Pier Maria Galli

Pier Maria Galli – inediti (post di Natàlia Castaldi)

Joseph Kosuth - chair

Joseph Kosuth - chair

[gli studi più recenti sull’aria che riposa in una piazza deserta implicano uno stupore fisico, poiché fissano il colore del cielo ad un corpo scomparso (sebbene si tratti dell’immortalità lungo un’intera giornata)]

*

‎[i luoghi sono l’atteggiamento / terreno di un pensiero. / l’ombra di una sedia che non c’è / e il pomeriggio sul tuo seno]

*

forse era l’inizio di una sedia. prendi una stanza vuota
e al centro qualcosa che quando taci ti assomiglia. poi
possiamo solo scrivere che c’è una finestra, una finestra
da dove verrebbe quel chiarore delle cose, quelle cose
sopra le quali potremmo posare le mani, quelle cose che
ci direbbero che noi saremmo lì, dove c’è una finestra che
dà su una stanza vuota dove al centro quel sembrarci
di parole che fanno i luoghi del leggere, delle pagine che
ci nascondono alle mani e di tutti quei nomi che avevamo
prima che la sedia nascesse, lì dove ora sediamo, a volte
tacendo, a volte dialogando, soli di noi al centro di quella stanza
troppo nuda che è quella sola finestra da cui oggi ti scrivo
spiazzato dal malore infinitamente bello di quella sedia che ora c’è

*

Joseph Kosuth - light

Joseph Kosuth - light

.

.

[campagne commerciali e molteplici depliant sui cieli

– eppure basterebbe una bocca &
l’O di meraviglia a difesa dell’orizzonte]

*

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.

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(inverno con figure di vivi)

[questa assoluta dedizione a osservare
i passanti di plaza del carmen &
i finti cavalli delle giostre sulla
promenade des anglais – (al volo
covare un filo di vita &) esperti
a sbilanciarci vicino alla creazione
in miti punti geografici (noi/nei sulla pelle).
così venti artificiali queste voci d’inserti
dai nostri corpi (spaziosi) che sono
una specie di posto, ma
da nessuna parte]

*

‎[dentro una pagina
mi chiedi se fuori piove.
poi fuori piove davvero
affinché tu esista
sino a scriverne]

*

Silvia Lagostina

[elogio (privato) alla Satureja hortensis L.]

cresce una sera sola all’anno, tra le imbottiture del divano. può tuttavia impossessarsi di molte pagine rilegate nella brossura di una gonna (casomai tu sedessi accanto a me). le foglie vanno raccolte poco prima della fioritura (tra le 22.30 e le 23 di quell’unica sera) e le infiorescenze in piena fioritura (tra le 6.30 e le 7 del mattino successivo). si essicca in mazzi appesi in luoghi ventilati e ombrosi (come dentro una bocca che ci dissemina spontaneamente vagando nelle camere). quindi a mazzetti tra le dita si posi in una busta (e lì in quell’armadio che sappiamo, per le nostre cattive stagioni)

*.

.

Frammenti da autoritratto - Pier Maria Galli

Frammenti da autoritratto - Pier Maria Galli

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[ora che si saprebbe cosa dire e se ci fosse un margine alle mani quindi ti scrivo c’è un margine alle mani e se ci fossero i lati del foglio quindi ti scrivo ci sono i lati del foglio ora che si saprebbe cosa dire è un rumore che si posa lui che scrive se ci fosse una mano che ti scrive quindi ti scrivo c’è una mano nel foglio che ti dice ora che si saprebbe cosa dire ed è un rumore che ti sposa
lui che scrive]

*

‎[5 semplici righe perché è un quasi sera, ed è inverno.
perché oggi potevo potarti le rose
con l’equilibrio di un bambino e non l’ho fatto.
perché è di un’irresponsabile bellezza
la sciagura di certe felicità inconsolabili]

