Philip Roth

proSabato: Philip Roth, Everyman

EverymanIntorno alla fossa, nel cimitero in rovina, c’erano alcuni dei suoi ex colleghi pubblicitari di New York che ricordavano la sua energia e la sua originalità e che dissero alla figlia, Nancy, che era stato un piacere lavorare con lui. C’erano anche delle persone venute su in macchina da Starfish Beach, il villaggio residenziale di pensionati sulla costa del New Jersey dove si era trasferito dal Giorno del Ringraziamento del 2001: gli anziani ai quali fino a poco tempo prima aveva dato lezioni di pittura. E c’erano i due figli maschi delle sue turbolente prime nozze, Randy e Lonny, uomini di mezza età molto mammoni che di conseguenza sapevano di lui poche cose encomiabili e molte sgradevoli, e che erano presenti per dovere e nulla più. C’erano il fratello maggiore, Howie, e la cognata, venuti in aereo dalla California la sera prima, e c’era una delle sue tre ex mogli, quella di mezzo, la madre di Nancy, Phoebe, una donna alta, magrissima e bianca di capelli, col braccio destro inerte penzoloni sul fianco. Quando Nancy le chiese se voleva dire qualcosa, Phoebe scosse timidamente il capo, ma poi finì per dire con voce sommessa, farfugliando un po’: – È talmente incredibile… Continuo a pensare a quando nuotava nella baia… Tutto qui. Continuo solo a vederlo mentre nuota nella baia -. E poi c’era Nancy, che aveva organizzato tutto e fatto le telefonate a quelli che erano venuti per evitare che al funerale venissero solo sua madre, lei, il fratello del defunto e la cognata. C’era solo un’altra persona la cui presenza non era stata sollecitata da un invito, una donna robusta con una simpatica faccia tonda e i capelli tinti di rosso che era venuta spontaneamente al cimitero e si era presentata col nome di Maureen, l’infermiera privata che lo aveva assistito dopo l’operazione al cuore di qualche anno prima. Howie si ricordava di lei e andò a darle un bacio sulla guancia.

Nancy disse a tutti: – Posso iniziare dicendovi qualcosa di questo cimitero, perché ho scoperto che il nonno di mio padre, il mio bisnonno, non solo è sepolto nelle poche centinaia di metri quadrati del nucleo originario accanto alla mia bisnonna, ma fu anche uno dei suoi fondatori nel 1888. L’associazione che per prima finanziò ed eresse il cimitero era composta dalle società incaricate delle onoranze funebri delle organizzazioni caritatevoli e delle congregazioni ebraiche sparse nelle contee di Union ed Essex. Il mio bisnonno era il proprietario e il gestore di una pensione di Elizabeth che accoglieva soprattutto immigrati arrivati di fresco, e si preoccupava del loro benessere piú di quanto in genere facesse un possidente. Ecco perché fu tra i soci originari che acquistarono il campo che c’era qui e lo spianarono e lo disegnarono personalmente, ed ecco perché diventò il primo presidente del cimitero. Allora era un uomo relativamente giovane ma nel pieno vigore delle forze, e c’è solo il suo nome sui documenti nei quali si specifica che il cimitero era destinato ad «accogliere i soci defunti in armonia con le norme e i riti ebraici». Come appare fin troppo evidente, la manutenzione dei singoli lotti e del recinto e dei cancelli non è piú come dovrebbe essere. Le cose sono marcite e crollate, i cancelli sono arrugginiti, i lucchetti spariti, ci sono stati dei vandalismi. Ormai questo posto è diventato il retrobottega dell’aeroporto, e quello che sentite a qualche miglio di distanza è il rumore costante dell’autostrada, la New Jersey Turnpike. Naturalmente avevo pensato, prima, ai posti veramente belli dove mio padre poteva essere sepolto, i posti dove andava a nuotare con mia madre quando erano giovani, e le località costiere dove amava fare il bagno. Ma nonostante il fatto che guardarmi intorno e vedere il degrado che c’è qui mi spezza il cuore – come probabilmente spezza il vostro, e forse addirittura vi spinge a domandarvi perché ci siamo riuniti in un luogo cosí deturpato dal tempo – volevo che riposasse accanto alle persone che lo amavano e dalle quali è disceso. Mio padre amava i suoi genitori e deve stare vicino a loro. Non volevo che fosse solo, chissà dove -. Tacque un momento per ritrovare la padronanza di sé. Era una donna fra i trenta e i quarant’anni, dall’aria dolce, semplice e carina com’era stata la madre, e all’improvviso perse tutta la sua autorevolezza e il suo coraggio e finì per somigliare a una bambina di dieci anni schiacciata da quella situazione. Voltandosi verso la bara, prese una manciata di terra e, prima di lasciarla cadere sul coperchio, disse con leggerezza, sempre con quell’aria da bambina frastornata: – Be’, cosí vanno le cose. Non c’è piú niente da fare, papà -. Poi le venne in mente la stoica massima che lui ripeteva decenni addietro, e scoppiò in lacrime. – È impossibile rifare la realtà, – gli disse. – Devi prendere le cose come vengono. Tener duro e prendere le cose come vengono. (altro…)

