Pertiche

Nota critica su “Traviso” di Alberto Cellotto

di Roberto Batisti

Traviso

Con questa raccolta, la sua quinta in dieci anni da Vicine scadenze del 2004, Alberto Cellotto inaugura come meglio non si potrebbe la collana ‘hence le joie’ di Prufrock spa (e all’editore vada un plauso per la cura adoprata nel confezionare un oggetto libro elegante e azzeccato sul piano grafico, materico, oltre che per il coraggio e la coerenza di visione con cui sta costruendo il suo catalogo). In linea con l’indirizzo programmatico della nuova collana («libri che in massimo venticinque poesie svilupperanno un immaginario profondo e autosufficiente»), l’autore inanella ventuno brevi liriche, di sette versi ciascuna (si confronti la misura media ben più distesa del precedente Pertiche del 2012, che addirittura si chiudeva con un lungo poemetto), scandite da una misteriosa numerazione che per salti discontinui arriva fino a 72; e le arma di una coerenza interna, di una densità linguistica micidiale. A tutti i livelli.
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Traviso di Alberto Cellotto (Prufrock Spa Edizioni)

[Traviso è un tentativo di scrittura breve e intervallata dal protagonismo del numero che sta tutto nell’alveo di un’ossessione precisa, cioè quella per il volto dell’uomo, per quel pensiero che raduna le diverse combriccole dei volti, quando si percepisce che ogni viso è legato a ogni altro. Allo stesso tempo il travisare diventa un nascondimento necessario, forse per provare a uscire dal loop dell’ossessione.]

Traviso

2.

Segue, la sodaglia dell’inverno
il ghiaccio rotto nelle pozze
e l’aria sa con l’ora dei posti dove
mai sono stato, quegli
unici dove ho
davvero sostato,
eterno.


13.

Solamente la distanza dai civili
usi e terreni, solo il lontano: unico
oggetto che sento. Esperto paesaggio
sporgente, serrato a festa.
Per me o te la strada bagnata e i raggi
vecchi, la vietata vista, i becchi
nei cortili.


31.

Sta per finire per sempre il dovere.
Dove ti riprendi l’allegria
adesso, dove si mangiano i figli?
Quasi mai sai e accetti la guardia
del piacere, la stuoia di questa
pioggia che gioca già con tutte
le ere.


37.

Plausibile immagine, somiglianze, come
ernie da una guancia.
Tra i lobi tuoi s’incaglia
il mento, non hai tempo
per il mondo e il mondo
non ha tempo né terre
senza nome.

 

alberto cellottoAlberto Cellotto è nato a Treviso nel 1978. Ha scritto i libri di poesia Vicine Scadenze (Editrice Zona, 2004), Grave (Editrice Zona, 2008) e Pertiche (La Vita Felice, 2012). Ha tradotto dall’ inglese opere di Gore Vidal, Stewart O’Nan e Frank Norris. Cura il blog Librobreve. Altro su albertocellotto.it

Alberto Cellotto – Pertiche

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Alberto Cellotto – Pertiche – La Vita Felice – 2012

Due delle possibili chiavi di lettura del bel libro di Alberto Cellotto, potrebbero essere: la terra (o Luogo) e il ricordo. Presi singolarmente questi due elementi lascerebbero pensare, semplicemente, a qualcosa di molto personale e particolarmente legato alle origini del poeta e, questo,sarebbe corretto se guardassimo soltanto ai punti di partenza di Cellotto.  “Così per quanto ne sanno  / questi giocatori soli / di sera, si può chiedersi ugualmente:  / vero che è bello qui? Che stiamo  / bene e manca solo quello che manca?” I luoghi del passato (recente o distante, si veda il poemetto sulla Prima Guerra Mondiale) sono quelli del Nord-Est, i ragazzi di adesso sono i soldati di allora. Lo scatto in avanti del poeta è consentire a chi leggerà (a qualunque latitudine appartenga) di sentire la stessa appartenenza, la stessa (a volte) poca speranza, la malinconia, la rinuncia a qualcosa che mai verrà, presente in questi versi. C’è poi qualcosa in più (che è spesso la differenza tra un libro e un ottimo libro): riuscire a leggere anche tutto quello che l’autore lascia fuori dai testi. Io ho avvertito (e credo di non sbagliare) una fatica dello stare al mondo in  un certo modo, l’oscillazione, terribile e dolcissima, tra il tenere i piedi per terra e spiccare salti nell’aria. Cellotto ci  mette in mano una matita con cui unire i puntini di un “insieme” non facile da realizzare ma necessario. “a questo cerchio di mattine e sere, / a quello che tutti non abbiamo detto / per paura.”

© Gianni Montieri

Nota: recensione pubblicata sul numero 16 della rivista QuiLibri