*

‎[l’odore delle bocche

di mattina presto

è una camera d’albergo,

una stanza che forse

darebbe sul mare, e

tu che ancora dormi

ed io che scrivo

questa fame di restare]

(2011)

*

[sfere esitate i tuoi seni / per ricominciarti ogni volta / daccapo, finché e senza cessare / ti spoglia un vento / che solo immagina di esistere]

*

cielo coperto, scrisse - Pier Maria Galli

cielo coperto, scrisse - Pier Maria Galli

‎[sono dentro le 5.58

di questa mattina e devo scriverti

in fretta una poesia,

pubblicarla sulle tue mani

che stanno su fino al dove tu leggi

prima che io ne esca senza sapere più

dove mi trovo,

in quale secolo,

in quale uscita da te, in quale

cosa o rumore,

il tempo non è mai questione di tempo

ma l’atto di una parola,

la durata di un foglio,

sapere da quali mani

cessando di scrivere sono caduto]

*

.

.

(lenzuola sfatte quando tornavamo, poesie abbandonate, uccelli di mare sul tavolo d’inverno, i rari passaggi da un cielo all’altro, voci nei corridoi e tendaggi e nient’altro, solo un limone nell’angolo buio della stanza, seni e una cesta d’uva per le labbra, odori all’orecchio della rosa, bel tempo di colline e l’avventura dello sguardo, tavolini sul lungolago inventati dall’inverno, ombre cancellate dal vento, paesi d’estate senza librerie, decorazioni sul viso ma niente sorrisi, dita che si manifestano in una mattina di pioggia, la mano aperta è un tempo nella poesia, quei baci come un gesto inconsueto, neppure per gioco il cielo ci sarebbe stato diverso, parlarti a lungo di gemiti senza una storia in bocca, la campagna che cammina rasente i muri del porto, accarezzarti il collo e poi sparire, il davanzale indifeso per tutto quello che vedevamo, lo spogliarsi degli specchi così da assomigliarci, quei grammi del tuo seno nell’ossessiva solitudine della folla, tutta quella bellezza solo intravista perché troppo sparita, ecc. – era ieri poco fa)

*

(cronaca da questo inverno)

[cosa ci fanno per strada
le strade in inverno
se mi sposti da un ramo
all’altro, scrivendomi
i primi rilievi di foglia,
i brevi seni alla tua ombra.

così accostami al vento,
diminuiscimi all’esodo
del tuo giungermi. sino a
quell’attenuarmi in disarmo
sopra ogni singola cosa
dentro al corpo che ti assegni]

*

‎[adesso il vento torna di corsa /nel cielo annoiato. / un’aria macchiata che chiami /col nome di una volta. / forse la stessa malinconia / ora moltiplicata per zero. / qualcosa di udito per maltrattare l’infelicità / quand’eri bambina al posto di te]

*

foto: Silvia Lagostina

foto: Silvia Lagostina

[ per inventarsi una bocca. non basta trovare una fessura a caso. bisogna modellare lo schienale ]

*

[le labbra non hanno, le labbra non hanno alcunché. / membrane come tu pensi il mio cortile ed il cielo, / lì dove il cielo sparisce nel cortile e lo chiami orizzonte. / perché siamo solo labbra, questo dirti, / quando solleviamo la bocca per respirare / come alza il cielo dal cortile quell’orizzonte che ci fantastica, / e lo chiamiamo amore]

*

uscita a vedere
ti siedi nei suoi occhi

(quella cosa aperta 24h su 24
senza mai pentirsene
che chiami cielo)

*

(invernale e privatamente, ore fa)

resto impigliato per un fianco.
dita come rami.
calore che non c’è nel pieno gelo
d’un tronco se solo le mani
non spiegassero le foglie
che t’inventano