La prima radice di Simone Weil

immagine dal sito L’intellettuale dissidente

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Non so se esista una bibbia dello sradicamento. Di certo La prima radice di Simone Weil, sul tema, è un libro imprescindibile.
La filosofa francese sostiene che la prima fonte del moderno sradicamento degli individui rispetto alla società sia insita nel potere del denaro. È la dominazione economica a generare sradicamento. La dominazione economica, la nostra cultura tecnologica e materialista, contribuisce a privare la società di cultura spirituale, ciò genera sradicamento.  Qualsiasi tipo di cultura che non presupponga una preparazione morale, sostiene Weil, genera problemi sociali nonché “disprezzo e repulsione” in luogo di “compassione e amore”. È incredibile quanto la studiosa sembri rispondere alla società europea odierna, intrisa di un razzismo, nutrita di cinismo e xenofobia verso l’altro.
Solo il senso morale, solo il senso morale dato da un pensiero religioso “autentico”, e quindi “universale”, sostiene Weil, può incidere positivamente su una società in preda all’odio, alla paura e alla disgregazione.

Proseguendo nell’analisi, Weil, portando alla mente Gramsci e Carlo Levi, sottolinea la mentalità coloniale della città con i contadini e la campagna. Un rapporto squilibrato, fondato sullo sfruttamento della campagna a uso e consumo della città, che genera lo sradicamento dei contadini. Laddove non c’è reciprocità, laddove la forza si impone, avviene la morte delle caratteristiche peculiari, e con esse della libertà. Dove non c’è cura del passato, e si fomenta l’ignoranza, è lì che la società si sfalda. A questo, Weil oppone una civiltà fondata sulla “spiritualità del lavoro”. E qui ritorna la lezione successiva di un altro Levi, Primo, quando ricorda l’importanza della dignità che il lavoro è in grado di donare all’essere umano. Levi, nell’intervista concessa a Philip Roth, narra del muratore italiano dei lager: l’uomo odia il tedesco con tutto l’animo, ma quando lo si obbliga a tirar su un muro, ebbene questo sarà perfetto come fosse stato costruito per la propria dimora. Su questo, sulla spiritualità del lavoro, credo che Primo Levi sia dalla parte di Weil.

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Luca Briasco: Americana

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Luca Briasco, Americana, minimum fax 2016, 18 euro

È sempre sulla cresta dell’onda Americana, un volume tutto minimum fax che attraversa le fila di un cosmo complesso e affascinante, percorrendone i motivi di unità, le vette di bellezza come le curiosità dei sottoboschi. Il cosmo in questione è la letteratura a stelle e strisce degli ultimi (all’incirca) cinquant’anni, e l’autore del bel libro è Luca Briasco, americanista, editor, traduttore e giornalista. Dopo un’ampia volata di prefazione che già lascia intravedere le strettissime maglie di un’eco continua tra gli autori selezionati (eco che è dialogo quanto contrapposizione), Briasco mette sotto la lente quaranta autori del panorama americano contemporaneo attraverso l’analisi di uno specifico libro; libro che si configura però come un piede puntato nella porta, che può così aprirsi in ogni saggio fino a toccare l’intera produzione dell’autore e la sua importanza, sempre specifica e sempre tracciabile, nella comunità cui appartiene: quella della parola scritta nell’atto di documentare la storia, la geografia, le tematiche ricorrenti o straordinarie che compongono il vasto universo degli USA ai giorni nostri.
Dico “storia” e “geografia” con cognizione, e non come semplici categorie scolastiche. Il viaggio che Briasco compie attraverso la letteratura americana è suddiviso in sezioni, e queste privilegiano le correnti e le tendenze di appartenenza dei vari autori: abbiamo il postmoderno di Barth, Pynchon, DeLillo e altri; il minimalismo di Carver; la letteratura cosiddetta “di genere”, per quanto un’etichetta simile sia stretta attorno ad autori del calibro di King; e ancora l’avanguardia, il realismo, e un canone ancora da scoprire tra le mani di Franzen, A. M. Homes, Foer, solo per citarne alcuni. Eppure l’impressione che lascia questo documentario cartaceo tanto fitto e ben scandito è quella di una letteratura che, anche quando disancorata da qualsiasi volontà di aderenza alla realtà, è in costante dialogo con la storia e la geografia del continente nordamericano: le cupe città ferrose e le vaste praterie, i noir spietati accanto alle dolenti saghe familiari, con il sottofondo quasi costante della desolata critica al sogno americano. Senza dimenticare due date fondamentali che ricorrono come a scandire uno spezzamento, un prima e un dopo nell’immaginario politico e sociale che gli scrittori non possono, neanche a distanza di tempo, ignorare: l’assassinio di John Kennedy e la caduta delle Torri Gemelle. (altro…)

