Peter Huchel

I poeti della domenica #316: Paul Celan, TU GIACI

TU GIACI nel gran tendere l’orecchio,
circondato da arbusti, da fiocchi.

Va’ alla Sprea, vai all’Havel,
va’ ai ganci da macellaio,
ai candelabri rossi per mele da infilare
dalla Svezia –

Giunge la tavola con i doni,
svolta a un Eden –

L’uomo divenne un colabrodo, la donna
dovette nuotare, quella troia,
per sé, per nessuno, per ognuno –

Il Landwehrkanal non scroscerà.

Nulla
——s’incaglia.

 

Paul Celan
(traduzione di Anna Maria Curci)

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I poeti della domenica #279: Lutz Seiler, hubertusweg

hubertusweg

….. sbarramento, crescita irta: il bosco prussiano
è meccanica morenica, come se
potesse ancora avanzare, parola

per parola, quando fresco
tra le foglie, con la pioggia che arriva, il vento
attacca e
inizia il suo lungo, lento
parlare per anni
io stesso sono stato bosco di giorno

nelle resistenze alla luce
degli alberi, di notte sepolto
nelle venature degli iris – per anni

niente. ciò che udii
la battuta di caccia, l’inchiostro nel vello dei suoi corpi
volanti grandi un pugno, ogni
salmo seguito

dal salmodiare, un odore
che anneriva gli specchi nella casa, quelli
erano i vecchi: le loro orme
che già salivano sulla schiena, il loro
procedere osmotico
dalla pelle al bosco, dal

senso agli occhi: giocato
alla cieca persi immagine per immagine, vidi
il mio cranio tremante premuto

contro la testata del letto, udii
l’inchiostro nel vello, la parola base scritta
con scriminatura balbettante, il bosco

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

hubertusweg

…heimleuchten, hartwuchs: der preussische wald
ist moränen-mechanik, als ob
er noch aufrücken könnte, wort

für wort, wenn kühl
im laub mit dem regen, der kommt, der wind
anschlägt und
sein langes, langsames sprechen
beginnt jahrelang
selber wald gewesen tags

in den lichtbeständen
der bäume, nachts in den maserungen
der iris vergraben – jahrelang

nichts. was ich hörte
die treibjagd, die tinte im fell seiner faustgrossen
fliegenden körper, jeder
psalm verfolgt

vom psalmodieren, ein geruch
der die spiegel schwärzte im haus, das
waren die alten: ihre spuren
die schon stiegen im rücken, ihr
osmotisches schreiten
aus der haut in den wald, aus

dem sinn in die augen: blind
gespielt verlor ich bild für bild, ich sah
meinen zitternden schädel gepresst

an den giebel des bettes, ich hörte
die tinte im fell, das grundwort geschrieben
mit stotterndem scheitel, der wald

 

Edizione di riferimento: Lutz Seiler, La domenica pensavo a Dio/Sonntags dachte ich an Gott. A cura di Paola Del Zoppo. Traduzioni di Gio Batta Bucciol, Anna Maria Curci, Milo De Angelis, Paola Del Zoppo, Federico Italiano, Theresia Prammer, Silvia Ulrich, Del Vecchio Editore, pp- 132-135.

Qui, nella pagina della rubrica di Poetarum Silva “Gli anni meravigliosi” dedicata a Peter Huchel, la ‘storia’ del titolo di questo componimento di Lutz Seiler.

I poeti della domenica #152: Johannes Bobrowski, Sempre da definire

Johannes Bobrowski, foto dal sito Alchetron

Sempre da definire

Sempre da definire:
l’albero, l’uccello in volo,
la roccia rossastra, dove il torrente
scorre, verde, e il pesce
nel bianco fumo, quando scende la sera
sulla foresta.

Segni, colori, è
un gioco, sono dubbioso
che non finisca in modo
giusto.

E chi mi insegna
ciò che dimenticai: della
pietra il sonno, il sonno
dell’uccello in volo, degli
alberi il sonno, nel buio
procede il loro discorso?

Ci fosse qui un Dio
e fosse carne
e mi potesse chiamare, andrei
tutto intorno, un poco
aspetterei.

Johannes Bobrowski (9 aprile 1917-2 settembre 1965), da Schattenland Ströme
Traduzione di Anna Maria Giachino, in Poesia tedesca del Novecento, Rizzoli, Milano 1977, p. 229

.

Immer zu benennen

Immer zu benennen:
den Baum, den Vogel im Flug,
den rötlichen Fels, wo der Strom
zieht, grün, und den Fisch
im weißen Rauch, wenn es dunkelt
über die Wälder herab.

Zeichen, Farben, es ist
ein Spiel, ich bin bedenklich,
es möchte nicht enden
gerecht.