*

studio bibliografico i bevitori di stelle (2007 - 2010) - Pier Maria Galli

studio bibliografico i bevitori di stelle (2007 - 2010) - Pier Maria Galli

(…oggi la curvatura dei rami d’inverno è un garbo dei tuoi seni, ti scrivo, quel nudo esiguo e mai recente. tuttavia nell’orbita immaginaria delle foglie osservi l’aldilà della stagione, ti dico. lì restano gli stessi rami, e quel loro curvare dove io mi assiepo senza strafare, e dove tu sei davvero seni sgorgati nel mio breve, e poco dopo volti a sagoma di boschi nel vivo di una mia mai poesia…)

(da un taccuino che non c’è, Orta 30.01.12)

*

‎(consolano queste mattine fatte d’inverno e di un chiaro bisbigliato e cedevole, le tue nudità per sentito dire)

– così dietro i vetri di questo restare –

[scriverti che l’infelicità / è solo un attimo disordinato / di meraviglia. la camicetta / che qualcuno ti apre, ed / entra solo qualche giardino / rimasto tra i rami / dopo una giornata di vento]

*

.

bellmer

.

..

bellmer by p. (e una nota) (2007)

(1 bocca e seni e molteplici seni
dove un lavandino sbiadisce,
piano pianissimo,
nell’ora di chiusura dei testi.
poi il mio vocabolario consiste
di sole immagini,
spinte verso il basso
dalla folla muta dell’acqua
alle 11 della mattina)

*

.

.

[lirica n. 0] (61)

‎nei vestiti rimasti per terra
non giunse nessuno,
nemmeno il profondo delle ascelle
o un tono di seni.
sarebbe bastato le chiedesse
– in che nudo esistiamo

*

[lirica n. 0] (93)

qui da dove ti scrivo piove da giorni, e null’altro,
perché la nudità è una sosta,
quei seni retrocessi sino a sbottonare la pelle.
e dopo la mia finestra, in verità,
c’è solo un lievissimo maltempo,
e momenti sul petto,
come ti si oscurassero i seni nell’ombra che fanno le ossa

*

lirica n 2 - Pier Maria Galli

*

[lettera n.0]

all’interno hai tutto, perfino quell’ulteriore corpo di donna che ha la forma svestita delle mie mani. fuori quei due limoni posati sul tavolo e che ti fanno da seni. e come passando da una camera all’altra mi restano in cima alle dita, lì dove hai messo a tacere il chiaro delle cose, ma solo un’impressione di finestre dove stanno le tue più nude pareti

Appunti – di Pier Maria Galli (post di natàlia castaldi)

[tentativo di poesia improvvisa e marginale]

Chris Simpson

non è certamente qui. il carico di una poesia, il peso
di una persona amata fino a notte, quella prima luce
che s’infila spaesata tra le persiane, non è
certamente qui, questo coricarsi nella mattina.
tra qualche sponda più in là, o forse solo poco più in alto,
il lago non ci sarà più, così il dolore di scrivere
cose piene e leggerissime, benché ogni mattina il lago
riempia le sponde di sempre, e non muti nulla,
gli amanti perbene delle domeniche pomeriggio
(purché ci sia il sole, purché ci siano delle mani
da intrecciare) e non certamente qui,
dove noi torniamo, deserti e consapevoli, ad osservarli
appena più in alto di noi, dove il peso di tutte le poesie,
il tuffo quasi per gioco nelle acque dileguate
*

(appunto n. 0)

a volte più di quando scriviamo
siamo poeti mentre leggiamo qualcosa.
e c’è qualcuno che ascolta.
è una questione di rumori la poesia.
e di oggetti nudi che ancora
dobbiamo imparare ad amare.
e come basta una lettura segreta
perché si ricomponga la scena,
perché la pagina che piano ci gira
torni nella sua forma ubbidiente.
così il tono di madre del mio letto sfatto
questa mattina, o la folata di un abbraccio
appena svegli del primo caffè
a picco sul chiaro della mia tazzina

(2007)
*

[appunti]

.