Andre Dubus o il rovescio del sogno americano di Renzo Favaron

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Andre Dubus, I tempi non sono mai così cattivi, Fidenza, Mattioli 1885, 2015, pp. 235, € 16,90

Andre Dubus o il rovescio del sogno americano
di © Renzo Favaron

Lo si dice con profonda convinzione, ma l’autore di I tempi non sono mai così cattivi (Mattioli, 2015) meriterebbe una speciale attenzione, e la meriterebbe non per altro, ma solo perché ha avuto come maestro, durante la sua prima formazione, un gigante della letteratura americana del secondo Novecento, ovvero Richard Yates (autore poco riconosciuto in vita). Per giunta i due condividono più di un matrimonio fallimentare e la presenza nei loro racconti di personaggi segnati dalla vita militare e dalla guerra (a questo riguardo consigliamo la lettura di un racconto dell’uno e dall’altro: Nessun dolore di Richard Yates e La moglie del Colonnello di Andre Dubus – entrambi intensi, commoventi e per certi versi simili). La statura di Andre Dubus è nondimeno rintracciabile nella grana di molte pagine da lui scritte, le quali rasentano la perfezione della tessitura narrativa di Flannery O’Connor, non a caso citata in esergo alla raccolta e che a nostro avviso è in assoluto la maggiore e migliore scrittrice di racconti non solo americana. Non bastasse l’accuratezza e la profondità dello stile, ad avvicinare Andre Dubus a Flannery O’Connor è non solo il significato delle storie, ma anche una certa comunanza (consonanza?) di temi e situazioni, come l’andare a messa, gli spari di una pistola o di un fucile, la presenza di figure ancora giovani e che non sanno quello che vogliono, se così si può dire.
Tuttavia, a differenza della scrittrice, Andre Dubus mette assai spesso in primo piano la figura paterna. Addirittura in I tempi non sono mai così cattivi, la figura del padre è tirata in ballo e presente in almeno sei dei nove racconti della raccolta. E questo, con un triplo salto mortale, lo si può mettere in relazione, ancora una volta, a Richard Yates, autore che al centro della sua narrativa ha la famiglia o il nucleo famigliare (così come John Cheever, del resto, e ciò la dice lunga su alcune costanti della narrativa americana del secondo Novecento). Di recente lo stesso Philip Roth recupera la figura paterna in un bellissimo ritratto, quello che ha tratteggiato in Patrimonio, dove il caustico e tutt’altro che indulgente scrittore americano si toglie la maschera, si commuove e così imbastisce un romanzo che ha lo stesso valore di un risarcimento postumo (risarcimento che si estende a tutti i padri americani simili al suo). (altro…)

Strane Coppie 2016 (Ottava edizione)

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STRANE COPPIE

ottava edizione / Napoli-Milano
sette incontri fra grandi classici delle letterature mondiali
a cura di Antonella Cilento

7 aprile – 9 giugno 2016

Ci sono tutti i temi caldi del dibattito culturale attuale nel programma dell’ottavo ciclo di “Strane Coppie”, la rassegna culturale a cura di Antonella Cilento e del suo laboratorio di scrittura Lalineascritta. Sette incontri, sempre di giovedì (ore 18:00), dal 7 aprile al 9 giugno 2016 –stavolta anche con una tappa milanese – per affrontare, grazie all’aiuto dei grandi classici della letteratura mondiale e al contributo di illustri scrittori, traduttori e giornalisti, le problematiche delle città e delle periferie, in cui si posano sguardi stranieri, spesso laterali e divergenti rispetto a quelli abituali, che danno vita a maestose narrazioni di luoghi e passioni. Ma a “Strane Coppie” si parlerà anche di scuola e delle problematiche legate all’educazione e all’insegnamento in generale,nonché della nostra società contemporanea, in continua oscillazione tra denaro e libertà, tra frenesia e bisogno di lentezza. [… vai al sito de Lalineascritta per maggiori info]

Scarica i Pdf della locandina e dei comunicati stampa dettagliati:

SC_locandina 2016

comunicato generale cartella

comunicato 7 aprile

 

