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Paolo Triulzi: I me medesimi. N. 5 Dario

Milano, Foto GM

Milano, Foto GM

Paolo Triulzi: I me medesimi. N. 5 Dario

Il nome poi glielo metteranno sul cartellino, ma lui lo darà falso. Ci pensa, a un nome credibile. Poi intravede il collega. È già lì seduto in poltrona con il giornale aperto e l’aria concentrata. Quando Dario gli passa affianco, sulla banchina, quello, da dentro il vagone, alza gli occhi e si vedono. Alzano entrambi le sopracciglia in segno di reciproco saluto.
L’azienda ha fatto un errore. Li ha mandati tutti e due allo stesso convegno. Per fortuna che non sono finiti sullo stesso vagone. Già questi convegni sono un strazio di per sé. L’azienda ti manda sempre troppo vicino alla sede, non c’è da prendere l’aereo e non ci scappa la notte in albergo. A Dario va bene anche così. Ha ancora addosso il torpore del sonno. Inizia il suo gioco preferito.
Dario è un agente segreto in missione. Si diverte a studiare i suoi compagni di scompartimento. Dà a vedere di essere impegnato in attività che non c’entrano nulla con il suo lavoro. Legge giornali mai letti prima facendo vedere bene a tutti il titolo della testata. Corteggia ragazze con lo sguardo. Tiene addosso la giacca e non allenta la cravatta. Pensa a ciò che gli altri stanno pensando di lui. Si culla fra mille pensieri e finisce per dormicchiare.
Poi il cellulare vibra. Dario assonnato guarda lo schermo. È il capo che chiama dall’ufficio. Dario fa una voce neutra e dice: pronto. Allora come va? Tutto a posto? Dario seguita il tono neutro e allunga lo sguardo fuori dal finestrino. Dice: positivo, tutto da programma. Il capo chiede: e l’altro l’hai visto? Affermativo, il contatto è avvenuto alle 06 e 15 minuti, il nostro uomo è sul treno. Il capo, abituato a Dario, dice solo: vabbè controllavo solo che ti fossi svegliato in tempo, ci vediamo domani… Dario chiede: e per la valigetta? Ma il capo ha già attaccato. (altro…)

Paolo Triulzi: I me medesimi. N. 4 Carlo

Numana, foto gm

Numana, foto gm

Paolo Triulzi: I me medesimi. N. 4 Carlo

A volte sì, a volte io mi accorgo di come sono vestito. Passiamo davanti a una vetrina e io mi avvedo di come vado in giro conciato. Sì, a volte io mi avvedo di essere vestito come un deficiente.
La gente non crede che io possa raggiungere questo grado di consapevolezza, ma io posso. Soprattutto non lo crede mia madre, che mi sceglie i vestiti. Il problema non sono i vestiti, naturalmente. È pure vero che per la maggior parte del tempo io non mi avvedo di quel che indosso e, vagamente, percepisco appena me stesso. Quindi il problema non sono mai i vestiti, il problema è la consapevolezza. Quasi io non vivessi nello stesso mondo in cui vivono loro. Quasi non vedessi la televisione, le persone, le dinamiche umane.
Anzi, io bado molto alle dinamiche umane. Ma solo quando capita che mi ci soffermi, perché, per la verità, la maggior parte del tempo io non faccio caso alle altre persone. Il fatto è che non mi toccano particolarmente gli affanni dell’umano genere. Io ho i miei, loro i loro e ognuno i propri. Questo è quello che credo, che mi è sembrato di capire dai libri che un po’ di tempo fa leggevo. A volte, però, mi capita di appassionarmi a questo o quell’evento. Roba piccola: una discussione in coda alla cassa del supermercato, una piccola arringa davanti al bancone del salumiere, un approccio amoroso fra adolescenti. Io osservo tutto, in questi casi. Le mani, gli occhi, la respirazione. E resto lì a bocca aperta, ma letteralmente, a fissare la scena, mentre ogni dettaglio mi investe e mi si espande dentro e io sono impegnato a mettere tutto al suo posto. Mia madre in questi casi, evidentemente non immagina che io stia facendo quello, mi dice sempre: non fissare. (altro…)

Paolo Triulzi: I me medesimi. N. 3 Alberto

Amsterdam, 2014 foto GM

Amsterdam, 2014 foto GM

Paolo Triulzi: I me medesimi. N. 3 Alberto

Alberto è grosso. È sempre stato grosso, non è un problema. Sono le camicie il problema. Ste fottute camicie, che per quanto grandi le prenda gli strizzano sempre il collo. Alberto non è grasso, è proprio grosso. Ha un grosso stomaco prominente ma è anche alto, con un grosso collo, grandi spalle e gambe. Un cristone, gli diceva suo nonno. Quando si incazza fa paura, ma è un bel po’ che Alberto non si incazza più.
Alberto si sveglia la mattina e inizia ad asciugare le sue sigarette. Con metodo, come fosse un lavoro artigianale. In tre quattro tiri ha finito una sigaretta. Uno che guarda, vede quel cilindretto bianco scomparire come per magia. La sigaretta si rattrappisce, secca e si polverizza fra le labbra di Alberto. Con le prime due sigarette Alberto si alza e fa la barba. Poi si deve mettere la camicia. Quasi tutta una sigaretta Alberto la dedica ad allacciarsi i bottoni della camicia. Il primo soprattutto. Alberto trattiene il fiato e nei polmoni il fumo. Di solito fa due o tre tentativi. Poi la cravatta, la giacca e il resto.
Se non era per sua madre, con quella corporatura Alberto poteva fare molte cose. La madre voleva che lui studiasse e così Alberto ha studiato e adesso lavora a una scrivaniuccia, a buttare numeri dentro un computer. Ma Alberto non ci si incazza più, con quel lavoro ci paga la badante ai suoi e la madre ci aveva visto giusto. È andata così, si dice Alberto. Non si incazza e asciuga le sue sigarette. (altro…)