manca al ritratto la donna alla fermata dell’autobus.
prendi in considerazione, quindi, il cordoglio dei carnefici
qualcuno potrebbe giungere all’espressività
di una donna che non c’è
alla fermata dell’autobus
la donna (possibilmente) alla fermata dell’autobus dice:
hanno scritto tutto.
poi l’abbiamo distrutto.
è tutto da ricostruire,
e questo è creare
credo sia stata la szymborska, rivolgendosi ai suoi personaggi
(e di questo ne sono certo, erano i suoi attori ad ascoltare), ad aver sentenziato la
medesima suggestione.
penso ad “effetto notte”. poi dico che questo
nella poesia non è possibile,
scriverne una descrivendo qualcosa o qualcuno che scrive a sua volta una poesia
tuttavia potrebbe accadere alla fermata di un autobus una donna
(restiamo concreti)
tutti gli orizzonti possibili da dove sarebbero giunti i pescherecci.
quindi la donna si sedette sul foglio, ad aspettare
(e questo sconfesserebbe me e la szymborska)
(qualche mattina indietro leggevo simic raggomitolato sul divano.
il rumore di un tagliaerba che giungeva dal giardino vicino
sfogliava le pagine,
senza rifilarle)
casomai la donna alla fermata dell’autobus
nel ritratto che non c’è crea il terzo movimento della sonata op. 40
di schostakowitch nella sua durata di sette minuti e 24 secondi:
il tempo di dirgli le lenzuola in autunno (e come
noi
risaliamo ai rami)
…….

(altro…)

[risentimento dell’arte, lettera ad ardengo soffici (2004)] – Pier Maria Galli (post di natàlia castaldi)

Ardegno Soffici – Chimismi lirici

(è un semplice esercizio/precipizio amoroso verso ardengo soffici, a cui devo, talora privo di innocenza e consapevole, il gusto dello scrivere. E l’entusiasmo infantile tra le mie mediocrità di aderire ad una letteratura perdente, orta, dicembre 2004)

.

supponi un luogo ed un movente di risa ed è di un’estetica cinematografica
:fanali in corsa
tra le vite di un caffè & toilette di tipografie
tra modiste fuori moda & vetrine dei pasticcieri:
retribuire i pensieri di vecchie réclames in via ricasoli 8
sbiadite tra le cosce di firenze e
limitare il rendimento di questo millenovecentodiciannove
ai colori mediocri delle copertine di una zigzagante vallecchi come
alla risonanza tra letto e soffitto dei suoi piccoli seni
da modella infarinata in clown
o portalettere di terre postume,
bassorilievi da redazione le bambine carburante che ti desistono
e ti braccano tra i turbamenti delle colline papiniane
che tagliano l’orizzonte a lamine flaccide, a metafisiche sanguinose.
ancora segatura sui pavimenti dove si agitano suole e versature intentate
a cui le rotative dei bar devono la simultaneità della distribuzione tra visi briachi.
e osservare quanto tra le pareti di testi a piede libero
una gendarmeria possa attrezzarsi a te
monumento a cose ardite, fantasma fallito o
in ordine maniacale
giostrare dei sensi a burrasca di mandorli in fiore.
la tua uscita di scena da una fessura tra i denti
odora al dettaglio di modernità affinché tu possa diffondere attrattive
reclamismo di mitologie
luna-park di meteostupori meccanici:
. avvizzisce il cocchiere venuto da kief in tasca di marinetti
per non aver nulla più da dire e da fare tra
l’avventurarsi in primavere a schiera sulla pallida schiena toscana.
&
mi farò allora un vestito favoloso di vecchie affiches
pantaloni a cornice sur la mer
ed il fumo di una sigaretta che rimescola i colori sui muri
della camera 19 de l’Hotel des Anglais a Rouen
tanto da sfilarmi fuori dagli hangars della poesia sul labbro delle folle.
filmo sul quai notturno la guerra & la performance da acrobata dei tuoi abiti neri:
ti scagiona il pretesto dell’arte dai crimini della verità.
Fuorigioco dei torti. E dei forti.
Il battere delle tue ciglia sul tavolino e le poche risorse dei fogli.
al di là dei vetri l’antico paese da cui dici è di coccio.
E descrive finestre spalancate sul nulla di mezzogiorno
in sgrammaticate quartine da viaggio.