Gabriele Di Fronzo, Il grande animale

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Gabriele Di Fronzo, Il Grande animale, Nottetempo, 2016, € 12,00, ebook € 6,49

di Mario De Santis

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Superata qualche perplessità per la troppo ingombrante memoria de L’imbalsamatore, nel film omonimo di Matteo  Garrone, e la quasi ovvia comparazione tra la storia personale del protagonista (rimasto solo, giovane, con un padre ora ammalato gravemente) e il suo lavoro di manipolatore di cadaveri animali; superata la perplessità sul titolo, coerente, ma che troppo mi porta a pensare a Philip Roth, anch’esso ingombrante, de L’animale morente si entra in un ottimo esordio nella narrativa italiana.
È quello di Gabriele Di Fronzo con Il grande animale, che ha il suo pregio generale nel fatto che rende coerente, col procedere della storia, la forma della scrittura adottata, specie nella parte finale, con il suo contenuto narrato, con l’impianto allegorico del testo. Di Fronzo si attiene a quel postulato ispiratore dell’incipit che il suo protagonista pronuncia: svuotare.
«Ho fatto esperienza che qualunque cosa non si voglia perdere va innanzitutto vuotata, bisogna fare spazio, sgomberare, portare via quello che c’era in precedenza, occorre sempre togliere: solo così, ciò che altrimenti subito scomparirebbe, rimarrà nostro per sempre.» È una regola del tassidermista. dichiarata subito dal protagonista, che si può ben applicare anche allo scrittore Di Fronzo, esemplare piuttosto originale nella fauna dei trentenni di questi anni ’10 del XXI secolo. Schiere italiane, postume più che le altre, col loro perenne accudire un altro grande animale morente da sempre, il romanzo.
La storia de Il grande animale è presto detta ed è una storia di lutto per un genitore –  esperienza determinante, quindi universale, ma che abbiamo visto spesso negli ultimi tempi trasformata in romanzo.
Francesco Colloneve, imbalsamatore, finito a fare un mestiere così particolare forse nella  giostra della precarietà,  ha un padre che si ammala e lui, figlio unico, se ne occuperà, non essendoci più una madre. E questo confronto ravvicinato prima con la malattia e poi con la debolezza paterna rimette sul piatto la loro storia e la memoria di un rapporto a due, l’intreccio,  le colpe, le mancanze. Ne inverte i rapporti di forza, scivolando verso il punto finale.

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Due turisti a Napoli

roth-mccarthy. da blog.pshares.org

roth-mccarthy. da blog.pshares.org

Circa un anno fa, con Vincenzo Frungillo, Viola Amarelli, Francesco Filia e Immo, pubblicammo per CFR edizioni un libro in versi dal titolo “La Disarmata – cinque Napolitudini”. Raccontavamo Napoli, in tanti modi diversi, perché Napoli non è una cosa sola e ogni tentativo di semplificarla, ridurla, comprimerla nei soliti luoghi comuni è inutile e triste. Questo accade di nuovo, in questi giorni, forse perché è più semplice fare così, ad ogni sparatoria, omicidio, fare copia e incolla di un pensiero è meno impegnativo che provare un ragionamento nuovo, o comunque è meglio che aspettare. Pubblico due delle mie poesie tratte da quel libro, che sono solo due puntini, due sguardi, due visioni, accomunate da qualcosa che non si può cogliere. (GM)

Philip Roth a piazza del Gesù

L’approssimarsi delle chiese
la religione e il suo ingombro
il paradosso sublime del mare
a un passo, crudele e anarchico

come questa città, la piazza
ferma sul Decumano inferiore:
uno mi parla e mi domanda
se sono americano, non lo so

non lo sono, qui sono nuovo
come il Gesù, immacolato
come l’obelisco, tutto ha senso,
pure cristo, solo quando è nuovo.

 

Cormack McCarthy a via dei Tribunali

(a Francesco Filia)

Rispondere al terzo che chiede
l’elemosina, in un giorno di sole
lo intuisco ma non lo vedo, qui
a via dei Tribunali, né Dio né luce

gli do un euro, mastica una parola
ci fossero delle siepi qui intorno
oppure nelle grotte, nel vuoto
sotterraneo dove si cela il sangue

seccato sulle pietre, buttato
come dicono qua, nella speranza
che un Dio fuori luogo, si manifesti
e salvi tutti quanti prima della rovina.

 

Le cronache della Leda #17 – E in sogno ero Robert Redford

robert redford - foto Scott Bohem getty images

robert redford – foto Scott Bohem getty images

Le cronache della Leda #17 – E in sogno ero Robert Redford

 

Ho fatto un altro sogno.

Nel sogno ero Robert Redford. Un bellissimo e anziano Redford. Non facevo più l’attore da tempo, ma ero un saggio coltivatore di patate e barbabietole bio. Il sogno si svolgeva in Ohio, che si trovava poco sotto la Lombardia. In pratica era l’Emilia. Io, nei panni di Redford, parlavo con accento emiliano, ma intercalavo spesso le parole con Well e So. Vestivo come una cuoca dell’Arkansas o del Minnesota. Non che io sappia come vadano vestiti da quelle parti, ma nel sogno lo sapevo. Non organizzavo alcun Sundance, del cinema non me ne importava più. Organizzavo e gestivo i mercatini di prodotti naturali dell’Ohio. La sede della mia onlus era a Modena.