Und wer lehrt mich,
was ich vergaß: der Steine
Schlaf, den Schlaf
der Vögel im Flug, der Bäume
Schlaf, im Dunkel
geht ihre Rede -?

Wär da ein Gott
und im Fleisch,
und könnte mich rufen, ich würd
umhergehn, ich würd
warten ein wenig.

 

Johannes Bobrowski (Tilsit 9 aprile 1917 – Berlino 2 settembre 1965).
«I titoli delle prime due raccolte poetiche – le uniche pubblicate in vita – di Johannes Bobrowski definiscono immediatamente l’oggetto centrale della sua opera – Sarmatische Zeit (Tempo sarmatico, 1961) e Schattenland Ströme (Terra d’ombre fiumi, 1962). Ciò che viene evocato dai titoli è la terra natale di Bobrowski, ovvero la storica «Sarmazia», regione di «fiumi» tra Vistola e Volga in cui, per citare il poeta, «i tedeschi vivevano in stretta vicinanza assieme a lituani, polacchi e russi, e in cui il numero di ebrei era molto elevato». Ma il paesaggio della Sarmazia è anche e soprattutto «tempo», ovvero storia, e una storia di conflitti, di quelle mortuarie «ombre» che evocano la colpa tedesca nei confronti dei popoli dell’est.
Bobrowski nacque infatti a Tilsit, nella Prussia orientale, nel 1917, e nel 1928 si trasferì assieme alla famiglia a Königsberg. Nel 1943 si sposò con la lituana Johanna Buddrus e pubblicò le sue prime poesie nella rivista “Das Innere Reich”. Nel 1938 la famiglia si trasferì a Berlino, e un anno dopo Bobrowski venne inviato al fronte. Fatto prigioniero dai russi, alla sua liberazione, nel 1949, tornò a Berlino-Friedrichshagen, nella Germania orientale. Svolse lavoro redazionale nell’Altberliner Verlag die Lucie Groszer e poi nello Union Verlag, la casa editrice della CDU, il partito cristiano-democratico di cui Bobrowski era membro. Nel 1955 Peter Huchel pubblicò nella rivista “Sinn und Form” cinque poesie di Bobrowski che presentarono il poeta all’attenzione dei lettori e della critica. All’inizio degli anni Sessanta, anche grazie all’aiuto di scrittori occidentali, uscirono – quasi contemporaneamente a Ovest e a Est – le due raccolte di poesie Sarmatische Zeit e Schattenland Ströme. Nel 1962 ricevette il premio del Gruppo 47 e nel 1963 pubblicò il romanzo Levins Mühle (Il mulino di Levin), in cui delineò la problematica dei conflitti etnici e della specifica questione ebraica. Bobrowski morì nel 1965 in seguito ai postumi di un intervento chirurgico. Subito dopo la morte, nel 1966, uscì la raccolta di liriche Wetterzeichen (Segni del tempo).
Partendo da Hölderlin e Klopstock, ma attingendo soprattutto alla tradizione simbolista, Bobrowski distilla una lingua ermetica, fatta di immagini naturali dal valore mitico-evocativo. Ciò che il poeta in tal modo ricostruisce – testimoniando una fiducia nella poesia come veicolo e deposito di memoria – è un paesaggio di figure leggendarie e di una natura arcaica, ma nella quale sono visibili le tracce indelebili di una immane tragedia storica.»(da: Antologia della poesia tedesca, a cura di Monica Lumachi e Paolo Scotini. Introduzione di Patrizio Collini, E-ducation.it, S.p.A., Firenze 2004, pp. 744-745)

I poeti della domenica #151: Johannes Bobrowski, Il viandante

Il viandante

Di sera,
risuona il torrente,
il greve respiro dei boschi,
cielo, solcato in volo
da uccelli urlanti, lidi
delle tenebre, antichi,
su questi i fuochi delle stelle.

Da umano ho vissuto,
di contare ho scordato le porte,
quelle aperte. A quelle sbarrate
ho bussato.
Ogni porta è aperta.
Chi chiama sta a braccia
distese. Accostati dunque alla tavola.
Parla: risuonano i boschi,
i pesci attraversano in volo
il torrente che respira, il cielo
trema di fuochi.

Johannes Bobrowski, dalla raccolta Schattenland, Ströme (“Paese d’ombre, fiumi”, 1962)
(traduzione di Anna Maria Curci)

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Der Wanderer

Abends,
der Strom ertönt,
der schwere Atem der Wälder,
Himmel, beflogen
von schreienden Vögeln, Küsten
der Finsternis, alt,
darüber die Feuer der Sterne.