è proibito parlare al manovratore.
così ti scrivo dal confino delle tue mani

*

Pier Maria Galli (dicembre, 2004)

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Di ieri e di oggi, che poi è lo stesso – Appunti improvvisati – poesie e prose di Pier Maria Galli (post di natàlia castaldi)

Le rose precipitate – foto di Pier Maria Galli

 

[appunto improvvisato ora, perché non si ascolta se lo leggi]

da quale vento, e prima che l’aria possedesse un qualsiasi
movimento o squarcio tenue dove entrarvi, potremmo essere piegati
o anche soltanto scivolati nell’attimo successivo, quell’attimo
che è sempre più recente di noi che stiamo sempre quei pochi passi indietro
rispetto al punto più sensibile dell’assoluto da dove giungono sempre quei venti
che non hanno mai avuto inizio né cielo e quell’ora stabilita che meriteremmo
che è poi quell’aria che è un tempo che respiriamo, che è adesso

(ora, da mattina)

*

[gesto n. 8 (forse nel 2005, forse ora, forse mai)]


prima i tuoi seni smontati sul comodino.
poi le singole parti di una caffettiera
questa mattina alle 6.45.
come una trama a parte,
occorrerebbe ricostruire pezzo per pezzo
in cima ai tuoi capelli il viso e
la distanza esatta tra il mio letto e la cucina,
e l’occorrente per fare
la tua molteplice bocca.

(quasi spiegarsi a gesti
per farsi capire
dalla parola amore)
*
(un film sulle acque emerse)

c’è un’ora che è mattina
dove il film esita e
ogni grammo della pellicola
finisce lì.
ci sono due attori che si amano.
è in una certa ora della mattina
che precipitano lì
dove le mani e le labbra
hanno peso.
il paesaggio di canneti dà su una finestra
che è il pretesto degli amanti.
lui e lei dialogano di parole che cadono
verso la parte più bassa della pagina,
anch’esse. come loro che parlano.
come la finestra che li contiene.
scrivono i loro corpi
interamente e inseparabilmente. lì.
in quel punto della mattina
dove nessuno osserva gli amanti.
e l’acqua non ha più parole.
lasciando i due attori che si amano e
come per davvero
in una statura di cose non dette
che è estremamente più alta di loro.
dunque
una linea ascensionale di pioggia
li spinge a metà di quel film
che si epiloga così come procedesse dopo
sulla luce bagnata di un lago
dove in un’ora che è l’intera mattina
si appoggiano sul fondo senz’aria
delle loro bocche e senza annegare

(giugno 2005)

*

(altro…)

Pier Maria Galli – Posso leggerti qualcosa? (post di natàlia castaldi)

1)
posso leggerti
qualcosa?

2)
oppure dimmi come stai.
bene male così così.
perché non si sa mai dopo i corpi più frequenti
cosa resta

3)
certo, i tempi potrebbero essere migliori.
prendi le 8 caffettiere sopra il mio lavandino o
quel tuo vestitino grazioso
che sembra fatto apposta per i miei divani compiacenti.
ma probabilmente è solo una proposta indelicata
quel corpo eccitato della voce
che affonda schiantandosi contro i miei giorni più tranquilli

4)
casomai calarti nei panni
della signorina richmond

5)
quindi decidermi, e magari dirti come mi sento.
male bene così così.
perché non si sa mai cosa tu sai.
sebbene basterebbe quel quanto tu sai
sedermi di fronte ad una poesia,
ad una poesia che si mette comoda tra i tuoi seni,
perché io ti chieda posso leggerti qualcosa?

 (altro…)