopie, illusioni, necessità e speranze di almeno due intere generazioni, e che lo avvicinano dunque a opere di autori coetanei o quasi. In Culicchia c’è la frammentarietà dell’esistenza ultramoderna, c’è il nichilismo volgarmente inteso, la complessità dell’incrocio tra vita e ‘comunicazione multipla’ dettata dai mass media, e c’è in particolare in Tutti giù per terra una sfocatura del reale vissuto freneticamente ma senza direzione. Si veda l’incipit, a pag. 13:

Giro giro tondo, casca il mondo…
Verso la fine degli anni Ottanta il mondo pareva proprio sul punto di cascare e io nell’attesa mi limitavo a girare in tondo, giorno dopo giorno. Facevo sempre più o meno lo stesso percorso. Senza una meta. Ogni giorno le stesse vie. […] ero solo libero di non far niente. […]
Via Po piazza Castello via Roma. Piazza San Carlo via Carlo Alberto via Lagrange. Piazza Carignano piazza Carlo Alberto via Po. E poi di nuovo: piazza Castello, via Roma, piazza San Carlo. Tutti i giorni. Giorno dopo giorno. Chilometro dopo chilometro. All’infinito. […] Non volevo un lavoro da commesso. Non volevo fare carriera. Intanto però la mia gabbia era la città. Le sue strade sempre uguali erano il mio labirinto. Senza un filo cui aggrapparmi. Senza più niente da vedere.

 

Walter vaga senza meta alla ricerca di un’identità, si sente senza scopo, è smarrito in se stesso, e la città non è altro che un grande contenitore che lo rinchiude. Torino è decadente e isterica: è una città malata, e Davide Ferrario ne mette in scena l’agonia con un montaggio sperimentale e avveniristico, che segue un ritmo rock ‘n’roll e dà maggior verità ai conflitti di Walter, la cui rabbia è costantemente repressa, la cui quotidianità precaria è accettata passivamente: Walter è la ‘meglio gioventù’ figlia di un tempo in cui vige l’apatia, in cui non ci sono spinte ideali né alternative, se non la noia nei confronti di ogni cosa. Un tempo attuale, dunque. Negli stessi anni ad Aberdeen, nello stato di Washington, USA, Kurt Cobain urla il proprio dolore: la periferia è lenta, grigia, senza futuro (ancora); ha le sembianze ‘al limite’ descritte nel romanzo di Tommaso Pincio Un amore dell’altro mondo (Einaudi, 2002), ha la stesso sapore che lasciano sulla lingua i versi di Morire di noia di Giorgio Canali. Il grunge di Cobain e di quella generazione è ancora oggi la forma di rabbia giovanile a noi più vicina nel tempo, una ‘presa di coscienza immatura della musica e della realtà’, una ‘distorsione della gioia di vivere’ che invade la vita, la segna e resta dentro. Nel suo romanzo d’esordio – primo di una sorta di trilogia inversa di cui parlerò, approfondendo quest’interpretazione, nel vol. 2 e nel vol.3 – Culicchia incrocia non solo l’anima grunge ma anche l’anima d’un altro movimento che non aveva esaurito il suo potenziale violento-ossessivo-macina realtà: è la controcultura punk, che a Torino e Milano continua ad avere discepoli anche nei tardi anni ’80, quando il ‘no future’ affiora nel grunge. Ma c’è dell’altro, perché l’opera prima dell’autore torinese è impregnata anche di elettronica, di suoni sintetici che abbracciano quelli ruvidi, suoni che calano nel corpo alla velocità d’una pasticca: Culicchia non dimenticherà mai queste eclettiche inclinazioni musicali, protagoniste di altre opere mature e molto più che ‘colonne sonore’. E si può dire infine che Walter sopravviva e viva incontrando ben tre subculture, e tuttavia non abbracciandone nemmeno una, ma scegliendo di elaborare una personale visione del mondo, altra, profondamente autentica.

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Nato a Torino nel 1965 Giuseppe Culicchia è ormai considerato una delle voci più autentiche della narrativa italiana degli ultimi anni. I suoi racconti figurano nelle antologie Papergang Under 25 III pubblicata da Transeuropa Edizioni nel 1990 a cura di P. V. Tondelli (1955-1991), e ispirato da autori come Hemingway, Carver, Bukowski e Bret Easton Ellis, ha esordito nel 1994 per Garzanti con Tutti giù per terra, caso letterario del decennio e vincitore dei Premi Montblanc e Grinzane Cavour; ha pubblicato per la stessa casa editrice Paso doble (1995), Bla bla bla (1997), Ambarabà (2000) e Il paese delle meraviglie (2004), Un’estate al mare (2007). Per Laterza, nella collana Contromano, ha pubblicato Torino è casa mia (2005), Ecce Toro (2006) e per Einaudi ha tradotto American Psycho e Lunar Park di Bret Easton Ellis. Recenti i suoi romanzi per Mondadori Brucia la città (2009) e Ameni inganni (2011) e per Feltrinelli il reportage narrativo Sicilia, o cara. Un viaggio sentimentale (2010). I suoi libri sono stati tradotti in Francia, Germania, Olanda, Grecia, Spagna, Catalogna e Russia. Giuseppe Culicchia collabora con numerose riviste e quotidiani, tra cui «La Stampa».

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note:

*Rachele è contenuta in L’importante è la salute, autoproduzione, 2009, da ascoltare qui: moewy.bandcamp.com.
**Il ritornello di Tutti giù per terra recita così: «Come non sapere come non farsi fregare/ Come non potere avere niente da imparare/ Come non voler sentire quello che è da dire/ Come non trovare mai la forza d’affiorare.» La soundtrack del film è affidata, tra gli altri, a C.S.I., Marlene Kuntz, CCCP, Üstmamò.
***‘Rovesciamento della violenza espressiva’, frammentaria e assolutamente originale, nuova, unione di ‘ribellismo autodistruttivo e ‘arte “del sangue di platica”’: così definisce il pulp-cannibale italiano Fulvio Panzeri in «Avvenire», 14 gennaio 1997. Gli autori che per primi han dato vita a questo movimento, partecipando anche all’antologia Gioventù cannibale (Torino, Einaudi, 1996) sono almeno sei: Tiziano Scarpa (1961-), Giuseppe Caliceti (1964-), Niccolò Ammaniti (1966-), Aldo Nove (1967-) e Isabella Santacroce (1970-).
****su Pier Vittorio Tondelli (1955-1991) si è detto sempre tanto, ma ricordo qui che è considerato il primo ‘autore giovane’ italiano del Novecento. Pubblica Altri Libertini per Feltrinelli nel 1980, cui seguono opere importanti, anche di teatro, e scritti attorno alla letteratura. Sorta di ‘talent scout ‘ letterario, è stato tra i primi ad integrare nella propria opera il postmodernismo inteso come «millenarismo alla rovescia, in cui le premonizioni del futuro, catastrofiche o redentive, hanno lasciato il posto al senso della fine di questo o di quello (la fine dell’ideologia, dell’arte o delle classi sociali; la “crisi” del leninismo, della socialdemocrazia o del welfare state, ecc.)», definizione di FREDERIC JAMESON, in Postmodernism, or The Cultural Logic of Late Capitalism, «New Left Review» 146 (1984), trad. it. Il postmoderno, o la logica culturale del tardo capitalismo, Garzanti, Milano 1989, p. 7.