Menschlich hab ich gelebt,
zu zählen vergessen die Tore,
die offenen. An die verschlossnen
hab ich gepocht.
Jedes Tor ist offen.
Der Rufer steht mit gebreitenen
Armen. So tritt an den Tisch.
Rede: die Wälder tönen,
den eratmenden Strom
durchfliegen die Fische, der Himmel
zittert von Feuern.

 

Paesaggio amato, quello della natia Prussia orientale e dimensione umana – quasi un bilancio scritto dall’autore allora quarantacinquenne – richiamano l’uno l’altra in questa poesia di Bobrowski, che sceglie un tema caro ai Romantici tedeschi, un ‘universale della poesia’ e lo declina con le parole, le presenze, i versi e i ritmi che caratterizzano la sua produzione lirica. Questa intreccia costantemente le due valenze che la nutrono, la realistica e la simbolica. Oggi, 9 aprile 2017, nel centenario della nascita di Johannes Bobrowski a Tilsit, la mia traduzione è un piccolo omaggio a un poeta che merita di essere letto e tradotto e che, insieme agli altri Naturlyriker anch’essi attivi nella RDT, Peter Huchel e Sarah Kirsch, mostra consonanze con la cosiddetta “linea lombarda” del Novecento italiano, come recentemente osservato da Massimo Bonifazio in Vattene, Musa! Appunti sui passaggi in Italia della poesia di lingua tedesca. Le traduzioni in volume apparse in Italia sono di Roberto Fertonani (Bobrowski, Poesie, a cura di R. Fertonani, Mondadori, Milano 1969) e di Davide Racca (2013). (Anna Maria Curci)

Peter Huchel, Salmo

huchel

Di Peter Huchel e della sua poesia ho avuto modo di occuparmi qualche tempo fa in una puntata della rubrica Gli anni meravigliosi che ne metteva in evidenza, tra l’altro, la forza di attrazione esercitata su poeti contemporanei. Il testo proposto ricorre, come è avvenuto per altri poeti del Novecento, alla riscrittura della forma biblica del salmo. Si tratta di riscritture che mescolano e fondono in maniera particolarmente feconda riflessioni sulla storia e visionarietà. Colpiscono la forza profetica e, nella chiusa, il riferimento alla strofa conclusiva dell’inno Prometeo di Goethe. Quel Geschlecht, quella “stirpe” che nell’inno di Goethe il titano proclamava come simile a lui, fatta per “piangere e soffrire, godere e gioire” e, come Prometeo, forgiare e costruire, non sarà, scrive Huchel, neanche oggetto di studio, ché lo zelo dei suoi componenti è volto a null’altro che al reciproco annientamento.  La lirica è tratta dalla raccolta Chausseen, Chausseen, pubblicata dalla casa editrice Fischer nel 1963 e apparsa in Italia nel 1970 nella traduzione di Ruth Leiser e Franco Fortini (Strade strade). La versione proposta qui è nella mia traduzione. (Anna Maria Curci) (altro…)

Gli anni meravigliosi #13: Peter Huchel

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDRfu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

Huchel_Gedichte

La tredicesima tappa passa per un testo poetico di Peter Huchel, pubblicato nel 1972, dopo il suo trasferimento nella RFT, nella raccolta Gezählte Tage (“Giorni contati”) che dice, con l’incisività delle immagini contrapposte, la distanza  tra chi sta “sotto l’ala del potere” e chi dal potere è messo alla sbarra. Centrali, nella quinta strofa, l’immagine del guado del fiume  e la constatazione che non è di tutti l’attraversamento del valico con la schiena dritta. Il verbo “klirren”, che riprende il verso finale di Hälfte des Lebens (Metà della vita) di Hölderlin, è riferito qui agli “speroni dei cardi” (precedentemente Huchel aveva scritto: ” Ora la lingua dimora, e non si distoglie,/sotto la radice del cardo,/ nel fondo di pietra”da: Sotto la radice del cardo, in: Strade strade, traduzione di Franco Fortini e Ruth Leiser) e questi, a loro volta, completano l’immagine del cavaliere (Reiter) con gli occhi bendati dal vento scuro.

Das Gericht

Nicht dafür geboren,
unter den Fittichen der Gewalt zu leben,
nahm ich die Unschuld des Schuldigen an.

Gerechtfertigt
durch das Recht der Stärke,
saß der Richter an seinem Tisch,
unwirsch blätternd in meinen Akten.

Nicht gewillt,
um Milde zu bitten,
stand ich vor den Schranken,
in der Maske des untergehenden Monds.

Wandanstarrend
sah ich den Reiter, ein dunkler Wind
verband ihm die Augen,
die Sporen der Disteln klirrten.
Er hetzte unter Erlen den Fluß hinauf.