Paolo Triulzi: I me medesimi. N. 2 Desi

Berlino, foto GM

Berlino, foto GM

Paolo Triulzi: I me medesimi. N. 2 Desi

Gli Abbronzatissimi, così si chiamavano fra loro. Il nome veniva da una cosa che era successa un giorno e che  poi ci avevano riso sopra per un pezzo. Era passato dai giardinetti uno, che era uguale ai tanti tizi in giacca e cravatta che passavano di là verso le sei e mezza-sette di sera, però questo, invece che tirare dritto per le sue, si era fermato. Era andato verso di loro, lì seduti sulle due panchine ai lati della fontanella. Prima a passi lenti, poi più spedito. Era venuto fuori che conosceva la Desi perché erano stati a scuola insieme. La città non è poi così grande. Gli Abbronzatissimi lo guardavano come una bestia venuta fuori dallo zoo. Lui chiacchierava un sacco e la Desi rideva e lui, allora, ci dava ancora più dentro. Poi, dopo un po’, quando lui ormai iniziava a lanciare occhiate agli Abbronzatissimi che erano lì, tutti seduti in fila sulle panche, a guardare lui e la Desi che parlavano, aveva detto quella cosa. Disse così: “Beh dai, ti vedo proprio bene! Ma dì, non è che sei andata al mare? Sei proprio abbronzatissima!”. A quel punto la Desi si era girata verso di loro e li aveva guardati in un modo e tutti si erano messi a ridere.
Erano proprio un bel gruppo, gli Abbronzatissimi, e la Desi era la loro femmina. Era anche bella la Desi, bionda con gli occhi azzurri e tutti loro erano innamorati di lei.
La mattina, quando si trovavano ai giardinetti, non è che fossero tanto abbronzati, per la verità. Qualcuno, appena c’erano due raggi di sole, si toglieva tutto e si lavava lì alla fontanella. La Desi, di solito, arrivava verso le undici. Non era mai messa troppo male e non lo diceva a nessuno dove andava a dormire. Mica scema la Desi. Anche perché era così furba che tutti la amavano. E poi arrivava sempre con un bel cartone di rosso e tutti sapevano che quel vino arrivava sicuro tutti i giorni. (altro…)

Paolo Triulzi: I me medesimi. N. 1 Adelmo

Parigi, 2015 foto GM

Parigi, 2015 foto GM

Paolo Triulzi: I me medesimi. N. 1 Adelmo

Mi scusi, gli dice un ragazzo, ma già l’ha urtato. Sì, biascica Adelmo e continua a fissare in giù. Tiene la testa un po’ in avanti, fisso come un palo, la borsa di cuoio in mano, l’impermeabile allacciato sullo stomaco prominente.
Non si muove, Adelmo. Oggi no. Tutto il giorno ci vuole stare, e anche la notte se serve. Intanto? Intanto niente, resta lì a fissare come un cane da guardia. I ricordi gli passano in testa quasi senza che lui li richiami, e così anche i pensieri. Adelmo ha, dentro la testa, come un fiume. Un fiume che va, che scorre, che fischia come il vento in montagna. È un fiume fatto di immagini, di parole dette che a momenti si collegano e sembra di capirci qualcosa. Altre volte sembra tutto un caso. Una catena di eventi successi così: uno dopo l’altro, ma senza nessuna connessione. Adelmo, però, oggi vuole un perché, o almeno scoprire se c’è un perché.
È già pomeriggio, in ufficio non c’è andato. Cosa combina Adelmo? Nenche avvisa… Si dicono in ufficio. Ma dai, avrà avuto un giorno così. Nessuno ha il coraggio di telefonargli a casa, però. Poi magari risponde. Vorrà restare solo, si dicono. Adelmo, infatti, resta solo.
Ha preso un caffè. Poi stare nel bar o uscire era la stessa cosa, allora è uscito. La gente che lo urta o non gli parla, è tutto la stessa cosa. Ma lo volete capire che sua figlia è morta? Non ce n’è un’altra. Non c’è neanche un’altra vita per fare un’altra figlia e fingere che quella sia la stessa di prima.  Non c’è un’altra vita, solo questa qui. E allora Adelmo vuole sapere il perché. Esige di sapere il perché. Ha il diritto, sacrosanto, di sapere il perché. O almeno se c’è un perché. Adelmo infatti sa che potrebbe non esserci, ha preso in considerazione tutte le possibilità. (altro…)