Avevo tanti cavalli che amavo moltissimo, ma che non cavalcavo mai. Tutti marroni, eccetto Bob che era pezzato. E Anselmo che era nero. A metà del sogno rifiutavo l’Oscar alla carriera in aperta polemica con l’Academy, rea di essersi rifiutata di sostenere la mia campagna a favore della ventilazione ecologica della Sierra Nevada. Che nel sogno era la Franciacorta, ai confini con l’ex Unione Sovietica. Campagna alla quale avevano aderito, naturalmente, Julia Roberts, George Clooney, Brad Pitt e i fratelli Cohen. Questi ultimi si chiamavano di nome Adriano e Luigi e stavano a Bologna, dove gestivano un fondo per lo smaltimento ecologico dei film venuti male. Presidente onorario era Ken Wanda Loach. A Ken Wanda stava particolarmente a cuore lo smaltimento degli Horror usciti in tutti gli agosti precedenti, in anteprima, nei cinema all’aperto della riviera romagnola, che nel sogno si chiamava: Santa Monica.

Mio padre era ancora vivo ed era Susan Sarandon. Un alieno di Marte Primo che aveva la piadineria più famosa dell’Alabama. Mio padre Susan mi amava tanto e appoggiava in tutte le mie iniziative. Per le piadine usava solo prodotti forniti o suggeriti da me. Ci vedevamo  poco perché per andare in Alabama c’era da fare la A14 che anche in sogno era un inferno.

Il Presidente era un mio carissimo amico, Robert De Niro, un democratico. Aveva da poco affermato che suo padre era gay e che aveva sofferto. Da sveglia ho controllato e questa cosa pare sia vera.

Avevo due fratelli minori meravigliosi, Marco Pantani e Massimo Troisi, entrambi pugili. Entrambi super-leggeri. Entrambi medaglie d’oro alle Olimpiadi del Suriname. Erano simpaticissimi e totalmente viventi. Nel tempo libero costruivano capanne di girasoli e nei giorni di festa mi venivano a trovare. Facevamo dei pranzi  dove parlavamo di poche cose ma molto a lungo. Eravamo proprio figli di nostro padre Susan.

Il martedì pomeriggio facevo sempre delle lunghe passeggiate fino a alle porte di Vignola, passavo un paio d’ore a chiacchierare di letteratura, sport e vecchi amori con un mio amico carissimo, andavo a trovarlo alla Casa del buon ritiro, era lì che aveva scelto di stare, si chiamava Philip Roth.

Leda

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©Gianni Montieri

Philip Roth – Pastorale americana (di Cristiano Poletti e Gianni Montieri)

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Philip Roth, Pastorale Americana, Einaudi (ultima edizione Super ET 2013, € 14,00; ebook € 6,99). Traduzione di Vincenzo Mantovani

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Pastorale: un meraviglioso paesaggio, idealmente rurale, dalle atmosfere perfette. Un quadro interamente pervaso dalla calma. Una mistica addirittura, frutto appunto di idealizzazione. O anche, pastorale è la composizione di un dramma, dove la musica sa dare struttura alle emozioni, ampliandone l’architettura per poi infine esporla. La definizione di pastorale, dunque, in un’ambiguità volutamente mantenuta, con Roth prende nome di Paradiso, in una composizione tripartita: Ricordo, Caduta, Perdita. Si tratta di campi della mente e della vita. Ma Paradiso perché? Perché davvero c’è una mistica, in questa narrazione, un’ascesi che si detta nel nome di un “semi-dio”. O meglio, paganamente parlando, ascesi e paradiso qui s’intendono compiute nell’adorazione di un mito, giovanile e sportivo, una statua-monumento: “lo Svedese”. I miti, sappiamo, sono gli stampi più adatti per raccogliere le nostre ossessioni. Scrive infatti Roth, a proposito di questo mito-semi-dio protagonista del romanzo: «Il suo distacco, la sua apparente passività come oggetto di desiderio di tutto questo amore asessuato, lo facevano apparire, se non divino, di molte spanne al di sopra della primordiale umanità di quasi tutti gli altri frequentatori della scuola. Era incatenato alla storia, era uno strumento della storia». Ecco allora che Roth ci porta per mano ben dentro la meccanica di quegli anni, dentro la storia.
Cosa sono gli anni? Agli anni (alla Storia) si accede – come dire – per istanti, per date drammatiche. 1945: l’anno in cui Seymour Levov, lo Svedese, campione di tutto, e da tutti ammirato, prende il diploma al liceo del quartiere di Weequahic, a Newark; 1985: l’incontro fortuito tra vecchi compagni di scuola, Zuckermann l’adoratore e l’adorato Svedese, durante la partita di baseball dei Met, a New York; 1995: la lettera-chiave-di-tutto recapitata dallo Svedese a Skip Zuckermann, il conseguente incontro vis-à-vis, l’intero non detto di quell’occasione e il successivo rovello di Skip. Ed ecco che da quell’occasione si aprono i cassetti della vicenda.
Dov’era il nodo di tutto? Stava proprio in un passo di quella lettera, parole che avrebbero continuato a mordergli il cervello. Parlando del padre morto l’anno prima e del ricordo che avrebbe voluto consegnare nelle mani del compagno divenuto nel frattempo scrittore, lo Svedese dice: «Non tutti sanno quanto ha sofferto per i colpi che si sono abbattuti sui suoi cari». Dettaglio vistosissimo, non c’è che dire, e destinato perciò a battere insistentemente nella testa di Skip.
Anni, instanti, dettagli: «l’immensità del dettaglio – scrive Roth/Zuckermann – la forza del dettaglio, il peso del dettaglio: la ricca sconfinatezza del dettaglio che ti circonda nella tua giovane vita come i due metri di terra che saranno pressati sulla tua tomba quando sarai morto.»
È interamente nostra la storia di questo romanzo, dettaglio per dettaglio. Tutti noi, leggendo, ci riconosciamo facilmente nel larghissimo campo di dolore apertosi nella vita dello Svedese («Nessuno attraversa la vita senza restare segnato in qualche modo dal rimpianto, dal dolore, dalla confusione e dalla perdita»).
Riporto in questo senso un lungo stralcio, esemplare della scrittura di Roth. Si tratta dello sfogo di Zuckermann (e dello scrittore tout court come potrebbe essere di ognuno di noi), alle prese con “gli altri”:

