PFM

Alessandro Brusa, In tagli ripidi (nota di Anna Maria Curci)

Alessandro Brusa, In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta). Prefazione di Fabio Michieli. Postfazione di Marco Simonelli, Giulio Perrone editore 2017

Nel romanzo Il doppio regno, Paola Capriolo fa scrivere all’io narrante, in un diario scritto in un misterioso albergo nel quale si ritrova (accolta? prigioniera? di sé oppure di ‘altre forze’?) queste parole: «A volte scrivo poesie sulla carta da lettere dell’albergo, ma è una definizione impropria: sono quasi sempre coppie di parole che per qualche ragione mi sembrano “far rima” tra loro. L’ultima ad esempio è composta di due soli versi, il primo verso è “ferita”, il secondo “miracolo”. Sono certa che esiste una lingua nella quale si può passare dall’uno all’altro termine, con la semplice aggiunta di una lettera, tuttavia non so perché queste due parole e il loro strano legame mi appaiano così gravidi di significato.»
Questa lingua così distante eppure così vicina, “la lingua lontana” di Alessandro Brusa, nella quale la parola “ferita” si discosta dalla parola “miracolo” semplicemente in virtù dell’aggiunta di una lettera finale, è la lingua tedesca, e il prodigio, fonte di stupore, avviene con le parole “Wunde” e “Wunder“.
Perché questa premessa? Perché leggo In tagli rapidi di Alessandro Jacopo Brusa come compiuta realizzazione di una architettura poetica le cui fondamenta stanno nel cozzo e nell’incontro lacerante e prodigioso di questi due principi: il vulnus perpetrato, ripetuto, innanzitutto sul corpo, e il cammino (passo costante, incursione di ‘pontiere’) nel mondo del meraviglioso.
Lo attestano, come ben scrive Fabio Michieli nella prefazione, le antitesi ripetute, lo attestano quei versi scritti nella carne, tatuaggi e scalfitture sulla pelle, mirabili sintesi di lacerazione e intuizione («dolore scorsoio») lo attestano, ancora, quei richiami a miraggi, illuminazioni e squarci nel deserto, nonché i richiami non solo biblici, ma anche al mondo incantato eppure di primordiale crudeltà e di successiva “Zerrissenheit” – “travaglio interiore” che è stato precedentemente «lo strappo/ che tra le scapole/ toglie vertigine/ ad ogni altezza». Una antitesi-sintesi che va dalle fiabe popolari raccolte dai fratelli Grimm al pure ottocentesco e ancora modernissimo vagare senz’ombra del Peter Schlemihl («all’ombra che non ho») di Chamisso, dei cui mirabili stivali, trovati a portare conforto con l’esplorazione della natura a un’esistenza di perenne emarginazione, privata dell’ombra, si trova una chiara eco in un felice ossimoro: «ma io dormirò sereno/ perché lui mi stringe in/ distanza di sette leghe.» (altro…)

“Eternare un’esperienza”: Evaporati in una nuvola rock, Fabrizio De André & PFM

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Sono molto legata al doppio album live di Fabrizio De André e della PFM perché mi ricorda la mia infanzia di bambina curiosa che si nutriva di tutto ciò che suo papà le faceva ascoltare, incantata. Eppure, quando Guido Harari alla fine degli anni Settanta seguì Faber e la PFM nella loro storica tournée, io non ero ancora nata ma ho come l’impressione di aver colto quale fosse il progetto di allora e quello di cui vi parlo oggi: Harari partì con un orecchio e occhio disincantati e, per sua stessa ammissione, non aveva idea di come quel viaggio sarebbe diventato ‘un’ viaggio senza ritorno, dalla realtà, dalla e nella musica, dalla e nella vita. Iniziò in quel momento il ventennale sodalizio con De André e poi la sua carriera proseguì con altri importanti lavori che coinvolsero artisti di fama nazionale ma anche internazionale (possiamo ricordare Lou Reed e Laurie Anderson). Il volume di cui intendo trattare è uscito nel 2008 e credo sia tra le più importanti testimonianze di quel percorso inesauribile che avrebbe portato la musica di Faber ad avere nuova dignità: è un collage di sensazioni e chiacchiere in cui intervengono, oltre a Franz Di Cioccio e Guido Harari (i curatori), Franco Mussida, Flavio Premoli, Patrick Djivas anche Cristiano De André e Dori Ghezzi. Evaporati in una nuvola rock, edito dalla casa editrice Chiarelettere, è un diario di parole (molte, tante, da scoprire) e immagini, che testimonia quale sia stato il portato di quel lampo di coerente bellezza, affrontato da alcuni artisti in un momento delicato della loro vicenda professionale ma anche della storia di questo paese. Nello sfogliare quelle pagine, tra prove, backstage e immagini di scena di un tour memorabile, chiunque resterà colpito dalla potenza della fotografia in analogico, dai colori, dalle luci e dal taglio che Harari ha dato a quel e a questo racconto. Mi riferisco a un doppio filo-racconto poiché esso esiste due volte: nell’attimo dello scatto e quindi in quel dicembre ’78 e gennaio ’79 (sarebbe forse più corretto dire che già lì esisteva due volte, nella realtà e su pellicola), ma esiste anche poi, in un altrove in cui è necessario rivivere un ‘tempo’ che c’è nella memoria e nell’immaginario collettivo. Harari scelse di cogliere l’attimo, ‘carpe diem’, e fondere insieme una storia che c’era e una che non c’era: ciò che già si sapeva è quanto Fabrizio De André fosse un grande poeta, e questo lo affermano tutti i membri della Premiata Forneria Marconi, che contribuirono alla scelta della congegnata scaletta finita su disco; ma Faber era anche e soprattutto scapestrato, disordinato e inquieto, allegro e sfuggente, come testimoniano le foto. Il suo era un animo dirompente che aveva paura della folla, del palcoscenico, della celebrità forse, e che non aveva mai affrontato negli anni una tournée importante (la prima, se non sbaglio, fu nel 1975). La storia che già c’era era quella di un cantautore dalla personalità sfaccettata che non si riconosceva più nelle sue canzoni, accusato d’essere un borghese ma che si dichiarava piccolo borghese, passato dall’essere epigono di alcuni cantautori francesi quali Georges Brassens, giunto infine al giro di boa dell’album Rimini che lo stava per condurre oltre il passato. Poi c’è una band immersa nel progressive rock, da poco tornata da un tour in America e che lì aveva smarrito i propri punti di riferimento, quelli fermi. L’Italia di allora era avvolta nelle contestazioni del post Settantasette, negli Anni di Piombo: un inverno delicato, quel ’78-’79, in cui si compie questo tour mai dimenticato insomma; un tempo di passaggio per immaginarsi diversi, per tentare un approccio nuovo con la propria musica ma anche con la propria creatività e mentalità. Sapere, infine, che quello che si stava compiendo era ben più di un approdo: si trattava di un’ ‘esperienza’ che avrebbe mutato per sempre delle (e quelle) persone. Allora, pare di prendere il tour bus di Almost Famous di Cameron Crowe e fare un tuffo all’indietro (immaginario), per ricostruire e ricostruirsi. Il volume propone proprio questo: conoscendo già la musica, invita a leggere di quel viaggio e a guardare quelle fotografie, che diventano l’esperienza di alcuni nell’esperienza di tutti noi.

© Alessandra Trevisan

Qui alcune foto tratte da Repubblica.it mentre il sito del fotografo e giornalista musicale Guido Harari è questo. Riporto anche il link di un video della casa editrice Chiarelettere.