Nicht jeder geht aufrecht
durch die Furt der Zeiten.
Vielen reißt das Wasser
die Steine unter den Füßen fort.

Wandanstarrend,
nicht fähig,
den blutigen Dunst
noch Morgenröte zu nennen,
hörte ich den Richter
das Urteil sprechen,
zerbrochene Sätze aus vergilbten Papieren.
Er schlug den Aktendeckel zu.

Unergründlich,
was sein Gesicht bewegte.
Ich blickte ihn an
und sah seine Ohnmacht.
Die Kälte schnitt in meine Zähne

Peter Huchel

(da: Gezählte Tage, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1972)

 

Il tribunale

Non nato
per vivere sotto l’ala del potere,
presi su di me l’innocenza del colpevole.

Giustificato
dal diritto della forza,
il giudice sedeva al suo tavolo,
sfogliando brusco la mia pratica.

Non disposto
a  chiedere clemenza,
ero alla sbarra,
nella maschera della luna al declino.

Fissando la parete
vidi il cavaliere, un vento scuro
gli bendava gli occhi,
gli speroni dei cardi tintinnavano.

Tra ontani aizzava a risalire il fiume.
Non tutti attraversano dritti
il guado dei tempi.
A molti l’acqua strappa via
le pietre sotto i piedi.

Fissando la parete,
non capace
di chiamare ancora aurora
la foschia insanguinata,
udii il giudice
pronunciare la sentenza,
frasi in frantumi fatte di carte ingiallite.
Chiuse il dossier.

Imperscrutabile
ciò che muoveva il suo volto.
Volsi lo sguardo a lui
e vidi la sua impotenza.
Il freddo mi tagliava i denti.

Peter Huchel

(traduzione di Anna Maria Curci)

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A Peter Huchel è dedicato un Quaderno di poesia tedesca a cura di Simonetta Mortara; si tratta di un’ampia e approfondita introduzione alla poesia di Huchel. Tra gli studi recenti va senz’altro menzionata la monografia di Huchel – quaderno di text+kritik del 2003 – che vede Lutz Seiler tra i curatori, Seiler vive a Wilhelmshorst, nella residenza nella quale Peter Huchel svolgeva il suo incarico di caporedattore della più importante rivista di poesia della DDR, “Sinn und Form”. La lirica di Seiler la poesia è il mio segugio è dedicata a Peter Huchel. Ricorda Paola Del Zoppo in Odore di poesia, saggio apparso nel volume di poesie di Seiler La domenica pensavo a Dio/ Sonntags dachte ich an Gott: “Quando i ministri della cultura della DDR rilevarono la rivista, esonerando Huchel dall’incarico, il poeta espresse la sua frustrazione nella poesia Il giardino di Teofrasto, in cui, rivolgendosi al figlio, si rammarica che sia ormai perduto il tempo in cui si ricordavano i poeti, ‘coloro/ che un tempo piantavano discorsi come alberi/morto il giardino, il mio respiro più pesante/ serba quest’ora, qui camminò Teofrasto’. Ecco affacciarsi di nuovo il discorso sugli alberi del componimento brechtiano. Seiler si associa al lamento per la perdita delle vecchie generazioni (nel suo caso è Huchel stesso a far parte della generazione passata)”. Seiler si confronta con la scrittura di Huchel anche nel saggio Heimaten, apparso nel 2001, e nella poesia hubertusweg, che ha il nome della via che si apre dietro la dimora dei due poeti – l’indirizzo della casa, punto di incontro per tanti scrittori,  nella quale Huchel visse per quasi 17 anni, fino al suo trasferimento in Italia il 27 aprile 1971, era Hubertusweg 43-45, oggi il civico è 41 –  e lo stesso titolo di una lirica di Huchel (nell’antologia di  poesie di Seiler hubertusweg è nella mia versione). Sempre nel 2003, nel centenario della nascita di Huchel, è apparso, nel quaderno n. 2 di “Sinn und Form”  il saggio di Lutz Seiler Im Kieferngewölbe (“Sotto la volta dei pini”). Lo stesso titolo ritorna nel volume del 2012, Im Kieferngewölbe. Peter Huchel und die Geschichte seines Hauses. (“Sotto la volta dei pini. Peter Huchel e la storia della sua casa”), pubblicato dalla casa editrice Lukas. Il volume, presentato in occasione del 15° anniversario dell’apertura della casa-museo di Peter Huchel (nel 1997 fu Reinar Kunze a intervenire all’inaugurazione con letture di sue poesie e di poesie di Huchel), si avvale dei contributi di Lutz Seiler, di Peter Walther e di Hendrik Röder.