[…] come dobbiamo regolarci con questa storia, questa storia così importante, la storia degli altri, che si rivela priva del significato che secondo noi dovrebbe avere e che assume invece un significato grottesco, tanto siamo male attrezzati per discernere l’intimo lavorio e gli scopi invisibili degli altri? […] Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo essere vivi: sbagliando.

La storia di un altro: tutta una salita ordinata, progressiva, serena e poi, a un tratto, il precipizio più vertiginoso. La narrazione è altissima, scandisce al meglio la lunga sconfitta derivante dal “Paradiso caduto”. Sconfitta che si avvia in un’altra data, simbolo, per l’America e non solo: il 1968. Siamo nel disastroso periodo della guerra in Vietnam, presidenza Johnson. La figlia di Seymour, Merry, appena sedicenne e balbuziente, piazza una bomba nell’ufficio postale di uno spaccio. Bomba che uccide, sconvolge, e rompe per sempre l’incanto, il pacchetto infiocchettato dell’american dream, sbalzando lo Svedese «dalla tanto desiderata pastorale americana e lo proietta in tutto ciò che è la sua antitesi e il suo nemico, nel furore, nella violenza e nella disperazione della contro pastorale: nell’innata rabbia cieca dell’America». Ferita che si allarga e qui è il caso di riportare un’ultima data, il 1° settembre 1973, che campeggia nella lettera che la “discepola” Rita Cohen invia allo Svedese spalancando davvero il precipizio, la caduta e la definitiva perdita. È il racconto stesso, a questo punto, a deflagrare, nelle vene di un’“America collettiva” in cui s’immerge il lettore.
François Busnel, nel suo documentario attraverso gli Stati Uniti, incontrando Philip Roth nella sua villa nel Connecticut raccoglieva dallo scrittore questa semplice verità: ci vogliono almeno trent’anni per poter mettere “piede nella bocca del passato”, per riguardare quelle cose, pensarle, e quindi scriverne.
Così è stato, per quegli anni che hanno avuto come orizzonte “La caduta dell’America”, per dirla con Ginsberg: un’idea di crollo riverberatasi nella mente del mondo, fino a un altro violentissimo crollo, stavolta con la profanazione, il corpo violato dell’America – anch’esso proiettato nella mente di tutti – l’11 settembre.

© Cristiano Poletti

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La mia copia di Pastorale americana di Philip Roth presenta un errore di stampa, un vizio non risolto. Avrei potuto tornare in libreria, al tempo e farmela sostituire con un’altra copia, ma non l’ho fatto. Da pagina 316 a pagina 362, il libro è stampato al contrario, per andare a leggere la pagina 317 dovetti voltare il romanzo al contrario, andare avanti di 46 pagine e leggere a ritroso fino alla 362. Finito il romanzo ho sempre considerato questa errata impaginazione come un segno del destino. L’ordine sovvertito delle pagine corrisponde idealmente all’ordine che sovverte Roth nella storia che racconta. La famiglia, quante volte la storia della grande letteratura americana passa attraverso le vicende di una famiglia? Molto spesso, se non sempre. Le famiglie sono il centro di grandissime narrazioni, penso ai racconti di Carver; a Underworld di Delillo; alle storie di Grace Paley; ai libri di Richard Ford; a Le correzioni di Franzen; addirittura in Infinite Jest di Foster Wallace. Per citare solo alcuni dei contemporanei e, naturalmente: Philip Roth.
Ho sempre amato il modo in cui lo scrittore americano fa a pezzi il sogno americano, cercando di dimostrarne l’irrealtà, se non l’impossibilità. In Pastorale americana lo fa attraverso la storia di una famiglia, tecnicamente perfetta. «Ed era solo una volta l’anno che si trovavano tutti insieme, e per giunta sul terreno neutrale e sconsacrato della festa del Ringraziamento, quando tutti mangiano le stesse cose e nessuno si allontana per andare a rimpinzarsi di nascosto di qualche cibo stravagante: né Kugel, né pesce gefilte, né insalata di rafano e lattuga romana, ma solo un tacchino colossale per duecentocinquanta milioni di persone; un tacchino colossale che le sazia tutte. Una moratoria sui cibi stravaganti e sulle curiose abitudini e sulle esclusività religiose, una moratoria sulla nostalgia trimillenaria degli ebrei, una moratoria su Cristo e la croce e la crocifissione per i cristiani, quando tutti, nel New Jersey come altrove, possono essere, quanto alla propria irrazionalità, più passivi che nel resto dell’anno. Una moratoria su ogni doglianza e su ogni risentimento, e non soltanto per i Dwyer e i Levov, ma per tutti coloro che, in America, diffidano uno dell’altro. È la pastorale americana per eccellenza e dura ventiquattr’ore.» Questo breve paragrafo l’ho sempre preso come una dichiarazione d’intenti. Il Ringraziamento, la festa statunitense per eccellenza, quella a cui nessun americano si sottrae, che gli piaccia o meno, è la grande moratoria. Il giorno in cui la grande finzione individuale si fa collettiva, una preghiera recitata a sorrisi aperti per un giorno intero.
Abbiamo Seymour Levov, detto “lo Svedese”, un numero uno fin dagli anni del college, bello quasi come un Dio, talmente superiore agli altri da risultare quasi un alieno, fortissimo nello sport: un predestinato. La vita di Seymour è perfetta: lavoro, gioie familiari, serenità, siamo negli anni Cinquanta. Poi il mondo, ciò che appare così lontano da non poterlo toccare minimamente, gli deflagra in casa, come una bomba, come quella che sua figlia Merry piazza  in un ufficio postale. Eccolo l’altro mondo, la guerra, il Vietnam, il conflitto socio/politico che viene a presentare il conto. La grandezza di Philip Roth, però,  sta nel non accontentarsi di risolverla con la politica. La guerra, la bomba, sono alcuni degli strumenti che gli servono. La Storia entra nella vita delle persone, ne sconvolge gli equilibri.
La pastorale è molto altro. Sarà Nathan Zuckerman, lo scrittore, alter ego di Roth, a raccontarne il sovvertimento. Scrivendo la storia dello Svedese dirà il dolore, la perdita, il peso dei ricordi, la vecchiaia, la solitudine. Zuckerman narrerà la caduta di un uomo e del suo sogno fin lì realizzato. Il peso di questa caduta fa rumore già dal vertice fino allo sprofondo. Il rumore salirà di decibel acquistando velocità nel precipizio, fino a frantumarsi in mille pezzi come vetro. «In un modo assolutamente inverosimile, ciò che non avrebbe dovuto accadere era accaduto e ciò che avrebbe dovuto accadere non era accaduto.» Carver nei suoi racconti ha raccontato l’America dove quel sogno non arriva, Roth in Pastorale Americana mostra l’utopia di quel sogno e lo sfascia con un meccanismo narrativo perfetto, dove ogni frase è un dettaglio fondamentale e indimenticabile. In un’intervista pubblicata il diciassette marzo 2013 su La Lettura, tra le altre cose, lo scrittore dice che chi cerca la felicità in narrativa, deve andare a cercarla altrove. Chi cerca la grande narrativa, invece, può citofonare: interno Roth.

© Gianni Montieri

La Domenica (e le famiglie “perfette”) e Philip Roth

Parigi 2012 - foto gm

Arrivai ad abitare nel posto più bello del mondo. Odiare l’America? Ma se in America ci stava come dentro la propria pelle! Tutte le gioie dei suoi anni più giovani erano gioie americane, tutti quei successi e tutta quella felicità erano americani, e non doveva più tenere la bocca chiusa solo per disinnescare l’odio ignorante di sua figlia. Avrebbe sofferto di solitudine, da uomo, senza i suoi sentimenti americani. Avrebbe sofferto di nostalgia, se avesse dovuto vivere in un altro paese. Sì, tutto ciò che conferiva un significato alle sue imprese era americano. Tutto quello che amava era lì.

 

Ed era solo una volta l’anno che si trovavano tutti insieme, e per giunta sul terreno neutrale e sconsacrato della festa del Ringraziamento, quando tutti mangiano le stesse cose e nessuno si allontana per andare a rimpinzarsi di nascosto di qualche cibo stravagante: né Kugel, né pesce gefilte, né insalata di rafano e lattuga romana, ma solo un tacchino colossale per duecentocinquanta milioni di persone; un tacchino colossale che le sazia tutte. Una moratoria sui cibi stravaganti e sulle curiose abitudini e sulle esclusività religiose, una moratoria sulla nostalgia trimillenaria degli ebrei, una moratoria su Cristo e la croce e la crocifissione per i cristiani, quando tutti, nel New Jersey come altrove, possono essere, quanto alla propria irrazionalità, più passivi che nel resto dell’anno. Una moratoria su ogni doglianza e su ogni risentimento, e non soltanto per i Dwyer e i Levov, ma per tutti coloro che, in America, diffidano uno dell’altro. È la pastorale americana per eccellenza e dura ventiquattr’ore.

Philip Roth, Pastorale Americana, Einaudi
Traduzione di Vincenzo Mantovani

solo 1500 n. 90: Roth

foto dal sito di The Guardian

SOLO 1500 N. 90: Roth

Quando lessi Pastorale americana, molti anni fa, dovettero passare diversi giorni dalla fine della lettura, prima che riuscissi a capire se il romanzo mi fosse piaciuto o meno. Mi piacque e molto. Fu il mio primo contatto con Philip Roth e da allora l’ho sempre letto. Prima andando a ritroso nella sua vastissima produzione, poi seguendolo nelle pubblicazioni più recenti. Conto diversi capolavori e molti libri sopra la media cui qualsiasi narratore possa ambire. Parliamoci chiaro: quelli che sostengono che Roth sia sopravvalutato non sanno bene di cosa stiano parlando. Sarei d’accordo con loro se dicessero che ci sono altri scrittori di alto livello, meno considerati. E ce ne sono. Ma Roth è Roth. Di lui ho amato, in particolare, la maniera scientifica con cui fa a pezzi il sogno americano. L’ironia tagliente che non fa sconti a nessuno. In un’intervista pubblicata il diciassette marzo su La Lettura, tra le altre cose, lo scrittore dice che chi cerca la felicità in narrativa, deve andare a cercarla altrove. La scorsa settimana Roth ha compiuto ottant’anni, come sappiamo ha smesso di scrivere. O meglio, si è liberato dagli obblighi della scrittura. Immagino che scriva ancora, poi c’è la collaborazione con il suo biografo ufficiale. Da lettore gli invio qualche Grazie, perché leggere la sua letteratura è stato un privilegio. In Everyman, Roth dice di aver scelto una donna e di avere riversato su di lei il dolore che provava in quel periodo. A saperlo fare, Philip, a saperlo fare.

(c) Gianni Montieri

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Solo 1500 n. 64: Philip Roth e Wikipedia (o una lezione di scrittura)

Solo 1500 n. 64: Philip Roth e Wikipedia (o una lezione di scrittura)

Leggo un trafiletto sulla polemica nata tra lo scrittore americano Philip Roth e Wikipedia. Approfondisco quando su L’internazionale trovo un articolo sull’argomento uscito sul New Yorker.  È Roth che scrive una lettera aperta a Wikipedia per provare a correggere un errore riportato on-line circa l’ispirazione che egli avrebbe avuto riguardo il  libro “La macchia umana”. Wikipedia riportava come personaggio ispiratore il critico Anatole Broyard (voce ora cancellata), Roth sostiene nell’articolo che l’ispiratore della storia fosse un suo amico il Professor Tumin docente a Princeton. L’articolo  ha convinto Wikipedia (in inglese) ad apportare la correzione. Lo scrittore si era sentito rispondere in prima battuta “I understand your point that the author is the greatest authority on their own work,” scrisse l’Amministatore Wikipedia—“but we require secondary sources.”. Pazzesco. Quel che mi interessa a errore riparato è la maniera in cui Philiph Roth abbia “convinto” Wikipedia. L’articolo sul New Yorker è bellissimo, lo scrittore americano mentre si difende regala una lezione di scrittura, di tecnica di costruzione del romanzo. Roth spiega in che maniera all’ispirazione iniziale si aggiungano dettagli, come questi si amplino, come si tratteggino i personaggi, quanto sia importante l’invenzione. Mi sono tornati in mente alcuni amici che negli ultimi due/tre anni mi hanno parlato di Roth come di uno scrittore sopravvalutato. Beh, io non lo so. So di amare molto alcuni suoi libri. Credo abbia scritto almeno tre capolavori: Pastorale americana, Lamento di Portnoy e Complotto contro l’America. Ne ha scritti altri molto belli e alcuni che non mi sono piaciuti. Se, però, mi chiedete: “Roth è uno dei maggiori scrittori degli ultimi cinquant’anni?” La mia risposta è: Sì.

Gianni Montieri

Il link all’articolo di Roth sul New Yorker